L’economia del bene comune

di Marco Dotti

Secondo l’austriaco Christian Felber, promotore del movimento della Gemeinwohl-Ökonomie o economia del bene comune, nella concorrenza il motore che anima l’azione è la paura – di perdere, di fallire, di non riuscire nell’impresa. Al contrario, nella cooperazione ciò che muove l’azione verso lo scopo è un diverso orientamento – anche della competizione – secondo un sistema win-win: si perde o si vince tutti assieme, per questo occorre dare il meglio.

Serve uno scopo che garantisca equilibrio tra mezzi e fini, per fare davvero qualcosa. Se dovessimo costruire una casa, osservava già Aristotele, dovremmo essere mossi dall’intenzione di farla e solo successivamente provvedere alla raccolta di materiali e risorse, elaborando un progetto. La logica finanziaria ha rovesciato questa gerarchia tra mezzi e fini, insistendo su “progetti” mossi da nessuno scopo e su vie d’uscita dalla crisi che comportano solo sacrifici inutili e modelli senza futuro. Al contrario, rimarca Christian Felber nel suo libro-manifesto L’economia del bene, che in Germania e Austria ha suscitato molta attenzione, esiste un «modello che ha futuro». È la Gemeinwohl-Ökonomie”, l’economia del bene comune. Economista, attivista, comunicatore di grande fascino, Felber ha dato ampio corso al suo progetto, fondando una banca alternativa e una rete che ha raccolto molte adesioni da parte di imprese, associazioni, persone convinte – così si esprime Felber – che «l’economia del bene comune non è assolutamente un traguardo astratto, ma un processo partecipativo che può generare altre forme del fare». Lo abbiamo incontrato per porgli alcune domande.

Troppo grandi per fallire, troppo piccoli per riuscire

Competizione o cooperazione? Che sia proprio la cooperazione la chiave per uscire da una crisi di sistema che tecnici e professori prestati alla politica non sembrano in grado di affrontare, proprio perché si servono di strumenti assolutamente astratti rispetto al piano della realtà e si muovono secondo coordinate logiche che in nulla, se non a parole, contraddicono le matrici della crisi?

Christian Felber: L’economia di mercato classica si basa su un mito che non ha evidenze scientifiche: la competizione. La competizione sarebbe necessaria, si afferma, per l’innovazione e la realizzazione dei propri obiettivi. Al contrario, la ricerca empirica rivela che la cooperazione è la strategia più efficace per motivare gli esseri umani e per raggiungere uno scopo. La cooperazione è definita come un gioco “win-win”, ossia un gioco in cui non ci sono perdenti, ma si vince o si perde tutti assieme. Mentre la competizione è basata su uno schema elementare di “vincitori” e “vinti”: se io perdo, tu vinci, e viceversa. Nella concorrenza, il fattore che più motiva è la paura. Nella cooperazione è il condividere. Se abbiamo la prova pratica che la cooperazione è più efficiente della competizione, perché dovremmo continuare a basare il nostro sistema economico sulla seconda, anziché sulla prima? Dobbiamo partire da questa evidenza, o non ne usciremo mai.

Christian Felber

La proposta pratica che ho chiamato Economia del Bene Comune è la seguente: tutte le persone possono entrare e uscire dal mercato allo stesso modo. Si tratta di una economia più libera di quella che abbiamo oggi, dove criteri di entrate e uscita sono dettati da cartelli di oligopolisti che, mentre si dilungano in professioni di fede nella concorrenza, altro non fanno che proteggersi dalla concorrenza stessa. Le banche e le società che sono "troppo grandi per fallire" – too big to fail, secondo uno slogan quanto mai attuale – non possono lasciare il mercato e così continuano a controllarlo… Tutto ciò deve finire. L’Economia del Bene Comune mira a sancire questa fine. Coloro che entreranno nel mercato, troveranno un quadro di incentivi ben diverso dall’attuale che premia in ragione della “competitività”, ossia della capacità di sostenere atteggiamenti aggressivi e belligeranti. Al contrario, la cooperazione e la collaborazione saranno premiate nell’economia che dobbiamo impegnarci a favorire. Saranno premiate le azioni volte non solo al bene proprio, ma anche a quello altrui e alla complessiva “manutenzione” del sistema: come in un gioco “win-win”, appunto.

Questo, però, non significa fine del mercato… Troppo spesso si sovrappone il concetto di mercato, che ha una storia millenaria – come tra gli altri dimostrò, anni fa, l’antropologo Marshal Sahlins, in un suo celebre libro sull’economia dell’età della pietra – e una deriva che più che liberista potremmo chiamare liberticida, rispetto alla libertà d’impresa, tipica di questo ultimo trentennio….

Christian Felber: Andiamo ancora più in là e affermiamo senza paura che la parola concorrenza, se osservata da vicino, rivela qualcosa di sbalorditivo. La sua etimologia è bellissima: viene dal latino "com" e "petere", che significa “cercare insieme” una soluzione. Quello che osserviamo oggi nel mercato è una perversione di questo senso originale, una sorta di “anti-petizione”: aziende una contro l’altra. E uno contro l’altro, alla lunga, si muore tutti e non c’è efficienza che tenga. Con la parola “cooperazione”, nel senso che le diamo nell’Economia del Bene Comune, potremmo dire che restituiamo al “com-petere” il suo senso vero e originario.

Lei non ha paura di usare termini come “bene”, “comune”, “persona”, “dignità”, “lavoro” cadute in discredito, nell’epoca della finanziarizzazione della vita quotidiana. Non teme di essere tacciato di una visione troppo “umanistica” dell’economia?

Christian Felber: Può darsi economia senza persone, senza bene, senza dignità? Critiche di questo tipo non mi toccano, io miro al concreto. E il concreto è un ritorno a ciò che conta davvero nella vita: la soddisfazione dei bisogni, la creazione di una migliore qualità della vita stessa e del bene comune. Il "bene comune" è già obiettivo costituzionalmente garantito nell’economia di molti paesi europei, Italia compresa, ma ce ne siamo dimenticati La Costituzione bavarese testualmente recita: “L’intera attività economica serve il bene comune”. Così, ciò che propongo non è né una novità, né un’astratta utopia. Il denaro è solo un mezzo per l’attività economica e dovrebbe essere ridotto al suo ruolo di servizio. Un’economia del bene comune deve cancellare i redditi da mera speculazione, valorizzando il lavoro, non la sua vampirizzazione.

Abbiamo ancora bisogno di banche, ma di quali banche? Crede sia possibile un’economia senza banche e prodotti finanziari o, piuttosto, abbiamo bisogno di un altro tipo di banche?

Christian Felber: Fino a quando usiamo il denaro, e anche in un’Economia del Bene Comune ne usiamo, abbiamo bisogno di banche. Ma le banche non devono essere orientate a scopo di lucro – così come non dovrebbero esserlo scuole, ospedali o biblioteche. Dovrebbero servire ai servizi pubblici, così come i soldi dovrebbero servire e non essere lo scopo, del fare impresa. In Austria, circa 100 persone stanno dando vita a una "banca democratica" in grado di massimizzare il bene comune al posto dei profitti, ma non distribuire una parte del profitto ai proprietari – in questo caso, saremmo ancora nella logica della vecchia economia – ma al fine di aiutare i risparmiatori a dire addio al meccanismo usuraio degli interessi. Il credito sarà accordato a condizioni ottimali a quelle aziende che rispettano i criteri di bilancio etico stabiliti nell’Economia del Bene Comune…

Il modello della “Gemeinwohl-Ökonomie” sta avendo notevoli conseguenze pratiche, perché è un "modello", non solo un quadro teorico affascinante, ma vago. Sta sorgendo un movimento, che va nella direzione di questa economia e raccoglie un numero crescente di adesioni. Ci racconta come è nato tutto?

Christian Felber: L’impulso è venuto da una dozzina di imprenditori austriaci che hanno letto il mio libro Nuovi valori per l’economia. In quel libro, ho decostruito gli attuali "valori economici" come "successo", "prestazione", "efficienza", "crescita", "concorrenza", "libertà", e simili. Dopo la decostruzione, ho ricomposto gli elementi positivi di questi valori e li ho integrati con valori costituzionali quali la dignità, la giustizia, la solidarietà, la democrazia. Come effetto collaterale, è emerso il progetto per un’Economia del Bene Comune. Questi imprenditori mi hanno spinto a sviluppare insieme un modello completo e facilmente comprensibile nella messa in pratica. Il 6 ottobre 2010 abbiamo lanciato il progetto e si sono presentate più di 100 persone, mentre l’anno seguente 25 aziende hanno deciso spontaneamente di attuare i principi di bilancio indicati dal nostro modello per testarne l’efficacia. Poi siamo passati a 55 aziende. Quest’anno le aziende che ci chiedono di applicare questi criteri sono più di 400. Intorno a loro, sono cresciuti più di 50 "campi energetici", chiamiamoli così, ma si tratta di gruppi locali di sostegno, promozione e co-creazione. Più di 15 circoli di attori compongono il "processo globale di ECG": consulenti, revisori, redattori, altoparlanti, ambasciatori, specialisti IT, coordinatori… Ogni giorno persone decidono di unirsi a noi.

Un nuovo bilancio di impatto sociale e democratico

Lei propone dunque un modello alternativo di impresa. Ma non è solo all’impresa, slegata da ogni contesto, che si guarda: l’economia del bene comune appare come un sistema integrato – sistema politico e sociale – il cui centro è la persona umana. Ci può spiegare quali sono i principi, i valori e le implicazioni pratiche del modello?

Christian Felber: L’Economia per il Bene Comune si propone di risolvere la contraddizione di valori tra la sfera del mercato – dove il successo economico è decretato da comportamenti egoistici, non empatici e, soprattutto, irresponsabili – e quella dei rapporti umani, che per prosperare hanno bisogno di valori come l’onestà, la fiducia, l’empatia, la cooperazione, solidarietà e condivisione. Quest’ultimo diventa anche il principio guida delle relazioni di mercato e porta al successo economico. Per questa ragione, le norme centrali del gioco dell’economia si spostano dalla concorrenza e dal profitto, alla cooperazione e al conseguimento del bene comune. Il successo economico non deve più essere misurato con indicatori monetari di scambio, ma con indicatori non economici di valore. A livello macroeconomico, di economia nazionale, il PIL sarà sostituito – come indicatore di successo – dal Prodotto Bene Comune (PBC). A livello microeconomico, aziendale, il conto patrimoniale da un bilancio di buon equilibrio nel perseguimento del bene comune. Quest’ultimo deve così diventare il bilancio principale di tutte le aziende. Più una società si impegnerà nel sociale, più sarà ecologica e democratica, più sarà solidale, migliore saranno i risultati del suo bilancio di equilibrio in questa economia del Bene Comune. Migliori saranno i risultati, maggiori saranno i vantaggi sul piano legale e fiscale: meno tasse, tariffe agevolate, tassi di interesse più bassi, priorità in materia di appalti pubblici. Attraverso questi incentivi, i prodotti etici costeranno meno per i consumatori rispetto a quelli meno etici, e le aziende responsabili e sostenibili rimarranno sul mercato, mentre le altre saranno destinate a fallire. Esattamente il contrario di quanto accade oggi.

Quali regole per questa “Economia del Bene Comune”? Quali parametri per valutarne efficienza e sostenibilità?

Christian Felber: Misuriamo direttamente l’obiettivo. Se l’obiettivo è il bene comune, dobbiamo andare oltre il Pil, a livello dell’economia nazionale e, al livello delle imprese, oltre la mera rilevazione del profitto finanziario. Il denaro è solo un mezzo e quindi non può dire nulla affidabile circa il successo o il raggiungimento di uno scopo. Il successo deve essere misurato osservando gli obiettivi. Un "Prodotto Bene Comune" potrebbe essere composto da 15/25 indicatori di qualità della vita 15-25 definiti in processi democratici bottom-up (dal basso verso l’alto), che noi chiamiamo "convenzioni civili" o "convenzioni democratiche". Bisogna partire prima a livello locale, poi operare a livello statale. In queste assemblee, le persone definiscono ciò che è più importante per loro al fine di ottenere una qualità di vita e un bene davvero comune. Il risultato è il Prodotto Bene Comune (CGP) che si misura ogni anno. Avremo allora una correlazione diretta tra l’abbattimento della disoccupazione e l’aumento del CGP, tra la diminuzione della povertà e l’aumento del CGP, tra equilibrio ecologico e aumento del CGP (e viceversa). Oggi, il PIL può pure crescere, mentre tutti i problemi sociali, umani e ecologici peggiorare. A livello microeconomico, ogni azienda deve rispondere alle domande più scottanti di una società: il prodotto / servizio produce senso? Come faccio a produrre “ecologico”? Quanto umane sono le condizioni di lavoro? Abbiamo parità di trattamento tra uomini e donne? Con chi condividiamo il profitto? Chi prende le decisioni e ha la responsabilità delle stesse? Ogni azienda può raggiungere un massimo di 1000 “punti-bene comune”. Più democratica, trasparente, umanamente orientata, ecologico, cooperativa e solidale sarà una società si comporta, più alto il risultato CGBS e migliore è il trattamento giuridico riservatole.

Decrescere e poi?

La “Gemeinwohl-Ökonomie” è alternativa alla “decrescita” proposta dall’economista Serge Latouche o a ipotesi quali la sussidiarietà e l’economia dei cosiddetti “commons”?

Christian Felber: Sono prevalentemente complementari. Entrambi, Latouche e l’ECG sono d’accordo che il consumo assoluto di risorse naturali deve ridursi drasticamente fino a un livello globale e intergenerazionale di equilibrio. L’unica differenza: considerando che Latouche sembra dire che "décroissance" è l’obiettivo, l’ECG dice invece che il bene comune è l’obiettivo (di cui una a ridefinizione del consumo ambientale a livello globale e intergenerazionale proprio livello di consumo ambientale è un mezzo per raggiungere un fine: il bene comune, appunto). Il principio di "sussidiarietà economica" significa che la produzione locale e regionale e di consumo sono la priorità al mercato globale, che aumenta la responsabilità, la sostenibilità e la resilienza. Questo è molto convincente. Il mercato globale è solo il "sale nella minestra". E comunemente proprietà e gestione risorse o servizi di base come la fornitura di acqua, energia, o la salute – "bene comune" – fanno parte della ECG. Proponiamo che il popolo sovrano decida in convenzioni democratiche quali parti dell’economia vogliono organizzarsi come beni comuni e quali no.

L’Europa uscirà dunque dalla crisi con meno soldi ma più bene comune?

Christian Felber: Almeno abbiamo la possibilità di passare a un gradino successivo: dopo il capitalismo e il comunismo, si potrebbe implementare un modello che fornisce sia la libertà individuale (aziende private), sia il benessere di tutti (obiettivo della società e dell’economia). Alcuni avranno più soldi, altri un po’ di meno. Ma quello che conta è la soddisfazione dei bisogni di base e dei valori immateriali che non possono essere espressi in denaro in modo adeguato. Questi bisogni e questi valori diverranno il vero scopo dell’attività economica. Lo credo fortemente.

@oilforbook

http://www.vita.it/economia/finanza-etica/economia-del-bene-comune-intervista-con-christian-felber.html

Il regalo di Natale del governo

I provvedimenti varati alla vigilia di Natale dal Parlamento e dal governo (l’approvazione della legge di stabilità e il decreto legislativo n. 1 sul Jobs Acts) sono atti infami, espressione della guerra che i padroni conducono contro la classe lavoratrice per distruggere i suoi diritti e per stornare le risorse pubbliche a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie. Il governo Renzi si conferma, per chi avesse avuto ancora qualche stupida incertezza, di essere un governo di classe, al servizio della classe capitalista, nemico dei lavoratori, della giustizia sociale; non il governo della modernità e del progresso, ma un governo reazionario dei “padroni delle ferriere” che punta a ricostruire il pieno potere della borghesia su una classe lavoratrice frammentata, divisa, impossibilitata a difendere i suoi interessi e quindi suddita.

La legge di stabilità è un enorme regalo deposto dal governo sotto l’albero della Confindustria: riduce drasticamente la tassazione (IRAP) alle imprese, utilizza gli undici miliardi di spesa aggiuntiva in deficit a totale vantaggio della classe padronale, taglia contemporaneamente la spesa pubblica (17 miliardi) con enormi ripercussioni, sulla sanità, sul trasporto pubblico locale, sui servizi sociali.

Ma anche il primo decreto legislativo sul Jobs Act, è un enorme regalo ai padroni e nello stesso tempo un aggressione vile e violenta contro le lavoratrici e i lavoratori.

La Camusso parla di “abominio” e sembra cadere dal pero quanto si chiede: “ Ma perché Renzi ce l’ha così tanto con i lavoratori”. L’ex sindaco di Firenze è stato messo a quel posto dai poteri forti per fare questo lavoro sporco; al di là delle cortine fumogene e del diluvio di parole ingannevoli non ha mai nascosto questa sua funzione, né si poteva avere dubbi di cosa significasse la legge delega sul Jobs Act.

C’è da chiedersi se mai perché la CGIL abbia tardato così tanto ad organizzare lo sciopero generale del 12 dicembre e perché, dopo averlo realizzato con successo, invece di proseguire sullo slancio prodotto dalle tante mobilitazioni d’autunno dei lavoratori, dei precari e dei giovani, abbia rinunciato a un vero piano di lotte e alla riprogrammazione di un nuovo sciopero generale per dare un segnale inequivocabile al governo. Perché fare un direttivo CGIL che non decide nulla, pochi giorni prima della riunione annunciata del Consiglio dei Ministri, rinunciando a mettere pressione al governo e lasciandogli quindi maggiori possibilità di manovra per i suoi propositi infami?

Lo schema di decreto infatti va al di là degli stessi sogni del Presidente della Confindustria Squinzi, dando ai padroni non solo piena libertà sui licenziamenti individuali, ma anche libertà di scelta su quelli collettivi.

Alleva correttamente scrive sul Manifesto: “In cosa consiste, infatti, la «rivoluzione copernicana» di cui straparla Matteo Renzi a proposito dei contenuti del decreto attuativo? Puramente e semplicemente nel consentire al datore di lavoro che voglia per qualsiasi motivo (anche il più ignobile) sbarazzarsi di un lavoratore di «inventarsi» una inesistente ragione economico produttiva per procedere al licenziamento, e di farlo senza timore che il suo carattere pretestuoso venga smascherato in giudizio perché anche in tal caso gli basterebbe pagare la classica «multarella» (per ogni anno di servizio due mensilità con il massimo di 24) per lasciare comunque il lavoratore sulla strada nella condizione disperata discendente dalla disoccupazione di massa.

Tutto il resto del decreto attuativo, compresa la dibattuta questione della parziale della reintegra nel caso di licenziamenti disciplinari illegittimi, è soltanto fumo negli occhi, perché tutti i datori imboccheranno, invece, la comodissima strada del «falso» motivo economico produttivo.

Per parte sua la CGIL scrive: ”Con il decreto al posto delle tutele crescenti si passa alla monetizzazione crescente dei diritti, si cancella il lavoro a tempo indeterminato e si penalizzano i giovani rendondoli precari a tempo indeterminato" E aggiunge che le nuove misure danno "il via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori”. La Camusso promette nuove dure lotte… Vedremo.

Non meno condivisibile è l’appassionata denuncia che Alleva fa dell’opportunismo dei tecnici e dei tecnici politici del Parlamento, nonché della cosiddetta sinistra del PD; quest’ultima, con la scelta finale di votare la fiducia al governo si è resa responsabile dell’approvazione del Jobs Act quando al Senato avrebbe potuto affossare questo provvedimento antioperaio e antidemocratico.

Riprendiamo ancora in proposito un ampio passaggio dell’articolo di Alleva: “Il secondo insegnamento della vicenda ha riguardato il presentarsi, ancora una volta del classico «tradimento dei chierici» per tale intendendo i tecnici, i tecnici politici e i politici puri che avrebbero dovuto garantire i diritti fondamentali dei lavoratori assicurati dall’articolo 18 con la sua potente valenza anti ricattatoria. Da una parte, dunque, vi sono stati i tecnici politici che hanno lavorato intensamente alla formulazione della legge delega e dei decreti attuativi ma di essi non mette conto dire più di tanto: si tratta di un gruppetto di antichi transfughi del movimento sindacale che con l’accanimento tipico di chi «è passato dall’altra parte» opera ormai da decenni — certo non gratuitamente — per la sistematica demolizione di ogni tutela dei lavoratori. Ma dall’altra parte purtroppo vi sono stati politici ossia i parlamentari della cosiddetta «sinistra del Pd», a parole del tutto contrari al Jobs Act, ma che nel concreto hanno collaborato in modo assolutamente decisivo alla sua emanazione, e lo hanno fatto con piena consapevolezza. Prima vi è stato il «salvagente» offerto al governo dal presidente della Commissione lavoro della Camera e consistito nell’apparente miglioramento, con alcune precisazioni, del progetto di delega che era «in bianco»: il vero scopo è stato quindi quello di salvare il progetto di delega cercando di renderlo compatibile con l’articolo 76 Cost. e di questo abbiamo detto sulle colonne del manifesto. Poi vi è stato, indata 3 dicembre 2014, l’episodio deprimente e squallido che mai potrà essere dimenticato. Sembrava che il destino avesse voluto preparare un momento della verità: il testo del Jobs Act modificato alla Camera per salvarlo dall’incostituzionalità era conseguentemente tornato al Senato, dove però la maggioranza del governo era assai più sottile. E al Senato vi erano 27 senatori del Pd che si erano dichiarati contrari all’eliminazione dell’articolo 18 ma che poi, al momento di decidere, hanno invece approvato il testo legislativo giustificandosi con il classico documento «salva-anima» sulla necessità di non provocare crisi di governo. Ebbene, il risultato della votazione li inchioda per sempre alla loro responsabilità: vi sono stati 166 voti favorevoli, 112 contrati e un astenuto. Se i 27 «amici» dei lavoratori e dei loro diritti avessero coerentemente votato contro il progetto il risultato sarebbe stato di 139 favorevoli, 139 contrari e un astenuto e poiché l’astensione al Senato conta voto negativo il Jobs Act sarebbe andato in soffitta una volta per tutte! Il colmo dell’ipocrisia i 27 senatori lo hanno poi raggiunto nella chiusura di quel documento di giustificazione promettendo massima vigilanza in sede di formulazione dei decreti attuativi: enunciazione ridicola, visto che come tutti sanno, i decreti attuativi il legislatore delegato «se li fa da solo» senza il concorso del Parlamento.”

Di Alleva condividiamo invece molto meno la scelta politica di giocare nella prossima fase tutte le carte sul terreno istituzionale, cioè sulla costruzione di un referendum abrogativo del decreto attuativo del Jobs Act. E’ una strada che non può mai essere esclusa, e che non escludiamo, ma è una strada lunga che ha lo svantaggio di rinviare ad altri tempi una partita che può e deve essere giocata ancora oggi. Inoltre non sappiamo come saranno quegli “altri tempi”, anche perché Renzi e soci non smetteranno nel frattempo di fare danni e bisogna provare a fermarli subito. Infatti la discussione che subito si è aperta sulla estensione delle norme del Jobs Act anche al pubblico impiego non lascia dubbi della direzione di marcia dell’esecutivo e dei padroni.

Noi pensiamo che lo scontro duro vada subito riaperto, che la partita vada giocata sul terreno della lotta, sul terreno sociale della mobilitazione già nelle prossime settimane. Il governo e il parlamento vanno messi sotto assedio. E’ vero che Camera e Senato per quanto riguarda il decreto legislativo hanno solo più una funzione consultiva, e che il governo potrebbe emanarlo definitivamente anche non rispettando un eventuale giudizio negativo del Parlamento.

Ma perché non provare a costruire un gennaio di mobilitazione, che veda assemblee nei luoghi di lavoro, pronunciamenti, mobilitazioni di categorie e la convocazione a breve scadenza di un nuovo sciopero generale, eventualmente anche prolungato? Tutto questo servirebbe a rendere sempre meno credibile il governo, ad indebolirlo, ad ostacolare la sua azione; nello stesso tempo si potrebbe mettere con le spalle al muro la cosiddetta sinistra del PD, spingendola (non importa quanto di controvoglia) a votare insieme a Sel e al M5Stelle con possibilità di bocciare il decreto governativo al Senato e di smascherare in ogni caso anche l’ignobile alleanza che esiste tra tutte le forze della destra e il PD al di là delle loro polemiche fasulle, sceneggiate rivolte ad ingannare i loro elettori sulla realtà delle loro azioni e dei loro accordi di fondo.

Un’azione di questo genere e un movimento di questa ampiezza creerebbe un altro clima politico e sociale, una situazione obbiettivamente di crisi del governo, la possibilità di cacciare il governo della troika e dei padroni. Ma è proprio questo lo scenario che va conquistato, la ripresa delle mobilitazioni di classe, che renderebbe poi possibile e vittorioso, se necessario, un eventuale referendum. Ora però la parola deve essere data alla lotta sociale.

FRANCO TURIGLIATTO
(Sinistra Anticapitalista)

Il valore della solidarietà

Un’intervista al giurista italiano in occasione dell’uscita del nuovo saggio sulla solidarietà. Un concetto e una pratica da riscoprire nel lungo inverno della crisi. E un possibile strumento per dare forma politica alla critica del neoliberismo

La soli­da­rietà è un’utopia neces­sa­ria. Ste­fano Rodotà spiega il titolo del suo nuovo libro (Laterza, pp. 141, 14 euro) con la sto­ria di San­dra, l’operaia inter­pre­tata da Marion Cotil­lard nel film Due giorni e una notte dei fra­telli Dar­denne. «Nel film c’è la scom­parsa della soli­da­rietà tra per­sone che lavorano nella stessa fab­brica e l’impossibilità di riaf­fer­marla – rac­conta Rodotà – San­dra dice di non volere “fare la men­di­cante” quando chiede ai suoi com­pa­gni di lavoro di rinun­ciare al bonus di mille euro per impe­dire il suo licen­zia­mento. C’è un refe­ren­dum che ha un esito nega­tivo. San­dra però riac­qui­sta la sua dignità per­ché respinge la pro­po­sta di essere rias­sunta a tempo pieno al posto di un gio­vane collega afri­cano pre­ca­rio con un contratto a ter­mine. La soli­da­rietà verso que­sto giovane, che ha votato per lei pur sapendo che l’avrebbe dan­neg­giato, resti­tui­sce la dignità dell’essere. San­dra sco­pre che attra­verso la lotta può riaf­fer­mare la solida­rietà. Nel film c’è un compen­dio di quello che stiamo vivendo».

Per­ché si torna a par­lare di solidarietà?
La crisi eco­no­mica ha fatto cre­scere le dise­gua­glianze e ha dif­fuso le povertà. Affidarsi alle forze del mer­cato è un’opzione debole ben al di sotto della neces­sità di trovare nuovi prin­cipi di riferimento. La soli­da­rietà rie­merge nei modi più diversi e supera le distanze esi­stenti. Ad esem­pio nel discorso sulle pen­sioni quando si pone il pro­blema della soli­da­rietà tra le gene­ra­zioni. Nella salute dove non è pos­si­bile limitarsi all’oggi per garan­tire le con­di­zioni minime di vita. Non è un pro­cesso facile. Nelle situa­zioni di dif­fi­coltà le distanze pos­sono cre­scere insieme all’impossibilità di essere solidali.

Si può essere soli­dali nelle peri­fe­rie di Roma o Milano tra crisi, sen­ti­menti xenofobi e sgomberi delle case occupate?
A me sem­bra che que­sti con­flitti siano indotti anche da chi vuole sfrut­tare le ten­sioni esi­stenti. Ma c’è un’altra ragione: fin­ché le per­sone erano in condi­zione di pagare una casa non rite­ne­vano intolle­ra­bile il fatto che ci fosse qual­cuno in dif­fi­coltà che occupava un allog­gio o non pagava l’affitto di una casa popo­lare. Con la crisi ci si è ritrovati in una situazione con­flit­tuale. Pagare un affitto è intollerabile, men­tre altri non lo pagano. Le condizioni mate­riali della solidarietà sem­brano distrutte, men­tre regi­striamo un rove­scia­mento del prin­ci­pio: si costrui­scono soli­da­rietà di prossimità o vici­nanza e si diventa soli­dali con chi rifiuta la soli­da­rietà agli altri, ai più lon­tani, agli stra­nieri o ai rom.

Qual è la sua defi­ni­zione di solidarietà?
Mi sem­bra che il com­mento di Luigi Zoja sulla para­bola del buon sama­ri­tano sia calzante. Qui Cristo mostra il contenuto rivoluzionarlo del suo messag­gio: biso­gna amare lo stra­niero, non il prossimo. Amare lo stra­niero è il punto chiave della solidarietà. La soli­da­rietà per vici­nanza, per appartenenza, sono facili. La soli­da­rietà dev’essere pra­ti­cata in tempi dif­fi­cili che spin­gono anche a rot­ture. Se viene abbandonata, ven­gono meno le con­di­zioni minime della democrazia, cioè il riconosci­mento reci­proco e la pace sociale. Con Jür­gen Haber­mas dico che la solidarietà è un principio che può eli­mi­nare l’odio tra gli stati ric­chi e quelli poveri. La soli­da­rietà serve infatti a indi­viduare i fondamenti di un ordine giu­ri­dico mancando il quale tutte le nostre dif­fi­coltà si esaspe­rano sul ter­reno per­so­nale e su quello sociale. La solidarietà è, infine, una pra­tica che mette al cen­tro i diritti sociali. Que­sto è un altro punto del libro: i diritti sociali non pos­sono essere sepa­rati dagli altri.

Qual è stato il con­tri­buto del movi­mento ope­raio alla sto­ria della solidarietà?
L’Internazionale ha mostrato che la soli­da­rietà non è un sen­ti­mento gene­rico di compas­sione nei con­fronti dell’altro, né un ele­mento storicamente indeterminato. La solida­rietà dei moderni è una costru­zione che ha avuto sem­pre biso­gno di un sog­getto sto­rico. Quello per eccel­lenza è stato il movimento ope­raio. C’è un canto rivoluzionarlo che dice: «Seb­ben che siamo donne, paura non abbiamo, per amor dei nostri figli, in lega ci mettiamo». Qui c’è la consapevolezza orgogliosa della dignità delle donne che diventa prin­ci­pio di azione col­let­tiva. Su que­sti prin­cipi gli esclusi si sono autor­ga­niz­zati, le loro leghe hanno per­messo ai socia­li­sti e ai cri­stiani di tro­vare punti di convergenza non compromissoria. Nell’Internazionale si voleva costruire un’umanità che non era la somma di per­sone, ma la congiunzione di una serie di soggetti che agi­scono collettivamente in vista di un inte­resse comune. Que­sto ha por­tato al riconoscimento dell’esistenza libera e digni­tosa di cui parla la nostra Costituzione.

Lo Stato sociale ha modi­fi­cato que­sta idea del movi­mento ope­raio. La sua crisi per­met­terà alla soli­da­rietà di sopravvivere?
Ragio­nare sulla soli­da­rietà come prin­ci­pio signi­fica rico­no­scerne la sto­ri­cità. La solida­rietà c’era prima dello stato sociale e ci sarà anche dopo. Per que­sto oggi si può dire che è il prin­ci­pio di riferimento per la rico­stru­zione del tes­suto poli­tico istituzionale e sociale. La soli­da­rietà va ripen­sata oltre lo stato sociale. Per que­sto è essen­ziale fon­dare un nuovo spa­zio costituzionale euro­peo ispirato a que­sto principio.

In che modo si può costruire uno spa­zio simile?
Il rife­ri­mento è alla carta dei diritti fondamentali dell’Unione Euro­pea, la Carta di Nizza alla cui scrit­tura ho par­te­ci­pato. Quella carta nac­que nel 1999, in una tem­pe­rie poli­tica e cul­tu­rale diversa da quella attuale. Allora si voleva andare oltre lo stato sociale nazio­nale e si fece una dia­gnosi più radicale di quella che gene­ral­mente si fa oggi sull’Europa. L’Unione euro­pea non ha solo un defi­cit di demo­cra­zia, ma un deficit di legit­ti­mità. Questo defi­cit può essere recu­pe­rato attraverso i diritti fondamen­tali, ispi­rati alla dignità e alla soli­da­rietà, e non al mer­cato. Ricordo che i labu­ri­sti di Tony Blair fecero molta resi­stenza e si oppo­sero per­sino al diritto di scio­pero. A tanto era arri­vata la loro rot­tura con la tradizione ope­raia. So bene che sulla Carta di Nizza ci sono state pole­mi­che. Oggi dovrebbe però far pen­sare il fatto che è stata messa da parte quando all’Europa è stata impo­sta un’altra costi­tu­zione basata sulle poli­ti­che dell’austerità.

Esi­ste un sog­getto capace di ripor­tare la soli­da­rietà al cen­tro dell’attenzione?
Siamo legati ad una moder­nità che ha rico­no­sciuto il crea­tore di diritti in un sog­getto sociale: la borghe­sia fece nascere i diritti civili, gli ope­rai quelli sociali. Poi c’è stata una scomposizione dei sog­getti, si è par­lato di una classe pre­ca­ria, di quella degli hac­ker. Ci sono altre defi­ni­zioni che dimo­strano l’esistenza di con­di­zioni umane che supe­rano il fatto perso­nale e sono fatti poli­tici. Ma da sole non bastano. Per que­sto la soli­da­rietà è impor­tante. Que­sta è la dimen­sione uto­pica: è la con­di­zione che ci permette di non ras­se­gnarci alla frammentazione sociale e ai meccanismi di esclusione.

Il red­dito uni­ver­sale può essere con­si­de­rato uno stru­mento per affer­mare la solida­rietà a livello europeo?
Ne sono con­vinto. Molti sosten­gono che entra in contraddizione con l’articolo 1 della nostra costituzione. C’è un’altra obie­zione: il riconoscimento del red­dito affievolisce la lotta per il lavoro. In que­ste pro­spet­tive vedo un errore. Si considera che la disoccupazione sia sem­pre una fase transitoria e la piena occu­pa­zione resta un obiettivo a por­tata di mano. Ma que­sti discorsi oggi sono lontanissimi. Del red­dito uni­ver­sale è pos­si­bile for­nire varie gra­da­zioni: da quello minimo a quello di base. Tutte pos­sono essere usata per libe­rare i sin­goli dal ricatto del lavoro pre­ca­rio o non pagato; a con­durre un’esistenza libera e digni­tosa; a eli­mi­nare la competizione tra i poveri. Mon­te­squieu diceva che abbiamo biso­gno di isti­tu­zioni, non di pro­messe né di carità. Il red­dito uni­ver­sale dimostra che la soli­da­rietà è un’utopia profondamente pian­tata nella realtà.

ROBERTO CICCARELLI (da il manifesto)

Morti due volte

di Franco Turigliatto

Vergogna, vergogna” è il grido alto che è salito nell’aula del Palazzaccio romano al momento della lettura della sentenza della Corte di Cassazione che annullava il processo Eternit, mettendo un pietra tombale sulla richiesta di giustizia delle famiglie delle migliaia di vittime di Casale ed uccidendo una seconda volta i morti di quella strage capitalista, perpetrata nel corso degli anni dal miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, che oggi si gode i frutti dei suoi profitti e dei suoi crimini nel comodo rifugio tropicale del Costarica.

“Vergogna” è anche il grido che è esploso nel cuore degli abitanti delle località devastate dalle fabbriche di morte, ma anche di milioni di cittadine e cittadini nel vedere così palesemente violate le regole più elementari della giustizia. La sentenza della Corte di Appello di Torino di questo maxi-processo aveva suscitato tante speranze perché per la prima volta si riconosceva la piena responsabilità dei padroni nell’aver provocato un disastro ambientale e nell’aver compiuto un massacro di lavoratori e cittadini per potersi garantire per anni enormi profitti: finalmente anche i padroni erano chiamati a pagare il “fio dei loro delitti”, non erano più intoccabili.

E’ giustamente consolidata nella coscienza popolare, l’idea, maturata nell’esperienza concreta, che chi è potente e detiene le ricchezze, attraverso i sofismi e le interpretazioni interessate della legge, le compiacenze ed infine la corruzione, riesca sempre a sfuggire alle sue responsabilità e alle sue colpe. I padroni vincono sempre, non pagano mai perché a pagare sono sempre i derelitti e i lavoratori. Ma dopo il giudizio di secondo grado della Corte di Torino era forte la convinzione che la Cassazione non avrebbe potuto tornare indietro. Purtroppo non è stato così.

In questi giorni molti giuristi hanno adeguatamente spiegato perché le norme potevano essere interpretate diversamente e produrre una sentenza ben diversa per cui non mi soffermo su questo aspetto e provo a fare alcune altre considerazioni sulle problematiche poste dalla drammatica vicenda.

Un contesto sociale e politico avverso

Questo processo e “l’impianto pionieristico” di Guariniello, (così l’ha definito il pubblico ministero), si sono svolti in un quadro politico e sociale che nel corso degli anni è mutato in senso negativo per i lavoratori. E’ da tempo che al centro della società c’è un solo soggetto a cui viene dato un valore positivo, l’impresa. Tutte le proposte e le misure economiche e sociali sono avanzate in funzione della centralità dell’impresa, dei suoi inalienabili diritti, a partire dalle continue riduzioni fiscali, dal liberarle da ogni laccio e lacciuolo ereditato dai rapporti di forza passati, dal lasciare ai padroni una totale libertà nell’uso della forza lavoro, sia al momento dell’assunzione del lavoratore, sia nella gestione in azienda, sia nella possibilità di cacciarlo in qualsiasi momento. Che cosa è il Jobs Act se non questo? Che cosa sono le ordinanze che arrivano dall’Europa e dalle istituzioni finanziarie se non questo? Il vento tira oggi in una certa direzione e la magistratura che, non dobbiamo mai dimenticarlo, è una delle strutture dello stato borghese rivolto alla conservazione del sistema economico esistente, non può certo non sentirlo spirare.

Con le grandi lotte degli anni 70, una serie di riforme legislative progressiste avevano un poco modificato il clima generale ed anche il corso conservatore della magistratura, ma la legislazione sul lavoro è già stata smantellata in gran parte ed oggi il governo Renzi prova a dargli il colpo di grazia. Illusorio sarebbe pensare che questo corrente reazionaria dei tempi non incida sulle scelte dei giudici e sulla interpretazione delle norme, quella che Revelli chiama “l’innato conformismo istituzionale che caratterizza la parte peggiore della nostra magistratura”, nonché “il vento gelido di un nuovo statuto del mondo”.

La lotta contro l’amianto l’hanno fatta i lavoratori e le popolazioni interessate

Questa prima considerazione ne richiama subito una seconda: la battaglia per mettere al bando l’amianto e risarcire le vittime, per combattere i padroni che su di esso lucravano e chiudere le fabbriche della morte impedendo che continuassero a fare danni, non è mai venuta dall’alto, dalle istituzioni, dalla classe dominante, anche se tutti costoro sapevano della pericolosità di queste lavorazioni. Per molti soggetti che oggi gridano giustamente allo scandalo c’è da chiedersi: dove erano e dove sono stati in tutti questi decenni?

Solo con dure e prolungate lotte i lavoratori e i sindacati insieme alle associazioni e ai cittadini interessati hanno infatti imposto una nuova legislazione e misure economiche e sociali per risarcire e risanare almeno parzialmente gli enormi danni prodotti.

Solo con la legge del 27 marzo 1992 finalmente viene messa al bando la produzione e la commercializzazione dell’amianto a conclusione di venti anni di processi civili e penali e di una lotta durata alcune decenni. Per altro questo provvedimento viene votato dai parlamentari sotto la pressione di una mobilitazione dei lavoratori che per 15 giorni assediano il Parlamento!

Si tratta della legge n. 257 del 1992 “Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”, che prevede il divieto di estrazione, lavorazione, utilizzo e commercializzazione dell’amianto, la bonifica degli edifici, delle fabbriche e del territorio, misure per la tutela sanitaria e previdenziale dei lavoratori ex esposti all’amianto, nonché misure per il risarcimento degli stessi e per il riconoscimento della qualifica di malattia professionale e del danno biologico.

Ma la battaglia non finiva quel giorno; si apriva invece un’altra lotta incessante da parte delle associazioni dei lavoratori ex esposti, dei territori, del movimento sindacale per dare piena attuazione a quella legge. Aspetti fondamentali di tale normativa sarebbero stati attuati solo dopo dieci anni; molti altri aspettano ancora una reale concretizzazione.

Anche perché l’emergenza amianto non è finita con la chiusura delle fabbriche. Le malattie correlate all’amianto hanno tempi lunghissimi di incubazione, vent’anni ed oltre ed il territorio nazionale è letteralmente disseminato ed inquinato dai vecchi impianti, ma anche dall’enorme numero di edifici pubblici e privati che contengono la micidiale sostanza.

Una nuova legge organica finita nei cassetti

Un nuovo progetto di legge organico per intervenire su tutti gli aspetti relativi all’inquinamento dell’amianto e al risarcimento e cura delle sue vittime fu avanzato dal senatore Pizzinato, già segretario generale della CGIL, nei primi anni del nuovo secolo durante il secondo governo Berlusconi. Naturalmente non andò in porto, ma fu ripresentato nella legislatura successiva con il governo Prodi avendo come primo firmatario il senatore Casson. Fui molto coinvolto personalmente da questo progetto di legge non solo perché facevo parte della Commissione lavoro del Senato, ma perché ne fui nominato relatore e in quella veste partecipai a tanti convegni ed incontri di lavoratori ed associazioni in diverse parti del paese dove esistevano gli impianti inquinanti ed ebbi così modo di conoscere una straordinaria realtà umana, di dolore, solidarietà, partecipazione e lotta che ancora mi commuove; ma verificai anche la drammatica contraddizione tra la vita (e la morte) reale e i palazzi del potere capitalistico e i sepolcri imbiancati delle istituzioni.

Il governo e la maggioranza di centro sinistra considerarono infatti irrealizzabile il progetto (costava troppo a loro dire anche se nel frattempo si regalava alle aziende e alle banche 7 miliardi di euro ogni anni con la riduzione dell’IRAP) e venne avviato su un binario morto ed insabbiato.

Tuttavia quel progetto ancora vive oggi perché è stato ripresentato all’inizio della legislatura nel 2013 dal senatore Casson insieme ad altri parlamentari anche se continua a giacere in un cassetto della Commissione lavoro del Senato insieme a un’altra ventina di disegni di legge sulla materia. (1) Solo per 4 di questi è cominciata la discussione in commissione, tra cui un testo (sempre come primo firmatario Casson), che si propone di introdurre alcuni miglioramenti nella concessione dei benefici previdenziali a seguito del riconoscimento dell’esposizione certificata all’amianto per l’attività lavorativa soggetta all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. C’è da augurarsi che il dramma di questi giorni e la sua rilevanza dei media smuova un poco la discussione parlamentare.

Non dichiarazioni demagogiche ma opere di bene

E vengo alla considerazione finale.

Come su ogni vicenda sociale e politica che acquisti notorietà ed attualità sui media, il presidente del Consiglio e i suoi ministri ricorrono ad una demagogia insopportabile assicurando che nel giro di una settimana saranno predisposte e varate rapidamente nuove norme; il più delle volte i fatti non corrispondono alle promesse o la qualità dei fatti è di segno esattamente opposto a quello che sarebbe auspicabile. Così oggi, come un falco, Renzi promette di intervenire sulla prescrizione, quasi che la vera sostanza non stia a monte e sia di ben altra natura.

Il governo avrebbe, se mai lo volesse, altre modalità e misure ben più concrete, materiali e di scelte politiche per rendere giustizia alle tante vittime dell’amianto e di intervenire sui danni prodotti per assicurare il futuro di territori e popolazioni.

In primo luogo dovrebbe chiedere alla sua maggioranza di mandare avanti rapidamente i progetti di legge complessivi sulla materia che giacciono in parlamento e di individuare le risorse necessarie per finanziarli.
Dovrebbe fare da subito quello che non vorrà fare: utilizzare la legge di stabilità per operare un vasto e complesso intervento, sia per garantire a tutti gli esposti all’amianto adeguati diritti previdenziali e sanitari, ma anche per varare un grande piano di risanamento e di bonifica del paese. E’ quanto in altri paesi si è cominciato per lo meno a discutere e a quantificare i costi. Naturalmente non si tratta di investire qualche decina di milioni, ma qualche miliardo di euro. Ma è questa la strada che occorre seguire.

Questa è una delle vere grandi opere da fare, non solo utile ma indispensabile per la difesa della salute e dell’ambiente e per garantire le generazioni future, quelle di cui si riempie la bocca il premier. E’ uno di quegli interventi strutturali che articolandosi, come per altro le azioni per la messa in sicurezza dei territori dai dissesti idrogeologici, in tante piccole e medie opere utili, comporta una vasta ricaduta occupazionale.

Il risarcimento per quelli che non ci sono più, per tutti quelli che hanno lottato e che soffrono e anche i diritti delle popolazione sarebbero così garantiti non solo nelle aule dei tribunali, nelle sentenze di condanna dei responsabili padronali delle stragi e delle devastazioni, ma nelle scelte economiche e sociali del paese e delle istituzioni. E naturalmente per “conformità e congruenza” Renzi dovrebbe subito ritirare il Jobs Act…

Perché questo avvenga, ne siamo più che mai convinti, occorreranno ancora mobilitazioni e lotte molto dure finché a tenere il timone della società non saranno più i servi dei padroni, ma le stesse lavoratrici e lavoratori.

Per questo nel loro comunicato congiunto l’AIEA (l’Associazione italiana esposti all’amianto) e Medicina Democratica hanno scritto: Proseguire nella lotta – è l’unanime grido dei partecipanti, vittime ed ex esposti, rafforzare i rapporti, costruire piattaforme comuni, dando una forma organizzata a Ban Asbestos Europa, così come espresso nel “Manifesto di Roma” approvato alla fine dell’incontro alla Camera.

Nota

(1) Si tratta del disegno di legge n. 8 primo firmatario Casson “Norme a tutela dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente dall’amianto, nonché delega al governo per l’adozione di un testo unico in materia di amianto” che prevede la costituzione di un fondo per le vittime dell’amianto e di un Fondo nazionale per il risanamento degli edifici pubblici e del naviglio militare, agevolazioni tributarie per l’eliminazione dell’amianto dagli edifici privati, il miglioramento dei benefici previdenziali ai lavoratori esposti all’amianto, prestazioni sanitarie per i lavoratori esposti all’amianto, l’istituzione della Conferenza nazionale e di quelle regionale (entrambe con scadenza annuale), l’assistenza legale gratuita, campagne informative, la delega al governo per varare un testo unico in materia.

Podemos: una speranza per i popoli europei

Euro­par­la­men­tare della Sini­stra euro­pea nel Gue-Ngl, «che difende la dignità dei popoli e la demo­cra­zia». Anche neo segre­ta­rio gene­rale del movi­mento Pode­mos, che nella sor­presa gene­rale ha con­qui­stato l’8% alle ele­zioni con­ti­nen­tali di mag­gio ed è accre­di­tato oggi dai son­daggi come prima forza poli­tica del paese con il 27%. Insomma il tren­tenne Pablo Igle­sias sta diven­tando per gli spa­gnoli quello che Ale­xis Tsi­pras è per i greci: un peri­colo pub­blico, come è stato già omag­giato da alcuni media, per l’Europa dell’austerity di Bar­roso e ora di Juncker.

In un anno lei è pas­sato da essere un pro­fes­sore uni­ver­si­ta­rio ‘indi­gnato’ a diven­tare la guida poli­tica di una realtà che, visti i son­daggi, è più apprez­zata dei popo­lari che sono al governo e dei socia­li­sti che sono all’opposizione. Come spiega il suc­cesso di Podemos?
Per la situa­zione ecce­zio­nale che ha vis­suto la Spa­gna in que­sti ultimi anni, dove la crisi eco­no­mica è diven­tata crisi poli­tica, e a seguire crisi di sistema. In que­sto con­te­sto, siamo diven­tati uno stru­mento, poli­tico, di cam­bia­mento. Quando il neo­nato movi­mento ‘15M’ ha ini­ziato a denun­ciare le stor­ture del paese, solo per fare un esem­pio sui costi della poli­tica, la mobi­li­ta­zione delle piazze non aveva ini­zial­mente una rica­duta elet­to­rale. Così ci dice­vano: «Indi­gnati, andate alle ele­zioni e vediamo cosa com­bi­nate». Ora non lo dicono più.

Non c’è il rischio che un suc­cesso così rapido, così come è arri­vato, possa sva­nire in breve?
In poli­tica ci sono sem­pre dei rischi. Ma noi pen­siamo di rap­pre­sen­tare non sol­tanto il voto degli arrab­biati, anche il ‘voto della spe­ranza’. Per­ché ci possa essere una vita migliore, più degna di essere vis­suta rispetto a quanto hanno sof­ferto gli spa­gnoli, e non solo loro, in que­sti anni della crisi. Vogliamo, come Tsi­pras, «mobi­li­tare la speranza».

Nell’analizzare il vostro suc­cesso e quello di Syriza, un suo col­lega del Gue-Ngl, il gior­na­li­sta ita­liano Cur­zio Mal­tese, osserva che i vostri pro­grammi sono con­no­tati da una cri­tica radi­cale all’Ue ancor più che con­tro i governi nazio­nali, con­si­de­rati ormai come ese­cu­tori ‘peri­fe­rici’ di poli­ti­che decise altrove. ‘Tsi­pras e Igle­sias – tira le somme Mal­tese — dicono che vogliono vin­cere, e gover­nare, per cam­biare le poli­ti­che con­ti­nen­tali. Gli elet­tori li pre­miano’. Che ne pensa?
E’ una chiave di let­tura con­vin­cente. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che non è pos­si­bile il cam­bia­mento in un paese solo. Si devono fare alleanze in vari paesi per cam­biare le cose. Per sfi­dare un potere così forte come quello che abbiamo davanti, l’Ue dei poteri finan­ziari delle ban­che, dob­biamo essere in tanti. Per entrare dove si pren­dono dav­vero le decisioni.

Non le sem­bra che sia pro­prio il pro­getto che in Ita­lia ha por­tato alla nascita del pro­getto poli­tico dell’Altra Europa, appog­giando la can­di­da­tura di Tsipras?
E’ vero, gli ita­liani hanno letto in modo par­ti­co­lar­mente bril­lante la situa­zione. Men­tre in altri paesi del sud con­ti­nen­tale la pro­te­sta si è invece river­sata sull’opposizione ai paesi nor­dici. Con slo­gan del tipo: «Non vogliamo diven­tare dei pro­tet­to­rati». E quando i nor­dici accu­sano, anche noi spa­gnoli, di essere gente che non vuole lavo­rare, io rispondo che non è vero. Per­ché, dati alla mano, in Spa­gna lavo­riamo parec­chio, quando il lavoro c’è. E anche voi in Italia.

Un suo com­pa­gno è inter­ve­nuto alla discus­sione sulla crisi delle social­de­mo­cra­zie con­ti­nen­tali facendo una osser­va­zione sem­plice e pro­fonda: «Pode­mos ha suc­cesso per­ché rompe lo schema ormai fit­ti­zio destra-sinistra, in un momento sto­rico che invece chiama a sce­gliere fra la con­ti­nuità o la rottura».
Anche per rispon­dere a chi ci dice che siamo i gril­lini spa­gnoli, ricordo che noi non abbiamo mai detto di essere né di destra né di sini­stra. Io sono di sini­stra, è chiaro. Ma per noi destra e sini­stra sono, per così dire, meta­fore che non hanno più ade­renza con la realtà odierna. Ma non siamo i gril­lini spa­gnoli, anche se li ho cono­sciuti a Stra­sburgo e penso che tanti di loro sono ragazzi bravi, con cui è pos­si­bile lavo­rare insieme.

Anche per uscire dall’euro, come loro chiedono?
Secondo me non è pos­si­bile uscire dall’euro in que­sto momento, anche se l’euro è diven­tato uno stru­mento di quella ege­mo­nia finan­zia­ria che noi con­te­stiamo alla radice. Potremo cam­biare le cose, ma solo con governi popo­lari in Gre­cia, in Spa­gna e dovun­que avverrà. Ad esem­pio, in Spa­gna, se andremo al governo usci­remo dalla Nato. Sap­piamo che non è per niente facile. Ma io voglio difen­dere la sovra­nità del mio paese, non voglio avere sol­dati stra­nieri in Spagna.

Qual è la posi­zione di Pode­mos nei con­fronti delle spinte indi­pen­den­ti­ste, nei Paesi Baschi come in Catalogna?
Pre­messo che votare è sem­pre una cosa impor­tante, posso rispon­dere che i cit­ta­dini devono avere il diritto a deci­dere su tutte le cose, dall’economia ai diritti sociali. Anche sulle que­stioni ter­ri­to­riali. Però penso che la Spa­gna sia un paese di nazioni, e che i pro­blemi si risol­vono con la demo­cra­zia. Per­so­nal­mente, non voglio una Cata­lo­gna fuori dalla Spagna.

Come giu­dica Mat­teo Renzi?
Un bravo comu­ni­ca­tore. Ma c’è tanta dif­fe­renza fra quello che dice e quello che fa. Anche lui, ha spinto per l’elezione di Junc­ker. E da voi sta facendo una trat­ta­tiva con Ber­lu­sconi per esclu­dere le altre forze poli­ti­che. Non ha fatto nulla per dire ai poteri finan­ziari, a Wall Street, che lui è dalla parte dei cit­ta­dini. Penso che il poli­tico ita­liano più felice di Renzi sia Sil­vio Berlusconi.

RICCARDO CHIARI

da il manifesto

Cambiare la sinistra per cambiare l’Italia

La sof­fe­renza eco­no­mica e quella indi­scri­mi­nata verso tutto e tutti ormai si con­fon­dono e si ali­men­tano. Una forte rispo­sta sin­da­cale, extra­sin­da­cale, movi­men­ti­sta, del ceto medio, dei senza niente, ma anche una rea­zione di paura di chi, povero e ghet­tiz­zato, diventa carne da macello di una poli­tica rea­zio­na­ria pronta a gene­rare mostri e a pren­dere di mira i più deboli, gli immi­grati. Tra i quali pur­troppo viene pescata la mano­va­lanza della pic­cola cri­mi­na­lità quo­ti­diana, che feri­sce e indi­gna più di quella orga­niz­zata dalle forze e bande cri­mi­nali che con­trol­lano lar­ghe fette del nostro territorio.

Però la rispo­sta ope­raia e quella bat­tez­zata come “scio­pero sociale”, così come le esplo­sioni di xeno­fo­bia nelle nostre ban­lieue, non mostrano sol­tanto cosa c’è in gioco: met­tono soprat­tutto in evi­denza la neces­sità e l’urgenza di una rispo­sta di sini­stra alla ricetta simil-liberista del governo Renzi, che non solo non risolve ma aggrava e avvi­cina il declino del paese.

Non è inu­tile ricor­dare che senza un’inversione di rotta dell’Europa nes­suna crisi nazio­nale potrà essere risolta. Tut­ta­via è altret­tanto evi­dente che senza una rispo­sta di sini­stra nei paesi più col­piti dall’austerità nes­sun cam­bia­mento euro­peo può pren­dere corpo. E pur­troppo men­tre in Spa­gna e in Gre­cia le forze di sini­stra, Pode­mos e Syriza, hanno saputo costruire un largo con­senso, dando vita a forze poli­ti­che popo­lari e cre­di­bili come alter­na­tiva di governo dei rispet­tivi paesi, qui siamo ancora molto, troppo lon­tani da qual­cosa di simile.

In Ita­lia serve un cam­bio di passo poli­tico e cul­tu­rale, tat­tico e di lungo respiro. Un cam­bio anche di lea­der­ship. E potrebbe essere di buon auspi­cio l’incontro di esperienze, lea­der poli­tici e per­so­na­lità della sini­stra riu­niti nei sei­cen­te­sco Audi­to­rium di S.Apollonia a Firenze sull’alternativa al ren­zi­smo. Con il lea­der di Syriza, Alexis Tsi­pras, venuto a dare una spinta alla for­ma­zione — anche nel nostro paese — di una sini­stra forte e unita con­tro «il libe­ri­smo che il governo Renzi mette nei rapporti di lavoro». E’ molto pro­ba­bile che in Gre­cia si vada alle ele­zioni in pri­ma­vera e «quando Syriza sarà al governo ten­terà di ripor­tare la social­de­mo­cra­zia euro­pea al suo ori­gi­na­rio scopo e sap­piate — dice Tspi­ras — che noi con­tiamo anche su di voi».

Parole inu­suali nel ter­ri­to­rio di sini­stra ita­liano. Soprat­tutto davanti ai Ven­dola, ai Fer­rero, agli euro­par­la­men­tari della lista Altra Europa. Così un forte bru­sio sale fino ai pre­ziosi affre­schi dell’auditorium e il gio­vane Ale­xis se la cava ricor­rendo al poeta («la strada si trova cam­mi­nando»). Ma pro­prio il lea­der greco è l’esempio di un rinno­va­mento, di cul­tura poli­tica e gene­ra­zio­nale, di cui tutti hanno biso­gno. Se vale per il vec­chio Pd, per il cen­tro­de­stra di Ber­lu­sconi, per la Lega, per­ché que­sto cambia­mento non avviene anche nella sini­stra radi­cale italiana?

A Firenze di que­sta neces­sità non si è par­lato. Però è ormai chiaro che il pro­blema c’è. E va di pari passo con il dovere di cam­mi­nare, anzi di peda­lare, tutti in una stessa dire­zione. E se in que­sta situa­zione di forte ripresa della con­flit­tua­lità non si costrui­sce una forza poli­tica, o meglio, non si orga­nizza una rap­pre­sen­tanza poli­tica alterna­tiva, allora l’appuntamento di S.Apollonia resterà come uno dei tanti con­ve­gni, inte­res­santi ma con poco futuro.

Se invece si vuole rispon­dere alla spe­ranza pren­den­dosi sulle spalle la respon­sa­bi­lità che la crisi richiede, allora biso­gna tro­vare forza e corag­gio. Forza per unire i diversi, corag­gio per cam­biare la lea­der­ship. Un sog­getto poli­tico nuovo senza una unità di base non esi­ste. Ma nep­pure con le stesse facce di sempre.

Norma Rangeri (Il manifesto, 17/11/2014)

Monta la protesta sociale

Piazza Duomo è piena di ope­raie e ope­rai, ma la cifra è la paura: soprat­tutto quella di per­dere il posto. Non può essere una mani­fe­sta­zione gio­iosa, quella dei metal­mec­ca­nici nell’anno 2014: Nokia, Trw, Ast di Terni, l’elenco è lun­ghis­simo e le tute blu oggi stanno male. Povertà, disoc­cu­pa­zione, dispe­ra­zione: men­tre le peri­fe­rie sono in fiamme per la lotta con gli immi­grati e poco lon­tano i ragazzi dello scio­pero sociale si scon­trano con le forze dell’ordine. Eppure la Fiom e la Cgil rie­scono a tenere unite que­ste per­sone, 80 mila sfi­lano lungo le vie di Milano per riu­nirsi sotto la Madon­nina. Lei è tutta d’oro, come le cene di Mat­teo Renzi con i finan­zieri: “Noi – dice Mau­ri­zio Lan­dini dal palco – non siamo quelli che spen­dono 1000 euro per una serata: noi con 1000 euro ci dob­biamo vivere un mese”.

La piazza si scalda, applaude anche Susanna Camusso, soprat­tutto quando il segre­ta­rio della Fiom attacca fron­tal­mente il pre­mier: “Dov’è Renzi adesso? — chiede Lan­dini – Parla solo con gli impren­di­tori nelle fab­bri­che vuote o si con­fronta anche con i lavo­ra­tori?”. Poi una bat­tuta sugli 80 euro, che un tempo ave­vano unito il sin­da­cato al governo, e adesso diven­tano un mezzo per ali­men­tare il con­flitto: “Nes­suno ci com­pra con 80 euro, e se si erano messi in mente di farlo si sba­gliano di grosso – grida il capo delle tute blu Cgil – Anzi dico al pre­si­dente del con­si­glio che gli 80 euro oggi ci ser­vono a pagarci lo scio­pero con­tro di lui: per­ché scio­pe­rare costa, e noi lo fac­ciamo per difen­dere i diritti di tutti, pure di quelli che non partecipano”.

Ma la Cgil e la Fiom non sono tenere nean­che verso la mino­ranza Pd: entrambe le orga­niz­za­zioni boc­ciano l’accordo che da tutto il par­tito (tranne poche ecce­zioni) viene pro­pa­lato come una grande media­zione “che estende i diritti” (parola del pre­si­dente Mat­teo Orfini, ieri sera in rispo­sta al sin­da­cato): “E’ una presa in giro, che più che per l’interesse dei lavo­ra­tori, serve a qual­cuno per man­te­nere il posto in Par­la­mento”, dice tran­chant Lan­dini. E Camusso, inter­ve­nendo subito dopo: “Non mi pare una solu­zione che difende i diritti – dice – Non si devono cer­care media­zioni al ribasso, i diritti vanno estesi a tutti e si devono can­cel­lare le tante forme di precarietà”.

Lo stesso Lan­dini, elen­cando le pro­po­ste della Fiom al governo, aveva messo tra le prio­rità quella di “esten­dere i diritti a tutti, insieme agli ammor­tiz­za­tori sociali, e alla cassa inte­gra­zione”. E poi “inve­sti­menti, una poli­tica indu­striale, un piano per i tra­sporti, la mobi­lità, l’energia, la banda larga”, pren­dendo i soldi dalla “lotta alla cor­ru­zione e all’evasione fiscale: varando una legge sul falso in bilan­cio, e una sull’antiriciclaggio, come ha chie­sto il gover­na­tore di Bankitalia”.

Ma serve anche una legge per ripor­tare l’età pen­sio­na­bile a livelli più tol­le­ra­bili rispetto agli eccessi della riforma For­nero, e un incen­tivo all’uso intel­li­gente degli orari: “Con la con­trat­ta­zione e la soli­da­rietà pos­siamo dimi­nuire gli orari di lavoro, i più alti in Europa – 1800 ore annue con­tro 1500–1600 medie – per evi­tare licen­zia­menti e assu­mere i pre­cari”. Pre­cari con cui la Fiom dia­loga, si con­fronta: un lavo­ra­tore dello scio­pero sociale ha potuto par­lare dal palco, facendo così incro­ciare ideal­mente i due cor­tei. “E con­ti­nue­remo a lavo­rare insieme”, ha detto il segre­ta­rio dei metal­mec­ca­nici. Come l’invito a col­la­bo­rare è indi­riz­zato anche a Cisl e Uil: “Soli siamo una cana­glia, uniti siamo tutto”.

Anche la segre­ta­ria della Cgil ha pun­tato su alcune pro­po­ste al governo, sce­glien­done in par­ti­co­lare tre: la prima, la lotta alla cor­ru­zione, “rista­bi­lendo il falso in bilan­cio, per­ché altri­menti è inu­tile met­tere com­mis­sari spe­ciali”; la seconda, met­tere un argine alla “cre­scente disu­gua­glianza: il 5% delle fami­glie detiene il 20% delle ric­chezze del Paese: non pos­sono dare un con­tri­buto che serva a inve­stire nel lavoro? Si chiama patri­mo­niale sì – incalza Camusso – Non dob­biamo avere paura delle parole, non si può con­ti­nuare a tas­sare in basso”. Infine, una scelta sull’Irap: “Non può essere dato a piog­gia: lo sgra­vio va con­cen­trato su chi sce­glie di non licen­ziare e inve­ste sul futuro”.

Ma c’è anche un mes­sag­gio alla Con­fin­du­stria: “Hanno detto che siamo medie­vali, ma medie­vale è chi vuole che il lavoro torni a essere ser­vile, chi pre­tende che la Costi­tu­zione esca dai luo­ghi di lavoro e sia riser­vata solo a chi non ha biso­gno di lavo­rare per vivere”. Lo stesso Lan­dini aveva par­lato di un “modello Fiat” e di una sorta di “lodo Con­fin­du­stria”, scelto da Renzi per rifor­mare il Paese: “Si vor­rebbe eli­mi­nare il sin­da­cato, fare come negli Usa, dove non esi­ste la con­trat­ta­zione col­let­tiva. Le imprese non hanno chie­sto al governo solo di can­cel­lare l’articolo 18, ma vor­reb­bero una legge che per­metta loro di sce­gliere volta per volta se appli­care il con­tratto nazio­nale o azien­dale. E poi ci fanno la morale su tutto: ma per­ché loro non allon­ta­nano i cor­rotti o gli evasori?”.

L’appuntamento, a que­sto punto, è per il 5 dicem­bre: allo scio­pero gene­rale. “Ma prima c’è il 21 novem­bre a Napoli, la Sar­de­gna, la Sici­lia – dice Lan­dini – Noi non ci fer­me­remo: Renzi ci conti, veda da que­sta piazza chi rap­pre­sen­tiamo. Si met­tano in testa che non stiamo scher­zando”. Altri applausi di Susanna Camusso. Che a sua volta riba­di­sce: “La par­tita non fini­sce qui, abbiamo davanti due mesi di grande mobi­li­ta­zione: con­ti­nue­remo ogni giorno a essere nelle piazze”. Infine un abbrac­cio tra i due lea­der, stretto e affet­tuoso: dopo più di un anno di scon­tri hanno siglato la pace.

(Antonio Sciotto – Il manifesto – 14-11-2014)