La Quarta Via del nuovo azionismo

di Pino Quartana -

La crisi che si trascina dal 2008 viene sezionata, analizzata, indagata fino all’estenuazione avendo di mira una società che appartiene sempre più al passato, sempre meno al presente e non ancora al futuro. Le soluzioni prospettate sono quelle di decenni fa: il liberismo, che io preferisco definire il capitalismo selvaggio o degli animal spirits, e il keynesismo, che in Italia viene inteso come un diritto allo sviluppo infinito, magari con l’aiuto di massicce dosi di espansione monetaria e, perché no?, di inflazione. Non mi meraviglia quindi che nessuno capisca davvero cosa fare. Draghi compreso, che, pur essendo l’uomo più potente della finanza internazionale, non trova di meglio che fare le solite “manovrine” già sperimentate negli anni recenti dalla FED, dalla BoE e dalla Abe-Economics giapponese. Tornerò fra non molto sulle cause della crisi e sulle terapie adottate in questi anni. Mi preme in questa sede far notare invece che tutti i modelli economici conosciuti o sono falliti o si stanno rivelando inadeguati. La crisi ed il crollo dell’URSS e del modello comunista non hanno significato il trionfo del capitalismo selvaggio né tanto meno la Fine della Storia come assicurava Fukuyama (e tutto ciò la crisi lo fa capire ogni giorno di più) ed il modello socialdemocratico non sta neanch’esso messo tanto bene.

Ormai bisogna ricercare una Quarta Via, la via della società giusta e libera del domani. La Quarta Via del nuovo azionismo sarà la via della “libertà uguale” anche nella sfera della produzione. Essa sarà a favore della giustizia e della libertà in tutte le sue forme e quindi non impedirà il libero commercio e le libere attività imprenditoriali o la proprietà privata, però le limiterà e le conterrà entro certe dimensioni pro-capite (perequazione patrimoniale, imposta patrimoniale fissa ecc.). Non cancellerà ciò che viene chiamato capitalismo (tra l’altro, sarebbe una gran perdita di tempo e di energie). Queste però sono solo le condizioni di base, di contorno. La Quarta Via è qualcosa che rompe tutti gli schemi classici e va oltre; una terra di sperimentazione sociale all’interno della quale sarà previsto un piano completo di garanzie di nuovo Welfare, gli orti sociali, le cooperative agricole di autoconsumo, l’autoproduzione energetica diffusa, le Banche delle Ore, zone economiche franche, gestioni cooperative e autogestioni, ma anche cogestioni delle imprese; insomma, un modello libertario, un modello dei “cento fiori”. Qui per “cento fiori” si intende piuttosto qualcosa come l’anything goes del filosofo della scienza Paul Feyerabend: tutto può servire, tutto è degno di tutela da parte dello Stato, non solo il modello capitalistico classico.

Quindi il modello del Nuovo Partito d’Azione non tende a sopprimere il capitalismo bensì l’egemonia capitalistica. Il capitalismo può stare benissimo senza la democrazia, il modello libertario (più che liberale o liberista) dei ‘cento fiori’ no. Ma trattandosi di un modello libertario non può prescindere nemmeno dalla libera iniziativa imprenditoriale ed economica. La Quarta Via è il modello di una società pluralistica anche dal punto di vista del modello economico. Non vuole abolire il sistema economico capitalistico, ma vuole creare una società in cui esso non abbia diritto all’egemonia. Vuole creare delle economie parallele che convivano con esso ma che siano rette anche da altri paradigmi. Vuole che queste economie parallele siano tutelate dallo Stato al pari dell’economia capitalistica. Senza creare delle lotte tra modelli, ma facendo sì che, specialmente i più deboli della società, possano giovarsi della pluralità e della coesistenza concorrenziale di tanti modelli diversi. Non potrà che essere così in quella che sarà la società del futuro, la società della fine del lavoro così come lo conosciamo (Rifkin), la società delle stampanti 3D e di tante altre incredibili innovazioni sconvolgenti (in senso positivo come in senso negativo) che sono in stato di incubazione già oggi.

Pino Quartana (presidente del Nuovo Partito d’Azione)

Se il “popolo di sinistra” aprisse gli occhi sul PD…

di Stefano Longo -

Il problema maggiore della sinistra è che una grossa parte del suo elettorato potenziale resta ancorato al PD, convinto che il partito di Renzi sia l’erede naturale del PCI! E’ incredibile, ma è così. Se si riuscisse a far breccia nella mente di questi compagni, facendo capire loro che non c’è più nessun legame tra l’odierno PD e il vecchio partito comunista, un terzo degli elettori smetterebbe immediatamente di votarlo.

Il PD è da tempo un partito moderato di centro, ma il suo elettorato non è tutto così. Il lavoro più duro per noi Radicalsocialisti è costruire una Casa che sia plurale ma fatta di sfumature dello stesso colore, il rosso. Il PD è un arlecchino dove anime diverse e lontane tra loro stanno insieme solo per avere il potere fine a se stesso. La bestemmia peggiore è la sua appartenenza al PSE. Come può farne parte un partito che va da Fioroni a Civati? Semplice, per opportunismo.

Noi di MRS siamo l’altra sinistra. Quella degli ideali, di Bandiera Rossa e dell’Internazionale. Noi siamo quelli che quando vedono un corteo di operai non resiste e corre ad unirsi a loro. Noi siamo ciò che il PD non è! Noi dobbiamo fornire al plurale popolo della sinistra un nuovo punto di aggregazione che non ha paura di dire che c’è ancora una lotta di classe da concludere. Che c’è una società migliore e si chiama socialista. Che i Marchionne e i Briatore vanno bene per quel PD ma non per noi. Che senza se e senza ma sceglie di stare dalla parte del sindacato contro l’arroganza padronale.

Se noi sapremo rimettere i vestiti di quella sinistra che si indignava quando un compagno veniva espulso dal lavoro e lo sosteneva e si batteva per lui, allora l’Italia avrà di nuovo LA SINISTRA! Se invece il popolo di sinistra sceglierà di fare come alle Europee, ossia sceglierà il Renzi di turno per paura del Grillo di turno, allora la nostra classe di riferimento, la classe lavoratrice, continuerà per molti anni ancora a non avere la sua rappresentanza politica e parlamentare, e potrà solo scegliere tra la destra e il centro oppure rimanere extraparlamentare (che di per se non sarebbe nemmeno un disvalore). Sempre Avanti!

Diario da un’Altra Europa (cronistoria del 19 luglio)

di CINZIA VALENTINI e GIOVANNI TORRISI

ore 6.00 Fano
Io e Giovanni (Torrisi) partiamo con la sua auto un po’ assonnati: siamo critici, positivi e costruttivi, comunque e nonostante.

ore 9.30 Roma
Parcheggiamo e ci dirigiamo al teatro Vittoria in zona Testaccio. Brulicare di compagne e compagni davanti all’ingresso, un banco con libri e copie de il Manifesto. Saluti. Primo scambio di battute.

Sei stato ieri sera all’incontro con Tsipras a Roma?
Sì, ma non c’era molta gente
Un po’ di stanca in giro…
Già anche da noi.

Vieni che ti faccio conoscere i compagni di Ancona, mi fa Giovanni. Strette di mano, scambio di battute, ci sono due ragazzi, si uniscono ragazze e ragazzi degli anni 80, il gruppo marchigiano si materializza.

Andiamo poi ad iscriverci ai gruppi di lavoro, lasciamo la nostra e-mail e un recapito. Seguiamo la marea, la platea è piena, saliamo in galleria. Afa e brusii di accenti diversi, chiome canute, donne, diversi ragazze e ragazzi di associazioni, movimenti, Sel, Rifondazione, giornalisti del Manifesto, fotografi, candidati della lista.

Sul palco, intorno ad un tavolo, gli eurodeputati Barbara Spinelli, Eleonora Forenza, qualche garante. Curzio Maltese fuori palco. Non vi salirà, non parlerà.

Comincia la plenaria. Viene letto il messaggio di Tsipras che non ha potuto presiedere: è programmatico, ricco e critico, il compagno che legge s’interrompe al ricordo dell’anniversario dei fatti di Genova: 19 luglio 2001. Piange. Commozione forte in sala. Applausi. Interviene Barbara Spinelli, poi Marco Revelli. Che snocciola un’analisi lunga e dettagliata di cifre e statistiche della realtà del progetto.

Il progetto non è ancora un soggetto politico, ma tanti sono i nomi per indicare quello che donne e uomini stanno pensando, immaginando e agendo. Una gestazione che prevede tempi lunghi, pazienza, nuove parole, creatività, capacità dialettica e di mediazione. Rispetto di differenze e identità. Una nuova sintassi politica.

ore 11.30
Parla Moni Ovadia. Racconta della situazione israelo-palestinese. Dell’ingiustizia, dell’arroganza del potere. Dell’asimmetria di forze. La sua analisi e appello strappano consensi e applausi, gli unici, forti e scrocianti della giornata. Seguono le proposte per i lavori: gruppi tematici di lavoro si riuniranno nella speranza di condividere le esperienze locali e dare una forma all’esperienza politica dell’Altra Europa.

ore 12.00
Usciamo nell’afa che ci aggredisce, la luce è abbacinante, lì aspettiamo i facilitatori che ci condurranno nei diversi spazi assegnati intorno al teatro o nel teatro stesso. Il mio gruppo non è numeroso e affronterà i temi della scuola, cultura, formazione. Quello di Giovanni invece, ben più nutrito, tratterà dell’agenda degli appuntamenti italiani per il semestre europeo e dei prossimi, imminenti, appuntamenti politici regionali: Emilia Romagna e Calabria. Due posizioni si confrontano. Chi vorrebbe esprimere un’identità politica altra dal PD, distinta e distante nei temi, nei programmi e nelle prospettive, e chi invece preferirebbe lasciare tali considerazioni alla sensibilità dei compagni delle singole regioni interessati. Non si arriva ad una sintesi, ma la dialettica è chiara.

Sono tre ore intense di interventi cronometrati dai facilitatori, le discussioni sono spesso animate, polemiche e appassionate, gli interventi incalzanti a seconda dei temi. 3 ore di racconti personali, esperienze territoriali di associazioni e movimenti, di proposte ricche, intelligenti, concrete, originali. Tutti gli interventi vengono poi riassunti in report da riferire e socializzare nella plenaria di chiusura.

ore 15.30
I gruppi di lavori si disfano più o meno in contemporanea, si fa una breve pausa rigenerante. La stanchezza e la canicola incalzano e si fanno sentire.

ore 16.00
Ricomincia la plenaria. Un ex partigiano dell’Anpi, memoria storica di resistenza, ci incoraggia ad andare avanti. Una compagna legge una lunga e-mail di Stefano Rodotà. E’ la volta dei report. Che vengono integrati rapidamente e in diretta, se sono incompleti e presentano delle lacune.

Alle 18.30
L’assemblea viene sciolta, ma prima viene fatta la proposta di integrare il comitato nazionale con due rappresentati di genere dei vari comitati regionali. L’assemblea diventa frenetica e magmatica avvicinandosi alla conclusione. Il tempo è scaduto, troppo poco ma sufficiente per capire che vogliamo continuare a tracciare un sentiero progettuale politico. Tutto in salita e impervio.

ore 18.45

Io e Giovanni raggiungiamo l’auto per uscire da Roma. Riflessioni del ritorno:

• Gli eurodeputati hanno ricevuto iniziali indicazioni generali programmatiche per la prossima legislatura.

• I gruppi di lavoro e lo scambio tra gruppi tematici sono la piattaforma per un lavoro in rete e territoriale più o meno capillare, efficace ed incisivo a seconda della realtà locale e della radicalità delle associazioni e movimenti sul territorio. Dovrà essere rafforzato e intensificato il lavoro dei comitati territoriali.

• Si dovrà affrontare lo scoglio delle elezioni regionali che sono imminenti: rifiutare ogni accordo elettorale con il PD o esaminare e valutare di volta in volta le esigenze territoriali partecipando a liste affini per programma visto che non esistiamo ancora come soggetto politico e istituzionale pronto ad una competizione elettorale?

• L’autunno ci vedrà propositivi con la costruzione di un’agenda, appoggio ad iniziative territoriali o leggi di proposta popolare, manifestazioni di piazza, circolazione di materiali, esperienze e report in rete attraverso una mailing list o fisicamente. Appuntamento per una prossima assemblea nazionale.

Cinzia Valentini e Giovanni Torrisi (Coordinamento Lista Tsipras di Pesaro e Urbino)

Opporsi al partito unico

di ANDREA SCANZI -

Deluderò molti, ma del processo Ruby me n’è sempre fregato pochissimo. Certo, conteneva elementi di “non opportunità” e “ricattabilità” evidenti, ma è la vicenda giudiziaria politicamente meno rilevante tra le 13mila o giù di lì che riguardano Berlusconi. E’ un plot perfetto per le articolesse moraleggianti dei soliti tromboni di quasi-sinistra: roba noiosissima, e io detesto annoiarmi. Ognuno ha la sessualità che vuole, le donne coinvolte erano consenzienti e – se mi consentite la battuta – trovo molto più “perverso” sognare di passare tutta la vita con Pascale e Dudù che godersi la vita finché ce n’è. Non mi scandalizza (figurarsi) che Berlusconi ami donne e promiscuità, il blaterare stantio sul femminismo sinistrorso mi sfrangia gli zebedei e ho in merito un parere gioiosamente libertino che collima con quello di Fulvio Abbate e (conclusioni politiche a parte) Vittorio Sgarbi. Casomai trovo scandaloso, nonché deprimente, che il Parlamento italiano abbia votato sul serio Ruby “nipote di Mubarak”: questo sì che mi fa schifo. E trovo parimenti scandaloso che le frequentazioni sessuali siano forse state usate (come sosteneva Veronica Lario) come selezione della “nuova” classe politica, ma sono solo rumours che peraltro non riguardano unicamente il centrodestra (ooops). La mia valutazione del Berlusconi politico è profondamente negativa per quello che ha fatto e non fatto; per i rapporti con l’eroe Mangano e per la condanna definitiva per frode fiscale; per la presunta compravendita dei senatori e per il lodo Mondadori; per le prescrizioni e gli indulti. Eccetera.

Non è l’assoluzione il punto: è il contorno – le reazioni e le esultanze – che trovo emblematico dello sfacelo italiano. L’assoluzione in appello viene ora narrata come una sorta di lavacro del berlusconismo. Quasi a dire: “Visto? E’ innocente e dunque le riforme vanno avanti”. Come se l’assoluzione di ieri cancellasse le condanne, i processi in corso e quelli mozzati da infinite leggi ad personam. Come se di colpo Berlusconi fosse divenuto San Francesco. In Italia è tutto capovolto e a testimoniare questo smisurato rincoglionimento generale – e spesso interessato – non è solo Forza Italia ma anche e per certi versi soprattutto il Partito Democratico. Lasciate stare le Boschi, gli Speranza e le Bonafè, infierire sarebbe troppo facile. Prendete Debora Serracchiani, quella che alle Europee del 2009 fu tratteggiata dagli house organ piddini come il futuro della sinistra e la Obama italiana (wow). Quella che era renziana, poi civatiana, poi renziana. E poi niente. Quella che, ultimamente, ricorda un po’ il personaggio di Laura Betti in Tutta colpa del paradiso, senza però la bravura definitiva di Laura Betti. Lo stesso livore, la stessa cattiveria, la stessa ferocia. Ieri, con un’eccitazione politica mal dissimulata, munita di consueta frangetta da balcone di casa popolare e ballerine allegramente vedovili, ha sentenziato: “Berlusconi è sempre il benvenuto, ci dà più garanzie del Movimento 5 Stelle“. Il Pd sta provando in ogni modo a dimostrare che Grillo e Casaleggio hanno sconfessato Di Maio e rovesciato il tavolo, quello dell’altro giorno, quello in cui Renzi si è fatto notare per un bullismo direttamente proporzionale all’adipe. Peccato che i 5 Stelle, che certo si sono mossi tardi (grave errore che rimane e rimarrà) ma comunque si sono mossi, adesso siano lì e pongano risoluzioni concrete: no alle pluricandidature, no all’immunità, sì al doppio turno (che pure detestano), sì alle preferenze. Il Pd sa che ora non ha più l’alibi del “non potevamo fare altro che andare da Silvio” e allora, pur di proteggere il filotto di riforme “democraticamente autoritarie”, inventa una rottura immaginaria con i 5 Stelle. Celebrando al tempo stesso San Berlusconi, tornato di colpo forte e potente, che – furbo com’è – non vede l’ora di ingoiare in un colpo solo gli alfaniani e di mettere al più presto in difficoltà il suo figlioccio Matteo.

E’ uno di quei momenti in cui, all’orizzonte, non si scorgono vie di fuga. Uno di quei momenti che l’Italia conosce bene. Comunque ti muovi, qualcuno ti ammazza la speranza. Comunque ti giri, vedi pressoché ovunque un livello minimo di morale e coscienza. Verrebbe quasi voglia di mollare tutto. Di lasciargli campo aperto. Di rinunciare al sano indignarsi, al resistere, al libero pensare. Verrebbe quasi voglia. Appunto: quasi. Col cavolo che gli lasciamo, e lasceremo, la strada spianata.

Pubblicato in Il Fatto Quotidiano

«La coppa del mondo è qui a Gaza»

di Salma Ahmed Elamassie (Gaza) -

Cari amici,

da qualche giorno provo a scrivervi. Ma ogni volta mi sento come chi ha un handicap e non riesce nemmeno a prendere la penna per cominciare a

scrivere. Stavolta non voglio più parlare delle distruzioni, non voglio più dare cifre. Trovo che sia inumano dare il numero dei morti e dei feriti. Un essere umano è una persona, non un numero.

Ormai non voglio confrontare le nostre distruzioni con le loro, mai più. Non voglio dire che gli israeliani hanno ucciso donne e bambini, per non parlare degli uomini, come se fosse legale uccidere degli uomini: la Palestina ha bisogno dei suoi uomini, delle sue donne, dei suoi bambini e dei suoi alberi.

Non voglio ripetere la narrazione sui salari, sulla mancanza di elettricità e di carburanti o di tutto quello di cui si ha bisogno per vivere una vita onorevole, perché noi abbiamo bisogno di vivere in dignità e sono anni ed anni che viviamo invece tra tutte le difficoltà.

Può sorprendervi forse il fatto che questa volta io vi dica che mi sento INDIFFERENTE: non ho più la paura nel mio cuore né lacrime agli occhi, nemmeno odio – io non odio nessuno.

Oggi vi voglio parlare della pace, del diritto all’esistenza e alla resistenza.

Durante la prima Intifada le pietre erano l’arma utilizzata contro i crimini dell’esercito israeliano, e infatti l’Intifada prese il nome di guerra delle pietre. Ecco l’equazione: pietre nelle mani dei palestinesi contro le armi militari degli israeliani e sempre lo stesso risultato: terroristi palestinesi (o arabi). Da anni le armi israeliane si sviluppano, ma non è lo stesso per le “armi” della resistenza palestinese.

Nel 2006 tutto il mondo ha deciso di punire i palestinesi che avevano votato per questi “terroristi”. Israele ha pensato che era giunto il momento per eliminare Hamas, ma dopo tutto quello a cui abbiamo assistito nel corso delle offensive israeliane, credo che sia successo proprio il contrario. Hamas ha costruito tunnel per rifornire il popolo di Gaza di tutto quello che non ha, è normale, perché “la necessità è la madre dell’invenzione”.

Qui comincia la storia: una pietra non può fermare un razzo o un missile. Razzi e missili devono essere affrontati con razzi. Non si può restare con le mani in mano e aspettare che gli israeliani ci dicano: «vi restituiamo i vostri territori perché siete pacifisti».

Nella mia testimonianza allora ho deciso di parlarvi di mio cugino, ucciso dai missili israeliani. Stavolta vi parlo di qualcuno che conosco bene. Mio cugino è un

resistente, non ho paura di dirlo, anzi, ne sono fiera. Lui ha scelto la sua strada, la resistenza, si è reso conto che occorreva sacrificare cuore, vita, sangue per liberare la Palestina.

L’anno scorso in occasione del primo giorno della festa dell’Aid Aladha mi ha fatto visita, con suo padre. Ha riso, ha giocato con i miei figli e mi ha promesso di tornare quest’anno per mangiare dei buoni dolci. La festa sarà tra circa 3 settimane e mio cugino non potrà venirmi a trovare.

Il mese scorso aveva aggiunto una sua foto su facebook: era con degli amici in un ristorante, davanti ai piatti vuoti e intento a pensare. Molti hanno commentato che questi ragazzi vogliono ridere, divertirsi e vivere, vivere in pace. C’è stato uno che ha commentato: «so a cosa pensi, chi ha mangiato quei panini?», un altro rispondeva: «ehi amico, vuoi forse un panino anche tu vero?» e lui rispondeva con ironia: «ma ragazzi, non capite? Penso alla mia futura fidanzata, sogno che sia con me qui al ristorante, i panini avranno un gusto più delizioso e l’ambiente sarà più gradevole».

Il giorno prima del suo assassinio ha aggiunto una foto con amici e vicini di casa e diceva : «la coppa del mondo è qui, a Gaza».

Siamo stanchi di tutto questo. Noi amiamo la vita. Non siamo nati con l’odio e l’aggressività nel cuore. Non ho più paura per i miei figli, non c’è niente di più caro alla Palestina. L’amore per la Palestina ci fa amare la morte per Lei.

Il mio bambino di due anni ogni volta che venivamo bombardati pensava che qualcuno stava bussando alla porta di casa e ci chiedeva di aprire. Stamattina mi è sembrato che non crede più a quello che pensava! Ha ragione, il mio piccolo, nessuno bussa alla porta in modo così aggressivo.

Tutti gli errori di Grillo

di MAURIZIO ZAFFARANO

Dopo le elezioni del febbraio dello scorso anno Grillo e il Movimento 5 Stelle, grazie alla conquista di un consenso sorprendente e straordinario, erano al centro della scena pubblica e avevano in mano il pallino dell’iniziativa politica. Bersani era costretto ad umiliarsi in streaming di fronte ai grillini per ottenere i voti necessari, quelli che Italia Bene Comune non aveva raccolto nelle urne, per far nascere il suo governo. E’ stato lo stesso Bersani a dichiarare successivamente di non avere avuto alcuna intenzione di fare un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, semplicemente cercava i voti “tecnici” per far partire la legislatura. Ma questo significava che Grillo in quel momento avrebbe avuto la forza per porre delle condizioni a Bersani: attenuare l’austerità, scegliere un personaggio di garanzia democratica quale nuovo Presidente della Repubblica, approvare una nuova legge elettorale rispettosa dei principi costituzionali, dare l’avvio concreto alla riduzione dei costi della politica e soprattutto aggredire finalmente i cancri della corruzione e delle mafie. Se tali condizioni (da definire con una trattativa politica seria e non con la propaganda dell’incontro in streaming) fossero state accettate si sarebbe fatto il bene (almeno un po’ di bene) dell’Italia, se fossero state respinte si sarebbe palesato il bluff del PD ed il Movimento 5 Stelle sarebbe emersa come formazione politica responsabile ed in grado di proporsi per il Governo del Paese.

Grillo scelse invece di portare i propri deputati e senatori sull’Aventino, rendendo “inevitabili” la rielezione di Napolitano ed i governi Letta e Renzi, sulla base di previsioni e valutazioni sbagliate: che l’economia italiana sarebbe crollata definitivamente in autunno, che gli elettori non avrebbero tollerato il nuovo inciucio PD-Berlusconi-Alfano, che il nuovismo parolaio di Renzi – vera macchina da guerra del marketing politico in grado di usare l’arma “atomica” degli 80 euro e sostenuto a reti unificate da tutti i mass media e da tutta la classe dirigente – potesse essere sconfitto, in un Paese tremebondo e conformista come l’Italia, attraverso una campagna elettorale urlata, aggressiva e inconcludente. Il dilettantismo del Movimento 5 Stelle, dopo una sequela incredibile di passi falsi nella comunicazione politica, ha trovato il suo apice nello “scoprire” solo dopo le elezioni europee che per contare qualcosa nel nuovo Parlamento bisognava far parte di un gruppo regolarmente costituito: da qui l’apparentamento con gli impresentabili ultraliberisti dell’UKIP di Farage per i quali la difesa degli interessi dei Paesi mediterranei e dunque anche dell’Italia non è certamente la priorità.

Grillo, che ora chiede a Renzi di sedersi al tavolo delle “riforme”, commette un ulteriore duplice errore: agisce fuori tempo massimo quando i propri voti non sono più determinanti (il treno è stato perso nella primavera dello scorso anno come in quei giorni scriveva Marco Travaglio) e legittima Renzi nel suo disegno autoritario. Il Parlamento in carica resta un Parlamento costituito attraverso una legge elettorale incostituzionale e non è certamente il 40 per cento di Renzi alle europee (cioè più o meno il 20 per cento dei cittadini) che lo legittima a mettere mano alla nostra Carta fondamentale. Oppure (questa è una domanda che è necessario porsi come già tanti hanno fatto in passato) quelli di Grillo non sono errori ma fanno parte di una strategia condotta per conto terzi per destabilizzare l’Italia, incanalare la protesta popolare in forme non pericolose per il “sistema” e che non ne mettano in discussione la struttura economica capitalistica, contribuire di fatto ad aprire la strada alla normalizzazione renziana?

Da questo punto di vista l’immagine di Grillo e Casaleggio (e non è la prima volta) che omaggiano l’ambasciatore americano in occasione dell’anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti appare inquietante.

http://veritaedemocrazia.blogspot.it/2014/07/dopo-le-elezioni-politiche-grillo-ha.html

Il “che fare” a sinistra: il punto di vista di Claudio Grassi

di Claudio Grassi

E’ un momento particolarmente difficile per tutte le forze politiche che si collocano a sinistra del Pd. Allo stesso tempo la lista che ha visto queste forze unite presentarsi alle elezioni europee ha ottenuto un risultato positivo, superando, per la prima volta dopo il 2008, lo sbarramento del 4%. Abbiamo già avuto modo di confrontarci nei mesi scorsi sull’esito dell’ultimo Congresso del Prc, svoltosi a Perugia, e sul risultato degli emendamenti presentati dalla nostra area. Non tornerò quindi ora su quella discussione. Mi limito a sottolineare che la proposta principale contenuta negli emendamenti – e cioè la costruzione di una sinistra unita che comprendesse anche SEL – proposta non condivisa dalla maggioranza del partito (basti pensare ai fischi riservati a Fratoianni al Congresso ), si è concretizzata nella Lista Tsipras.

Le elezioni del 25 maggio

L’elemento nuovo del quale discutere e che deve indurci ad aprire una riflessione sul che fare è quello che ci viene proposto dal dato delle elezioni del 25 maggio. Parlo del dato delle elezioni del 25 maggio e non delle sole elezioni europee perché – nonostante se ne sia parlato poco – vi è stato nello stesso giorno anche un importante test amministrativo ed io ritengo indispensabile, per una valutazione corretta sulla prospettiva, ragionare di entrambe le cose e, soprattutto, confrontarle. Prima di parlare del risultato nostro e della sinistra di alternativa vorrei fare una breve riflessione sul consenso registrato delle altre forze politiche. Sottolineerei in particolare quattro elementi che ritengo significativi.

1) Lo scontro tra Pd e M5S si è risolto con un clamoroso successo di Renzi. Il segretario del Pd ha vinto poiché è riuscito a competere con Grillo sul suo terreno e contemporaneamente ad apparire più credibile. Ritengo che in questo voto al Pd (oltre il 40%, il massimo storico da sempre) vada colto anche un elemento derivato dalla grave crisi economica che il Paese sta attraversando. Una crisi che ha messo e sta mettendo in grave difficoltà milioni di lavoratori e di famiglie e che ha gettato nell’incertezza un’intera generazione. Nel voto a Renzi ci sono paradossalmente tante di queste persone in difficoltà, che hanno pensato: “forse lui ce la può fare”, “è l’ultima speranza che abbiamo”. Un voto di affidamento. Certo, non vi è solo questo. Vi è, per esempio, anche il suo sfondamento al centro con lo svuotamento di Scelta Civica. Il Pd ha quindi ottenuto un risultato importante ma, per le modalità con cui è stato conseguito, si caratterizza come un voto mobile e fluido che così come è velocemente arrivato, altrettanto velocemente potrebbe essere perso.

2) Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un buon risultato, oltre il 20% dei consensi, attestandosi come seconda forza politica. Ma avendo impostato la campagna elettorale con la parola d’ordine del “vinciamo noi”, è risultato perdente. Ha inoltre condotto una campagna elettorale troppo aggressiva. Molti elettori si sono spaventati e alla fine hanno scelto il Pd. Sta di fatto che oggi il M5S vive una fase di difficoltà. La scelta di allearsi con il razzista Farage in Europa ha determinato un forte disagio in quella parte di attivisti e di elettori che provengono dal mondo della sinistra. L’apertura di credito al Pd, dopo averlo dileggiato per mesi, ha evidenziato infine uno sbandamento politico.

3) Si conferma e si consolida la crisi del centrodestra e di Berlusconi. La sempre minore credibilità di Berlusconi stesso – collante indispensabile per la sua coalizione – apre scenari molto incerti.

4) Il successo della Lega Nord – per certi versi incredibile, visti gli scandali che avevano travolto quella forza politica – è sicuramente determinato dalla crisi del centrodestra e di Berlusconi, ma è in larga parte dovuto alla svolta praticata da Salvini, abilissimo nell’abbandonare il tema della secessione per assumere quello ben più popolare della contrarietà all’euro e all’immigrazione. Proprio su questo terreno si è prodotto l’avvicinamento con Marine Le Pen.

Il risultato della Lista Tsipras

Fatte queste considerazioni generali, è però il risultato della Lista Tsipras quello che ci interessa analizzare più da vicino. Sia per il dato in sé, sia per le prospettive.
Qui le riflessioni da svolgere sono molteplici:
1) il dato meramente numerico, rispetto alle precedenti elezioni europee, indica un ulteriore arretramento del complesso delle forze coinvolte: Sel e la Fds nel 2009 raccoglievano il 6,5%, la Lista Tsipras oggi si attesta sul 4%. Penso tuttavia che questo raffronto non sia così significativo poiché mette in rapporto dati troppo lontani nel tempo. Credo sia più utile, poiché il fatto ci aiuta a confrontarlo con il consenso reale del Prc e di Sel di oggi, l’accostamento con il dato amministrativo ottenuto sempre il 25 maggio.
Il paragone è molto interessante. Se prendiamo i 25 capoluoghi di provincia dove si è votato si possono rilevare varie cose: Rifondazione non elegge nessun consigliere e raccoglie un consenso che oscilla tra l’1 e l’1,5%. Sel in alcuni casi elegge, ma riduce complessivamente il numero degli eletti e registra un voto tra il 2 e il 2,5%. La Lista Tsipras, negli stessi comuni, si colloca attorno al 6%: un risultato nettamente superiore alla somma dei consensi ai due partiti.
Questa circostanza è d’altra parte confermata dallo studio dei flussi elettorali, effettuato sia dalla Swg che dall’Istituto Cattaneo. Entrambi i centri suddividono i voti della Lista Tsipras secondo questa ripartizione: 400.000 voti provenienti da Sel, 200.000 dal Prc, 200.000 da Pd, 150.000 dal M5S, 150.000 dall’astensione.
Il dato saliente che si ricava da questi numeri è che la Lista Tsipras riesce a raccogliere un voto di opinione – cosa che non era assolutamente riuscita a fare Rivoluzione Civile – consentendoci di superare lo sbarramento.
2) Il superamento della soglia del 4% ha fatto riapparire per la prima volta dal 2008 la presenza di una sinistra non perdente. Si tratta ovviamente di un fatto simbolico e psicologico, ma sarebbe un errore non coglierne l’importanza.
3) La lista raggiunge questo risultato nonostante un oscuramento pressoché totale dei grandi mezzi di comunicazione, potendo contare su scarsissimi mezzi economici e in un contesto di voto utile determinato da una sorta di gara all’ultimo voto, alimentata dai media, tra Pd e M5S. Ciò significa che ne va valutata in prospettiva la possibilità espansiva, sia verso l’elettorato del M5S per le difficoltà di cui prima si parlava, sia verso l’elettorato Pd, qualora le promesse avanzate da Renzi si dovessero dimostrare illusorie.
4) Il risultato è stato ottenuto in assenza di conflitto. L’Italia è l’unico Paese dell’Europa del Sud dove in questi anni di crisi – a parte le lotte promosse dalla FIOM, dalla sinistra sindacale e dai sindacati di base – è mancata la reazione dei sindacati e si è dovuto registrare una sostanziale assenza di conflitto. Tutti i provvedimenti, anche quelli più ferocemente antipopolari come la riforma Fornero, sono passati senza lotte significative. Da questo punto di vista le responsabilità della maggioranza della CGIL sono pesanti. Anche per questo va considerato favorevolmente il processo che si è avviato, subito dopo il congresso, di costituzione di una sinistra sindacale in CGIL.
5) Vanno poi considerati anche i molti limiti della Lista Tsipras. Limiti che vanno individuati, ma con la consapevolezza che l’obiettivo deve essere quello di migliorare le cose, non demolire quanto si è riuscito a fare. Il primo limite lo vediamo nella stessa composizione sociale dell’elettorato della Lista Tsipras. Esso è formato in larga misura da giovani e da un ceto medio acculturato. E’ positivo che ciò sia avvenuto, soprattutto che la lista sia risultata attrattiva per i più giovani, tuttavia va considerato criticamente il fatto che la proposta non sia risultata altrettanto attrattiva per il mondo del lavoro. Da questo punto di vista si può e si deve migliorare. Così come non ha aiutato a conseguire un buon risultato la modalità con cui è stato deciso il simbolo e la scelta non discussa di eliminare da esso un riferimento alla Sinistra. Ancora, l’esclusione dalle liste del Pdci è stata un errore privo di alcuna giustificazione. Infine la scelta di Barbara Spinelli di non mantenere l’impegno assunto in campagna elettorale di dimettersi (una scelta che peraltro era apparsa subito alquanto discutibile) e il modo con cui questa scelta è avvenuta (non discussa in nessun luogo) ha contribuito a rendere il tutto più complicato.

Ma, come dicevo, e su questo mi soffermerò nella parte conclusiva dell’intervento, occorre adesso impegnarsi affinché queste criticità vengano superate, poiché se anche l’esperienza unitaria della lista Tsipras dovesse fallire, sono convinto che tutto diventerebbe più complicato.

La sinistra di alternativa in Europa

Vorrei concludere queste considerazioni sulle elezioni europee con un breve cenno su quanto è avvenuto nel campo della sinistra di alternativa nel resto d’Europa.
Anche qui procedo per punti:
1) si conferma una forte astensione, che denota uno scarso interesse da parte di circa la metà della popolazione europea per questo tipo di consultazione, anche se non vi è un significativo incremento sulla tornata del 2009.
2) Crescono – in alcuni paesi pericolosamente, come in Francia e Inghilterra – forze razziste e xenofobe.
3) I popolari, i socialisti e i liberali diminuiscono i propri consensi, ma non crollano.
4) Va bene la sinistra di alternativa, che passa da 35 a 52 europarlamentari, ma non cresce quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Il disagio provocato dalla crisi e dalle politiche europee viene intercettato in buona parte dall’estrema destra.
5) Più nel dettaglio, per quanto riguarda la sinistra di alternativa: ci sono alcuni paesi con risultati ottimi, come la Grecia e la Spagna, ma abbiamo anche, per esempio, i tre stati principali dell’Europa (Germania, Francia e Italia) in bilico tra un risultato di tenuta (come la Germania), un lieve calo (in Francia dove, tra l’altro, si è accentuato il dibattito non semplice, già apertosi con le amministrative, tra PdG e Pcf) e una condizione di incertezza e precarietà (è il caso dell’Italia). In sintesi, il dato europeo ci conferma che vi è uno spazio a sinistra che può crescere, ma si tratta di una circostanza non ancora né stabile né acquisita. Si può affermare inoltre che nel continente europeo vi è una sinistra di alternativa con un consenso non marginale che sta attraversando un processo di ricostruzione/ridefinizione organizzativa, politica e culturale. Il successo rapidissimo di Podemos in Spagna – si tratterà di vedere se reggerà nel tempo – ci dice del fatto che nuove modalità politiche e organizzative possono rapidamente emergere e che quindi con le loro sollecitazioni bisogna fare i conti.

La situazione nella sinistra di alternativa in Italia

E veniamo ora alla situazione italiana. Del risultato della Lista Tsipras ho già detto. Si tratta adesso di capire se, pur con tutti i suoi limiti, quell’esperienza potrà trasformarsi in qualcosa di più strutturato o se ciascuna delle forze che hanno partecipato alla sua costruzione ripiegherà sul proprio percorso. Da questo punto di vista sarà importante verificare quanto accadrà nella riunione del 19 luglio.
La situazione è molto problematica. Tutti a parole dicono di voler proseguire, ma l’interesse particolare di ciascuno rischia di vincere. Sullo sfondo abbiamo anche la partita delle elezioni regionali (12 regioni nella prossima primavera, la Calabria già in autunno) dove potrebbe riproporsi quanto accaduto in Piemonte e in Abruzzo il 25 maggio: il Prc fuori dalla coalizione e Sel dentro. Se questa situazione dovesse ripetersi in tutte le regioni dove si voterà, anche un bambino capisce che l’esperienza Tsipras si chiuderebbe. Forse sarebbe il caso di ripristinare il metodo che è stato usato da Rifondazione almeno fino al 2006: nelle coalizioni non si sta dentro o fuori a prescindere, si fa piuttosto il confronto programmatico, aperti a qualsiasi esito: se ci sono contenuti condivisi si sta in alleanza, se non ci sono si sta fuori. La scelta viene presa alla fine del confronto, non prima di iniziarlo. Né in un senso, né in un altro. È un tema questo che va discusso rapidamente altrimenti il rischio che quanto avvenuto alle regionali del Piemonte si ripeta in tutta Italia è molto concreto. Dobbiamo lavorare per evitare che ciò accada.
Anche perché a me pare evidente che le forze organizzate a sinistra del Pd (Sel, Prc, Pdci), seppure in forme e con una consistenza diversa e con tempi diversi, abbiano esaurito o stiano esaurendo la loro funzione. Per “funzione” intendo la capacità/credibilità di costruire sulle proprie forze residue un partito politico di una certa consistenza, credibile e in grado di essere punto di riferimento così come lo sono diventate le aggregazioni della sinistra di alternativa in Europa. Per quanto riguarda il Prc la difficoltà persiste ininterrottamente dal 2008, e cioè dalla disfatta prodotta dalla micidiale accoppiata Sinistra Arcobaleno/Congresso di Chianciano. Da allora ad oggi tutti i tentativi messi in campo per ripartire non hanno funzionato: rilancio del Prc, Federazione della Sinistra, Rivoluzione Civile. E tutti gli indicatori sono in costante calo: iscritti, consenso elettorale, presenza territoriale, feste, percezione di esistenza nel popolo della sinistra. Cito tutti questi elementi non a caso poiché, per esempio, potrebbe esserci un calo degli iscritti o del radicamento territoriale (questo è un aspetto che riguarda tutti i partiti) ma, come è avvenuto per Lega e Pd, una ripresa del consenso elettorale. Per noi, purtroppo, non è così: tutti gli indicatori sono in calo costante e continuo da sei anni.
Dobbiamo riconoscere che anche i nostri tentativi come Area, prima in maggioranza, poi all’opposizione all’interno del partito, non sono riusciti a modificare la situazione. Per la verità un allarme lo avevo già lanciato al congresso di Chianciano quando dissi che se Rifondazione si spaccava in due difficilmente sarebbe riuscita a riprendersi: è ciò che, drammaticamente, a distanza di sei anni, è avvenuto. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anche il progetto politico di Sel infatti è fallito. L’obiettivo per cui Sel era nata – e cioè costruire un nuovo partito della sinistra agendo sulle contraddizioni del Pd, spaccandolo anche attraverso le primarie – si è risolto nel suo contrario. È il Pd che è entrato in Sel e l’ha spaccata. La conferma di ciò l’abbiamo dalle vicende di queste ultime settimane, che oltre ad essere la rappresentazione plastica della sconfitta di un progetto politico, stanno indebolendo la forza organizzata e la credibilità residua di Sel.
Ciò che va messo a valore, pur in questo quadro, è la scelta del gruppo dirigente rimasto di sostenere la Lista Tsipras. Vedremo come evolverà la situazione, ciò che è importante è che questa scelta venga confermata e che la annunciata conferenza programmatica del prossimo autunno non sia un ripiegamento, ma una apertura vera a tutte le forze che con questa Sel vogliono avere una interlocuzione.
Infine, anche per il Pdci la situazione appare molto compromessa. Non solo perché dal punto di vista della consistenza i ranghi sono più ridotti rispetto a quelli di Sel e del Prc, ma perché anche quel partito, all’indomani dell’insuccesso di Rivoluzione Civile e delle conseguenti dimissioni di Diliberto, è entrato in un processo ulteriormente disgregativo. Lo confermano la fuoriuscita di un gruppo di compagni di Roma (Nobile) e di Milano (Rizzati) e soprattutto la divaricazione che si è creata nell’ultimo Comitato Centrale tra il neosegretario Procaccini e Diliberto. Al fondo di questa crisi mi pare vi sia – come per Sel e per il Prc – il fallimento della propria ragione originaria. Il Pdci, dopo la scissione del 1998, aveva cercato di ritagliarsi uno spazio, distinguendosi in ciò dal Prc, attraverso il binomio internità al centrosinistra e eredità della tradizione comunista. Come è evidente questo progetto non ha funzionato e i recenti tentativi di ridefinire un nuovo impianto politico non trovano più la massa critica sufficiente per procedere.

Se queste considerazioni hanno un fondamento, sarebbero già esse più che sufficienti per indurci a insistere nel sostegno alla Lista Tsipras, cercando naturalmente di correggerne i limiti. All’interno di quella esperienza le tre forze (Prc, Sel, Pdci) potrebbero mettere a valore le risorse politiche, umane e organizzative che ancora hanno e che sono importanti. Viceversa, in un processo di autonomizzazione di Sel, Prc e Pdci, e con i movimenti, i comitati ed Alba che procedono per conto proprio, il fallimento generale diventerebbe assai probabile. Concretamente, se la Lista Tsipras dovesse naufragare ci troveremmo di fronte ad una situazione come quella che si è determinata in Piemonte alle elezioni regionali che, probabilmente si estenderebbe in tutto il Paese. (…)