Stavolta guardate l’uomo bianco!

di RICCARDO GAZZANIGA

Le fotografie, a volte, ingannano.

Prendete questa immagine, per esempio.

Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.

L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.

È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.

L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso.

Invece sono stato ingannato.

Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.

Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.

La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.

Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman corse la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.

Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro.

John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore.

Fu una gara bellissima, insomma.

Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione.

Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio.

Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.

Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi.

I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani.

Norman rispose di sì.

Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì.

«Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore».

Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.

Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.

Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri.

«Prendetene uno a testa» suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio.

Ma poi Norman fece qualcos’altro.

«Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?», chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. «Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa».

Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: «Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!».

Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: «Gli diedi l’unico che avevo: il mio».

I tre uscirono sul campo e salirono sul podio: il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.

«Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso».

Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.

Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte.

Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.

In questa statua non c’è Peter Norman.

Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.

Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani, pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.

Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.

In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.

Come disse John Carlos, «Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo».

Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.

Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani.

Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.

Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato.

Al funerale Tommie Smith e John Carlos, amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.

«Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos. Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa».

Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:

«Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano. Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo del Progetto Olimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”. Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale».

Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.

«Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. E’ stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte».

Intervista a Yanis Varoufakis

Come interpreta le dimissioni di Tsipras?

Il 12 luglio, contro il mio parere e quello di molti altri membri del governo e del partito, Alexis Tsipras ha deciso di accettare le misure di austerità proposte dall’Eurogruppo nel vertice europeo, che sono in contrasto con tutta la filosofia di Syriza. La sua maggioranza si è ribellata, e la sua conclusione è stata semplice: se vuole ripulire il partito, ha bisogno di nuove elezioni.

Lei si candiderà?

No, non voglio essere un candidato di Syriza, che ora sta adottando la dottrina irrazionale alla quale mi sono opposto per cinque anni: estendere ulteriormente la crisi e sostenere che si è risolta, pur mantenendo un debito impagabile. Sono stato estromesso perché mi opponevo a tutto ciò. E’ proprio contro questa logica che avevo già rotto con Papandreou. Tsipras aveva scelto me proprio perché mi opponevo a lui! Ma ora che ha accettato la logica che respingo, non posso essere candidato.

Nel momento in cui questo piano è stato messo a punto, Hollande ha detto che la Grecia si sarebbe salvata. Aveva torto?

(Ride). Credo che Francois Hollande sia profondamente, sostanzialmente bloccato. Nicolas Sarkozy aveva già detto nel 2010 che la Grecia è stata salvata. Nel 2012, la Grecia è stata salvata. E ora, siamo ancora salvi! Questa è una tecnica per nascondere la polvere sotto il tappeto facendo finta che non ci sia più. L’unica cosa fatta, il 12 luglio, è stato infliggere un grande schiaffo alla democrazia europea. La storia giudicherà severamente quello che è successo quel giorno e soprattutto i nostri leader che continuano questa farsa.

Perché dice che l’obiettivo dei creditori e di Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco, è in realtà la Francia?

La logica di Schäuble è semplice: imporre la disciplina a tutte le nazioni in deficit. La Grecia non è poi così importante. Il motivo per cui l’Eurogruppo, la troika, il Fondo monetario internazionale hanno speso così tanto tempo per imporre la propria volontà su una piccola nazione come la nostra, è che siamo un laboratorio dell’austerità. Ciò è stato sperimentato in Grecia, ma l’obiettivo è ovviamente quello di infliggerlo anche alla Francia, per il suo modello sociale, il suo diritto del lavoro.

Vuole lanciare un movimento europeo contro l’austerity?

Sì, lancerò una rete progressista europea. Nei giorni terribili della dittatura greca, i nostri genitori e nonni erano in Germania, Austria, Canada, Australia, per la solidarietà espressa nei confronti della sofferenza greca. Non vengo in Francia per chiedere solidarietà alla Grecia. Ma i problemi che ha di fronte la Francia sono gli stessi. I francesi e i cittadini di altri paesi sono preoccupati per quello che ho da dire, perché sono preoccupati per lo stato della democrazia, per l’economia, per le prospettive future.

[intervista al Journal du Dimanche. Traduzione di Cécile Amar]

“Tra questo PSI e il socialismo scelgo il socialismo!”

di STEFANO LONGO

Da anni ormai mi sento parte della famiglia radicalsocialista e forse mai come qui ho respirato libertario! Impegnato da anni a lottare nel PSI contro la politica centro-centrista di Nencini – volto a rimanere incollato al governo, qualunque esso sia, nel disprezzo più totale della tradizione a sinistra dei socialisti italiani – oggi, anzi da tempo, lavoro al progetto Risorgimento Socialista.

Da quando siamo partiti, per noi è cominciata la traversata del deserto “minato” da chi dentro e fuori al PSI teme in un nostro successo. Il nostro esordio ha dimostrato che laddove il PSI non riesce ad attrarre, Risorgimento ci riesce. Molte compagne e compagni sono tornati con entusiasmo, per tornare a militare da Socialisti! Hanno messo sotto procedura disciplinare il nostro coordinatore e membro della Segreteria Nazionale del PSI Franco Bartolomei. Premesso che essere “inquisiti” da chi sta uccidendo il PSI deve essere considerato un onore, è un fatto grave ma che fa riflettere.

Nencini per la prima volta dichiara guerra alla componente di sinistra del PSI! Sa di rischiare di perdere molti iscritti ma evidentemente deve dimostrare al suo nuovo capo (dico nuovo perché la prima volta l’anima l’ha venduta a Bersani, che lo ha fatto eleggere, per poi tradirlo e scaricarlo per Pozzie, l’Idiota del Consiglio) che il PSI è tutto con lui, per poter barattare come in passato una qualche seggiolina per lui e i suoi quattro gatti. La cosa simpatica è vedere che del vecchio PCI a Nencini piacciono solo quelli che da Berlinguer son passati agli andreottiani. Chi è rimasto a sinistra è Satana. Se mi avessero detto che Nencini si sta impegnando dar vita a una coalizione di schegge, compresa la sua (come definire un partito dato da tutti i sondaggi come non pervenuto?), per combattere pugnale tra i denti per difendere da buon cespuglio Landini e la sua terribile Coalizione Sociale, avrei detto che è una balla! Il segretario di un partito che pretende di chiamarsi indegnamente Socialista, che vuole posizionarsi al centro per combattere un sindacato, la CGIL, e il resto della sinistra per stare con Alfano e Verdini nonché con l’inguardabile PD! Come non temere una scissione a sinistra del PSI? Scissione dell’atomo? Cazzata! I Socialisti in Italia non sono un atomo ma tanti atomi che liberi dall’atomo antisocialista rappresentato dal Partito Renzian-Nenciniano detto psi (minuscolo è d’obbligo) potrebbero formare una molecola socialista che unisca socialisti, lavoratori, studenti, pensionati, precari, circoli e associazioni libertarie e perché no, noi RadicalSocialisti ovviamente con un patto Federativo che consenta al nostro Movimento di continuare a vivere e ad essere anima critica di tutta la Sinistra, che punti a tornare locomotiva della Sinistra Riformatrice e Libertaria.

Io, noi di Risorgimento Socialista andiamo avanti. Io credo che come sinistra socialista non si debba a questo punto partecipare al Congresso del PSI e si debba a novembre annunciare la nascita della nuova soggettività socialista, che insieme a tutti coloro che hanno fatto la scelta di far parte della Coalizione Sociale partecipi ad una Federazione della moltitudine che si oppone al tipo di società che propone la reazione, incarnata dal segretario-premier del PD. Ci accuseranno di aver lasciato il PSI, ma quelli in buona fede non hanno capito che da tempo è il Socialismo che ha lasciato questo PSI! Io tra PSI e Socialismo non ho avuto dubbi e ho scelto il Socialismo! Spero con ottimismo che tutta la Sinistra PSI faccia questa scelta, perché un partito ha senso se al nome che si dà fa seguire una azione politica che lo legittima come adeguato. E’ Socialista quel partito che ambisce al Socialismo! Noi abbiamo risollevato la bandiera rossa del Socialismo italiano e contro la linea del Partito l’abbiamo fatta sventolare a ottobre, tra quel milione e più di compagne e compagni chiamati a Roma dalla CGIL. Stessa cosa abbiamo fatto per lo sciopero del 12 Dicembre 2014. Quello è il posto dei Socialisti! Nenni diceva: meglio sbagliare dalla parte dei lavoratori che avere ragione contro di loro! Noi lì siamo e lì rimaniamo. Avanti Uniti a Sinistra per il RadicalSocialismo!

Stefano Longo – membro del Coordinamento MRS e del CN del PSI (non so per quanto: la commissione di garanzia del PSI è al lavoro come non mai…).

Tsipras: ecco perché mi sono dimesso

di ALEXIS TSIPRAS –

Greche e greci,
Negli ultimi mesi tutti noi abbiamo passato momenti difficili e drammatici. La dura trattativa con i creditori è stata una grande prova per il governo e per il paese. Le pressioni, i ricatti, gli ultimatum, l’asfissia di credito hanno portato ad una situazione senza precedenti. Tutti l’abbiamo vissuta.
Ma tutti abbiamo vissuto la pazienza, la calma, la resistenza del nostro popolo. La determinazione popolare che ha segnato il referendum. La decisione di cambiare le cose, di cambiare il paese, di cambiare tutto ciò che ci ha portato alla crisi e la frammentazione sociale.
Cerchiamo di essere chiari: senza questa determinazione popolare i creditori o avrebbero imposto assolutamente la loro volontà o ci avrebbero portato al disastro. Questa determinazione è stata presente in ogni fase dei negoziati. Questa determinazione offriva forza alla nostra resistenza, alla nostra battaglia giorno per giorno, con le assurde richieste e le minacce dei creditori.
Oggi questa difficile fase si conclude in modo permanente con la ratifica dell’accordo e l’erogazione della prima tranche di 23 miliardi di euro e il pagamento delle obbligazioni del paese sia all’estero che all’interno.
L’economia respira. Il mercato sarà normalizzato. Le banche dovranno lentamente trovare il loro ritmo normale. Non si tratta, naturalmente, della fine della difficile situazione che stiamo vivendo ormai da cinque anni, ma ho la convinzione che può essere dimostrata dal lavoro e dalla coerenza di tutti noi l’inizio della fine di questa situazione difficile. Il passo decisivo verso la normalizzazione finanziaria della nostra economia.
Un principio che non è facile, ma che ci offre prospettive e opportunità. Basta che la società resti in piedi e presente. Calma ed esigente come tutto il periodo precedente.

Greche e greci,
Voglio essere assolutamente sincero con voi. Non abbiamo avuto l’accordo che volevamo prima delle elezioni di gennaio. Non abbiamo affrontato però nemmeno la reazione che ci aspettavamo.
In questa battaglia abbiamo fatto concessioni. Ma abbiamo portato un accordo che date le circostanze prevalentemente negative in Europa e dato che abbiamo ereditato dal governo precedente l’assoluto aggancio del paese alle condizioni dei memorandum, era il migliore che si poteva avere.
Questo accordo siamo obbligati a rispettarlo, ma contemporaneamente daremo battaglia per ridurre al minimo le conseguenze negative. Nell’interesse dei molti. Al fine di riconquistare al più presto la nostra sovranità di fronte ai creditori. Senza accettare come verità infallibili le loro interpretazioni. Senza accettare i tagli orizzontali, le atrocità sui diritti del lavoro, il dissanguare sempre le più deboli forze sociali.

E abbiamo già dimostrato che sappiamo e possiamo lottare per raggiungere molte cose. Ricordate solo quale era la posizione dei partner prima di questo accordo: una proroga di cinque mesi del programma precedente, piena applicazione degli impegni del governo precedente e dopo nuovi prerequisiti per il finanziamento del paese.
A questo punto, e dopo il referendum, abbiamo approvato un accordo triennale, con un finanziamento assicurato. Ricordate anche che ci avevano chiesto l’abolizione immediata delle pensioni EKAS, la privatizzazione la rete di energia elettrica e della “piccola DEH – Enel”. Queste cose non le abbiamo accettate e abbiamo vinto.
Avevano chiesto anche l’applicazione immediata della clausola per il deficit pari a zero per i fondi integrativi dei pensionati. Nell’accordo vi è un riferimento esplicito alla ricerca di misure equivalenti e siamo pronti a dare questa battaglia. Anche il ripristino dei rapporti di lavoro e l’impedimeto dei licenziamenti collettivi nel settore privato, sono nel nostro obiettivo irremovibile e penso che raggiungeremo anche questo.
I licenziamenti nel settore pubblico sono ormai alle spalle e sono tornati i bidelli delle scuole, le donne delle pulizie e il personale amministrativo nelle università.
Negli ospedali non c’è più il ticket dei 5 euro, mentre si fa strada la procedura per assumere 4.500 tra medici ed infermieri che sono assolutamente necessari attraverso un concorso pubblico.
Non dimentichiamo che abbiamo siglato l’accordo a surplus primari drammaticamente inferiori rispetto a quelli del governo precedente, con il risultato che le misure necessarie al risanamento dei conti pubblici sono inferiori di 20 miliardi di euro.
Inoltre, il nuovo accordo di finanziamento non è sottoposto al diritto inglese con caratteristiche coloniali che avevano accordato i governi greci negli accordi precedenti, ma si riferisce al diritto europeo ed internazionale, mentre il nostro paese mantiene tutti i privilegi e le immunità che proteggono la proprietà pubblica.
Ed infine, per la prima volta in modo cosi esplicito ed inequivocabile si determina la procedura per la riduzione del valore del debito greco, che è forse il nodo più importante per risolvere il problema. Abbiamo guadagnato allora terreno significativo, senza che ciò significhi che abbiamo ottenuto quello che noi e la nostra gente ci aspettavamo.

Greche e greci,
Ora che questo ciclo difficile si conclude, e a differenza del solito atteggiamento di molti che si sentono sempre autorizzati a mantenere i posti, gli offici, gli incarichi indipendentemente dalle condizioni e circostanze, sento il profondo obbligo morale e politico di rimettere al vostro giudizio tutto quello che ho fatto. Le cose giuste e gli errori. I successi e le mancanze. Perciò ho deciso di recarmi dal Presidente della Repubblica per presentare le mie dimissioni e le dimissioni del mio governo.
Il mandato popolare che ho assunto il 25 gennaio ha esaurito i suoi limiti. Ed ora la parola deve passare di nuovo al popolo sovrano. Voi, con il vostro voto, deciderete se abbiamo rappresentato il paese con la determinazione e il coraggio che richiedevano i difficili negoziati con i creditori.
Voi, con il vostro voto, deciderete se l’accordo ottenuto offre le condizioni per superare l’attuale impasse, far riprendere l’economia, intraprendere una strada che lasci indietro i memorandum e la crudeltà che essi comportano.
Voi, con il vostro voto, deciderete chi e come può portare la Grecia nella strada difficile ma promettente che si apre davanti a noi. Chi e come potrà negoziare meglio la diminuzione del debito. Chi e come potrà procedere con passo sicuro e costante alle riforme necessarie, profonde e progressiste di cui abbiamo bisogno.
E, infine, con il vostro voto, voi vi giudicherete tutti. Tutti coloro che hanno dato battaglia dentro e fuori del paese, per non mettere la Grecia di fronte al plotone di esecuzione.
E quelli che invocando la coerenza ideologica e proponendo il ritorno alla dracma di una Grecia che tuttavia ha bisogno dei crediti, commettono l’estrema incoerenza di convertire in minoranza parlamentare la maggioranza che il nostro popolo ha dato per prima volta alla Sinistra.
Ma anche quelli del vecchio sistema politico e i centri di potere che per tutto questo tempo ci hanno messo sotto pressione, coordinati con i più duri centri dei creditori, affinché firmassimo qualsiasi cosa che ci mettevano davanti. Calunniando anche la nostra resistenza come fosse ostruzionismo.

Greche e greci,
mi affido al vostro giudizio, con la mia coscienza tranquilla. Orgoglioso per la battaglia che io e il mio governo abbiamo fatto. Mi sono sforzato in tutto questo tempo di attenermi a ciò che avevamo promesso. Abbiamo negoziato duramente e con tenacia, per lungo tempo. Abbiamo resistito alle pressioni e ai ricatti. Siamo arrivati, è vero, a situazioni limite per il popolo e per l’economia, ma abbiamo fatto del caso greco una questione globale.
Abbiamo fatto sì che la resistenza del nostro popolo diventasse una bandiera e un incoraggiamento per la lotta per gli altri popoli europei. E l’Europa non è più la stessa dopo questi difficili sei mesi.
L’idea che si possa finalmente mettere fine all’austerità guadagna terreno.
E noi, la Grecia, con prestigio e un raggio di azione molte volte più grande della nostra dimensione geografica abbiamo giocato e giochiamo un ruolo di primo piano nei cambiamenti a venire.
Nel dibattito per il futuro dell’Europa la Grecia sarà in prima linea. Ieri con una lettera ho chiesto al presidente del Parlamento europeo che questa istituzione acquisisce con una legittimazione democratica diretta un ruolo attivo nel programma di finanziamento greco.
La trasparenza, l’aperto dibattito democratico, il fatto democratico di rendere conto delle proprie azioni di tutti, la valutazione dell’impatto che esse hanno, dovrà essere ormai parte integrante dell’applicazione del nostro accordo con i partner.

Greche e greci,
Per tutto questo il tempo, nonostante le condizioni dure e difficile del negoziato abbiamo ottenuto anche di lasciare dietro di noi l’esempio di un modo diverso di governare. Abbiamo legiferato sul pagamento dei debiti arretrati in cento rate, abbiamo preso le misure per la crisi umanitaria, abbiamo riaperto la televisione pubblica, abbiamo presentato il disegno di legge per le frequenze radiotelevisive, abbiamo votato la legge sugli immigrati, abbiamo fatto un intervento decisivo per fermare le miniere d’oro a Skouries e impedire un crimine ambientale, e decine di altre misure e iniziative, che dimostrano questo nuovo modo di governare. E dimostrano anche la nostra decisione di cambiare il Paese con coraggio e fiducia il paese, utilizzando il sostegno sociale per obiettivi di riforma.
Davanti a noi abbiamo ancora molte battaglie difficili, questa volta all’interno del paese. La battaglia contro gli interessi loschi ed oscuri, contro la corruzione, è appena iniziata. La battaglia per far pagare finalmente gli eterni privilegiati, che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio di toccare. La battaglia per portare alla giustizia coloro che fino ad ora sono stati al di sopra della legge. La lotta contro l’evasione fiscale, per un sistema fiscale giusto e stabile. La battaglia delle battaglie per cambiare lo stato e farlo diventare ogni giorno più efficiente; più amichevole per il cittadino; più ostile ai favori politici e clientelari, al favoritismo del partito che governa ed alla corruzione.
Tutte queste cose richiedono un mandato chiaro, un governo forte e stabile, che non abbia un percorso vacillante. E soprattutto richiedono di tener lo stesso passo della società, di tutti coloro che vogliono il cambiamento con la democrazia, le riforme con segno progressista, la trasparenza e la giustizia.

Greche e greci,
Nonostante le difficoltà, io rimango ottimista. Credo che i giorni più belli non li abbiamo ancora vissuti, intrappolati dentro la tenaglia del negoziato. Chiederò il voto del popolo greco, per governare e per rivendicare tutti gli aspetti del nostro programma di governo.
Più esperti, più preparati, più pragmatici, ma sempre impegnati per l’obiettivo finale di una Grecia libera, democratica e socialmente giusta, saremo diritti in piedi e pronti alle nuove condizioni e sfide.
Vi garantisco che non consegneremo lo scudo delle nostre idee e dei nostri valori. A nessuno e di fronte a nessuna difficoltà. E vi invito, tutti insieme, con calma e con decisione, a combattere la difficile battaglia per rimettere in piedi la nostra patria.
Per mantenere, in questi tempi difficili, la Grecia e la democrazia nelle nostre mani.
E per riportarla in alto.
Vi ringrazio.

(Traduzione di A. Panagopoulos)

Le molte… stelle della vecchia cara DP

di ANGELO ORIENTALE

Non sono riuscito a leggere tutti i commenti … ma ho letto attentamente sia la lettera di Marina Franza sia quella di Giandiego Marigo …. Non è mia abitudine entrare nel merito delle scelte individuali, che rispetto anche quando non le condivido, ma c’è un punto che mi fa arrabbiare tantissimo ed è quello della presunta superiorità morale dei 5stelle. io non la vedo. Chiedo scusa ma per chi è vecchio come età e come militanza tutte le "novità" elencate da Marina per me non lo sono; anzi, al contrario, per me sono normalità e la mia rabbia nasce proprio da questo: la norma è diventata un’eccezione.

Mi presento: sono (cosi mi definisco) un orfano della politica dal 1987, cioè da quando lasciai Democrazia Proletaria … un partito che malgrado le rose e i fiori aveva comunque qualche spina. Per me era normale discutere in direzione nazionale se approvare o meno una "deroga" al nostro regolamento ad un deputato monogenitore che non riusciva, avendola messa in regola, a pagare la baby-sitter; per me era normale fare la colletta tra i miei amici quando ero disoccupato per pagare le mie misere 25mila lire di retta mensile; per me era normale e scontato che i deputati e il senatore che avevamo fossero i deputati e i senatori di tutto il partito.

Ma, ed è qui il punto di discrimine che faccio con Marina, era ed è ancora normale non solo avere un ceto sociale di riferimento molto ben preciso ma soprattutto continuare testardamente nella nostra ricerca di "frontiera" non solo teorica ma anche di elaborazione pratica per meglio esprimere i bisogni e le esigenze del famoso "blocco sociale" che pur rappresentavamo, malgrado i numeri. Non sto qui a elencare la produzione industriale fatta dai i nostri eletti che vanno dal riconoscimento dell’Olp come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese al piano energetico alternativo nazionale (mai fatto in parlamento neanche oggi), che spaziava dal reddito minimo garantito al proposta di legge per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (con relativa campagna referendaria), all’idea di difesa popolare con la relativa proposta di disarmo unilaterale, alle nostre elaborazioni sullo scontra tra nord e sud del mondo e tantissimo ancora. E non erano iniziative di singoli né la discussione si fermava agli attivi degli iscritti, anzi…

Eravamo visionari? Forse. Eravamo intempestivi e per questo non compresi fino in fondo? Certamente. Ma eravamo veri e non solo immagine che gioca con le strategie di comunicazione. E tutto quello che facevamo, sia quando perdevamo sia quando vincevamo, il nostro era "arrosto", concreto, che sfidavamo come tantissimi davide i golia a casa loro: nel sindacato (chi si ricorda ancora le battaglie sulla riduzione dell’orario di lavoro e quelle sull’articolo 18 e sulla contingenza?), lo facevamo nelle piazze, nelle università, nelle fabbriche, e tantissime battaglie ancora ma davvero tante….

E quindi per riassumere, chiedo scusa per la mia nostalgia ma ho bisogno urgente di politica vera, quella fatta con il sudore e con il sangue, quella fatta con le discussioni accese ma vere e guardandoci negli occhi, quella fatta dai tantissimi e guai se le "facce pubbliche che avevamo" (oggi li chiamate leader) sgarravano dal loro mandato …. ed è questa la sinistra che non vedo, che non c’è e, per cortesia, giustificate le vostre scelte senza scomodare il "padre dei consigli", che non centra nulla con quella roba che c’è dentro i 5stelle anzi, a mio modesto avviso, sono in contrapposizione.

La dittatura attuale e la voglia di liberazione

di NICOLA VENOSTI

Certo che siamo incazzati, come non potremmo esserlo? La realtà è proprio questa e occorre mettersi in gioco con coraggio e partecipazione da cittadini. Le lagne servono a mantenere le cose come stanno e sono putride da oltre 20 anni. E’ ora di cambiare, possiamo ancora votare in questo paese (anche se con una legge truffa e porca) ma sono certo che quando si vota, sono proprio i lagnosi a mettere la croce sulla casta oppure “scelgono”di non andare a votare…

Per fortuna siamo in crescita e la casta inciucista – da Salvini a Forza Berlusconi al piddì renzista e consociati… – le tenta tutte, ma la gente, i cittadini sono veramente stanchi. Potevamo cambiare le cose molto prima, lo faremo comunque perché la storia ci insegna che le dittature non durano ma anche le democrazie sono delicate, hanno bisogno del sostegno e del controllo dei cittadini, proprio quello che si è perso negli anni scientificamente con lo strumento di rincoglionimento di massa altrimenti detta la tivvù delle fiction.

Poco importa se fonti internazionali ci dicono che il nostro paese sia agli ultimi posti circa l’informazione corretta e la libertà di stampa; molti si ostinano a lasciarsi corrompere i neuroni, forse per scelta, forse per difendere un qualche privilegio anche piccolo hanno la paura inculcata nelle menti, mostri creati ogni giorno dalle tivvù per distogliere ogni giorno l’attenzione dai veri mostri, quelli che hanno deturpato il paese, il territorio, la democrazia, le istituzioni, ci hanno tolto il lavoro, la sanità, le pensioni, i diritti, hanno svenduto a multinazionali private, beni demaniali, cioè che appartengono al popolo, spacciandole per “riforme”.

I tele-addomesticati si sveglino perché anche se hanno qualche privilegio è ormai soltanto un’illusione. La disoccupazione giovanile è record negativo intollerabile, mai come ora e con la pesantissima aggravante della perdita di diritti, e la pensione è un miraggio. Licenziabili in ogni momento, ricattabili, insomma quando vi renderete conto che ci hanno tolto tutto ma proprio tutto? (tranne le tivvù ovviamente…) e poco importano i conflitti d’interesse galattici di gente che possiede o controlla emittenze radiotelevisive, testate giornalistiche, posti in politica e nell’“informazione”, un esercito di nominati non solo in parlamento, una schiera di gente che dal mattino a notte propaganda via etere le "informazioni" che “devono” passare, lo strumento della dittatura di questo capitalismo “migliorista” alla Napolitano, che ha restaurato di fatto una dittatura.

Prima di Renzi, ad esser capo totale del partito, del governo e del parlamento nominato e con una legge elettorale ad personam sono stati Mussolini e Berlusconi. I danni creati al paese sono incalcolabili e non ultime la follia militare e la corruzione imperante, le mafie che non hanno più bisogno di commettere stragi… Il potere è in mano ad una setta internazionale che porta il nome di Bilderberg, nata cresciuta e pasciuta nell’immediato dopoguerra per gestire i destini del pianeta, riunioni che si sanno che avvengono ma nessun giornalista (vero…) e nessun apparecchio di registrazione radiotelevisiva e men che meno streaming TV sono ammessi. PROIBITO, come è proibito ai membri di divulgare informazioni!

Io, socialista libertario, sono invece scappato dal M5S

di GIANDIEGO MARIGO –

Rispondo all’amica comunista gramsciana, che definisco amica per sua tutela, perché compagna mi appare, sinceramente, abusato a questo punto, sicuramente non lo gradirebbero i suoi nuovi amici ed ella si accorgerà, quanto questo marchio sia “infamante” nella sua nuova casa. Dicevo rispondo all’amica che sulle pagine del sito del Movimento Radical Socialista ci comunica la sua decisione di iscriversi ad M5S.

Il suo post ha girato molto, ed è stato molto sfruttato da una miriade di grillo-dipendenti in cerca di ulteriore visibilità. Lo premetto per chiarezza e per presentarmi: sono nel coordinamento nazionale di MRS con grandissimo onore e piacere e sono uno dei suoi portavoce.

Sono, per altro, anche stato candidato con il M5S (con cui ho militato per quasi un anno) alle elezioni regionali lombarde, parlo cioè con una certa cognizione di causa.

Sono al momento impegnato nel percorso de “L’altra Europa” in cui spero portare la voce del socialismo radicale e libertario. Percorso ancora in essere, fra gli altri, pur con tutti i suoi limiti e problemi.

Detto questo, fatte cioè le dovute presentazioni, veniamo alla “comunicazione” della signora Marina Franza, insegnante.

Ti capisco Marina: io stesso ho addotto queste stesse motivazioni per giustificare ai compagni di MRS, a suo tempo, la mia decisione di candidarmi e sono stato, bisogna dirlo, comunque appoggiato da loro.

Credo però che il tuo sia un errore, esattamente come lo fu il mio.

In M5S non vi è, al di là del pensiero individuale delle persone, alcuna prospettiva di reale cambiamento.

Al di fuori della fitta nebbia creata dal molto fumo e sopra al tramestio delle altrettante chiacchiere il loro intervento si limita ad una generica moralizzazione di quel che c’è, la ridondanza (a tratti fastidiosa) della loro opposizione (sommaria) copre il vuoto dei loro contenuti reali.

La risposta, solo verbale per altro (senza alcun impegno reale, l’unica loro campagna vera resta quella sullo stipendio dei parlamentari) alle questioni nazionali è superficiale ed indotta da un attento studio di marketing, perché risulti appetibile e gradita all’area di opposizione; molte parole quindi ma poco costrutto.

Salvo poi allearsi di fatto con la Lega (cosa che fanno anche a livello locale) sulla questione dell’immigrazione, soprattutto, ma anche su altro.

All’interno poi molto è legato al “dove capiti”: vi sono Meetup assolutamente gradevoli (per quanto privi di alcun potere decisionale), altri molto meno, ma in generale i rapporti non rispecchiano alcuna alternativa reale e comportamentale, anzi la tendenza all’agguato, le faide interne, i gruppi di potere ricordano molto da vicino il peggio della peggior politica ed io ritengo, perdonami se sbaglio, che nei comportamenti personali e nelle relazioni, nelle pratiche si misuri il primo reale, testabile successo di ogni volontà di cambiamento.

I rapporti interni, dicevamo, sono verticistici e solo apparentemente paritari, l’area organizzativa ha divorato e sostituito da tempo quella politica (i vecchi organizzativi ora siedono in parlamento), la circolarità e l’orizzontalità sono pie illusioni, specchietti, finzioni teatrali… La realtà è ben altra e si decide alla Casaleggio & Associati.

La mia esperienza con loro è stata, dal punto di vista umano, devastante: alla mia dichiarazione di “venire da sinistra” ha corrisposto l’immediato ostracismo, senza scrupoli e rispetto, della destra interna (che esiste ed è fortissima).

Da ultimo appare strana la facilità con cui si creano alleanze di fatto a destra, localmente soprattutto, mentre risulta impossibile ed è ritenuto inammissibile, per ogni pentastellato che si rispetti, dialogare in alcun modo con quello che rimane della sinistra radicale… chissà perché, ma forse il chiederselo potrebbe essere fondamentale.

Finisco, iscriviti dove vuoi! Cara ex compagna Comunista Gramsciana, ma tieni gli occhi aperti e “copriti” dietro, ché l’agguato è comportamento normalissimo all’interno del tuo nuovo recinto.