Per un barlume di alternativa di sinistra

Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista

Domenica si svolgeranno le elezioni regionali in 7 regioni del paese (e quelle amministrative in più di 1000 comuni). Sarà una prova elettorale di grande importanza, se non altro perché saranno chiamati alle urne circa 23 milioni di elettori, poco meno della metà del totale. Dunque molto più di un test o di un sondaggio.

La posta in gioco è la guida di 7 regioni, alcune della quali tra le più importanti, ma indirettamente il voto costituirà anche la verifica del grado di consenso da parte dell’elettorato nei confronti del governo nazionale di centrosinistra, sul suo attivismo volto a “rottamare” le tutele sociali e i diritti democratici conquistati nella seconda metà del secolo scorso: i diritti del lavoro, la sanità e la scuola pubblica, gli spazi di democrazia imposti con la Resistenza antifascista.

Nell’autunno trascorso, la politica dell’austerità del governo sembrava aver trovato nelle mobilitazioni operaie e negli scioperi sindacali e “sociali” un importante ostacolo. Ma il moderatismo degli apparati e la debolezza delle aree sindacali combattive hanno contribuito a spegnere, almeno per il momento, quella possibilità.

Cosicché il dominio di Renzi non trova adeguati contrasti. La sua linea arrogante, dopo aver fatto approvare la nuova legge elettorale, anche grazie all’uso incostituzionale del voto di fiducia, dopo aver rifiutato ogni modifica al suo progetto di “buona” scuola, nonostante il più grande sciopero degli insegnanti di tutta la storia della repubblica, mette in campo l’ennesima operazione di facciata e truffaldina sulla questione del blocco degli adeguamenti delle pensioni alla dinamica inflattiva, rifiutandosi di applicare realmente il dettato della recente sentenza della Consulta.

Tuttavia in questi giorni la forte protesta del mondo della scuola ha aperto alcune brecce nella propaganda del governo che, in parte preoccupato per il test elettorale del 31 maggio, è costretto a qualche manovra tattica, mostrandosi falsamente conciliante con chi protesta contro la “Buona Scuola” (molti sono i lavoratori e le lavoratrici della scuola che, pentiti di aver riposto la loro fiducia nelle mani di Renzi alle elezioni europee, si stanno ricredendo e stanno dichiarando la loro volontà di non votare più il PD). Ma la linea arrogante del governo continua: nonostante la grande mobilitazione dei lavoratori della scuola non c’è infatti nessuna intenzione di ritirare il Disegno di legge come chiedono quelli che sono scesi in piazza, ma solo di aggirare gli ostacoli per riuscire in ogni modo a portare a termine la controriforma della scuola pubblica.

Renzi e il suo PD sono impegnati a mostrare la propria supremazia sul paese, sicuri di confermare amministrazioni di centrosinistra in 5 delle regioni chiamate al voto (Liguria, Toscana, Umbria, Marche, Puglia), speranzosi di competere validamente per riconquistare la Campania e fiduciosi di non essere completamente fuori gioco neanche nel Veneto, anche grazie alle divisioni del centrodestra e della stessa Lega.

Il raggiungimento o meno da parte delle liste PD dell’ “asticella” del 40% sarà una delle verifiche più importanti, sia per capire se saranno confermati i consensi raccolti alle europee di un anno fa, sia perché, grazie alla scandalosa nuova legge elettorale, con quella percentuale Renzi potrebbe avere automaticamente il totale controllo delle istituzioni senza neanche passare per il secondo turno.

Renzi e il PD, in questo anno, hanno demolito consolidati diritti, hanno scompaginato e messo a frutto l’indebolimento del fronte del centrodestra, hanno ridimensionato Forza Italia e la stessa leadership di Berlusconi, con il risultato di portare Salvini e la sua nuova Lega a svolgere un ruolo centrale nell’area cosiddetta “moderata”. Così Renzi può aspirare ad inglobare nel suo partito (pur continuando a definirlo di sinistra) parte significativa dell’area della destra moderata.

Il Movimento 5 Stelle, nonostante mantenga le proprie percentuali (perlomeno nei sondaggi, ma anche nei test elettorali svoltisi la settimana scorsa), non appare un’alternativa credibile perché, oltre all’opposizione in parlamento, dove l’impresa si scontra con la predominanza del PD e con il continuo uso di illegittime forzature regolamentari che vanificano del tutto il dibattito, non si propone la costruzione di un vasto movimento sociale che metta in discussione le politiche di austerità. D’altronde, visto il carattere interclassista del M5S, questa ipotesi è fuori del suo orizzonte.

Ma quella che pesa maggiormente e che facilita i compiti di Renzi e delle forze sociali che lo sostengono è la persistente assenza di una significativa opposizione alla sua sinistra. E’ a causa di questa assenza che il diffuso malcontento di fronte alle misure del governo, tra coloro che non accettano la demagogia razzista di Salvini ma che non danno fiducia neanche alla proposta “grillina”, continua a generare disaffezione nei confronti della politica e a far crescere l’area dell’astensione.

La “sinistra” del PD, nelle sue varie componenti non si sottrae al fascino della necessità di una “sinistra di governo”, cioè di una sinistra capace di governare l’austerità capitalistica cercando, con efficacia sempre minore, di “limitare il danno” e sperando in una nuova alba keynesiana. A questa impostazione non sfugge neanche l’area “civatiana” che ha recentemente formalizzato la propria uscita dal partito di Renzi. La gravità e la profondità della crisi capitalista non offrono oggi spazi di riformismo: il caso greco è lì a dimostrarcelo con forza.

Una piccola parte della sinistra, il PCL ed altre formazioni minori, perseverano nel proprio arroccamento e presentano in qualche regione liste autoproclamatorie, cercando di capitalizzare qualche briciola derivante dalle contraddizioni delle forze di sinistra principali.

La sinistra alla sinistra del PD continua a pagare i prezzi degli errori fatti negli ultimi 10 anni, si è screditata per anni nell’alleanza subalterna al PD e al centrosinistra, si è divisa tra una parte che spera di ricostruire il “vero” centrosinistra “tradito” dalle politiche renziane e un’altra che, pur prendendo atto della impraticabilità di ogni alleanza con il PD, non fa nessun serio bilancio delle proprie scelte recenti, mettendo in campo molte volte liste politicamente deboli. Nessuna forza significativa di questa sinistra sembra puntare veramente le proprie carte sulla ripresa del movimento e, soprattutto, su un passaggio fondamentale per la ripresa delle mobilitazioni e cioè sulla sconfitta della linea delle burocrazie sindacali.

Tutte le principali forze della sinistra, dietro il comodo paravento del carattere locale della consultazione elettorale, hanno scelto di non usare le prossime regionali per avanzare nella costruzione di un’ipotesi politica alternativa al PD. Sette sono le regioni e sette sono le identità politiche che saranno proposte alle elettrici e agli elettori.

Dunque, mentre Renzi presenta sette candidati “renziani” e tenta di consolidare lo sfondamento nazionale, la sinistra si presenta in ordine sparso, appoggiando il PD da qualche parte (come fa SEL nel Veneto con la Moretti, in Puglia con Emiliano e in Umbria con la Marini), in qualche caso esaltando tardive e inconsistenti alternatività (come fanno SEL, PRC e “L’Altra Europa” con il civatiano Pastorino in Liguria, peraltro rompendo con altre aree di sinistra radicale), oppure, meglio, presentando candidature autonome (come nelle altre tre regioni) ma con gradi di alternatività diversi e a volte insufficienti.

Resta però che la presenza di queste liste, pur nella loro forte differenziazione, nella loro insufficienza e con le loro contraddizioni, costituisce l’unico fragile antidoto al predominio di Renzi, al consolidamento di Salvini come “unica vera opposizione”, all’impotenza sociale del M5S, alla disperazione dell’astensione.

Sinistra Anticapitalista, dunque, impegnata a fondo nella costruzione del fronte della mobilitazione sociale decisiva per poter battere le politiche dell’austerità, pur in presenza di alcune importanti critiche che possono essere rivolte ad alcune di queste, ma volendo lavorare per allargare lo spazio politico di alternativa, propone alle lavoratrici e ai lavoratori, ai giovani, alle proprie e ai propri simpatizzanti e alle proprie e ai propri militanti di sostenere e votare le seguenti liste, a cui, in qualche caso partecipiamo anche con qualche nostro candidato:

  1. Veneto: L’Altro Veneto Ora Possiamo (candidato presidente: Laura Di Lucia Coletti)
  2. Liguria: L’Altra Liguria (candidato presidente: Antonio Bruno)
  3. Toscana: Sì Toscana a sinistra (candidato presidente: Tommaso Fattori)
  4. Marche: Altre Marche – Sinistra Unita (candidato presidente: Edoardo Mentrasti)
  5. Campania: Sinistra al lavoro per la Campania (candidato presidente: Salvatore Vozza)
  6. Puglia: L’Altra Puglia (candidato presidente: Riccardo Rossi)

Sinistra Anticapitalista

IL MANIFESTO DELLA COALIZIONE SOCIALE

Associazioni, movimenti, sindacati, donne e uomini che in questi anni si sono battuti contro le molteplici forme d’ingiustizia, di discriminazione e di progressivo deterioramento dei diritti, decidono oggi di promuovere un cammino comune. In una società fondata sull’individualismo e sulla competizione tra le persone è necessario unirsi, fare rete, coalizzarsi. Dopo anni di crisi economica, sociale e ambientale, di politiche di austerità, sappiamo che nulla può tornare a essere come prima, ma proprio per questo pensiamo sia possibile immaginare un futuro di solidarietà e giustizia. Consapevoli che nessuno di noi può farcela da solo a cambiare il corso degli eventi, che per evitare scelte individualistiche o corporative sia necessario unire le forze e l’impegno.

In questi anni le politiche europee e dei governi nazionali hanno liberalizzato il mercato del lavoro, ridotto gli spazi di cittadinanza, privatizzato la formazione, la sanità, i beni comuni e i servizi pubblici, avvelenato città e territori, impedito ogni politica industriale, ogni valorizzazione della conoscenza per tutti. Con l’obiettivo dichiarato di uscire dalla crisi. Così non è stato: il lavoro manca o è sempre più precario e povero, anche il lavoro autonomo e le professioni soffrono profondamente gli effetti della crisi, mentre quelle politiche hanno indebolito la democrazia, affidando a organismi tecnocratici il governo della vita concreta delle persone, dei loro bisogni e speranze. In Europa e in ogni suo singolo paese ricchezza e potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi e aumenta il numero di coloro che sono spinti sotto la soglia della povertà. La corruzione e l’economia illegale sono ormai parti costitutive di un modello di società in cui le persone e l’ambiente sono sempre più una variabile del mercato, saccheggiando le risorse del pianeta e modificandone il clima.

Ciascuno di noi, in questi anni, in associazione o da solo, ha fatto i conti con tutto questo, provando a difendere i diritti che altri prima di noi avevano conquistato e che consideravamo storicamente acquisiti e i principi della nostra Costituzione, mai pienamente applicata e oggi progressivamente stravolta. E’ arrivato il momento di rivitalizzare la partecipazione alla vita pubblica sulla base di alcuni fondamentali valori e obiettivi.

Il lavoro non è una merce ma un diritto per tutti, base di un’esistenza libera e dignitosa; l’ambiente e i beni comuni vanno tutelati, come patrimonio collettivo non privatizzabile, anche attraverso percorsi di rigenerazione urbana e sviluppo locale, fonti di uno sviluppo e di un sistema energetico diversi per migliorare la qualità della vita di ciascuno; il diritto alla salute, all’istruzione, alla cultura, alla casa, alla pensione e all’assistenza devono essere assicurati a tutti da un sistema pubblico ed efficiente per costruire l’uguaglianza nella cittadinanza anche attraverso un fisco più equo e coerente con i principi costituzionali; per ridurre le disuguaglianze va garantito un reddito che metta le persone al riparo dalla povertà; il superamento del divario Nord-Sud è un obiettivo irrinunciabile di un paese più giusto; i diritti dei migranti, dei rifugiati e delle minoranze vanno tutelati promuovendo diritti di cittadinanza uguali per tutti; le mafie, le economie criminali, la corruzione vanno combattute con leggi adeguate, con la confisca e l’uso sociale dei beni, con politiche che trasformino la società della diseguaglianza e dei privilegi in società dei diritti e delle opportunità; la scuola va rimessa al centro dell’attenzione politica e ripensata, oltre che nei saperi, nella sua funzione formativa; la Costituzione va applicata per renderla davvero operativa; è necessario che l’Italia si adegui alle più avanzate legislazioni europee riformando il codice penale e abolendo i maltrattamenti inumani nelle carceri; l’Europa va sottratta alle logiche tecnocratiche che con il ricatto del debito impongono politiche d’austerità e riportata al senso di solidarietà, di collaborazione, di pacifica e rispettosa convivenza tra i popoli, nel ripudio della guerra e di ogni forma di xenofobia e razzismo, nella condivisione di opportunità e di comune crescita culturale. La risposta alla crisi climatica può diventare il volano di un nuovo modello di sviluppo liberato dalla dipendenza delle fonti fossili, dal saccheggio del pianeta e che comprenda la conversione dal modello agroindustriale a produzioni agroecologiche.

A partire da questi obiettivi proponiamo alle associazioni, ai movimenti, ai sindacati, ai singoli cittadini di mettere in comune esperienze di azione, volontariato, mutualismo, competenze, intelligenze per affrontare in modo solidale nei luoghi di vita e lavoro un cammino che con la partecipazione e il protagonismo delle persone conquisti giustizia e dignità: la coalizione sociale, con l’obiettivo di riunificare e ricostruire i diritti di cittadinanza delle donne e degli uomini nel lavoro e nella vita, di ricucire lo strappo che si è creato nel tessuto sociale e quindi di rafforzare la democrazia.

Non lasciare nessuno da solo è la prima ragione che ci porta a intraprendere questo percorso per cambiare il paese e l’Europa, formulare proposte e batterci per un’alternativa concreta alle divisioni e alle solitudini in cui ogni persona rischia di essere abbandonata. Vogliamo dimostrare – come ha compreso il movimento delle donne – che si può far politica attraverso un agire condiviso tra soggetti diversi, rimotivare le persone a occuparsi dell’interesse generale nello spazio pubblico – al di fuori e non in competizione rispetto a partiti, organizzazioni politiche o cartelli elettorali – realizzando un modello d’impegno che si manifesti e qualifichi a partire dai territori, dai luoghi di lavoro e si caratterizzi per il fatto che ciascuno di noi offrirà il contributo delle proprie migliori pratiche e dei propri saperi e sulla base di tali principi in reciproca autonomia aderirà alle campagne per obiettivi comuni che insieme decideremo di avviare.

La scuola del capitale

di PIETRO RATTO – La cosiddetta Autonomia scolastica, messa a punto dalla Riforma Berlinguer nel 1999, ha scaraventato l’istruzione pubblica italiana in un baratro senza fine. I mass media, però, si sono ostinati ad occultare sistematicamente gli espedienti, le motivazioni e le finalità di questa perversamente geniale trasformazione del mondo della Scuola in una gigantesca azienda, in una colossale e vergognosa fabbrica dell’ignoranza dei molti e del profitto economico dei “soliti pochi”, che ormai persegue gli stessi identici obiettivi di una banca o di una multinazionale. Quello che segue è l’ottalogo che riassume alcuni dei punti fondamentali dell’allucinante progetto tramite cui, questa diabolica distruzione della cultura di un Paese, è stata meticolosamente messa in atto, nel corso degli ultimi quindici anni.

1. Elaborare e mettere in atto un Sistema scolastico in virtù di cui ogni Istituto sia, almeno in apparenza, AUTONOMO. Soprattutto da un punto di vista economico: ogni istituto riceverà infatti ogni anno un tot di soldi con cui dovrà gestirsi autonomamente nel corso dell’intero periodo;

2. Far dipendere però i finanziamenti ministeriali destinati annualmente a ciascuna scuola, dall’effettivo numero di studenti iscritti e dalle strategie opportunamente approntate per “attirarli”. Meglio ancora: attenuare progressivamente la differenza tra “pubblico” e “privato”, consentendo agli imprenditori che monopolizzano la politica del Paese di influenzare la didattica attraverso i propri fondi, così da permetter loro di investire proficuamente nel sistema istruzione sia per ricavarne guadagni diretti, sia per plasmare la mentalità e la formazione dei giovani che diventeranno i loro futuri dipendenti;

3. Spingere così i singoli Istituti scolastici statali a competere tra loro per accaparrare “clienti”, elaborando Progetti sempre più accattivanti, settimane corte, viaggi, corsi aggiuntivi stimolanti e non impegnativi (il tutto con enormi guadagni da parte delle aziende private dislocate nel territorio) e, contemporaneamente, attenuando sempre più i carichi di lavoro degli alunni, la severità delle verifiche e delle norme disciplinari a cui attenersi e, di conseguenza, abbassando radicalmente la media annuale degli alunni respinti.

4. A tale scopo, trasformare i Presidi in “Dirigenti” concentrati soprattutto sugli aspetti economici e burocratici delle loro scuole. Dirigenti ben consapevoli dell’importanza di aumentare, di anno in anno, il numero di studenti ottenendo in cambio più fondi per l’Istituto e, per questo stesso motivo, il più possibile schierati con le famiglie e con gli studenti contro i docenti “troppo esigenti”. Dirigenti che, come tali, non godono di alcuna tutela sindacale e che quindi possono essere ricattati “dall’alto”, tenuti costantemente sotto la minaccia di venir sospesi, se non trovano il modo di indurre la maggioranza dei loro Collegi docenti – con ogni mezzo e con qualsiasi forma di ricompensa – a votare quei provvedimenti che il Ministero pretende, ma che, per salvare le “democratiche apparenze”, debbono risultare “decisi dal basso”. Dirigenti “blindati”, tanto ricattabili “dall’alto” quanto inattaccabili “dal basso”, autorizzati dal Ministero a comportamenti anti-sindacali (come il mancato pagamento di permessi o congedi retribuiti, o come – in concomitanza di uno sciopero – lo spostamento di quelle stesse iniziative contro cui l’agitazione è stata proclamata), indotti così a prendere decisioni anche illegittime nei confronti del personale, nella consapevolezza che i sindacati ufficiali molto difficilmente si metteranno contro di loro. Dirigenti più che certi che, anche nella improbabile eventualità che un loro dipendente si spingesse fino al punto di querelarli per veder tutelati i propri diritti e che, in ragione di ciò, un Giudice decidesse di condannarli, il pagamento dei danni e delle spese processuali non toccherebbe a loro, ma al Ministero, cioè allo Stato. Cioè ai cittadini, lavoratore querelante compreso. Non a caso, sempre più spesso l’insegnante vittima di un’ingiustizia si sente sfidare dal proprio Dirigente Scolastico con frasi del tipo: “Se ritiene, apra pure un contenzioso contro di me“;

5. Screditare di fronte all’opinione pubblica i docenti quanto alle loro conoscenze e alle loro capacità didattiche e educative, sottoponendoli a rigidi controlli, a intimidatorie valutazioni ed ispezioni esterne ed all’esplicitazione e formalizzazione di qualsiasi loro scelta didattica o valutativa tramite sterili e ansiogene griglie, verbali, piani di lavoro, programmi, elenchi di obiettivi didattici e educativi, moduli, ecc. alimentando in essi il timore di eventuali ricorsi da parte di alunni i cui risultati scolastici non soddisfacenti non siano stati ampiamente giustificati. Irregimentare, insomma, ogni attività di docenza in un sistema di regole sempre più soffocanti e puramente formali, ricorrendo anche allo strumento dei “Dipartimenti”, tramite cui il Dirigente possa obbligare ogni insegnante ad attenersi a criteri comuni in ogni suo passo, impedendo così pericolose forme di “individualismo” o di “personalismo” che, a qualunque titolo, possano compromettere – mediante valutazioni non sempre indulgenti o atteggiamenti non troppo permissivi – il progressivo accaparramento di alunni e fondi. Con la complicità dei sindacati, poi, trasformare il docente in un impiegato che meccanicamente timbra, “somministra”, applica “griglie”, “recupera”, compila moduli e ri-timbra. In generale dividere i colleghi, indurli a forme di competizione reciproca, ad atteggiamenti delatori, a forme di reciproco boicottaggio, in un clima in cui nessuno osi più dire apertamente ciò che pensa. Atteggiamento, questo, che proficuamente si trasferisce da docenti ad alunni. I quali imparano a scrivere nei temi ciò che vuole l’insegnante, che a sua volta ha predisposto le tracce secondo i parametri del Dipartimento, che ha applicato le norme del Dirigente, che decide secondo l’Ordinanza Ministeriale;

6. Ridurre così l’alunno a cliente da coccolare, vezzeggiare, attirare in tutti i modi, aspettandosi sempre meno dalla sua preparazione, provvedendo costantemente a tentativi di recupero nei confronti delle sue sempre crescenti lacune, perseguendo obiettivi e saperi minimi, tollerando la sua crescente maleducazione. In compenso, valorizzare con appositi crediti le attività che svolge nel tempo libero, ricorrendo in generale a qualsiasi escamotage per alzargli ingiustificatamente la media dei voti;

7. A tale scopo, sostituire il “punteggio” al vecchio voto, così da svuotare la valutazione di qualsiasi valore morale. Un “4” non è più una cosa di cui vergognarsi, al contrario: può diventare in certi casi un’ottima opzione se hai la media dell’ “8” e quel giorno non hai voglia di studiare. Quello che conta, insomma, è il punteggio. Che puoi incrementare anche con l’attività che al pomeriggio svolgi in un campo di calcio o, meglio ancora, in oratorio. Il tuo “4”, se mai, è cosa di cui dovrà dare conto l’insegnante di fronte al Dirigente.

In generale, diffondere nei giovani una mentalità materialistica, finalizzata soltanto a ciò che conviene e al successo economico. Un mettere il punteggio al primo posto che, un domani, si trasformi in un collocare i soldi in cima alle proprie priorità esistenziali. Una mentalità “bancaria”, inculcata da un percorso di studi che si risolve in un banale bilancio di “debiti” e “crediti” da far quadrare a fine periodo. Che si riduce ad una manciata di anni in cui i giovani imparano che ciò che davvero conta è il “punteggio”, da massimizzare ad ogni costo, con qualunque compromesso, così da comportarsi in futuro nello stesso modo quando, invece che con i voti, il potente di turno reputerà necessario comprarseli con i soldi;

8. In questo modo, abituare i ragazzi a studiare poco, conoscere pochissimo, ragionare quasi mai, anche grazie all’ausilio, fortemente incoraggiato, dei media e del loro ossessionante giovanilismo. Formare, insomma, una massa di ragazzi ideologicamente gestibili perché privi di consapevolezza, di conoscenze, di controllo sui propri impulsi (anche grazie all’escamotage di trasformare il vecchio voto di condotta in un punteggio in più, che – per quanto basso – faccia media col profitto e non serva in alcun modo ad influire sul comportamento di studenti sempre meno in grado di autodisciplinarsi e di perseguire disinteressatamente un qualunque principio morale, e sempre più inclini a piegarsi al solo volere di chi percepiscono nelle condizioni di aiutarli ad aumentare il loro personale punteggio).

In quest’ottica, diminuire progressivamente, soprattutto nelle classi terminali, le ore di discipline “pericolose” come, ad esempio, la Filosofia o la Storia, così da evitare ai ragazzi la conoscenza degli avvenimenti passati più o meno recenti e delle loro implicazioni sul caotico e corrotto presente. Per incanalare questa massa di inconsapevoli giovani verso le prospettive lavorative che il sistema politico ed economico che li governa privilegia – anche a discapito delle loro inclinazioni naturali – attivare nelle scuole forme di “orientamento” tese a scoraggiare scelte “indesiderate” o troppo originali, a favore di opzioni “in linea” con le esigenze del mondo imprenditoriale, presentate come più allettanti ed in grado di offrire maggiore possibilità occupazionale.
In definitiva, in tal modo, raggiungere l’obiettivo ultimo di una cittadinanza inconsapevole, ignorante, facilmente corruttibile, culturalmente e politicamente sottomessa, ideologicamente manipolabile.

(*) Tratto da BoscoCeduo.it

Insegnanti ribellatevi!

di Alain Goussot*

Il disegno di legge del governo Renzi ha un segno chiaramente aziendalistico, autarchico e antidemocratico. È funzionale alla logica dell’economia di mercato e alle esigenze della Confindustria e dei poteri forti della finanza che vogliono trasformare la scuola e l’educazione in un business.

Cosa lo dimostra?

L’entrata degli sponsor privati nei programmi e nei piani dell’offerta formativa (che diventano triennali senza possibilità di rimodulazione e vera progettualità pedagogica);

la chiamata diretta fatta dai dirigenti scolastici supermanager (modello Marchionne, il nuovo idolo di Renzi-Giannini) e veri gerarchi d’istituto che svuotano il carattere democratico e partecipativo delle decisioni collegiali;

la svalorizzazione continua del carattere umanistico della formazione (del tipo aboliamo Manzoni per legge dalla scuola);

l’accento continuo messo sulle parole competenze (competere) e efficienza (costo/beneficio e non certo sulla qualità didattica e culturale);

la quasi assenza di riferimento alla scuola meticciata culturalmente nonché all’inclusione non come slogan ma come pratica educativa vera che permette la costruzione dell’alleanza pedagogica tra scuole e famiglie;

la precarizzazione del mestiere dell’insegnante con l’introduzione delle logiche del Job’s Act nella scuola;

l’esclusione d’ufficio di una prospettiva per i precari di lunga data (è così che il governo intende l’eliminazione del precariato);

l’uso del cinque per mille per finanziare i progetti delle scuole (che vuol dire due cose: nel futuro non s’investirà denaro pubblico per il futuro della scuola, aumenteranno le diseguaglianze tra scuole di serie A dei quartieri ricchi e quelle di serie B delle classi popolari);

la confusione caotica di progetti di formazione e preparazione pedagogica dei futuri insegnanti che si dovranno pagare (in modo salato) delle preparazioni che non li garantiscono neanche di avere un posto nella scuola;

il progetto di evoluzione del “sostegno” costruito sul dominio del carattere clinico sulla disabilità e sulla probabile diminuzione d’organico;

il fatto che il governo abbia conservato tredici deleghe sul disegno di legge e quindi potrà anche non tener conto di quello che deciderà il parlamento (è praticamente una delega in bianco a Renzi-Giannini e ai servili funzionari del ministero).

Sono solo alcuni degli aspetti regressivi e reazionari di questo disegno di legge, che demolisce la struttura della scuola pubblica repubblicana e democratica. In parlamento i giochi sono praticamente fatti visto il controllo da parte del governo e del Pd; l’unico modo di fare indietreggiare il governo passa attraverso la mobilizzazione e la ribellione esplicita di insegnanti e dirigenti scolastici, con le famiglie che devono rendersi conto e avere a cuore la scuola repubblicana pubblica e quindi il futuro democratico del paese, che passa attraverso la formazione delle future generazioni.

Insegnanti, non siate sudditi e carne da macello di un esperimento neoliberista, regressivo e antidemocratico che porterà l’Italia a diventare periferia e terzo mondo, reagite e ridiventate cittadini! Difendete anche l’identità culturale della scuola italiana contro il dilagare dell’americanizzazione al punto da volere quasi sostituire la lingua italiana con quella inglese. È ora di dire No per il futuro dei nostri figli e della democrazia e la dignità di questo paese.

Molti si chiedono come fare per opporsi a questo progetto regressivo di scuola che sta per essere approvato. Personalmente invito gli insegnanti a riprendere in mano i testi di Piero Bertolini su democrazia e educazione, quelli di Don Lorenzo Milani e di Paulo Freire.

Troveremo in questi pensatori e pedagogisti critici delle indicazioni concrete: Piero Bertolini, in continuità con la tradizione democratica e progressista della scuola pedagogica italiana che si rifà all’educazione nuova e al Movimento di cooperazione educativo (per intenderci a Ernesto Codignola e Célestin Freinet), ricorda che gli insegnanti assieme ai loro alunni (e alle famiglie di questi ultimi) formano una comunità attiva che fa della partecipazione vera alla progettazione pedagogica un elemento vitale della cittadinanza attiva a scuola. Seguendo queste indicazioni penso che è venuto il momento di aprire le scuole a questo grande dibattito nazionale su quale scuola vogliamo, per quale democrazia e quale tipo di società. Gli insegnanti in alleanza con i genitori possono farsi promotori di iniziative di discussione per fare crescere la conoscenza e la presa di coscienza. Se poi riprendiamo don Lorenzo Milani occorre denunciare il carattere classista del modello di scuola che va avanti in questo momento facendo della scrittura collettiva tra insegnanti del medesimo istituto ma anche tra insegnanti di diversi istituti in diverse zone d’Italia un laboratorio di elaborazione collettiva che fa ridiventare la scuola e i suoi protagonisti quello che Antonio Gramsci chiamava un intellettuale collettivo che mette la questione dell’eguaglianza delle opportunità nell’accesso ai sapere e le conoscenze al centro del dibattito. Poi Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano ispiratore dell’attuale movimento di rinnovamento di tutta la scuola brasiliana nel senso di maggiore giustizia nell’istruzione, ci indica che si possono organizzare dei circoli di cultura pedagogica in ogni scuola coinvolgendo genitori e attori sociali della comunità. Sono alcune delle indicazioni pratiche che troviamo in questi pedagogisti che vedevano la scuola, riprendendo la grandi idee educative espresse da John Dewey in Democrazia e educazione, come un bene comune, pilastro di ogni società autenticamente democratica.

Dunque, cha fare? Qualche proposta rivolta principalmente agli insegnanti:

1) Intanto superare ogni logica puramente corporativa e autoreferenziale che divide il corpo docente tra precari, di ruolo ecc., ma che divide anche la scuola dal resto della società. Voi insegnanti dovete trasformare la vostra battaglia in una lotta per il bene comune e di tutti, aprirvi alla società, aprire le vostre scuole alle famiglie e ai cittadini, fare delle vostre scuole delle agorà pedagogiche dove ci si confronta sul cosa fare insieme per garantire l’eguaglianza delle opportunità per tutti di fronte all’istruzione e migliorare la qualità didattica e formativa.

2) Organizzatevi in gruppi di lavoro pedagogico e culturale e partendo dalla vostre esperienze sollevate le questioni della distribuzione delle risorse da investire per migliorare il funzionamento strutturale delle scuole, affrontate le questioni della relazione educativa con gli alunni e fate una lettura socio-culturale delle situazioni che vi portano i vostri alunni nelle classi, progettate degli interventi e non aspettate che vi arrivano le indicazioni o autorizzazioni dall’alto, organizzatevi in collettivi pedagogici che rimettano la pedagogia critica e attiva al centro dell’azione docente, mettevi in rete come collettivi in rete con altri istituti del vostro territorio e organizzate degli incontri territoriali aperti alla cittadinanza. Una scuola aperta 24 ore su 24 come la pensavano Don Lorenzo Milani, John Dewey, e Célestin Freinet: la scuola del popolo!

3) Coinvolgete il più possibile i genitori dei vostri alunni, che sono degli alleati strategici per la costruzione di un nuovo patto educativo e un progetto pedagogico generale, territoriale, locale e nazionale.

4) Andate nei quartieri e nelle fabbriche mettendovi in contatto con le organizzazioni sindacali disponibili per parlare dell’importanza della scuola repubblicana e democratica per il futuro del paese e delle nuove generazioni; una alleanza con gli altri lavoratori è vitale perché tutti capiscano la partita che si sta giocando per la vita della nostra democrazia e della Costituzione.

5) Prendete contatto con l’Università e tutti quei ricercatori e docenti universitari che sono disponibili e critici verso la deriva aziendalistica antidemocratica attuale nel mondo della scuola.

6) Organizzate nelle scuole eventi di difesa dell’identità culturale del vostro paese e della sua tradizione umanistica, ricordate che senza sapere chi si è non si sa dove si va e si diventa servi dei nuovi padroni.

Non abbiate paura, riprendete coraggio e costruite assieme alla gente di buona volontà angosciata per il degrado antidemocratico, ai giovani studenti, ai tanti lavoratori e genitori preoccupati per il futuro, alle tante associazioni di volontariato, mille iniziative partendo dalla vostre scuole, fate delle vostre scuole i bastioni di difesa della democrazia, del diritto all’istruzione per tutti, della solidarietà, dell’eguaglianza e della cultura.

La scuola come bene comune si deve aprire e interpellare tutta la società e parlare a tutti in modo aperto e senza timore. Abbiate fiducia in voi stessi come donne, uomini liberi, cittadine e cittadini, come educatrici ed educatori!

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Varoufakis: il mio marxismo “riformista”

YANIS VAROUFAKIS

Quando cominciai a insegnare economia, le autorità accademiche volevano che Marx non trovasse posto nelle mie lezioni, e all’Università di Sidney fui addirittura licenziato in quanto “militante dell’estrema sinistra”. Ed anche se in realtà non c’è molto marxismo nei miei libri attuali, continuo ad avere la fama di pericoloso marxista (sia pure “irregolare”): non contesto la definizione, perché continuo io stesso a sentirmi un marxista, benché critico.

Marx cominciai a leggerlo all’età di 12 anni. Fin da giovanissimo ero attratto dall’idea del progresso umano, del trionfo della ragione sulla natura, con tutti i vantaggi e gli svantaggi: questa concezione del mondo mi ha fortemente avvicinato a Marx, che ha fatto di ciò una narrazione drammatica ed insuperabile. La sua straordinaria dialettica, per cui ogni concetto è gravido del suo opposto (come le immense ricchezze e le spaventose povertà che il capitalismo produce, o la contraddizione tra proprietari che non lavorano e lavoratori senza proprietà), mi ha sempre affascinato, insieme all’occhio d’aquila con cui Marx vede le condizioni del cambiamento all’interno di strutture economico-sociali apparentemente immutabili. E credo che la validità del materialismo storico trovi continue conferme nella storia, nei modi più diversi. Forse che l’attuale montagna dei debiti sovrani non si spiega con la crisi di realizzazione descritta nel Capitale?

Ho sempre considerato quello di Marx, e lo considero tuttora, come il più grande contributo alla scienza economica, a partire dall’analisi della mercificazione del lavoro umano, che è l’affresco di un mondo disumanizzato, senza più pensiero critico né “sovversione”, quasi come in quel film di fantascienza che parlava dell’invasione della Terra da parte di replicanti senza sentimenti né creatività né libera volontà, automi che si limitano a lavorare, produrre e consumare, in una società che non sarebbe null’altro che il freddo meccanismo di un orologio o di un computer. Film come quello, o anche come Matrix, non sono fantascienza ma la fedele rappresentazione della società in cui viviamo, all’epoca del capitalismo avanzato, in cui i lavoratori sono ridotti a mera energia al servizio del sistema e della sua accumulazione. E per contrasto l’idea che il lavoro umano non debba essere mercificato perché radicalmente diverso da ogni altro fattore produttivo (in quanto soggetto e non oggetto della produzione), e che dunque l’umanità debba riprendere il controllo dei rapporti sociali da essa stessa creati liberandoli dalla alienazione, rappresenta ai miei occhi il più grande contributo di Marx al pensiero economico moderno.

A sentire gli economisti borghesi, viviamo in una società dove la ricchezza è prodotta individualmente e poi parzialmente redistribuita dallo stato mediante la tassazione, ma Marx ci guida splendidamente alla comprensione che la verità è esattamente l’opposto: la ricchezza viene prodotta collettivamente e poi sono pochi privati ad appropriarsene. Viviamo in un mondo dove il deficit più grave è un deficit di democrazia, in cui la libertà vale solo per la sfera politica purché sia rigorosamente separata da quella economico-sociale, che è lasciata al dominio del grande capitale, secondo i parametri classici del liberalismo borghese, mentre il pensiero di Marx ci indica la prospettiva di una libertà sostanziale e concreta.

Penso tuttavia che Marx abbia commesso anche degli errori, relativamente alla teoria deterministica del “crollo” (figlia del positivismo ottocentesco), che sottovaluta la capacità di adattamento del sistema e cerca la verità “scientifica” del socialismo in formule e schemi economici, equazioni matematiche che invece non possono contenere alcuna verità assoluta (né per i marxisti, né per i borghesi). Nel terzo libro del Capitale, lo stesso Marx si rende conto di quanto fosse illusorio dare una presunta base scientifico-matematica alla lotta politica e sindacale dei lavoratori. Ad esempio lui era convinto che un aumento dei salari, facendo diminuire i profitti, accelerasse la crisi; che viceversa lo sviluppo esigesse bassi salari e che dunque il capitalismo fosse irriformabile dallo stato, esattamente come pensava tutta l’economia borghese fino a Keynes. Fu John Maynard Keynes a smentire i classici (sia Smith che Marx), mostrando come il crollo dei salari non incrementasse affatto né i profitti né l’occupazione, anzi si abbinasse ad entrambe le cose. Ora, lasciate perdere la “Teoria Generale”: è un libro pessimo che non vi consiglio nemmeno di leggere; la grandezza di Keynes sta in questa sola intuizione rivoluzionaria: che il capitalismo è un sistema ben poco “deterministico”, capace di collassare ma incapace di riprendersi con le sole forze del mercato. Per capire questo, Keynes si è dovuto staccare dai modelli matematici dell’economia borghese, e questo avrebbe dovuto fare anche Marx qualche decennio prima.

Io ho cominciato la mia carriera accademica studiando proprio quei modelli matematici. E pensavo che la critica più efficace che si potesse fare a quegli schemi fosse svilupparli fino in fondo per mostrarne tutte le incongruenze e contraddizioni interne. Del resto è quanto fece Marx con la teoria del valore di Smith e Ricardo. Ebbene, io ho provato a fare la stessa cosa: approfondendo quegli stessi schemi matematici meglio di quanto avessero fatto gli economisti borghesi e dimostrando loro che la bibbia neoliberista è fondata su un dogma infondato: quello dell’equilibrio “naturale” del sistema. Ma sbagliavo anch’io, perché ero convinto (secondo una mentalità anch’essa borghese), che una volta dimostrati matematicamente i loro errori, questi ultrascientifici economisti anglosassoni fossero ben disposti a correggerli, come deve fare ogni “scienziato”… Non è così. Anzi, per dirla chiaramente, non gliene importa un accidente della verità scientifica dei loro modelli; e questa scoperta fu per me assai sconcertante.

Tuttavia devo essere onesto, e aggiungere che anche molti economisti marxisti perseverano nei loro dogmi ed errori con la stessa ottusità e mancanza di curiosità intellettuale. Io stesso, quando vivevo in Inghilterra negli anni della Thatcher, ero portato a condividere il credo leninista secondo cui le cose devono andare peggio per poter andare meglio in futuro; cioè ritenevo che lo shock del neoliberismo thatcheriano avrebbe avvicinato l’ora X di un cambiamento radicale, perché per i lavoratori – pensavo – le cose non avrebbero potuto peggiorare ancora. E invece andavano sempre peggio, ogni giorno. Così invece di radicalizzare la sinistra, questo declino distrusse progressivamente ogni possibilità di cambiamento. E questa per me fu una lezione molto severa. Una lezione che mi sono trascinato dietro fino ad oggi, e che spiega le mie attuali prese di posizione di fronte alla crisi europea.

Guardate che questa crisi, scoppiata nel 2008, non è solo una minaccia per le classi lavoratrici, per gli individui più svantaggiati o per determinati gruppi sociali, ma costituisce un enorme pericolo per la civiltà stessa, facendo avanzare giorno dopo giorno la sofferenza dei popoli e delle persone. E allora arrivo al punto: alcuni militanti della sinistra radicale mi rimproverano su internet di suggerire i modi per salvarlo, il capitalismo, invece di distruggerlo come un marxista dovrebbe auspicare. Ammetto che quest’accusa mi fa male, ma vi devo confessare che è un rimprovero fondato. Sì, è vero: voglio salvare la società dagli effetti devastanti di questa crisi. La mia è una strategia, che si inquadra in progetto politico radicalmente umanista. Io credo che noi dobbiamo conservare nel cuore e nella mente una giusta indignazione per le ingiustizie del capitalismo, ma sono anche convinto che in questa fase storica la sinistra non sia ancora pronta a reggere sulle sue spalle gli effetti del crollo del sistema e costruire un’alternativa radicale ad esso, e che gli unici a trarre beneficio dalle macerie dell’economia sarebbero i razzisti e i neonazisti. Spero davvero di sbagliarmi, ma sono sicuro che non mi sbaglio. Perciò vorrei evitare di commettere di nuovo l’errore che feci da studente 30 anni fa, e invece di invocare l’abbattimento del capitalismo, oggi mi sento in dovere di indicargli la maniera per salvarsi da se stesso.

Venendo all’Europa, bisogna ammettere che questa Unione economica e monetaria, così come è stata costruita, era ed è del tutto incapace di fronteggiare una crisi planetaria come quella in atto, e che gli strumenti adottati dai vertici dell’Eurozona, dal 2008 ad oggi, passeranno alla storia come un esempio di idiozia senza precedenti. Viviamo in un regime guidato da banche in bancarotta; in un continente diviso da una moneta comune (bell’esempio di dialettica marxiana!). Questi idioti spremono i lavoratori e loro redditi, attaccano i deboli e gli incapienti, devastano i diritti sociali per salvare (almeno questo è quello che scioccamente credono di fare) l’autocrazia bancaria e finanziaria, ma alla fine da questa folle spirale di crisi e risposte sbagliate non ci guadagnerà proprio nessuno, a parte i reazionari, razzisti e i neonazisti. Nell’Opera da Tre Soldi Bertold Brecht scrive: «La forza bruta è passata di moda; perché mandare un killer se si può mandare un ufficiale giudiziario?». E oggi si potrebbe aggiungere: perché mandare i carriarmati della Wehrmacht se puoi mandare gli inviati della troika?

Per concludere, le mie “modeste” proposte di politica economica (che vi invito ad approfondire e discutere sul mio blog) sono finalizzate a salvare l’Europa da una depressione come quella degli anni Trenta, ma che stavolta potrebbe durare 50 anni. Proprio chi, come me, ha combattuto questa Unione Europea deve sentirsi ora in dovere di salvarla, per tutelare le classi lavoratrici da un ulteriore drastico peggioramento delle loro condizioni e per ridurre al minimo le sofferenze sociali. Per questo obbiettivo, io che non sopporto i privilegi (compreso quello di viaggiare in prima classe quando vengo invitato ai convegni internazionali), sono pronto a trattare e cercare accordi anche con forze ed enti che personalmente detesto, come il Fondo Monetario Internazionale, magari per contrapporlo alla Banca Centrale Europea. Ma certo non bisogna mai dimenticare, quando vai a cena con bastardi come quelli, la disumanità e misantropia del sistema capitalistico e delle sue istituzioni; e che gli eventuali compromessi possono servire solo a minimizzare le sofferenze umane, almeno nel breve periodo.

YANIS VAROUFAKIS

Ministro delle Finanze del governo di Alexis Tsipras in Grecia

(Yanis Varoufakis "Confessions of an Erratic Marxist" – 6th Subversive festival – 14/05/2013)

Traduzione di Giancarlo Iacchini

La “bontà” degli Usa e la propaganda

– Andrea Bizzocchi
Ogni volta che torno negli Stati Uniti non posso fare a meno di constatare la sincera quanto ingenua e drammaticamente pericolosa convinzione dello statunitense medio che loro sono i “buoni”. Ne sono sinceramente convinti. Fanno le guerre per portare la democrazia, la lotta al terrorismo è necessaria per liberare “non solo gli Usa ma tutto il mondo da questi fanatici che si fanno esplodere e fanno esplodere anche i bambini”, globalizzano McDonald’s e tutto il resto per “far sì che anche gli altri paesi si sviluppino”, lo sfruttamento minorile per produrre le merci che consumano viene perversamente ribaltato in un “almeno gli diamo un po’ di lavoro”, Obama (ma solo per i democratici) è buono e il Nobel per la Pace che gli è stato conferito giusto anche se è costretto, poverino, a fare le guerre. Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma anche le cose che succedono in casa propria non gli fanno accendere la lampadina che magari negli Usa, e nel sistema che portano avanti, ci sia qualcosa di profondamente sbagliato: non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che non sia normale che l’80% della popolazione assuma antidepressivi, che ogni 15 minuti un adolescente tenti il suicidio, che in carcere ci siano 11 neri per ogni bianco, che ci siano oltre 30 milioni (il 10% della popolazione) di senzatetto, che venga violentata una donna al minuto e più in generale che si respiri nell’aria un senso di terrore e violenza diffuso di cui sono talmente impregnati da non rendersene neppure conto. Non importa, sono sinceramente convinti di essere i migliori, i più buoni, i più democratici e che il loro mondo sia il migliore.

Mi sono sempre domandato come si possa essere convinti di rappresentare il bene ed essere con ciò moralmente superiori, quando questo Paese è nato sul deliberato genocidio di oltre cinque milioni di nativi, sulla schiavitù di milioni e milioni di africani che lo hanno letteralmente e fisicamente costruito, su due bombe atomiche sganciate esclusivamente per terrorismo psicologico (questo sì che è terrorismo!) e che hanno fatto trecentomila morti in un sol colpo (più malattie, deformazioni e ulteriori morti nei decenni successivi). Anche qui si potrebbe andare avanti all’infinito. Eppure sono davvero convinti di essere i più buoni, di rappresentare il bene. Si chiama propaganda e la propaganda viene portata avanti quotidianamente dai media ed è il mezzo attraverso cui si continua fare guerre, devastare l’ambiente, causare l’estinzione di duecento specie viventi al giorno e via andando, e soprattutto a fare in modo che nessuno (qualcuno sì per la verità, ma proprio pochini) se ne renda conto.

La propaganda però non è solo negli Usa ma anche a casa nostra, e riguarda ognuno di noi perché tutti ne siamo vittime. Quando pensiamo che il nostro stile di vita sia normale siamo vittime di propaganda, tant’è che quando qualcuno prova a dire che non è così, che questo stile di vita che ha mercificato tutto, uno stile di vita in cui la Natura, gli animali, anche noi umani non siamo altro che "risorse", non è affatto normale, ecco che subito lo si accusa di fanatismo, estremismo, catastrofismo, di essere una cassandra, di essere “negativo”, di vedere tutto nero, di non saper "ridere". C’è poco da ridere. E’ un mondo in agonia e anche noi siamo in agonia. Ma la propaganda, cioè la manipolazione della mente, è così forte, che il problema non è la descrizione di un mondo in agonia, ma colui che descrive questo stato di agonia. Come dice il caro amico Enrico Manicardi (www.enricomanicardi.it) si confonde il messaggio con il messaggero (e il motivo è anche ovvio: siccome il messaggio non è attaccabile, si attacca il messaggero). Comunque il fatto che la propaganda sia una prigione micidiale non significa che non sia possibile liberarsene. Bisogna però averne la consapevolezza e per avere questa consapevolezza bisogna volerlo.

Perché dico questo? Perché tutti vogliono sinceramente cambiare il mondo ma a ben vedere nessuno vuole cambiare se stesso, come pensa, cosa fa, come vive. Io credo invece che ognuno di noi debba preoccuparsi esclusivamente di cambiare se stesso,rifiutando con la maggior forza e determinazione possibile tutto ciò che questo Sistema gli offre e che secondo il suo personale parametro va bene o non va bene. Capire ciò che "va bene" o "non va bene" è facilissimo ed è stato detto già da qualche migliaio di anni: non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso.

Andrea Bizzocchi

Florida, 03 febbraio 2015

Quell’eretico desiderio di socialismo

di Alessio Andrej Caperna

La politica quale un uscire dalla stasi, e-stasi, intendendo stasi, nel senso polivalente del termine, d’ immobilismo, stagno sociale che ingenera piramidi sociali/gerarchico-patriarcali, cristallizzate nell’attuale assetto familistico, che viene delineandosi alla stregua di un neo-feudalesimo, ove i figli tendono a fare lo stesso lavoro (comunque alienante) dei genitori.

Stasi della DDR, nel senza senso attuale, ove l’essere umano è di continuo spiato, scrutato nei conti correnti bancari, stasi, come era il Ministerium fur Staatssicherheit, il potente servizio segreto della DDR, che disponeva di un agente segreto in ogni condominio (in jeder imbiss-stube, ein spion, una spia in ogni tavola calda, diceva una canzone dei DAF-Kebabtraum).

La politica che rimette l’essere umano, l’essere, al centro dell’agire, per far sì che l’uomo agisca liberamente e non venga agito/assoggettato da forze oscure (il capitale astratto), per tornare a vivere in una società almeno più umana (programma minimo).

Ma una politica che ha senso, che è riformista-socialista, nell’accezione turatiana di graduale superamento, marxianamente, del sistema capitalistico vigente-trionfante, per giungere finalmente al di là, alla società degli individui non schiacciati dallo Stato (ZTL, strisce blu, pedaggi di ogni tipo, tasse, imposte, burocrazie, tecnocrazie del superfluo, zavorre), finalmente liberi, dis-assoggettati, al di là del bene e del male, che ora si è ahimè, troppo poco umani (alienati-scissi-uno, nessuno, centomila), ecce homo, oltre l’uomo.

L’iperliberismo irrazionale del capitale porta al rovesciamento della logica aristotelica, facendo perdere la Ragione, incatenando l’uomo nel nichilismo giuridico idealistico neoplatonico, nelle formule matematizzanti, che alienano l’essere umano che resta sussunto-oppresso nello sfruttamento posto dal capitale.

L’A-Ragione irragionevole del capitale è disfunzionalmente attrattiva dell’esiziale demoniaca forza del senza senso pirandelliano (La carriola, una novella ove l’integerrimo professore e giurista fa fare la carriola al cane nel segreto del suo studio. Pirandello nichilista, lo afferma lui stesso “Io sono figlio del Caos… son nato in una nostra campagna Cavusu, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos”, il caos della follia), che sfocia in una nichilistica follia del funzionale, funzionale che non funziona affatto, è di fatto sconclusionato, come solo il capitale sa essere e gli effetti empirici sono ictu oculi rilevabili da chiunque.

La Ragione numerica ha preso il posto della ragione umana (logica del tutto ha un prezzo) assoggettando l’essere dell’umanità ad uno stato meramente algoritmico, rectius animalesco, per l’appunto funzionale, come se la persona fosse una macchina, un computer, ed ecco l’informatizzazione radicale di ogni cosa, per amplificare le funzioni statuali del sacro controllo delle persone, sino a vagliare le spese che le stesse fanno, uno stato voyeur, guardone, intercettatore di telefonate ad amanti, et similia, la scusa è il “promuovimento” dell’azione penale.

La folle A-Ragione del capitale è self-evident, la sua ratio è matematizzare il linguaggio umano in una neo-lingua (1984-Orwell) priva di rinvii di senso, morta, povera, sterile, ove è più facile sorvegliare-punire-non permettere di pensare (Foucault-Lacan).

Uno stato Mostruoso, che va declinando il suo essere A-razionale, nell’osservare i comportamenti delle individualità, stato che si fa Giudice del bene e del male, come se non fossero intervenute le scoperte della fisica teorica (meccanica quantistica / relatività generale – immensamente grande – pazzescamente piccolo, microcosmo / macrocosmo,Tavola Smeraldina, ciò che è in basso è come ciò che è in alto). Galileo Galilei – eppur si muove, l’eresia dello spirito libero-socialista.

Eresia socialista, relativismo anti-dogmatico, dubbiosi russellianamente («la causa fondamentale dei problemi è che nel mondo moderno gli stupidi sono sicuri di sé, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi»), la verità-pravda, la verità che ha la struttura della finzione (per Lacan la verità è l’errore che fugge nell’inganno ed è raggiunto dal fraintendimento). Torquemada l’inquisitore cercava la verità, le purghe staliniane costruivano verità e Vysinskij ne era il PM, eresia socialista quale anti-ideologia che non cerca verità (Marx: «l’ideologia sta alla politica come l’onanismo all’amore sessuale»). Socialismo quale decostruzione delle Verità, le verità rivelate, tipiche di ordinamenti teo-autoritari, che ri-Velano sedicenti verità (Rivelare quale dire ri-mettendo il velo).

Uno stato da logica binaria, istituto hegeliano superato, che perpetua sé stesso quale pura proiezione del capitale, sempre irrazionalmente non scientifico, che marmorizza il dinamismo dell’essere, lo cristallizza, vaporizzando le idee, liquefacendo gli stimoli, anestetizzando la creatività, sottomettendola ad una finzione senza senso, il culto dei divieti, del proibire.

Il desiderio visto in prospettiva lacaniana è presenza di assenza, e ciò che emerge nell’attuale panorama politico, della Kultur e della civilation è null’altro che desolazione, desolante-disperante, vuota (sturm und drang – irrazionalismo comunitarista, no global, iper-ecologista), ed ecco il desiderio che in-sorge, desiderio di eguaglianza, di fraternità e di libertà, desiderio di giustizia sociale, di equità, di libero sviluppo, di sogni-bisogni e valorizzazione dei meriti, insomma desiderio di socialismo, ciò che oggi manca, desiderio di socialismo, quale presenza d’assenza.

Ed è conseguentemente tutto da riprendere il discorso del socialismo italiano, eclettico, sin dalle sue origini (la formazione culturale di Turati certamente non dogmaticamente marxista), che viene a utilizzare momenti di Marx, momenti di anarchismo (Bakunin-Cafiero-Malatesta-Costa), liberalismo mutualistico sociale (le società operaie di mutuo soccorso), fornendo strumenti culturali davvero versatili, utilissimi per portare, pel tramite del socialismo riformista, l’uomo attuale verso lo Übermensch, Nietzsche (oltre l’uomo-al di là), certo non in senso evoluzionista-darwiniano, ma come oltre-passamento di una stasi, e-stasi, come dinamica fuoriuscita dall’immobilità, che è del tutto innaturale e mortifera, la cosa, la pietra priva di mondo, per raggiungere la meta-il socialismo-EMANCIPAZIONE, liberi finalmente da sovrastrutture, morali, etiche, di costume, per una realtà dionisiaca di benessere, di prosperità, di edonismo, di bellezza e di ricerca della felicità, insomma di LIBERTA’ su questa Terra non rinviata a paradisi artificiali post-mortem-ultraterreni (Baudelaire, religione oppio dei popoli, Marx).

Quando si parla di socialismo italiano, non si tratta quindi d’un movimento d’opinione qualsiasi, ce ne sono molti oggi (vuoti contenitori di nulla-effimero), ma il socialismo è da intendersi come un moto-sommovimento dell’umanità (movimenti operai – moltitudini d’individualità mai comunitaristiche) che continua da sempre e tende per sempre alla liberazione-emancipazione dell’essere umano dalle catene e dalle tenebre del capitalismo folle ed ingiusto-teocratico, quel caro fil rouge che unisce tutti i lavoratori del mondo (Proletarier aller Länder vereinigt Euch!), verso il Sol dell’Avvenire, internazionale futura umanità, Marx, Critica del Programma di Gotha: «solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!».

Alessio Andrej Caperna