Varoufakis: il mio marxismo “riformista”

-YANIS VAROUFAKIS-

Quando cominciai a insegnare economia, le autorità accademiche volevano che Marx non trovasse posto nelle mie lezioni, e all’Università di Sidney fui addirittura licenziato in quanto “militante dell’estrema sinistra”. Ed anche se in realtà non c’è molto marxismo nei miei libri attuali, continuo ad avere la fama di pericoloso marxista (sia pure “irregolare”): non contesto la definizione, perché continuo io stesso a sentirmi un marxista, benché critico.

Marx cominciai a leggerlo all’età di 12 anni. Fin da giovanissimo ero attratto dall’idea del progresso umano, del trionfo della ragione sulla natura, con tutti i vantaggi e gli svantaggi: questa concezione del mondo mi ha fortemente avvicinato a Marx, che ha fatto di ciò una narrazione drammatica ed insuperabile. La sua straordinaria dialettica, per cui ogni concetto è gravido del suo opposto (come le immense ricchezze e le spaventose povertà che il capitalismo produce, o la contraddizione tra proprietari che non lavorano e lavoratori senza proprietà), mi ha sempre affascinato, insieme all’occhio d’aquila con cui Marx vede le condizioni del cambiamento all’interno di strutture economico-sociali apparentemente immutabili. E credo che la validità del materialismo storico trovi continue conferme nella storia, nei modi più diversi. Forse che l’attuale montagna dei debiti sovrani non si spiega con la crisi di realizzazione descritta nel Capitale?

Ho sempre considerato quello di Marx, e lo considero tuttora, come il più grande contributo alla scienza economica, a partire dall’analisi della mercificazione del lavoro umano, che è l’affresco di un mondo disumanizzato, senza più pensiero critico né “sovversione”, quasi come in quel film di fantascienza che parlava dell’invasione della Terra da parte di replicanti senza sentimenti né creatività né libera volontà, automi che si limitano a lavorare, produrre e consumare, in una società che non sarebbe null’altro che il freddo meccanismo di un orologio o di un computer. Film come quello, o anche come Matrix, non sono fantascienza ma la fedele rappresentazione della società in cui viviamo, all’epoca del capitalismo avanzato, in cui i lavoratori sono ridotti a mera energia al servizio del sistema e della sua accumulazione. E per contrasto l’idea che il lavoro umano non debba essere mercificato perché radicalmente diverso da ogni altro fattore produttivo (in quanto soggetto e non oggetto della produzione), e che dunque l’umanità debba riprendere il controllo dei rapporti sociali da essa stessa creati liberandoli dalla alienazione, rappresenta ai miei occhi il più grande contributo di Marx al pensiero economico moderno.

A sentire gli economisti borghesi, viviamo in una società dove la ricchezza è prodotta individualmente e poi parzialmente redistribuita dallo stato mediante la tassazione, ma Marx ci guida splendidamente alla comprensione che la verità è esattamente l’opposto: la ricchezza viene prodotta collettivamente e poi sono pochi privati ad appropriarsene. Viviamo in un mondo dove il deficit più grave è un deficit di democrazia, in cui la libertà vale solo per la sfera politica purché sia rigorosamente separata da quella economico-sociale, che è lasciata al dominio del grande capitale, secondo i parametri classici del liberalismo borghese, mentre il pensiero di Marx ci indica la prospettiva di una libertà sostanziale e concreta.

Penso tuttavia che Marx abbia commesso anche degli errori, relativamente alla teoria deterministica del “crollo” (figlia del positivismo ottocentesco), che sottovaluta la capacità di adattamento del sistema e cerca la verità “scientifica” del socialismo in formule e schemi economici, equazioni matematiche che invece non possono contenere alcuna verità assoluta (né per i marxisti, né per i borghesi). Nel terzo libro del Capitale, lo stesso Marx si rende conto di quanto fosse illusorio dare una presunta base scientifico-matematica alla lotta politica e sindacale dei lavoratori. Ad esempio lui era convinto che un aumento dei salari, facendo diminuire i profitti, accelerasse la crisi; che viceversa lo sviluppo esigesse bassi salari e che dunque il capitalismo fosse irriformabile dallo stato, esattamente come pensava tutta l’economia borghese fino a Keynes. Fu John Maynard Keynes a smentire i classici (sia Smith che Marx), mostrando come il crollo dei salari non incrementasse affatto né i profitti né l’occupazione, anzi si abbinasse ad entrambe le cose. Ora, lasciate perdere la “Teoria Generale”: è un libro pessimo che non vi consiglio nemmeno di leggere; la grandezza di Keynes sta in questa sola intuizione rivoluzionaria: che il capitalismo è un sistema ben poco “deterministico”, capace di collassare ma incapace di riprendersi con le sole forze del mercato. Per capire questo, Keynes si è dovuto staccare dai modelli matematici dell’economia borghese, e questo avrebbe dovuto fare anche Marx qualche decennio prima.

Io ho cominciato la mia carriera accademica studiando proprio quei modelli matematici. E pensavo che la critica più efficace che si potesse fare a quegli schemi fosse svilupparli fino in fondo per mostrarne tutte le incongruenze e contraddizioni interne. Del resto è quanto fece Marx con la teoria del valore di Smith e Ricardo. Ebbene, io ho provato a fare la stessa cosa: approfondendo quegli stessi schemi matematici meglio di quanto avessero fatto gli economisti borghesi e dimostrando loro che la bibbia neoliberista è fondata su un dogma infondato: quello dell’equilibrio “naturale” del sistema. Ma sbagliavo anch’io, perché ero convinto (secondo una mentalità anch’essa borghese), che una volta dimostrati matematicamente i loro errori, questi ultrascientifici economisti anglosassoni fossero ben disposti a correggerli, come deve fare ogni “scienziato”… Non è così. Anzi, per dirla chiaramente, non gliene importa un accidente della verità scientifica dei loro modelli; e questa scoperta fu per me assai sconcertante.

Tuttavia devo essere onesto, e aggiungere che anche molti economisti marxisti perseverano nei loro dogmi ed errori con la stessa ottusità e mancanza di curiosità intellettuale. Io stesso, quando vivevo in Inghilterra negli anni della Thatcher, ero portato a condividere il credo leninista secondo cui le cose devono andare peggio per poter andare meglio in futuro; cioè ritenevo che lo shock del neoliberismo thatcheriano avrebbe avvicinato l’ora X di un cambiamento radicale, perché per i lavoratori – pensavo – le cose non avrebbero potuto peggiorare ancora. E invece andavano sempre peggio, ogni giorno. Così invece di radicalizzare la sinistra, questo declino distrusse progressivamente ogni possibilità di cambiamento. E questa per me fu una lezione molto severa. Una lezione che mi sono trascinato dietro fino ad oggi, e che spiega le mie attuali prese di posizione di fronte alla crisi europea.

Guardate che questa crisi, scoppiata nel 2008, non è solo una minaccia per le classi lavoratrici, per gli individui più svantaggiati o per determinati gruppi sociali, ma costituisce un enorme pericolo per la civiltà stessa, facendo avanzare giorno dopo giorno la sofferenza dei popoli e delle persone. E allora arrivo al punto: alcuni militanti della sinistra radicale mi rimproverano su internet di suggerire i modi per salvarlo, il capitalismo, invece di distruggerlo come un marxista dovrebbe auspicare. Ammetto che quest’accusa mi fa male, ma vi devo confessare che è un rimprovero fondato. Sì, è vero: voglio salvare la società dagli effetti devastanti di questa crisi. La mia è una strategia, che si inquadra in progetto politico radicalmente umanista. Io credo che noi dobbiamo conservare nel cuore e nella mente una giusta indignazione per le ingiustizie del capitalismo, ma sono anche convinto che in questa fase storica la sinistra non sia ancora pronta a reggere sulle sue spalle gli effetti del crollo del sistema e costruire un’alternativa radicale ad esso, e che gli unici a trarre beneficio dalle macerie dell’economia sarebbero i razzisti e i neonazisti. Spero davvero di sbagliarmi, ma sono sicuro che non mi sbaglio. Perciò vorrei evitare di commettere di nuovo l’errore che feci da studente 30 anni fa, e invece di invocare l’abbattimento del capitalismo, oggi mi sento in dovere di indicargli la maniera per salvarsi da se stesso.

Venendo all’Europa, bisogna ammettere che questa Unione economica e monetaria, così come è stata costruita, era ed è del tutto incapace di fronteggiare una crisi planetaria come quella in atto, e che gli strumenti adottati dai vertici dell’Eurozona, dal 2008 ad oggi, passeranno alla storia come un esempio di idiozia senza precedenti. Viviamo in un regime guidato da banche in bancarotta; in un continente diviso da una moneta comune (bell’esempio di dialettica marxiana!). Questi idioti spremono i lavoratori e loro redditi, attaccano i deboli e gli incapienti, devastano i diritti sociali per salvare (almeno questo è quello che scioccamente credono di fare) l’autocrazia bancaria e finanziaria, ma alla fine da questa folle spirale di crisi e risposte sbagliate non ci guadagnerà proprio nessuno, a parte i reazionari, razzisti e i neonazisti. Nell’Opera da Tre Soldi Bertold Brecht scrive: «La forza bruta è passata di moda; perché mandare un killer se si può mandare un ufficiale giudiziario?». E oggi si potrebbe aggiungere: perché mandare i carriarmati della Wehrmacht se puoi mandare gli inviati della troika?

Per concludere, le mie “modeste” proposte di politica economica (che vi invito ad approfondire e discutere sul mio blog) sono finalizzate a salvare l’Europa da una depressione come quella degli anni Trenta, ma che stavolta potrebbe durare 50 anni. Proprio chi, come me, ha combattuto questa Unione Europea deve sentirsi ora in dovere di salvarla, per tutelare le classi lavoratrici da un ulteriore drastico peggioramento delle loro condizioni e per ridurre al minimo le sofferenze sociali. Per questo obbiettivo, io che non sopporto i privilegi (compreso quello di viaggiare in prima classe quando vengo invitato ai convegni internazionali), sono pronto a trattare e cercare accordi anche con forze ed enti che personalmente detesto, come il Fondo Monetario Internazionale, magari per contrapporlo alla Banca Centrale Europea. Ma certo non bisogna mai dimenticare, quando vai a cena con bastardi come quelli, la disumanità e misantropia del sistema capitalistico e delle sue istituzioni; e che gli eventuali compromessi possono servire solo a minimizzare le sofferenze umane, almeno nel breve periodo.

YANIS VAROUFAKIS

Ministro delle Finanze del governo di Alexis Tsipras in Grecia

(Yanis Varoufakis "Confessions of an Erratic Marxist" – 6th Subversive festival – 14/05/2013)

Traduzione di Giancarlo Iacchini

La “bontà” degli Usa e la propaganda

- Andrea Bizzocchi
Ogni volta che torno negli Stati Uniti non posso fare a meno di constatare la sincera quanto ingenua e drammaticamente pericolosa convinzione dello statunitense medio che loro sono i “buoni”. Ne sono sinceramente convinti. Fanno le guerre per portare la democrazia, la lotta al terrorismo è necessaria per liberare “non solo gli Usa ma tutto il mondo da questi fanatici che si fanno esplodere e fanno esplodere anche i bambini”, globalizzano McDonald’s e tutto il resto per “far sì che anche gli altri paesi si sviluppino”, lo sfruttamento minorile per produrre le merci che consumano viene perversamente ribaltato in un “almeno gli diamo un po’ di lavoro”, Obama (ma solo per i democratici) è buono e il Nobel per la Pace che gli è stato conferito giusto anche se è costretto, poverino, a fare le guerre. Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma anche le cose che succedono in casa propria non gli fanno accendere la lampadina che magari negli Usa, e nel sistema che portano avanti, ci sia qualcosa di profondamente sbagliato: non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che non sia normale che l’80% della popolazione assuma antidepressivi, che ogni 15 minuti un adolescente tenti il suicidio, che in carcere ci siano 11 neri per ogni bianco, che ci siano oltre 30 milioni (il 10% della popolazione) di senzatetto, che venga violentata una donna al minuto e più in generale che si respiri nell’aria un senso di terrore e violenza diffuso di cui sono talmente impregnati da non rendersene neppure conto. Non importa, sono sinceramente convinti di essere i migliori, i più buoni, i più democratici e che il loro mondo sia il migliore.

Mi sono sempre domandato come si possa essere convinti di rappresentare il bene ed essere con ciò moralmente superiori, quando questo Paese è nato sul deliberato genocidio di oltre cinque milioni di nativi, sulla schiavitù di milioni e milioni di africani che lo hanno letteralmente e fisicamente costruito, su due bombe atomiche sganciate esclusivamente per terrorismo psicologico (questo sì che è terrorismo!) e che hanno fatto trecentomila morti in un sol colpo (più malattie, deformazioni e ulteriori morti nei decenni successivi). Anche qui si potrebbe andare avanti all’infinito. Eppure sono davvero convinti di essere i più buoni, di rappresentare il bene. Si chiama propaganda e la propaganda viene portata avanti quotidianamente dai media ed è il mezzo attraverso cui si continua fare guerre, devastare l’ambiente, causare l’estinzione di duecento specie viventi al giorno e via andando, e soprattutto a fare in modo che nessuno (qualcuno sì per la verità, ma proprio pochini) se ne renda conto.

La propaganda però non è solo negli Usa ma anche a casa nostra, e riguarda ognuno di noi perché tutti ne siamo vittime. Quando pensiamo che il nostro stile di vita sia normale siamo vittime di propaganda, tant’è che quando qualcuno prova a dire che non è così, che questo stile di vita che ha mercificato tutto, uno stile di vita in cui la Natura, gli animali, anche noi umani non siamo altro che "risorse", non è affatto normale, ecco che subito lo si accusa di fanatismo, estremismo, catastrofismo, di essere una cassandra, di essere “negativo”, di vedere tutto nero, di non saper "ridere". C’è poco da ridere. E’ un mondo in agonia e anche noi siamo in agonia. Ma la propaganda, cioè la manipolazione della mente, è così forte, che il problema non è la descrizione di un mondo in agonia, ma colui che descrive questo stato di agonia. Come dice il caro amico Enrico Manicardi (www.enricomanicardi.it) si confonde il messaggio con il messaggero (e il motivo è anche ovvio: siccome il messaggio non è attaccabile, si attacca il messaggero). Comunque il fatto che la propaganda sia una prigione micidiale non significa che non sia possibile liberarsene. Bisogna però averne la consapevolezza e per avere questa consapevolezza bisogna volerlo.

Perché dico questo? Perché tutti vogliono sinceramente cambiare il mondo ma a ben vedere nessuno vuole cambiare se stesso, come pensa, cosa fa, come vive. Io credo invece che ognuno di noi debba preoccuparsi esclusivamente di cambiare se stesso,rifiutando con la maggior forza e determinazione possibile tutto ciò che questo Sistema gli offre e che secondo il suo personale parametro va bene o non va bene. Capire ciò che "va bene" o "non va bene" è facilissimo ed è stato detto già da qualche migliaio di anni: non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso.

Andrea Bizzocchi

Florida, 03 febbraio 2015

Quell’eretico desiderio di socialismo

di Alessio Andrej Caperna

La politica quale un uscire dalla stasi, e-stasi, intendendo stasi, nel senso polivalente del termine, d’ immobilismo, stagno sociale che ingenera piramidi sociali/gerarchico-patriarcali, cristallizzate nell’attuale assetto familistico, che viene delineandosi alla stregua di un neo-feudalesimo, ove i figli tendono a fare lo stesso lavoro (comunque alienante) dei genitori.

Stasi della DDR, nel senza senso attuale, ove l’essere umano è di continuo spiato, scrutato nei conti correnti bancari, stasi, come era il Ministerium fur Staatssicherheit, il potente servizio segreto della DDR, che disponeva di un agente segreto in ogni condominio (in jeder imbiss-stube, ein spion, una spia in ogni tavola calda, diceva una canzone dei DAF-Kebabtraum).

La politica che rimette l’essere umano, l’essere, al centro dell’agire, per far sì che l’uomo agisca liberamente e non venga agito/assoggettato da forze oscure (il capitale astratto), per tornare a vivere in una società almeno più umana (programma minimo).

Ma una politica che ha senso, che è riformista-socialista, nell’accezione turatiana di graduale superamento, marxianamente, del sistema capitalistico vigente-trionfante, per giungere finalmente al di là, alla società degli individui non schiacciati dallo Stato (ZTL, strisce blu, pedaggi di ogni tipo, tasse, imposte, burocrazie, tecnocrazie del superfluo, zavorre), finalmente liberi, dis-assoggettati, al di là del bene e del male, che ora si è ahimè, troppo poco umani (alienati-scissi-uno, nessuno, centomila), ecce homo, oltre l’uomo.

L’iperliberismo irrazionale del capitale porta al rovesciamento della logica aristotelica, facendo perdere la Ragione, incatenando l’uomo nel nichilismo giuridico idealistico neoplatonico, nelle formule matematizzanti, che alienano l’essere umano che resta sussunto-oppresso nello sfruttamento posto dal capitale.

L’A-Ragione irragionevole del capitale è disfunzionalmente attrattiva dell’esiziale demoniaca forza del senza senso pirandelliano (La carriola, una novella ove l’integerrimo professore e giurista fa fare la carriola al cane nel segreto del suo studio. Pirandello nichilista, lo afferma lui stesso “Io sono figlio del Caos… son nato in una nostra campagna Cavusu, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos”, il caos della follia), che sfocia in una nichilistica follia del funzionale, funzionale che non funziona affatto, è di fatto sconclusionato, come solo il capitale sa essere e gli effetti empirici sono ictu oculi rilevabili da chiunque.

La Ragione numerica ha preso il posto della ragione umana (logica del tutto ha un prezzo) assoggettando l’essere dell’umanità ad uno stato meramente algoritmico, rectius animalesco, per l’appunto funzionale, come se la persona fosse una macchina, un computer, ed ecco l’informatizzazione radicale di ogni cosa, per amplificare le funzioni statuali del sacro controllo delle persone, sino a vagliare le spese che le stesse fanno, uno stato voyeur, guardone, intercettatore di telefonate ad amanti, et similia, la scusa è il “promuovimento” dell’azione penale.

La folle A-Ragione del capitale è self-evident, la sua ratio è matematizzare il linguaggio umano in una neo-lingua (1984-Orwell) priva di rinvii di senso, morta, povera, sterile, ove è più facile sorvegliare-punire-non permettere di pensare (Foucault-Lacan).

Uno stato Mostruoso, che va declinando il suo essere A-razionale, nell’osservare i comportamenti delle individualità, stato che si fa Giudice del bene e del male, come se non fossero intervenute le scoperte della fisica teorica (meccanica quantistica / relatività generale – immensamente grande – pazzescamente piccolo, microcosmo / macrocosmo,Tavola Smeraldina, ciò che è in basso è come ciò che è in alto). Galileo Galilei – eppur si muove, l’eresia dello spirito libero-socialista.

Eresia socialista, relativismo anti-dogmatico, dubbiosi russellianamente («la causa fondamentale dei problemi è che nel mondo moderno gli stupidi sono sicuri di sé, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi»), la verità-pravda, la verità che ha la struttura della finzione (per Lacan la verità è l’errore che fugge nell’inganno ed è raggiunto dal fraintendimento). Torquemada l’inquisitore cercava la verità, le purghe staliniane costruivano verità e Vysinskij ne era il PM, eresia socialista quale anti-ideologia che non cerca verità (Marx: «l’ideologia sta alla politica come l’onanismo all’amore sessuale»). Socialismo quale decostruzione delle Verità, le verità rivelate, tipiche di ordinamenti teo-autoritari, che ri-Velano sedicenti verità (Rivelare quale dire ri-mettendo il velo).

Uno stato da logica binaria, istituto hegeliano superato, che perpetua sé stesso quale pura proiezione del capitale, sempre irrazionalmente non scientifico, che marmorizza il dinamismo dell’essere, lo cristallizza, vaporizzando le idee, liquefacendo gli stimoli, anestetizzando la creatività, sottomettendola ad una finzione senza senso, il culto dei divieti, del proibire.

Il desiderio visto in prospettiva lacaniana è presenza di assenza, e ciò che emerge nell’attuale panorama politico, della Kultur e della civilation è null’altro che desolazione, desolante-disperante, vuota (sturm und drang – irrazionalismo comunitarista, no global, iper-ecologista), ed ecco il desiderio che in-sorge, desiderio di eguaglianza, di fraternità e di libertà, desiderio di giustizia sociale, di equità, di libero sviluppo, di sogni-bisogni e valorizzazione dei meriti, insomma desiderio di socialismo, ciò che oggi manca, desiderio di socialismo, quale presenza d’assenza.

Ed è conseguentemente tutto da riprendere il discorso del socialismo italiano, eclettico, sin dalle sue origini (la formazione culturale di Turati certamente non dogmaticamente marxista), che viene a utilizzare momenti di Marx, momenti di anarchismo (Bakunin-Cafiero-Malatesta-Costa), liberalismo mutualistico sociale (le società operaie di mutuo soccorso), fornendo strumenti culturali davvero versatili, utilissimi per portare, pel tramite del socialismo riformista, l’uomo attuale verso lo Übermensch, Nietzsche (oltre l’uomo-al di là), certo non in senso evoluzionista-darwiniano, ma come oltre-passamento di una stasi, e-stasi, come dinamica fuoriuscita dall’immobilità, che è del tutto innaturale e mortifera, la cosa, la pietra priva di mondo, per raggiungere la meta-il socialismo-EMANCIPAZIONE, liberi finalmente da sovrastrutture, morali, etiche, di costume, per una realtà dionisiaca di benessere, di prosperità, di edonismo, di bellezza e di ricerca della felicità, insomma di LIBERTA’ su questa Terra non rinviata a paradisi artificiali post-mortem-ultraterreni (Baudelaire, religione oppio dei popoli, Marx).

Quando si parla di socialismo italiano, non si tratta quindi d’un movimento d’opinione qualsiasi, ce ne sono molti oggi (vuoti contenitori di nulla-effimero), ma il socialismo è da intendersi come un moto-sommovimento dell’umanità (movimenti operai – moltitudini d’individualità mai comunitaristiche) che continua da sempre e tende per sempre alla liberazione-emancipazione dell’essere umano dalle catene e dalle tenebre del capitalismo folle ed ingiusto-teocratico, quel caro fil rouge che unisce tutti i lavoratori del mondo (Proletarier aller Länder vereinigt Euch!), verso il Sol dell’Avvenire, internazionale futura umanità, Marx, Critica del Programma di Gotha: «solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!».

Alessio Andrej Caperna

L’economia del bene comune

di Marco Dotti

Secondo l’austriaco Christian Felber, promotore del movimento della Gemeinwohl-Ökonomie o economia del bene comune, nella concorrenza il motore che anima l’azione è la paura – di perdere, di fallire, di non riuscire nell’impresa. Al contrario, nella cooperazione ciò che muove l’azione verso lo scopo è un diverso orientamento – anche della competizione – secondo un sistema win-win: si perde o si vince tutti assieme, per questo occorre dare il meglio.

Serve uno scopo che garantisca equilibrio tra mezzi e fini, per fare davvero qualcosa. Se dovessimo costruire una casa, osservava già Aristotele, dovremmo essere mossi dall’intenzione di farla e solo successivamente provvedere alla raccolta di materiali e risorse, elaborando un progetto. La logica finanziaria ha rovesciato questa gerarchia tra mezzi e fini, insistendo su “progetti” mossi da nessuno scopo e su vie d’uscita dalla crisi che comportano solo sacrifici inutili e modelli senza futuro. Al contrario, rimarca Christian Felber nel suo libro-manifesto L’economia del bene, che in Germania e Austria ha suscitato molta attenzione, esiste un «modello che ha futuro». È la Gemeinwohl-Ökonomie”, l’economia del bene comune. Economista, attivista, comunicatore di grande fascino, Felber ha dato ampio corso al suo progetto, fondando una banca alternativa e una rete che ha raccolto molte adesioni da parte di imprese, associazioni, persone convinte – così si esprime Felber – che «l’economia del bene comune non è assolutamente un traguardo astratto, ma un processo partecipativo che può generare altre forme del fare». Lo abbiamo incontrato per porgli alcune domande.

Troppo grandi per fallire, troppo piccoli per riuscire

Competizione o cooperazione? Che sia proprio la cooperazione la chiave per uscire da una crisi di sistema che tecnici e professori prestati alla politica non sembrano in grado di affrontare, proprio perché si servono di strumenti assolutamente astratti rispetto al piano della realtà e si muovono secondo coordinate logiche che in nulla, se non a parole, contraddicono le matrici della crisi?

Christian Felber: L’economia di mercato classica si basa su un mito che non ha evidenze scientifiche: la competizione. La competizione sarebbe necessaria, si afferma, per l’innovazione e la realizzazione dei propri obiettivi. Al contrario, la ricerca empirica rivela che la cooperazione è la strategia più efficace per motivare gli esseri umani e per raggiungere uno scopo. La cooperazione è definita come un gioco “win-win”, ossia un gioco in cui non ci sono perdenti, ma si vince o si perde tutti assieme. Mentre la competizione è basata su uno schema elementare di “vincitori” e “vinti”: se io perdo, tu vinci, e viceversa. Nella concorrenza, il fattore che più motiva è la paura. Nella cooperazione è il condividere. Se abbiamo la prova pratica che la cooperazione è più efficiente della competizione, perché dovremmo continuare a basare il nostro sistema economico sulla seconda, anziché sulla prima? Dobbiamo partire da questa evidenza, o non ne usciremo mai.

Christian Felber

La proposta pratica che ho chiamato Economia del Bene Comune è la seguente: tutte le persone possono entrare e uscire dal mercato allo stesso modo. Si tratta di una economia più libera di quella che abbiamo oggi, dove criteri di entrate e uscita sono dettati da cartelli di oligopolisti che, mentre si dilungano in professioni di fede nella concorrenza, altro non fanno che proteggersi dalla concorrenza stessa. Le banche e le società che sono "troppo grandi per fallire" – too big to fail, secondo uno slogan quanto mai attuale – non possono lasciare il mercato e così continuano a controllarlo… Tutto ciò deve finire. L’Economia del Bene Comune mira a sancire questa fine. Coloro che entreranno nel mercato, troveranno un quadro di incentivi ben diverso dall’attuale che premia in ragione della “competitività”, ossia della capacità di sostenere atteggiamenti aggressivi e belligeranti. Al contrario, la cooperazione e la collaborazione saranno premiate nell’economia che dobbiamo impegnarci a favorire. Saranno premiate le azioni volte non solo al bene proprio, ma anche a quello altrui e alla complessiva “manutenzione” del sistema: come in un gioco “win-win”, appunto.

Questo, però, non significa fine del mercato… Troppo spesso si sovrappone il concetto di mercato, che ha una storia millenaria – come tra gli altri dimostrò, anni fa, l’antropologo Marshal Sahlins, in un suo celebre libro sull’economia dell’età della pietra – e una deriva che più che liberista potremmo chiamare liberticida, rispetto alla libertà d’impresa, tipica di questo ultimo trentennio….

Christian Felber: Andiamo ancora più in là e affermiamo senza paura che la parola concorrenza, se osservata da vicino, rivela qualcosa di sbalorditivo. La sua etimologia è bellissima: viene dal latino "com" e "petere", che significa “cercare insieme” una soluzione. Quello che osserviamo oggi nel mercato è una perversione di questo senso originale, una sorta di “anti-petizione”: aziende una contro l’altra. E uno contro l’altro, alla lunga, si muore tutti e non c’è efficienza che tenga. Con la parola “cooperazione”, nel senso che le diamo nell’Economia del Bene Comune, potremmo dire che restituiamo al “com-petere” il suo senso vero e originario.

Lei non ha paura di usare termini come “bene”, “comune”, “persona”, “dignità”, “lavoro” cadute in discredito, nell’epoca della finanziarizzazione della vita quotidiana. Non teme di essere tacciato di una visione troppo “umanistica” dell’economia?

Christian Felber: Può darsi economia senza persone, senza bene, senza dignità? Critiche di questo tipo non mi toccano, io miro al concreto. E il concreto è un ritorno a ciò che conta davvero nella vita: la soddisfazione dei bisogni, la creazione di una migliore qualità della vita stessa e del bene comune. Il "bene comune" è già obiettivo costituzionalmente garantito nell’economia di molti paesi europei, Italia compresa, ma ce ne siamo dimenticati La Costituzione bavarese testualmente recita: “L’intera attività economica serve il bene comune”. Così, ciò che propongo non è né una novità, né un’astratta utopia. Il denaro è solo un mezzo per l’attività economica e dovrebbe essere ridotto al suo ruolo di servizio. Un’economia del bene comune deve cancellare i redditi da mera speculazione, valorizzando il lavoro, non la sua vampirizzazione.

Abbiamo ancora bisogno di banche, ma di quali banche? Crede sia possibile un’economia senza banche e prodotti finanziari o, piuttosto, abbiamo bisogno di un altro tipo di banche?

Christian Felber: Fino a quando usiamo il denaro, e anche in un’Economia del Bene Comune ne usiamo, abbiamo bisogno di banche. Ma le banche non devono essere orientate a scopo di lucro – così come non dovrebbero esserlo scuole, ospedali o biblioteche. Dovrebbero servire ai servizi pubblici, così come i soldi dovrebbero servire e non essere lo scopo, del fare impresa. In Austria, circa 100 persone stanno dando vita a una "banca democratica" in grado di massimizzare il bene comune al posto dei profitti, ma non distribuire una parte del profitto ai proprietari – in questo caso, saremmo ancora nella logica della vecchia economia – ma al fine di aiutare i risparmiatori a dire addio al meccanismo usuraio degli interessi. Il credito sarà accordato a condizioni ottimali a quelle aziende che rispettano i criteri di bilancio etico stabiliti nell’Economia del Bene Comune…

Il modello della “Gemeinwohl-Ökonomie” sta avendo notevoli conseguenze pratiche, perché è un "modello", non solo un quadro teorico affascinante, ma vago. Sta sorgendo un movimento, che va nella direzione di questa economia e raccoglie un numero crescente di adesioni. Ci racconta come è nato tutto?

Christian Felber: L’impulso è venuto da una dozzina di imprenditori austriaci che hanno letto il mio libro Nuovi valori per l’economia. In quel libro, ho decostruito gli attuali "valori economici" come "successo", "prestazione", "efficienza", "crescita", "concorrenza", "libertà", e simili. Dopo la decostruzione, ho ricomposto gli elementi positivi di questi valori e li ho integrati con valori costituzionali quali la dignità, la giustizia, la solidarietà, la democrazia. Come effetto collaterale, è emerso il progetto per un’Economia del Bene Comune. Questi imprenditori mi hanno spinto a sviluppare insieme un modello completo e facilmente comprensibile nella messa in pratica. Il 6 ottobre 2010 abbiamo lanciato il progetto e si sono presentate più di 100 persone, mentre l’anno seguente 25 aziende hanno deciso spontaneamente di attuare i principi di bilancio indicati dal nostro modello per testarne l’efficacia. Poi siamo passati a 55 aziende. Quest’anno le aziende che ci chiedono di applicare questi criteri sono più di 400. Intorno a loro, sono cresciuti più di 50 "campi energetici", chiamiamoli così, ma si tratta di gruppi locali di sostegno, promozione e co-creazione. Più di 15 circoli di attori compongono il "processo globale di ECG": consulenti, revisori, redattori, altoparlanti, ambasciatori, specialisti IT, coordinatori… Ogni giorno persone decidono di unirsi a noi.

Un nuovo bilancio di impatto sociale e democratico

Lei propone dunque un modello alternativo di impresa. Ma non è solo all’impresa, slegata da ogni contesto, che si guarda: l’economia del bene comune appare come un sistema integrato – sistema politico e sociale – il cui centro è la persona umana. Ci può spiegare quali sono i principi, i valori e le implicazioni pratiche del modello?

Christian Felber: L’Economia per il Bene Comune si propone di risolvere la contraddizione di valori tra la sfera del mercato – dove il successo economico è decretato da comportamenti egoistici, non empatici e, soprattutto, irresponsabili – e quella dei rapporti umani, che per prosperare hanno bisogno di valori come l’onestà, la fiducia, l’empatia, la cooperazione, solidarietà e condivisione. Quest’ultimo diventa anche il principio guida delle relazioni di mercato e porta al successo economico. Per questa ragione, le norme centrali del gioco dell’economia si spostano dalla concorrenza e dal profitto, alla cooperazione e al conseguimento del bene comune. Il successo economico non deve più essere misurato con indicatori monetari di scambio, ma con indicatori non economici di valore. A livello macroeconomico, di economia nazionale, il PIL sarà sostituito – come indicatore di successo – dal Prodotto Bene Comune (PBC). A livello microeconomico, aziendale, il conto patrimoniale da un bilancio di buon equilibrio nel perseguimento del bene comune. Quest’ultimo deve così diventare il bilancio principale di tutte le aziende. Più una società si impegnerà nel sociale, più sarà ecologica e democratica, più sarà solidale, migliore saranno i risultati del suo bilancio di equilibrio in questa economia del Bene Comune. Migliori saranno i risultati, maggiori saranno i vantaggi sul piano legale e fiscale: meno tasse, tariffe agevolate, tassi di interesse più bassi, priorità in materia di appalti pubblici. Attraverso questi incentivi, i prodotti etici costeranno meno per i consumatori rispetto a quelli meno etici, e le aziende responsabili e sostenibili rimarranno sul mercato, mentre le altre saranno destinate a fallire. Esattamente il contrario di quanto accade oggi.

Quali regole per questa “Economia del Bene Comune”? Quali parametri per valutarne efficienza e sostenibilità?

Christian Felber: Misuriamo direttamente l’obiettivo. Se l’obiettivo è il bene comune, dobbiamo andare oltre il Pil, a livello dell’economia nazionale e, al livello delle imprese, oltre la mera rilevazione del profitto finanziario. Il denaro è solo un mezzo e quindi non può dire nulla affidabile circa il successo o il raggiungimento di uno scopo. Il successo deve essere misurato osservando gli obiettivi. Un "Prodotto Bene Comune" potrebbe essere composto da 15/25 indicatori di qualità della vita 15-25 definiti in processi democratici bottom-up (dal basso verso l’alto), che noi chiamiamo "convenzioni civili" o "convenzioni democratiche". Bisogna partire prima a livello locale, poi operare a livello statale. In queste assemblee, le persone definiscono ciò che è più importante per loro al fine di ottenere una qualità di vita e un bene davvero comune. Il risultato è il Prodotto Bene Comune (CGP) che si misura ogni anno. Avremo allora una correlazione diretta tra l’abbattimento della disoccupazione e l’aumento del CGP, tra la diminuzione della povertà e l’aumento del CGP, tra equilibrio ecologico e aumento del CGP (e viceversa). Oggi, il PIL può pure crescere, mentre tutti i problemi sociali, umani e ecologici peggiorare. A livello microeconomico, ogni azienda deve rispondere alle domande più scottanti di una società: il prodotto / servizio produce senso? Come faccio a produrre “ecologico”? Quanto umane sono le condizioni di lavoro? Abbiamo parità di trattamento tra uomini e donne? Con chi condividiamo il profitto? Chi prende le decisioni e ha la responsabilità delle stesse? Ogni azienda può raggiungere un massimo di 1000 “punti-bene comune”. Più democratica, trasparente, umanamente orientata, ecologico, cooperativa e solidale sarà una società si comporta, più alto il risultato CGBS e migliore è il trattamento giuridico riservatole.

Decrescere e poi?

La “Gemeinwohl-Ökonomie” è alternativa alla “decrescita” proposta dall’economista Serge Latouche o a ipotesi quali la sussidiarietà e l’economia dei cosiddetti “commons”?

Christian Felber: Sono prevalentemente complementari. Entrambi, Latouche e l’ECG sono d’accordo che il consumo assoluto di risorse naturali deve ridursi drasticamente fino a un livello globale e intergenerazionale di equilibrio. L’unica differenza: considerando che Latouche sembra dire che "décroissance" è l’obiettivo, l’ECG dice invece che il bene comune è l’obiettivo (di cui una a ridefinizione del consumo ambientale a livello globale e intergenerazionale proprio livello di consumo ambientale è un mezzo per raggiungere un fine: il bene comune, appunto). Il principio di "sussidiarietà economica" significa che la produzione locale e regionale e di consumo sono la priorità al mercato globale, che aumenta la responsabilità, la sostenibilità e la resilienza. Questo è molto convincente. Il mercato globale è solo il "sale nella minestra". E comunemente proprietà e gestione risorse o servizi di base come la fornitura di acqua, energia, o la salute – "bene comune" – fanno parte della ECG. Proponiamo che il popolo sovrano decida in convenzioni democratiche quali parti dell’economia vogliono organizzarsi come beni comuni e quali no.

L’Europa uscirà dunque dalla crisi con meno soldi ma più bene comune?

Christian Felber: Almeno abbiamo la possibilità di passare a un gradino successivo: dopo il capitalismo e il comunismo, si potrebbe implementare un modello che fornisce sia la libertà individuale (aziende private), sia il benessere di tutti (obiettivo della società e dell’economia). Alcuni avranno più soldi, altri un po’ di meno. Ma quello che conta è la soddisfazione dei bisogni di base e dei valori immateriali che non possono essere espressi in denaro in modo adeguato. Questi bisogni e questi valori diverranno il vero scopo dell’attività economica. Lo credo fortemente.

@oilforbook

http://www.vita.it/economia/finanza-etica/economia-del-bene-comune-intervista-con-christian-felber.html

Il regalo di Natale del governo

I provvedimenti varati alla vigilia di Natale dal Parlamento e dal governo (l’approvazione della legge di stabilità e il decreto legislativo n. 1 sul Jobs Acts) sono atti infami, espressione della guerra che i padroni conducono contro la classe lavoratrice per distruggere i suoi diritti e per stornare le risorse pubbliche a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie. Il governo Renzi si conferma, per chi avesse avuto ancora qualche stupida incertezza, di essere un governo di classe, al servizio della classe capitalista, nemico dei lavoratori, della giustizia sociale; non il governo della modernità e del progresso, ma un governo reazionario dei “padroni delle ferriere” che punta a ricostruire il pieno potere della borghesia su una classe lavoratrice frammentata, divisa, impossibilitata a difendere i suoi interessi e quindi suddita.

La legge di stabilità è un enorme regalo deposto dal governo sotto l’albero della Confindustria: riduce drasticamente la tassazione (IRAP) alle imprese, utilizza gli undici miliardi di spesa aggiuntiva in deficit a totale vantaggio della classe padronale, taglia contemporaneamente la spesa pubblica (17 miliardi) con enormi ripercussioni, sulla sanità, sul trasporto pubblico locale, sui servizi sociali.

Ma anche il primo decreto legislativo sul Jobs Act, è un enorme regalo ai padroni e nello stesso tempo un aggressione vile e violenta contro le lavoratrici e i lavoratori.

La Camusso parla di “abominio” e sembra cadere dal pero quanto si chiede: “ Ma perché Renzi ce l’ha così tanto con i lavoratori”. L’ex sindaco di Firenze è stato messo a quel posto dai poteri forti per fare questo lavoro sporco; al di là delle cortine fumogene e del diluvio di parole ingannevoli non ha mai nascosto questa sua funzione, né si poteva avere dubbi di cosa significasse la legge delega sul Jobs Act.

C’è da chiedersi se mai perché la CGIL abbia tardato così tanto ad organizzare lo sciopero generale del 12 dicembre e perché, dopo averlo realizzato con successo, invece di proseguire sullo slancio prodotto dalle tante mobilitazioni d’autunno dei lavoratori, dei precari e dei giovani, abbia rinunciato a un vero piano di lotte e alla riprogrammazione di un nuovo sciopero generale per dare un segnale inequivocabile al governo. Perché fare un direttivo CGIL che non decide nulla, pochi giorni prima della riunione annunciata del Consiglio dei Ministri, rinunciando a mettere pressione al governo e lasciandogli quindi maggiori possibilità di manovra per i suoi propositi infami?

Lo schema di decreto infatti va al di là degli stessi sogni del Presidente della Confindustria Squinzi, dando ai padroni non solo piena libertà sui licenziamenti individuali, ma anche libertà di scelta su quelli collettivi.

Alleva correttamente scrive sul Manifesto: “In cosa consiste, infatti, la «rivoluzione copernicana» di cui straparla Matteo Renzi a proposito dei contenuti del decreto attuativo? Puramente e semplicemente nel consentire al datore di lavoro che voglia per qualsiasi motivo (anche il più ignobile) sbarazzarsi di un lavoratore di «inventarsi» una inesistente ragione economico produttiva per procedere al licenziamento, e di farlo senza timore che il suo carattere pretestuoso venga smascherato in giudizio perché anche in tal caso gli basterebbe pagare la classica «multarella» (per ogni anno di servizio due mensilità con il massimo di 24) per lasciare comunque il lavoratore sulla strada nella condizione disperata discendente dalla disoccupazione di massa.

Tutto il resto del decreto attuativo, compresa la dibattuta questione della parziale della reintegra nel caso di licenziamenti disciplinari illegittimi, è soltanto fumo negli occhi, perché tutti i datori imboccheranno, invece, la comodissima strada del «falso» motivo economico produttivo.

Per parte sua la CGIL scrive: ”Con il decreto al posto delle tutele crescenti si passa alla monetizzazione crescente dei diritti, si cancella il lavoro a tempo indeterminato e si penalizzano i giovani rendondoli precari a tempo indeterminato" E aggiunge che le nuove misure danno "il via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori”. La Camusso promette nuove dure lotte… Vedremo.

Non meno condivisibile è l’appassionata denuncia che Alleva fa dell’opportunismo dei tecnici e dei tecnici politici del Parlamento, nonché della cosiddetta sinistra del PD; quest’ultima, con la scelta finale di votare la fiducia al governo si è resa responsabile dell’approvazione del Jobs Act quando al Senato avrebbe potuto affossare questo provvedimento antioperaio e antidemocratico.

Riprendiamo ancora in proposito un ampio passaggio dell’articolo di Alleva: “Il secondo insegnamento della vicenda ha riguardato il presentarsi, ancora una volta del classico «tradimento dei chierici» per tale intendendo i tecnici, i tecnici politici e i politici puri che avrebbero dovuto garantire i diritti fondamentali dei lavoratori assicurati dall’articolo 18 con la sua potente valenza anti ricattatoria. Da una parte, dunque, vi sono stati i tecnici politici che hanno lavorato intensamente alla formulazione della legge delega e dei decreti attuativi ma di essi non mette conto dire più di tanto: si tratta di un gruppetto di antichi transfughi del movimento sindacale che con l’accanimento tipico di chi «è passato dall’altra parte» opera ormai da decenni — certo non gratuitamente — per la sistematica demolizione di ogni tutela dei lavoratori. Ma dall’altra parte purtroppo vi sono stati politici ossia i parlamentari della cosiddetta «sinistra del Pd», a parole del tutto contrari al Jobs Act, ma che nel concreto hanno collaborato in modo assolutamente decisivo alla sua emanazione, e lo hanno fatto con piena consapevolezza. Prima vi è stato il «salvagente» offerto al governo dal presidente della Commissione lavoro della Camera e consistito nell’apparente miglioramento, con alcune precisazioni, del progetto di delega che era «in bianco»: il vero scopo è stato quindi quello di salvare il progetto di delega cercando di renderlo compatibile con l’articolo 76 Cost. e di questo abbiamo detto sulle colonne del manifesto. Poi vi è stato, indata 3 dicembre 2014, l’episodio deprimente e squallido che mai potrà essere dimenticato. Sembrava che il destino avesse voluto preparare un momento della verità: il testo del Jobs Act modificato alla Camera per salvarlo dall’incostituzionalità era conseguentemente tornato al Senato, dove però la maggioranza del governo era assai più sottile. E al Senato vi erano 27 senatori del Pd che si erano dichiarati contrari all’eliminazione dell’articolo 18 ma che poi, al momento di decidere, hanno invece approvato il testo legislativo giustificandosi con il classico documento «salva-anima» sulla necessità di non provocare crisi di governo. Ebbene, il risultato della votazione li inchioda per sempre alla loro responsabilità: vi sono stati 166 voti favorevoli, 112 contrati e un astenuto. Se i 27 «amici» dei lavoratori e dei loro diritti avessero coerentemente votato contro il progetto il risultato sarebbe stato di 139 favorevoli, 139 contrari e un astenuto e poiché l’astensione al Senato conta voto negativo il Jobs Act sarebbe andato in soffitta una volta per tutte! Il colmo dell’ipocrisia i 27 senatori lo hanno poi raggiunto nella chiusura di quel documento di giustificazione promettendo massima vigilanza in sede di formulazione dei decreti attuativi: enunciazione ridicola, visto che come tutti sanno, i decreti attuativi il legislatore delegato «se li fa da solo» senza il concorso del Parlamento.”

Di Alleva condividiamo invece molto meno la scelta politica di giocare nella prossima fase tutte le carte sul terreno istituzionale, cioè sulla costruzione di un referendum abrogativo del decreto attuativo del Jobs Act. E’ una strada che non può mai essere esclusa, e che non escludiamo, ma è una strada lunga che ha lo svantaggio di rinviare ad altri tempi una partita che può e deve essere giocata ancora oggi. Inoltre non sappiamo come saranno quegli “altri tempi”, anche perché Renzi e soci non smetteranno nel frattempo di fare danni e bisogna provare a fermarli subito. Infatti la discussione che subito si è aperta sulla estensione delle norme del Jobs Act anche al pubblico impiego non lascia dubbi della direzione di marcia dell’esecutivo e dei padroni.

Noi pensiamo che lo scontro duro vada subito riaperto, che la partita vada giocata sul terreno della lotta, sul terreno sociale della mobilitazione già nelle prossime settimane. Il governo e il parlamento vanno messi sotto assedio. E’ vero che Camera e Senato per quanto riguarda il decreto legislativo hanno solo più una funzione consultiva, e che il governo potrebbe emanarlo definitivamente anche non rispettando un eventuale giudizio negativo del Parlamento.

Ma perché non provare a costruire un gennaio di mobilitazione, che veda assemblee nei luoghi di lavoro, pronunciamenti, mobilitazioni di categorie e la convocazione a breve scadenza di un nuovo sciopero generale, eventualmente anche prolungato? Tutto questo servirebbe a rendere sempre meno credibile il governo, ad indebolirlo, ad ostacolare la sua azione; nello stesso tempo si potrebbe mettere con le spalle al muro la cosiddetta sinistra del PD, spingendola (non importa quanto di controvoglia) a votare insieme a Sel e al M5Stelle con possibilità di bocciare il decreto governativo al Senato e di smascherare in ogni caso anche l’ignobile alleanza che esiste tra tutte le forze della destra e il PD al di là delle loro polemiche fasulle, sceneggiate rivolte ad ingannare i loro elettori sulla realtà delle loro azioni e dei loro accordi di fondo.

Un’azione di questo genere e un movimento di questa ampiezza creerebbe un altro clima politico e sociale, una situazione obbiettivamente di crisi del governo, la possibilità di cacciare il governo della troika e dei padroni. Ma è proprio questo lo scenario che va conquistato, la ripresa delle mobilitazioni di classe, che renderebbe poi possibile e vittorioso, se necessario, un eventuale referendum. Ora però la parola deve essere data alla lotta sociale.

FRANCO TURIGLIATTO
(Sinistra Anticapitalista)

Il valore della solidarietà

Un’intervista al giurista italiano in occasione dell’uscita del nuovo saggio sulla solidarietà. Un concetto e una pratica da riscoprire nel lungo inverno della crisi. E un possibile strumento per dare forma politica alla critica del neoliberismo

La soli­da­rietà è un’utopia neces­sa­ria. Ste­fano Rodotà spiega il titolo del suo nuovo libro (Laterza, pp. 141, 14 euro) con la sto­ria di San­dra, l’operaia inter­pre­tata da Marion Cotil­lard nel film Due giorni e una notte dei fra­telli Dar­denne. «Nel film c’è la scom­parsa della soli­da­rietà tra per­sone che lavorano nella stessa fab­brica e l’impossibilità di riaf­fer­marla – rac­conta Rodotà – San­dra dice di non volere “fare la men­di­cante” quando chiede ai suoi com­pa­gni di lavoro di rinun­ciare al bonus di mille euro per impe­dire il suo licen­zia­mento. C’è un refe­ren­dum che ha un esito nega­tivo. San­dra però riac­qui­sta la sua dignità per­ché respinge la pro­po­sta di essere rias­sunta a tempo pieno al posto di un gio­vane collega afri­cano pre­ca­rio con un contratto a ter­mine. La soli­da­rietà verso que­sto giovane, che ha votato per lei pur sapendo che l’avrebbe dan­neg­giato, resti­tui­sce la dignità dell’essere. San­dra sco­pre che attra­verso la lotta può riaf­fer­mare la solida­rietà. Nel film c’è un compen­dio di quello che stiamo vivendo».

Per­ché si torna a par­lare di solidarietà?
La crisi eco­no­mica ha fatto cre­scere le dise­gua­glianze e ha dif­fuso le povertà. Affidarsi alle forze del mer­cato è un’opzione debole ben al di sotto della neces­sità di trovare nuovi prin­cipi di riferimento. La soli­da­rietà rie­merge nei modi più diversi e supera le distanze esi­stenti. Ad esem­pio nel discorso sulle pen­sioni quando si pone il pro­blema della soli­da­rietà tra le gene­ra­zioni. Nella salute dove non è pos­si­bile limitarsi all’oggi per garan­tire le con­di­zioni minime di vita. Non è un pro­cesso facile. Nelle situa­zioni di dif­fi­coltà le distanze pos­sono cre­scere insieme all’impossibilità di essere solidali.

Si può essere soli­dali nelle peri­fe­rie di Roma o Milano tra crisi, sen­ti­menti xenofobi e sgomberi delle case occupate?
A me sem­bra che que­sti con­flitti siano indotti anche da chi vuole sfrut­tare le ten­sioni esi­stenti. Ma c’è un’altra ragione: fin­ché le per­sone erano in condi­zione di pagare una casa non rite­ne­vano intolle­ra­bile il fatto che ci fosse qual­cuno in dif­fi­coltà che occupava un allog­gio o non pagava l’affitto di una casa popo­lare. Con la crisi ci si è ritrovati in una situazione con­flit­tuale. Pagare un affitto è intollerabile, men­tre altri non lo pagano. Le condizioni mate­riali della solidarietà sem­brano distrutte, men­tre regi­striamo un rove­scia­mento del prin­ci­pio: si costrui­scono soli­da­rietà di prossimità o vici­nanza e si diventa soli­dali con chi rifiuta la soli­da­rietà agli altri, ai più lon­tani, agli stra­nieri o ai rom.

Qual è la sua defi­ni­zione di solidarietà?
Mi sem­bra che il com­mento di Luigi Zoja sulla para­bola del buon sama­ri­tano sia calzante. Qui Cristo mostra il contenuto rivoluzionarlo del suo messag­gio: biso­gna amare lo stra­niero, non il prossimo. Amare lo stra­niero è il punto chiave della solidarietà. La soli­da­rietà per vici­nanza, per appartenenza, sono facili. La soli­da­rietà dev’essere pra­ti­cata in tempi dif­fi­cili che spin­gono anche a rot­ture. Se viene abbandonata, ven­gono meno le con­di­zioni minime della democrazia, cioè il riconosci­mento reci­proco e la pace sociale. Con Jür­gen Haber­mas dico che la solidarietà è un principio che può eli­mi­nare l’odio tra gli stati ric­chi e quelli poveri. La soli­da­rietà serve infatti a indi­viduare i fondamenti di un ordine giu­ri­dico mancando il quale tutte le nostre dif­fi­coltà si esaspe­rano sul ter­reno per­so­nale e su quello sociale. La solidarietà è, infine, una pra­tica che mette al cen­tro i diritti sociali. Que­sto è un altro punto del libro: i diritti sociali non pos­sono essere sepa­rati dagli altri.

Qual è stato il con­tri­buto del movi­mento ope­raio alla sto­ria della solidarietà?
L’Internazionale ha mostrato che la soli­da­rietà non è un sen­ti­mento gene­rico di compas­sione nei con­fronti dell’altro, né un ele­mento storicamente indeterminato. La solida­rietà dei moderni è una costru­zione che ha avuto sem­pre biso­gno di un sog­getto sto­rico. Quello per eccel­lenza è stato il movimento ope­raio. C’è un canto rivoluzionarlo che dice: «Seb­ben che siamo donne, paura non abbiamo, per amor dei nostri figli, in lega ci mettiamo». Qui c’è la consapevolezza orgogliosa della dignità delle donne che diventa prin­ci­pio di azione col­let­tiva. Su que­sti prin­cipi gli esclusi si sono autor­ga­niz­zati, le loro leghe hanno per­messo ai socia­li­sti e ai cri­stiani di tro­vare punti di convergenza non compromissoria. Nell’Internazionale si voleva costruire un’umanità che non era la somma di per­sone, ma la congiunzione di una serie di soggetti che agi­scono collettivamente in vista di un inte­resse comune. Que­sto ha por­tato al riconoscimento dell’esistenza libera e digni­tosa di cui parla la nostra Costituzione.

Lo Stato sociale ha modi­fi­cato que­sta idea del movi­mento ope­raio. La sua crisi per­met­terà alla soli­da­rietà di sopravvivere?
Ragio­nare sulla soli­da­rietà come prin­ci­pio signi­fica rico­no­scerne la sto­ri­cità. La solida­rietà c’era prima dello stato sociale e ci sarà anche dopo. Per que­sto oggi si può dire che è il prin­ci­pio di riferimento per la rico­stru­zione del tes­suto poli­tico istituzionale e sociale. La soli­da­rietà va ripen­sata oltre lo stato sociale. Per que­sto è essen­ziale fon­dare un nuovo spa­zio costituzionale euro­peo ispirato a que­sto principio.

In che modo si può costruire uno spa­zio simile?
Il rife­ri­mento è alla carta dei diritti fondamentali dell’Unione Euro­pea, la Carta di Nizza alla cui scrit­tura ho par­te­ci­pato. Quella carta nac­que nel 1999, in una tem­pe­rie poli­tica e cul­tu­rale diversa da quella attuale. Allora si voleva andare oltre lo stato sociale nazio­nale e si fece una dia­gnosi più radicale di quella che gene­ral­mente si fa oggi sull’Europa. L’Unione euro­pea non ha solo un defi­cit di demo­cra­zia, ma un deficit di legit­ti­mità. Questo defi­cit può essere recu­pe­rato attraverso i diritti fondamen­tali, ispi­rati alla dignità e alla soli­da­rietà, e non al mer­cato. Ricordo che i labu­ri­sti di Tony Blair fecero molta resi­stenza e si oppo­sero per­sino al diritto di scio­pero. A tanto era arri­vata la loro rot­tura con la tradizione ope­raia. So bene che sulla Carta di Nizza ci sono state pole­mi­che. Oggi dovrebbe però far pen­sare il fatto che è stata messa da parte quando all’Europa è stata impo­sta un’altra costi­tu­zione basata sulle poli­ti­che dell’austerità.

Esi­ste un sog­getto capace di ripor­tare la soli­da­rietà al cen­tro dell’attenzione?
Siamo legati ad una moder­nità che ha rico­no­sciuto il crea­tore di diritti in un sog­getto sociale: la borghe­sia fece nascere i diritti civili, gli ope­rai quelli sociali. Poi c’è stata una scomposizione dei sog­getti, si è par­lato di una classe pre­ca­ria, di quella degli hac­ker. Ci sono altre defi­ni­zioni che dimo­strano l’esistenza di con­di­zioni umane che supe­rano il fatto perso­nale e sono fatti poli­tici. Ma da sole non bastano. Per que­sto la soli­da­rietà è impor­tante. Que­sta è la dimen­sione uto­pica: è la con­di­zione che ci permette di non ras­se­gnarci alla frammentazione sociale e ai meccanismi di esclusione.

Il red­dito uni­ver­sale può essere con­si­de­rato uno stru­mento per affer­mare la solida­rietà a livello europeo?
Ne sono con­vinto. Molti sosten­gono che entra in contraddizione con l’articolo 1 della nostra costituzione. C’è un’altra obie­zione: il riconoscimento del red­dito affievolisce la lotta per il lavoro. In que­ste pro­spet­tive vedo un errore. Si considera che la disoccupazione sia sem­pre una fase transitoria e la piena occu­pa­zione resta un obiettivo a por­tata di mano. Ma que­sti discorsi oggi sono lontanissimi. Del red­dito uni­ver­sale è pos­si­bile for­nire varie gra­da­zioni: da quello minimo a quello di base. Tutte pos­sono essere usata per libe­rare i sin­goli dal ricatto del lavoro pre­ca­rio o non pagato; a con­durre un’esistenza libera e digni­tosa; a eli­mi­nare la competizione tra i poveri. Mon­te­squieu diceva che abbiamo biso­gno di isti­tu­zioni, non di pro­messe né di carità. Il red­dito uni­ver­sale dimostra che la soli­da­rietà è un’utopia profondamente pian­tata nella realtà.

ROBERTO CICCARELLI (da il manifesto)

Morti due volte

di Franco Turigliatto

Vergogna, vergogna” è il grido alto che è salito nell’aula del Palazzaccio romano al momento della lettura della sentenza della Corte di Cassazione che annullava il processo Eternit, mettendo un pietra tombale sulla richiesta di giustizia delle famiglie delle migliaia di vittime di Casale ed uccidendo una seconda volta i morti di quella strage capitalista, perpetrata nel corso degli anni dal miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, che oggi si gode i frutti dei suoi profitti e dei suoi crimini nel comodo rifugio tropicale del Costarica.

“Vergogna” è anche il grido che è esploso nel cuore degli abitanti delle località devastate dalle fabbriche di morte, ma anche di milioni di cittadine e cittadini nel vedere così palesemente violate le regole più elementari della giustizia. La sentenza della Corte di Appello di Torino di questo maxi-processo aveva suscitato tante speranze perché per la prima volta si riconosceva la piena responsabilità dei padroni nell’aver provocato un disastro ambientale e nell’aver compiuto un massacro di lavoratori e cittadini per potersi garantire per anni enormi profitti: finalmente anche i padroni erano chiamati a pagare il “fio dei loro delitti”, non erano più intoccabili.

E’ giustamente consolidata nella coscienza popolare, l’idea, maturata nell’esperienza concreta, che chi è potente e detiene le ricchezze, attraverso i sofismi e le interpretazioni interessate della legge, le compiacenze ed infine la corruzione, riesca sempre a sfuggire alle sue responsabilità e alle sue colpe. I padroni vincono sempre, non pagano mai perché a pagare sono sempre i derelitti e i lavoratori. Ma dopo il giudizio di secondo grado della Corte di Torino era forte la convinzione che la Cassazione non avrebbe potuto tornare indietro. Purtroppo non è stato così.

In questi giorni molti giuristi hanno adeguatamente spiegato perché le norme potevano essere interpretate diversamente e produrre una sentenza ben diversa per cui non mi soffermo su questo aspetto e provo a fare alcune altre considerazioni sulle problematiche poste dalla drammatica vicenda.

Un contesto sociale e politico avverso

Questo processo e “l’impianto pionieristico” di Guariniello, (così l’ha definito il pubblico ministero), si sono svolti in un quadro politico e sociale che nel corso degli anni è mutato in senso negativo per i lavoratori. E’ da tempo che al centro della società c’è un solo soggetto a cui viene dato un valore positivo, l’impresa. Tutte le proposte e le misure economiche e sociali sono avanzate in funzione della centralità dell’impresa, dei suoi inalienabili diritti, a partire dalle continue riduzioni fiscali, dal liberarle da ogni laccio e lacciuolo ereditato dai rapporti di forza passati, dal lasciare ai padroni una totale libertà nell’uso della forza lavoro, sia al momento dell’assunzione del lavoratore, sia nella gestione in azienda, sia nella possibilità di cacciarlo in qualsiasi momento. Che cosa è il Jobs Act se non questo? Che cosa sono le ordinanze che arrivano dall’Europa e dalle istituzioni finanziarie se non questo? Il vento tira oggi in una certa direzione e la magistratura che, non dobbiamo mai dimenticarlo, è una delle strutture dello stato borghese rivolto alla conservazione del sistema economico esistente, non può certo non sentirlo spirare.

Con le grandi lotte degli anni 70, una serie di riforme legislative progressiste avevano un poco modificato il clima generale ed anche il corso conservatore della magistratura, ma la legislazione sul lavoro è già stata smantellata in gran parte ed oggi il governo Renzi prova a dargli il colpo di grazia. Illusorio sarebbe pensare che questo corrente reazionaria dei tempi non incida sulle scelte dei giudici e sulla interpretazione delle norme, quella che Revelli chiama “l’innato conformismo istituzionale che caratterizza la parte peggiore della nostra magistratura”, nonché “il vento gelido di un nuovo statuto del mondo”.

La lotta contro l’amianto l’hanno fatta i lavoratori e le popolazioni interessate

Questa prima considerazione ne richiama subito una seconda: la battaglia per mettere al bando l’amianto e risarcire le vittime, per combattere i padroni che su di esso lucravano e chiudere le fabbriche della morte impedendo che continuassero a fare danni, non è mai venuta dall’alto, dalle istituzioni, dalla classe dominante, anche se tutti costoro sapevano della pericolosità di queste lavorazioni. Per molti soggetti che oggi gridano giustamente allo scandalo c’è da chiedersi: dove erano e dove sono stati in tutti questi decenni?

Solo con dure e prolungate lotte i lavoratori e i sindacati insieme alle associazioni e ai cittadini interessati hanno infatti imposto una nuova legislazione e misure economiche e sociali per risarcire e risanare almeno parzialmente gli enormi danni prodotti.

Solo con la legge del 27 marzo 1992 finalmente viene messa al bando la produzione e la commercializzazione dell’amianto a conclusione di venti anni di processi civili e penali e di una lotta durata alcune decenni. Per altro questo provvedimento viene votato dai parlamentari sotto la pressione di una mobilitazione dei lavoratori che per 15 giorni assediano il Parlamento!

Si tratta della legge n. 257 del 1992 “Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”, che prevede il divieto di estrazione, lavorazione, utilizzo e commercializzazione dell’amianto, la bonifica degli edifici, delle fabbriche e del territorio, misure per la tutela sanitaria e previdenziale dei lavoratori ex esposti all’amianto, nonché misure per il risarcimento degli stessi e per il riconoscimento della qualifica di malattia professionale e del danno biologico.

Ma la battaglia non finiva quel giorno; si apriva invece un’altra lotta incessante da parte delle associazioni dei lavoratori ex esposti, dei territori, del movimento sindacale per dare piena attuazione a quella legge. Aspetti fondamentali di tale normativa sarebbero stati attuati solo dopo dieci anni; molti altri aspettano ancora una reale concretizzazione.

Anche perché l’emergenza amianto non è finita con la chiusura delle fabbriche. Le malattie correlate all’amianto hanno tempi lunghissimi di incubazione, vent’anni ed oltre ed il territorio nazionale è letteralmente disseminato ed inquinato dai vecchi impianti, ma anche dall’enorme numero di edifici pubblici e privati che contengono la micidiale sostanza.

Una nuova legge organica finita nei cassetti

Un nuovo progetto di legge organico per intervenire su tutti gli aspetti relativi all’inquinamento dell’amianto e al risarcimento e cura delle sue vittime fu avanzato dal senatore Pizzinato, già segretario generale della CGIL, nei primi anni del nuovo secolo durante il secondo governo Berlusconi. Naturalmente non andò in porto, ma fu ripresentato nella legislatura successiva con il governo Prodi avendo come primo firmatario il senatore Casson. Fui molto coinvolto personalmente da questo progetto di legge non solo perché facevo parte della Commissione lavoro del Senato, ma perché ne fui nominato relatore e in quella veste partecipai a tanti convegni ed incontri di lavoratori ed associazioni in diverse parti del paese dove esistevano gli impianti inquinanti ed ebbi così modo di conoscere una straordinaria realtà umana, di dolore, solidarietà, partecipazione e lotta che ancora mi commuove; ma verificai anche la drammatica contraddizione tra la vita (e la morte) reale e i palazzi del potere capitalistico e i sepolcri imbiancati delle istituzioni.

Il governo e la maggioranza di centro sinistra considerarono infatti irrealizzabile il progetto (costava troppo a loro dire anche se nel frattempo si regalava alle aziende e alle banche 7 miliardi di euro ogni anni con la riduzione dell’IRAP) e venne avviato su un binario morto ed insabbiato.

Tuttavia quel progetto ancora vive oggi perché è stato ripresentato all’inizio della legislatura nel 2013 dal senatore Casson insieme ad altri parlamentari anche se continua a giacere in un cassetto della Commissione lavoro del Senato insieme a un’altra ventina di disegni di legge sulla materia. (1) Solo per 4 di questi è cominciata la discussione in commissione, tra cui un testo (sempre come primo firmatario Casson), che si propone di introdurre alcuni miglioramenti nella concessione dei benefici previdenziali a seguito del riconoscimento dell’esposizione certificata all’amianto per l’attività lavorativa soggetta all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. C’è da augurarsi che il dramma di questi giorni e la sua rilevanza dei media smuova un poco la discussione parlamentare.

Non dichiarazioni demagogiche ma opere di bene

E vengo alla considerazione finale.

Come su ogni vicenda sociale e politica che acquisti notorietà ed attualità sui media, il presidente del Consiglio e i suoi ministri ricorrono ad una demagogia insopportabile assicurando che nel giro di una settimana saranno predisposte e varate rapidamente nuove norme; il più delle volte i fatti non corrispondono alle promesse o la qualità dei fatti è di segno esattamente opposto a quello che sarebbe auspicabile. Così oggi, come un falco, Renzi promette di intervenire sulla prescrizione, quasi che la vera sostanza non stia a monte e sia di ben altra natura.

Il governo avrebbe, se mai lo volesse, altre modalità e misure ben più concrete, materiali e di scelte politiche per rendere giustizia alle tante vittime dell’amianto e di intervenire sui danni prodotti per assicurare il futuro di territori e popolazioni.

In primo luogo dovrebbe chiedere alla sua maggioranza di mandare avanti rapidamente i progetti di legge complessivi sulla materia che giacciono in parlamento e di individuare le risorse necessarie per finanziarli.
Dovrebbe fare da subito quello che non vorrà fare: utilizzare la legge di stabilità per operare un vasto e complesso intervento, sia per garantire a tutti gli esposti all’amianto adeguati diritti previdenziali e sanitari, ma anche per varare un grande piano di risanamento e di bonifica del paese. E’ quanto in altri paesi si è cominciato per lo meno a discutere e a quantificare i costi. Naturalmente non si tratta di investire qualche decina di milioni, ma qualche miliardo di euro. Ma è questa la strada che occorre seguire.

Questa è una delle vere grandi opere da fare, non solo utile ma indispensabile per la difesa della salute e dell’ambiente e per garantire le generazioni future, quelle di cui si riempie la bocca il premier. E’ uno di quegli interventi strutturali che articolandosi, come per altro le azioni per la messa in sicurezza dei territori dai dissesti idrogeologici, in tante piccole e medie opere utili, comporta una vasta ricaduta occupazionale.

Il risarcimento per quelli che non ci sono più, per tutti quelli che hanno lottato e che soffrono e anche i diritti delle popolazione sarebbero così garantiti non solo nelle aule dei tribunali, nelle sentenze di condanna dei responsabili padronali delle stragi e delle devastazioni, ma nelle scelte economiche e sociali del paese e delle istituzioni. E naturalmente per “conformità e congruenza” Renzi dovrebbe subito ritirare il Jobs Act…

Perché questo avvenga, ne siamo più che mai convinti, occorreranno ancora mobilitazioni e lotte molto dure finché a tenere il timone della società non saranno più i servi dei padroni, ma le stesse lavoratrici e lavoratori.

Per questo nel loro comunicato congiunto l’AIEA (l’Associazione italiana esposti all’amianto) e Medicina Democratica hanno scritto: Proseguire nella lotta – è l’unanime grido dei partecipanti, vittime ed ex esposti, rafforzare i rapporti, costruire piattaforme comuni, dando una forma organizzata a Ban Asbestos Europa, così come espresso nel “Manifesto di Roma” approvato alla fine dell’incontro alla Camera.

Nota

(1) Si tratta del disegno di legge n. 8 primo firmatario Casson “Norme a tutela dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente dall’amianto, nonché delega al governo per l’adozione di un testo unico in materia di amianto” che prevede la costituzione di un fondo per le vittime dell’amianto e di un Fondo nazionale per il risanamento degli edifici pubblici e del naviglio militare, agevolazioni tributarie per l’eliminazione dell’amianto dagli edifici privati, il miglioramento dei benefici previdenziali ai lavoratori esposti all’amianto, prestazioni sanitarie per i lavoratori esposti all’amianto, l’istituzione della Conferenza nazionale e di quelle regionale (entrambe con scadenza annuale), l’assistenza legale gratuita, campagne informative, la delega al governo per varare un testo unico in materia.