MRS 2016

Entrando nell’anno del 10° anniversario della sua fondazione (2006), il Movimento RadicalSocialista desidera porgere i migliori auguri di buon anno nuovo – e ringraziare sentitamente – le centinaia di compagni che hanno accompagnato in questo decennio la vita e il dibattito di questa nostro prezioso laboratorio politico-culturale, dalle caratteristiche pressoché uniche nel panorama intellettuale italiano. Con un pensiero particolare rivolto alla compagna Franca Rame, che ci ha seguiti con simpatia e con bellissimi messaggi di incoraggiamento negli ultimi anni della sua vita straordinaria. Per festeggiare l’anniversario della fondazione, MRS ha pensato di offrire gratuitamente l’iscrizione o il rinnovo della tessera a chi ne faccia richiesta (movimento.radicalsocialista@gmail.com). Non abbiamo mai considerato determinante l’adesione formale all’associazione, cercando soprattutto idee nuove e impegno concreto per un cambiamento radicale della società e della politica. E consideriamo nostri compagni tutte le 5.478 persone che hanno aderito alla nostra pagina Facebook, senza ovviamente dimenticare chi non utilizza il social network e ci segue tramite il sito internet www.radicalsocialismo.it.

Quanto ai contributi sempre generosi elargiti dagli iscritti, abbiamo ancora in cassa circa 800 euro che ci proponiamo di utilizzare per iniziative pubbliche finalizzate a sostenere le cause che ci stanno a cuore: diritti sociali e civili, ecologia, partecipazione democratica, antifascismo, lotta alle mafie e agli abusi di potere. Preferiamo spendere ciò che abbiamo prima di chiedere e accumulare altri contributi, salvo esigenze specifiche che dovessero subentrare durante l’anno (ricordiamo ancora la sorprendente colletta che qualche anno fa ci consentì di racimolare in pochi giorni oltre milleduecento euro per rimborsare il costo di un proiettore preso a noleggio, che ci era stato rubato durante un’iniziativa in piazza).

Siamo davvero all’anno zero (o perfino sottozero) della sinistra italiana, come peraltro avevamo lucidamente previsto dieci anni fa, analizzando freddamente e senza illusioni la crescente deriva delle formazioni politiche nate dalle ceneri del PCI. Oggi il PD di Matteo Renzi – ma anche di quella “sinistra” interna bersaniana che gli regge la coda – rappresenta il principale artefice della politica neoliberista filo“europea”, e dunque il principale avversario di chi si batte per un cambiamento in senso socialista, comunista e perfino socialdemocratico e keynesiano. Consideriamo fondamentale risolvere la “prima contraddizione”, cioè liberarci quanto prima del renzismo che è una versione più subdola e insidiosa di quel berlusconismo che tanto aveva ossessionato la sinistra italiana. E purtroppo non servirà (o non basterà) una sinistra del 3 o 4% per centrare questo obiettivo. Servirà invece, nel lungo periodo, la ricostruzione di una sinistra vera, forte, radicata nel popolo e rivoluzionaria nelle sue proposte politiche, per portare il nostro Paese fuori dalla crisi storica del capitalismo, ma questa è una prospettiva non facile e non certo ravvicinata, finché il popolo non aprirà gli occhi sulla vera natura del potere economico e dei suoi servi politici.

Nel frattempo, continuiamo a lavorare con tenacia e pazienza, e con il gramsciano (e gobettiano) “ottimismo della volontà”, per illuminare le coscienze e mantenere viva la scintilla della critica laica, umanistica, ecologista e libertaria alla società dell’ingiustizia sociale, della mercificazione dei rapporti umani, della riduzione della libertà a un guscio vuoto, della devastazione ambientale, delle guerre per il denaro e per il potere, del razzismo e del nazionalismo, dei fanatismi religiosi di ogni tipo.

Buon anno e un caldo benvenuto a chi vorrà aderire a MRS nel 2016!

Capodanno tutti i giorni!

di ANTONIO GRAMSCI –

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun “travettismo” spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

La Siria e gli orrori della guerra civile

di Alberto Savioli –

Ho lavorato in Siria come archeologo per 14 anni, dal 1997 allo scoppio delle primavere arabe.

Ho avuto modo di conoscere ogni angolo di quella splendida terra e i molteplici gruppi religiosi ed etnici, frutto di una complessità storica di un luogo al centro di vie carovaniere e di Imperi. Per dieci anni ho frequentato le tende dei beduini condividendo con loro l’austerità ma anche la libertà della loro vita, nello stesso tempo a Damasco frequentavo i “salotti buoni”, arrivando a lavorare in un progetto finanziato e patrocinato dalla first lady siriana, Asma al-Assad che ho incontrato due volte. Pur avendo amici intellettuali che avevano patito il carcere nell’”illuminata” dittatura degli Assad, consideravo il regime il male minore ad un rischio estremista che sotto traccia si percepiva nel paese.

Allo scoppio delle proteste di piazza in Siria, nel marzo 2011, ho sperato in un’apertura del regime siriano che desse vita ad una stagione di riforme invece che ad una repressione sanguinaria di manifestanti pacifici, che tali sono rimasti per 6-7 mesi.

Negli ultimi cinque anni, ho assistito allo stravolgimento della vita degli amici siriani: i commercianti della borghesia sunnita di Damasco e Aleppo hanno abbandonato la città per ricominciare una nuova vita in Oman, negli Emirati Arabi o a Istanbul, un mio operaio di Jarablus è entrato nella brigata Zenghi dell’Esercito libero siriano per combattere il regime prima e poi lo Stato islamico, gli amici beduini di Swar (Deir ez-Zor) sono passati da una libertà dal regime a una nuova dittatura dello Stato islamico, il mio aiuto cuoco è diventato un combattente dello Stato islamico, gli amici curdi di Amuda (Qamishli) sono fuggiti a piedi nel Kurdistan iracheno, gli amici cristiani e alawiti di Homs sono diventati strenui supporter del presidente siriano, mentre i siriaci di Malkiya sono espatriati dai parenti in Svezia, i giovani amici universitari (tra loro anche alawiti e cristiani) sono diventati dissidenti, oppositori e alcuni sono finiti nelle carceri del regime, altri ancora hanno tentato la fortuna via mare.

Ogni anno è cominciato pieno di speranza per la fine del conflitto, le proteste di piazza nel frattempo si erano trasformate in una guerra civile per diventare una guerra finanziata da attori regionali, ma invece ogni anno finiva nel modo peggiore, con sempre più massacri che hanno confuso tra loro buoni e cattivi.

Ho visto quasi ogni fotografia e video dei massacri confessionali di Houlè, di Banyas e al Beyda dove le squadre confessionali del regime siriano capeggiate da Ali Kayali, hanno sgozzato in una notte più di duecento persone lasciando a terra i cadaveri di donne e bambini. Ho visto i corpi straziati di bambini senza arti o a brandelli, a causa della vendetta del regime contro la popolazione considerata ribelle, bombardata quotidianamente con cluster bombs, barrel bombs, e ordigni convenzionali ad Aleppo, Idlib, Dareya, Duma, Deir Hasafir; oppure i volti di bimbi agonizzanti e con la bava alla bocca e in cerca di un refolo di ossigeno dopo gli attacchi ripetuti del regime con bombe al cloro o con il fosforo bianco a Erbeen, Idlib, Hama, Deir. Ho visto anziani e bambini morire di fame perché i loro quartieri (ribelli) sono stati stretti sotto assedio dal regime, ricordo l’anziano con le lacrime agli occhi che strappava erba da mangiare ai lati della strada, o Maram, la bimba di Muaddamiya, denutrita come molti infanti che non hanno accesso a latte e cibo. Le mie gallerie fotografiche e video, così come le mia mente, si riempiono quotidianamente di orrori.

Non manca il recente uso di napalm alla periferia di Damasco documentato dai Syrian Civil Defence, un gel trasparente rilasciato dallo scoppio di 30 bombe che dopo 12 ore ancora bruciava. Cito per ultimi i tragici fatti della Ghouta, nell’agosto 2013, in cui hanno perso la vita più di 1200 persone gasate (e circa 3000 sono ricorse a cure mediche) con diversi attacchi con il gas sarin durante la notte. Si tratta di un fatto dibattuto per cui non si è individuato un responsabile preciso, alcuni pensano si tratti di un singolo attacco ad un’unica località. In realtà sono stati colpiti con molteplici attacchi i villaggi di Zamalka, Ain Tarma, Muaddamiya (tutte località “ribelli”) e come dice il rapporto di Human Rights Watch “Il 21 agosto gli attacchi sono stati un sofisticato attacco militare, che richiede grandi quantità di gas nervino (ogni testata da 330 millimetri si stima contenga da 50 a 60 litri di agente), sono necessarie procedure specializzate per armare le testate con il gas nervino…”. Come detto dagli ambasciatori americano e francese all’Onu, Samantha Power e Mark Lyall-Grant, il rapporto Onu mostra per esclusione come il responsabile dell’attacco del 21 agosto possa essere solamente il regime siriano, l’unico che ha la possibilità di compiere un attacco di quel tipo e di quella portata.

Accanto alla vita dei miei amici anche la mia è stata stravolta, anche se in misura minore. Mi sono sposato in Siria nell’ottobre 2010 con una ragazza sciita, ho comperato un campo di ulivi, melograni e limoni in previsione di costruirci una casa e stabilirmi. Il sogno si è spezzato nel 2011. Mia moglie dopo un dottorato di ricerca in Italia ha cambiato professione per lavorare con i rifugiati siriani e si è trasferita a Beirut dove si trova attualmente e dove fa spola tra il Libano e la Siria. Entusiasta come molti giovani allo scoppio delle rivolte che per loro facevano presagire ad una stagione di libertà dopo quarant’anni di dittatura, anche lei si è trovata disillusa di fronte alla violenza delle armi e di chi parla di “liberazione” di Idlib con caduta del regime a favore della conquista del gruppo qaedista di Jabhat al-Nusra. La sua città, Salamiyyah, la “patria” degli Ismailiti, nel 2011 ha visto le proteste di molti giovani contro il regime, chiedevano libertà e diritti come in altre parti del paese, queste proteste sono continuate nel 2012, una nostra parente è stata arrestata per aver portato farmaci agli abitanti di Zabadani. Ora, a 2015 inoltrato, la stessa città si trova a sperare nella difesa del regime poiché ha lo Stato islamico alle porte che ha già ucciso un centinaio di civili in un villaggio limitrofo, a Mahbuja, per il solo fatto che erano di confessione sciita. Qualche mese fa un gruppo di giovani coscritti della città (sciiti ismailiti), sono fuggiti per non prestare servizio nell’esercito governativo ed essere costretti ad ammazzate altri siriani, mentre fuggivano verso la Turchia sono stati catturati nei pressi di Idlib da Jabhat al-Nusra e uccisi in quanto sciiti. Per me questa città, Salamiyyah (a est di Homs), rappresenta il paradosso siriano e della rivoluzione. Una rivoluzione prima tradita dall’occidente e poi uccisa in primis dal regime siriano e dall’alleato russo (complice di più veti all’ONU sulle proposte di corridoi umanitari e no fly-zone) e iraniano, poi dai paesi del Golfo e dalla Turchia sostenitori di fazioni liberticide ed estremiste a loro più congeniali. Non tralascio il tradimento di chi manifestava assieme a chi aveva un sogno di libertà e diritti ma che aveva in mente un altro tipo di Siria, estremista e sharaitica.

Ora la Siria non esiste più, vi sono almeno quattro paesi, ognuno con una sua problematica e con uno o più nemici anche diversi, l’unica vittima è sempre il popolo siriano costretto a scappare dal paese o dalle abitazioni, più del 50% tra sfollati interni ed esterni, nonostante l’Europa provi a resistere con la costruzione di nuove barriere là dove quelle naturali non siano sufficienti (il 34% delle persone che stanno arrivando in Europa sono siriane, secondo UNHCR). Su una popolazione di poco più di 20 milioni di abitanti prima della guerra adesso 7,6 milioni sono sfollati interni e 4 milioni i rifugiati nei paesi limitrofi, in totale 16 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. La pace per la Siria non sembra più essere all’ordine del giorno, e la “comparsa” dello Stato islamico sta riabilitando Assad agli occhi di alcune cancellerie occidentali, che stanno spazzando i “gravi crimini contro l’Umanità” della famiglia Assad come la polvere sotto al tappeto.

È una grave colpa dimenticare che tra marzo 2011 e agosto 2015 il 94,3% di bambini sono stati uccisi dal regime siriano principalmente con bombardamenti aerei, 11.035 secondo il Syrian Network For Human Rights (mentre sarebbero meno del 4% gli uccisi dai ribelli e meno del 2% quelli uccisi dallo Stato islamico; vittime innocenti anche loro sacrificate alla statistica e alla scala del meno peggio del peggio). Anche un recente articolo di Kenneth Roth (executive director di Human Rights Watch) per il New York Times dice che la maggior minaccia di morte per i siriani non è l’Isis ma le barrel bombs del regime siriano. Solo nel mese di agosto sono state sganciate circa 1591 barrel bombs in diverse città siriane che hanno causato la morte di 115 persone di cui 73 erano bambini (il 99% dei colpiti sono civili), secondo i dati di Syrian Network for Human Rights.

Vorrei che l’Italia si adoperasse il più possibile per il raggiungimento di una pace in Siria a qualunque costo anche in funzione anti-islamista e poi, che i “gravi crimini contro l’Umanità” perpetrati da Assad non vengano dimenticati. Dovessero passare cinque anni, dieci o quindici, ma chi si è macchiato di questi crimini deve essere portato di fronte ad un tribunale internazionale. Questo non per le nostre vite rovinate o per quelle strappate dei siriani che non verranno rese, ma per noi, noi Italia, noi Europa, che ci facciamo paladini di valori e diritti umani universali e siamo sempre pronti a commemorare i genocidi della storia ma non riconosciamo i genocidi contemporanei. La giustizia e il pagamento della colpa non è per la Siria e i siriani, ma per dare sostanza e concretezza a valori che non possono essere solo ideali o inchiostro su una pagina.

Alberto Savioli èarcheologo ed esperto GIS, ha lavorato in Siria dal 1997 (negli scavi archeologici di Tell Shiukh Fawqani, Mishrife, ar-Rawda e nell’area di Palmira), in Libano, Turchia, Iraq, Arabia Saudita. In Siria ha studiato l’arte del tatuaggio delle donne beduine di diverse tribù, e per conto della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione dell’Ambiente) ha condotto una ricognizione etnografica e socio-economica sulle tribù a nord di Palmira. Sul tatuaggio femminile e sulle tribù siriane ha fatto delle mostre fotografiche a Udine, Modena, Cordova; sul degrado ecologico che coinvolge le tribù siriane ha co-diretto un documentario dal titolo Mafi Rabi’a, “Non c’è più primavera”. Dal 2011 collabora con il sito web SiriaLibano ed è impegnato in conferenze di sensibilizzazione sul conflitto siriano e sulla distruzione del patrimonio storico-artistico siriano e iracheno. Dal 2012 è impegnato con l’Università di Udine nel Progetto Archeologico Terra di Ninive nel Kurdistan Iracheno.

http://www.lauraboldrini.it/news/oltre-italia/siria-gli-orrori-della-guerra-civile-attraverso-gli-occhi-di-un-italiano/

“Col cuore in mano e la vita fra i denti…”

di Giandiego Marigo

Questo post/articolo è scritto con il cuore in mano e la vita fra i denti, un poco perché non vi è un altro modo per farlo, un poco perché io non so scrivere altrimenti. Ed infine perché nessuno pare tener conto davvero nelle propri dotte analisi dell’oggettivo, esponenziale, continuo peggioramento delle condizioni di vita dei molti… mentre quella che chiamammo sinistra continua le proprie convulsioni accumulando tentativi ed ipotesi che non riescono a parlarsi fra loro. Ora in modo macroscopico, coprendosi di insulti e di istanze reciproche di tradimento; ora più semplicemente producendo statuti, piccoli partiti infinitesimali, gruppi di lavoro che ripetono le medesime cose, ritenendosi però profondamente diversi ed unici ed ignorandosi l’un l’altro, anche se spessissimo vicini e composti da persone che si conoscono benissimo fra loro.

Mentre sulla rete sorgono gruppi, simpatici ed assolutamente onesti, ammirevoli e addirittura condivisibili che riproducono le mille ed una strada d’una illusione d’agglomerazione che parta dal basso. Eternamente ignorata ed inascoltata dalla politica più o meno ufficiale. Gruppi onesti e credibili in rete, salvo poi accorgersi puntualmente d’essere incapaci di uscire dall’ambito del virtuale, in una emulazione di M5S che però… attenzione, essendo un bluff ed un artefatto, avendo un “controllo centrale ferreo e fortissimamente professionalizzato”, sa perfettamente come “muovere il marketing di rete”mentre i nostri gruppetti di coraggiosi emulatori lo ignorano o peggio lo improvvisano, cercando di seguire regole realmente etiche.

Il contesto reale in cui avverrà, probabilmente, una forma di unità a sinistra del PD è però ancora totalmente verticistico, elitario e romano. Ad agire sono ancora e sempre le segreterie, gli intellettuali riconosciuti e conclamati ed i leader più o meno storici e carismatici… Se unità avverrà sarà alla“meno peggio”, come sempre e come suole, falsamente improntata al cambiamento mentre la finalità è in realtà conservativa (posizioni, poltrone, influenze, rendite di posizione, diritti acquisiti, ruoli di controllo).

Questo ovviamente non comparirà, coperto da parole, chiacchiere, dotte analisi, splendide tirate di intellettuali di lustro; nessuno lo vedrà, avverrà naturalmente dietro alle quinte e stranamente alla fine saranno i medesimi segretari, gli stessi intellettuali, qualche politico ex PD ripulito e tirato a lucido ad occupare il campo. Chissà come, chissà perché. Senza nemmeno aver appreso dal M5S come si faccia a sembrare circolari, orizzontali e democratici e strenui seguaci della democrazia diretta pur non essendolo affatto.

C’è amarezza e sconforto in quel che dico? Sono un bastian contrario cui non va mai bene nulla? L’ho pensato molte volte anche io di me stesso, le innumerevoli volte in cui ho veduto ripetersi questo clichet… e l’ho detto: un bastian contrario, appunto. Uno di quelli che sono “ostacolo” alla gloriosa avanzata d’una sinistra rigenerata nel nome di Vendola , Civati, Ferrero e Cofferati.

Molti estimatori del percorso mi richiamano da sempre all’ordine, alla necessità, alla analisi storica della realtà, all’oggettività ed al pragmatismo nonché alla gradualità. Probabilmente hanno ragione loro ed io torto, essendo così spesso meno che minoranza, eppure ancora una volta l’operazione mi appare, perdonatemi, verticista e assolutamente ignara di qualsivoglia rapporto con la base che non sia quella “attivamente controllata” da chi si siede al tavolo della trattativa. Mentre ogni ipotesi di crescita territoriale e di radicamento viene rimandata alla formazione alchemica d’un gruppo dirigente precostituito, sulla base di rapporti precedenti e di “conoscenze e legami preesistenti”.

Questo è motivato dalle innumerevoli fasi assembleari delle esperienze precedenti che hanno prodotto poco o nulla se non grande confusione ed ulteriore frammentazione? Può essere, ma perché allora suona come una sconfitta?

Alcuni compagni mi richiamano, anch’essi da sempre, alla realtà sovranazionale, ed anche qui hanno probabilmente ragione. Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e Centro America: la connessione di queste realtà potrebbe produrre qualche cosa di più e di meglio che non la perorazione del nulla in cui siamo impantanati da troppo tempo, concordo, ma non dovrebbe essere indotta bensì partecipata. Mentre in questo paese la fase partecipativa sembra divenire assoluto miraggio, sempre più lontano ed improbabile.

Colpa solamente d’un popolo bue e manipolabile? Forse, ma non basta e soprattutto non è un atteggiamento o un metodo d’analisi socialista, sebbene così spesso lo sconforto di una pecoraggine diffusa colga tutti noi nel profondo. Questo non autorizza alcuno a “saltare” la fase partecipativa o a darla per compiuta sulla base del fallimento delle esperienze precedenti.

Da ultimo e non ultimo, però il problema annoso del rapporto con il PD. Sto assistendo a mille ed una contorsione per poter dire che siamo sì lontani dal PD però non vogliamo rinunciare del tutto alle alleanze dove ci comoda, dove si può fare, dove rende … Ed ancora il pragmatismo supera il senso di quello che facciamo, producendo mostri. Per me AreA di Progresso e Civiltà è in autonomia assoluta dal percorso del Partito (non più) Democratico, senza alcun compromesso e senza nessuna possibilità di confusione, non chiusi, ma lontani, distinti e profondamente diversi.

E finisco ricollegandomi all’apertura: perché il richiamo al cuore ed alla vita? Perché queste cose passano da noi, da dentro, comportamenti, acquisizioni conquiste e visioni sono interiorizzate e partono dal bisogno personale.

Io sono un povero assoluto, condannato con ogni probabilità all’emarginazione ed anche alla morte nel Nuovo Ordine Mondiale e da questa certezza io parto, dalla mia condizione di povero, dai miei denti mancanti, dalla mia marginalità, dalla mia solitudine di fronte ad un Welfare sempre più inesistente e cerco così qualcosa e qualcuno che mi rappresenti, che mi dia una prospettiva di speranza se non di salvezza… Ma si badi non sono l’unico; e siamo/saremo sempre di più.

Poltrone in cambio dell’anima: lontani dal PD!

Non affronto questo post con il telescopio delle “osservazioni macroscopiche”, ma con gli occhiali… i miei normali arnesi da vista, osservando dal locale, dal paese in cui vivo: Codogno, nella bassa lodigiana. Dal microcosmo al cosmo sino al macro-cosmo, nonostante i chilometri di carta e le sequele innumerevoli di commenti e contro-commenti in rete, una delle ragioni reali del discutere resta questa. Qui da noi a Codogno come su scala nazionale. Qui con l’assessore Zafferri e Rifondazione e lassù in paradiso con le perorazioni vendoliane e similari.

L’Area Di Progresso e Civiltà e la sinistra radicale in particolare si frantumano all’inseguimento di una poltrona; per carità le motivazioni sono molto più articolate ed apparentemente più nobili («Non vorrai mica lasciare tutto in mano a loro», ma allora tanto varrebbe allearsi con la Lega, piuttosto che col PDL … tanto agli effetti pratici è lo stesso. E’ un dato: ha prodotto molti più danni Renzi in tre anni che l’Imperatore Farlocco in venti; ovviamente semplicistico, visto che l’uno è continuazione dell’altro, ma realistico, negli effetti e nei risultati pratici.

Sinistra, o quella che chiamiamo tale, è solo lontano dal PD, costi quel che costi.

L’abbraccio del Partito Nazione è soffocante ed omicida ed è concepito per l’appunto per “soffocare il pensiero alternativo”, è pensato per uniformare, per avviare ed accompagnare all’accettazione del sistema, mitigandolo, magari dandogli una spolverata d’apparenza egualitaria e giustizialista, se serve, accettando persino la mosca fastidiosa e preconfezionata del M5S dove occorre… Tutto pur di affossare il pensiero altro, pur di affermare l’inesistenza e l’obsolescenza storica di quella che fu la sinistra. Questo non solo a livello pratico, il che sarebbe già, comunque, sufficiente, ma anche a livello filosofico e spirituale, sostituendo ogni pensiero critico ed autonomo con l’Unico Pensiero consentito.

Coloro che, più o meno in buona fede, sostengono la necessità che quello che rimane della sinistra stia nei pressi della Grande Madre Puttana, per contare, per riuscire a “controllare”, per aprire contraddizioni, finge di non vedere gli effetti che l’esistenza stessa del PD produce all’effetto pratico; finge di non accorgersi di quanto costi quest’alleanza suicida. Vendersi l’anima per una poltrona, appoggiare di fatto un progetto liberista per briciole di influenza… Ha senso? E’ politicamente proponibile, ma soprattutto è vincente oppure è, molto più semplicemente, l’accompagnamento di quella che fu la sinistra alla sua triste fine, cercando di ricavarne qualche cosa?

Su scala locale come nazionale Sinistra è lontana da PD. Anche se questo costerà un giro di danza fuori dalle istituzioni. Quante chiacchiere abbiamo fatto sulla necessità di tornare ai territori, ma poi ci spaventiamo se e quando ci viene chiesto di farlo? Abbandonare un’ottica meramente e stupidamente elettoralistica, che conta l’importanza di un partito o di un movimento dal numero di assessori e di accessi TV, per riconquistare un’ottica politica di lungo periodo, riconoscendo la necessità politica, spirituale, filosofica e sociale di un’aggregazione alternativa di area socialista e libertaria, anti-capitalista ed anti-liberista e lavorando per essa, definendola al di là di ogni possibile equivoco e commistione… lontano dalla vergogna di Partito Democratico che disconosce e ripudia la Democrazia Partecipata e la Pace.

A chi proponesse M5S come “risposta” a questa esigenza, invito a guardare bene, ed osservare prima di profferire stoltezze. M5S è un abilissimo travestimento di un gruppo di potere, un partito assolutamente proprietario che ragiona dal medesimo solco pseudomodernista in cui sguazza Renzi, che si applica alla forma tralasciando sensi e contenuti e soprattutto rinunciando ad indagare sulle ragioni, per limitarsi ad intervenire sugli effetti, edulcorandoli; ma che di fatto non propone affatto una modificazione di sostanza nella struttura della società, mantenendo intatti privilegi e distanze e quindi riproducendo di fatto, e moralizzandolo solo apparentemente, quel che c’è. Un’abile sostituzione non di sostanza, ma di forma, in nome della modernità che sostiene che la forma è contenuto.

Lontano dal PD quindi, anche se ci costerà un attraversamento del deserto, a Codogno come nel Paese. E coloro che si “vedono” nell’Area di Progresso e Civiltà, che si pensano e si suppongono progressisti, facciano un poco i conti con se stessi … A noi le poltrone non interessano, se costano la nostra anima.

Marigo Giandiego (portavoce nazionale MRS)

Movimento Radical-Socialista del Lodigiano

La stupidità al potere

di LUCIANO GALLINO

Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea.

A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità.

L’idea di uguaglianza, anzitutto politica, si è affermata con la rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino gode di diritti inalienabili, indipendenti dal suo censo o posizione sociale, e ogni governo ha il dovere di adoperarsi per fare in modo che essi siano realmente esigibili da ciascuno. La marcia di tale idea è stata per oltre due secoli faticosa e incerta, ma nell’insieme ha avuto esiti straordinari. La facoltà di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento; la formazione di sindacati liberi; la graduale estensione del voto sino a includere tutti i cittadini; la tassazione progressiva; l’ingresso del diritto nei luoghi di lavoro; l’istruzione libera e gratuita per tutti sino all’università; la realizzazione dello stato sociale; i limiti posti alle attività speculative della finanza: è una lunga storia, quella che vede il principio di uguaglianza diventare vita quotidiana per l’intera popolazione.

Due periodi furono specialmente favorevoli a tale marcia: gli anni Trenta sotto la presidenza Roosevelt, negli Stati Uniti, che videro un grande rafforzamento dei sindacati e una severa regolazione della finanza, e i primi trent’anni dopo la Seconda guerra mondiale, in quasi tutti gli Stati europei, Italia compresa. Poi, sul finire degli anni Settanta, la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza. Si tratta della classe dei personaggi super-potenti e super-ricchi che controllano la finanza, la politica, i media, che dopo i moti di piazza anti Wall Street di anni recenti si usa stimare nell’1 per cento: un dato che le statistiche sulla distribuzione della ricchezza confermano. Essa iniziò quindi un feroce quanto sistematico attacco a qualsiasi cosa avesse attinenza con l’uguaglianza, previa una preparazione che risaliva addirittura agli anni Quaranta.

(…) Quando parlo di pensiero critico, che costituisce la perdita numero due, mi riferisco a una corrente di pensiero che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, dai media all’accademia. La tesi da cui tale corrente è (o era) animata è che le rappresentazioni della società predominanti in un paese distorcono la realtà al fine di legittimare l’ordine esistente a favore delle élite o classi che formano tra l’1 e il 10 per cento della popolazione. È una tesi che ha una lunga storia. È stata formulata tra i primi da Machiavelli; ha toccato un vertice di spessore e complessità con Marx e poi con la teoria critica della società, elaborata dalla Scuola di Francoforte tra gli anni Venti e Cinquanta; si è prolungata in Italia con Gramsci e in Francia con Bourdieu e Foucault, sin quasi ai giorni nostri.

La suddetta tesi trova una clamorosa conferma nella società contemporanea, a cominciare dalla nostra. La rappresentazione di quest’ultima che vi propongono i giornali, la Tv, i discorsi dei politici, le scienze economiche, la stessa scuola, l’università, sono soltanto contraffazioni della realtà, elaborate a uso e consumo delle classi dominanti. È la funzione che svolgono quotidianamente le dottrine neoliberali. E guai se uno osa contraddirle. Il richiamo alle distorsioni che l’enorme aumento della disuguaglianza ha prodotto in campo sociale, politico, morale, civile, intellettuale viene confutato con l’idea che l’arricchimento dei ricchi solleva tutte le barche – laddove un minimo di riguardo all’evidenza empirica mostra che nel migliore dei casi, ha scritto un economista americano, esso solleva soltanto gli yacht.

(…) Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con l’egemonia dell’ideologia neoliberale, la sua vincitrice. È un’ideologia strettamente connessa all’irresistibile ascesa della stupidità al potere. È l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo l’economia mondiale, poi hanno imposto alla Ue politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno.

Resta pur vero che senza l’apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sott’occhio.

(…) Pensate a quanto è successo nell’autunno 2014. All’epoca i disoccupati sono oltre tre milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva ha perso un quarto del suo potenziale. Il Pil ha perso 10-11 punti rispetto all’ultimo anno prima della crisi. E che fa il governo? Si sbraccia allo scopo di introdurre nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitino il licenziamento, riprendendo idee e rapporti dell’Ocse di almeno vent’anni prima. Come non concludere che siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità? (o forse di malafede: discutere di come licenziare con meno intralci legali è anche un modo per non discutere dei problemi di cui sopra. Lascio a voi il giudizio).

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(da Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, 2015)

Il diario greco di Nicoletta: Unità Popolare dopo la sconfitta

Giovedì 24 settembre, sera, quartiere di Ambelokipi. Il comitato locale di Laikì Enotita, Unità Popolare, si riunisce per valutare i risultati elettorali, ma soprattutto per interrogarsi sul futuro.
La sala è piena: persone di tutte le età, tanti i giovani e le donne, qualche vecchio militante che ha vissuto l’occupazione nazista e i tempi durissimi della guerra civile, molti anziani perseguitati ed esuli ai tempi dei colonnelli, ma anche gente comune, senza un passato politico particolare, attivatisi nei comitati del NO Memorandum.
Temevo di trovare un’assemblea triste, scoraggiata e astiosa; invece mi trovo ad ascoltare interventi lucidi e coraggiosi, che analizzano a fondo la sconfitta, ma non concedono spazio alla disperazione né si lasciano inghiottire da quello che un intervenuto definisce «il deserto del reale, la desertificazione della società, non casuale, disegnata da coloro che hanno le regole del mondo tra le mani».
All’interno di tale deserto il successo elettorale di Syriza non è una solida vittoria della volontà popolare, ma soltanto un miraggio, la fata morgana che nasconde il vuoto orizzonte e la morte vicina.
Anche la sconfitta di Unità Popolare e la sua esclusione dal Parlamento, rapportata alla futura devastazione, ha un valore relativo.
Tale la prospettiva in cui sono analizzate le cause dell’insuccesso, oggettive (il poco tempo per prepararsi elettoralmente e per creare un fronte comune, la povertà dei mezzi di propaganda, l’oscuramento massmediatico) e soggettive (il fatto di essere percepiti come “troppo” o come “troppo poco”, salto nel buio dell’uscita dall’euro, o, al contrario, propaggine di Syriza); il voto utile a Syriza per scongiurare la vittoria delle destre; l’effetto “leader carismatico”, a detta dei vecchi compagni tipica dell’elettorato greco, che questa volta ha favorito Tsipras).
Parecchi interventi sottolineano la vera novità elettorale: l’accresciuto numero delle astensioni: quasi la metà degli aventi diritto non si è recata alle urne: hanno rinunciato a votare i nuovi elettori diciottenni, almeno il 70% dei giovani disoccupati, sicuramente chi aveva visto il voto di gennaio a Syriza e il NO referendario come ultima spiaggia ed ora deluso torna a casa.
«E’ l’astensione a denunciare l’inadeguatezza della classe politica presente rispetto ai tempi di ferro e fuoco che verranno, lo scippo ai danni del potere popolare, l’ottusa indifferenza dell’acropoli, rispetto alla morte per fame dell’agorà. Ma l’astensione è anche urlo di ribellione, serbatoio di lotte future, senza concedere più deleghe».
Pur nelle sfumature diverse delle analisi, l’assemblea è unita nell’immaginare un futuro per Unità Popolare. Sono i più giovani a dirlo con le parole più semplici e chiare: «Non dobbiamo sentirci vinti perché non siamo in Parlamento: avremo più tempo è minori condizionamenti per lavorare fuori, attraverso la democrazia diretta, una solidarietà tra oppressi che non sia solo di facciata, ma trovi strumenti concreti di ribellione». «Il nostro programma deve rispondere a quale società vogliamo. Per trovare vie d’uscita non possiamo chiuderci in recinti identitari, ma essere compagni di strada a coloro che, senza mediazioni e tatticismi, vogliono davvero un mondo più giusto e vivibile per tutti. Dobbiamo investire sulla rabbia, non per fomentarla, ma per sostanziarla e le si dà sostanza solo con i movimenti». «Contro il memorandum, contro la miseria indotta che ci uccide dobbiamo rompere le società virtuali, smettere di pagare le tasse, i mutui, l’elettricità… Tutti insieme possiamo resistere: i terreni possono essere coltivati, i lavoratori organizzati, i saperi e i beni collettivi salvaguardati, i legami di lotta estesi a tutto il mondo».
Dunque il cammino non è finito, e, per affrontarlo, è necessario organizzarsi: «Organizzarci non solo sui territori, ma sui posti di lavoro, nella terra di nessuno della indigenza e della precarietà. Dobbiamo mettere punto e basta alla nostra disperazione. Certo è presto per prevedere l’intensità e la durata di quel che ci succederà, ma è fondamentale agire subito, darci un programma concreto e praticabile e su questo creare un fronte, inclusivo, con la memoria del passato e la responsabilità verso il futuro».
Prende la parola un anziano, ultraottantenne (al suo arrivo era stato festeggiato da tutti). Non ha analisi da fare, solo una poesia, sua, da leggere. La legge con voce rotta di commozione:

«Si deve.

Ti hanno dichiarato guerra, operaio.
Nella lotta ìmpari, impàra qualcosa.
Non lasciare lo scudo per terra
la lancia e l’arco, la speranza.

Ti hanno dichiarato la guerra: comincia!
Chiudi le orecchie adesso alla sirena,
a coloro che ti hanno insegnato a tacere
che ti hanno insegnato la pazienza…

Devi vivere, devi vivere
nelle strade della lotta mostrarlo.
Devi arrivare, devi arrivare
plasmare la tua nuova società

Ti hanno dichiarato la guerra,
fai la guerra!
I margini sono stretti ormai per te,
senza dubbio, ma dei tuoi sogni
si riflette la paura nei loro occhi.

Devi vivere, devi vivere
sulle strade della lotta mostrarlo
per plasmare una nuova società».

C’è un silenzio assorto intorno al vecchio che legge e la sua voce ha il timbro e il pathos degli antichi aedi, ma anche la forza dei poeti incarcerati di Makronissos. Ecco, questa è la Grecia, questo il suo popolo che, anche nei momenti più bui, sa trovare slanci di poesia, la capacità di rialzarsi e rimettersi in cammino.

Quando, dopo gli abbracci e i saluti per i compagni italiani e per il movimento NO TAV, me ne torno alla mia stanzetta ateniese, la luna splende alta nel cielo rasserenato, e il suo grande volto sorride alla città fattasi silenziosa, ai viali lavati dalla pioggia, ai giardini che profumano di gelsomini…
Sorride anche a me che improvvisamente mi sento leggera, libera da quella che qui chiamano la “melancolia di sinistra”, l’oppressione sorda delle vie senza uscita e dei sogni infranti.
Questa luna la ritroverò domani, lontano da qui, fra le mie montagne. La sentirò parlarmi ancora di questa città che amo. E vorrò ritornare.

Nicoletta Dosio