Se il “popolo di sinistra” aprisse gli occhi sul PD…

di Stefano Longo -

Il problema maggiore della sinistra è che una grossa parte del suo elettorato potenziale resta ancorato al PD, convinto che il partito di Renzi sia l’erede naturale del PCI! E’ incredibile, ma è così. Se si riuscisse a far breccia nella mente di questi compagni, facendo capire loro che non c’è più nessun legame tra l’odierno PD e il vecchio partito comunista, un terzo degli elettori smetterebbe immediatamente di votarlo.

Il PD è da tempo un partito moderato di centro, ma il suo elettorato non è tutto così. Il lavoro più duro per noi Radicalsocialisti è costruire una Casa che sia plurale ma fatta di sfumature dello stesso colore, il rosso. Il PD è un arlecchino dove anime diverse e lontane tra loro stanno insieme solo per avere il potere fine a se stesso. La bestemmia peggiore è la sua appartenenza al PSE. Come può farne parte un partito che va da Fioroni a Civati? Semplice, per opportunismo.

Noi di MRS siamo l’altra sinistra. Quella degli ideali, di Bandiera Rossa e dell’Internazionale. Noi siamo quelli che quando vedono un corteo di operai non resiste e corre ad unirsi a loro. Noi siamo ciò che il PD non è! Noi dobbiamo fornire al plurale popolo della sinistra un nuovo punto di aggregazione che non ha paura di dire che c’è ancora una lotta di classe da concludere. Che c’è una società migliore e si chiama socialista. Che i Marchionne e i Briatore vanno bene per quel PD ma non per noi. Che senza se e senza ma sceglie di stare dalla parte del sindacato contro l’arroganza padronale.

Se noi sapremo rimettere i vestiti di quella sinistra che si indignava quando un compagno veniva espulso dal lavoro e lo sosteneva e si batteva per lui, allora l’Italia avrà di nuovo LA SINISTRA! Se invece il popolo di sinistra sceglierà di fare come alle Europee, ossia sceglierà il Renzi di turno per paura del Grillo di turno, allora la nostra classe di riferimento, la classe lavoratrice, continuerà per molti anni ancora a non avere la sua rappresentanza politica e parlamentare, e potrà solo scegliere tra la destra e il centro oppure rimanere extraparlamentare (che di per se non sarebbe nemmeno un disvalore). Sempre Avanti!

Diario da un’Altra Europa (cronistoria del 19 luglio)

di CINZIA VALENTINI e GIOVANNI TORRISI

ore 6.00 Fano
Io e Giovanni (Torrisi) partiamo con la sua auto un po’ assonnati: siamo critici, positivi e costruttivi, comunque e nonostante.

ore 9.30 Roma
Parcheggiamo e ci dirigiamo al teatro Vittoria in zona Testaccio. Brulicare di compagne e compagni davanti all’ingresso, un banco con libri e copie de il Manifesto. Saluti. Primo scambio di battute.

Sei stato ieri sera all’incontro con Tsipras a Roma?
Sì, ma non c’era molta gente
Un po’ di stanca in giro…
Già anche da noi.

Vieni che ti faccio conoscere i compagni di Ancona, mi fa Giovanni. Strette di mano, scambio di battute, ci sono due ragazzi, si uniscono ragazze e ragazzi degli anni 80, il gruppo marchigiano si materializza.

Andiamo poi ad iscriverci ai gruppi di lavoro, lasciamo la nostra e-mail e un recapito. Seguiamo la marea, la platea è piena, saliamo in galleria. Afa e brusii di accenti diversi, chiome canute, donne, diversi ragazze e ragazzi di associazioni, movimenti, Sel, Rifondazione, giornalisti del Manifesto, fotografi, candidati della lista.

Sul palco, intorno ad un tavolo, gli eurodeputati Barbara Spinelli, Eleonora Forenza, qualche garante. Curzio Maltese fuori palco. Non vi salirà, non parlerà.

Comincia la plenaria. Viene letto il messaggio di Tsipras che non ha potuto presiedere: è programmatico, ricco e critico, il compagno che legge s’interrompe al ricordo dell’anniversario dei fatti di Genova: 19 luglio 2001. Piange. Commozione forte in sala. Applausi. Interviene Barbara Spinelli, poi Marco Revelli. Che snocciola un’analisi lunga e dettagliata di cifre e statistiche della realtà del progetto.

Il progetto non è ancora un soggetto politico, ma tanti sono i nomi per indicare quello che donne e uomini stanno pensando, immaginando e agendo. Una gestazione che prevede tempi lunghi, pazienza, nuove parole, creatività, capacità dialettica e di mediazione. Rispetto di differenze e identità. Una nuova sintassi politica.

ore 11.30
Parla Moni Ovadia. Racconta della situazione israelo-palestinese. Dell’ingiustizia, dell’arroganza del potere. Dell’asimmetria di forze. La sua analisi e appello strappano consensi e applausi, gli unici, forti e scrocianti della giornata. Seguono le proposte per i lavori: gruppi tematici di lavoro si riuniranno nella speranza di condividere le esperienze locali e dare una forma all’esperienza politica dell’Altra Europa.

ore 12.00
Usciamo nell’afa che ci aggredisce, la luce è abbacinante, lì aspettiamo i facilitatori che ci condurranno nei diversi spazi assegnati intorno al teatro o nel teatro stesso. Il mio gruppo non è numeroso e affronterà i temi della scuola, cultura, formazione. Quello di Giovanni invece, ben più nutrito, tratterà dell’agenda degli appuntamenti italiani per il semestre europeo e dei prossimi, imminenti, appuntamenti politici regionali: Emilia Romagna e Calabria. Due posizioni si confrontano. Chi vorrebbe esprimere un’identità politica altra dal PD, distinta e distante nei temi, nei programmi e nelle prospettive, e chi invece preferirebbe lasciare tali considerazioni alla sensibilità dei compagni delle singole regioni interessati. Non si arriva ad una sintesi, ma la dialettica è chiara.

Sono tre ore intense di interventi cronometrati dai facilitatori, le discussioni sono spesso animate, polemiche e appassionate, gli interventi incalzanti a seconda dei temi. 3 ore di racconti personali, esperienze territoriali di associazioni e movimenti, di proposte ricche, intelligenti, concrete, originali. Tutti gli interventi vengono poi riassunti in report da riferire e socializzare nella plenaria di chiusura.

ore 15.30
I gruppi di lavori si disfano più o meno in contemporanea, si fa una breve pausa rigenerante. La stanchezza e la canicola incalzano e si fanno sentire.

ore 16.00
Ricomincia la plenaria. Un ex partigiano dell’Anpi, memoria storica di resistenza, ci incoraggia ad andare avanti. Una compagna legge una lunga e-mail di Stefano Rodotà. E’ la volta dei report. Che vengono integrati rapidamente e in diretta, se sono incompleti e presentano delle lacune.

Alle 18.30
L’assemblea viene sciolta, ma prima viene fatta la proposta di integrare il comitato nazionale con due rappresentati di genere dei vari comitati regionali. L’assemblea diventa frenetica e magmatica avvicinandosi alla conclusione. Il tempo è scaduto, troppo poco ma sufficiente per capire che vogliamo continuare a tracciare un sentiero progettuale politico. Tutto in salita e impervio.

ore 18.45

Io e Giovanni raggiungiamo l’auto per uscire da Roma. Riflessioni del ritorno:

• Gli eurodeputati hanno ricevuto iniziali indicazioni generali programmatiche per la prossima legislatura.

• I gruppi di lavoro e lo scambio tra gruppi tematici sono la piattaforma per un lavoro in rete e territoriale più o meno capillare, efficace ed incisivo a seconda della realtà locale e della radicalità delle associazioni e movimenti sul territorio. Dovrà essere rafforzato e intensificato il lavoro dei comitati territoriali.

• Si dovrà affrontare lo scoglio delle elezioni regionali che sono imminenti: rifiutare ogni accordo elettorale con il PD o esaminare e valutare di volta in volta le esigenze territoriali partecipando a liste affini per programma visto che non esistiamo ancora come soggetto politico e istituzionale pronto ad una competizione elettorale?

• L’autunno ci vedrà propositivi con la costruzione di un’agenda, appoggio ad iniziative territoriali o leggi di proposta popolare, manifestazioni di piazza, circolazione di materiali, esperienze e report in rete attraverso una mailing list o fisicamente. Appuntamento per una prossima assemblea nazionale.

Cinzia Valentini e Giovanni Torrisi (Coordinamento Lista Tsipras di Pesaro e Urbino)

Opporsi al partito unico

di ANDREA SCANZI -

Deluderò molti, ma del processo Ruby me n’è sempre fregato pochissimo. Certo, conteneva elementi di “non opportunità” e “ricattabilità” evidenti, ma è la vicenda giudiziaria politicamente meno rilevante tra le 13mila o giù di lì che riguardano Berlusconi. E’ un plot perfetto per le articolesse moraleggianti dei soliti tromboni di quasi-sinistra: roba noiosissima, e io detesto annoiarmi. Ognuno ha la sessualità che vuole, le donne coinvolte erano consenzienti e – se mi consentite la battuta – trovo molto più “perverso” sognare di passare tutta la vita con Pascale e Dudù che godersi la vita finché ce n’è. Non mi scandalizza (figurarsi) che Berlusconi ami donne e promiscuità, il blaterare stantio sul femminismo sinistrorso mi sfrangia gli zebedei e ho in merito un parere gioiosamente libertino che collima con quello di Fulvio Abbate e (conclusioni politiche a parte) Vittorio Sgarbi. Casomai trovo scandaloso, nonché deprimente, che il Parlamento italiano abbia votato sul serio Ruby “nipote di Mubarak”: questo sì che mi fa schifo. E trovo parimenti scandaloso che le frequentazioni sessuali siano forse state usate (come sosteneva Veronica Lario) come selezione della “nuova” classe politica, ma sono solo rumours che peraltro non riguardano unicamente il centrodestra (ooops). La mia valutazione del Berlusconi politico è profondamente negativa per quello che ha fatto e non fatto; per i rapporti con l’eroe Mangano e per la condanna definitiva per frode fiscale; per la presunta compravendita dei senatori e per il lodo Mondadori; per le prescrizioni e gli indulti. Eccetera.

Non è l’assoluzione il punto: è il contorno – le reazioni e le esultanze – che trovo emblematico dello sfacelo italiano. L’assoluzione in appello viene ora narrata come una sorta di lavacro del berlusconismo. Quasi a dire: “Visto? E’ innocente e dunque le riforme vanno avanti”. Come se l’assoluzione di ieri cancellasse le condanne, i processi in corso e quelli mozzati da infinite leggi ad personam. Come se di colpo Berlusconi fosse divenuto San Francesco. In Italia è tutto capovolto e a testimoniare questo smisurato rincoglionimento generale – e spesso interessato – non è solo Forza Italia ma anche e per certi versi soprattutto il Partito Democratico. Lasciate stare le Boschi, gli Speranza e le Bonafè, infierire sarebbe troppo facile. Prendete Debora Serracchiani, quella che alle Europee del 2009 fu tratteggiata dagli house organ piddini come il futuro della sinistra e la Obama italiana (wow). Quella che era renziana, poi civatiana, poi renziana. E poi niente. Quella che, ultimamente, ricorda un po’ il personaggio di Laura Betti in Tutta colpa del paradiso, senza però la bravura definitiva di Laura Betti. Lo stesso livore, la stessa cattiveria, la stessa ferocia. Ieri, con un’eccitazione politica mal dissimulata, munita di consueta frangetta da balcone di casa popolare e ballerine allegramente vedovili, ha sentenziato: “Berlusconi è sempre il benvenuto, ci dà più garanzie del Movimento 5 Stelle“. Il Pd sta provando in ogni modo a dimostrare che Grillo e Casaleggio hanno sconfessato Di Maio e rovesciato il tavolo, quello dell’altro giorno, quello in cui Renzi si è fatto notare per un bullismo direttamente proporzionale all’adipe. Peccato che i 5 Stelle, che certo si sono mossi tardi (grave errore che rimane e rimarrà) ma comunque si sono mossi, adesso siano lì e pongano risoluzioni concrete: no alle pluricandidature, no all’immunità, sì al doppio turno (che pure detestano), sì alle preferenze. Il Pd sa che ora non ha più l’alibi del “non potevamo fare altro che andare da Silvio” e allora, pur di proteggere il filotto di riforme “democraticamente autoritarie”, inventa una rottura immaginaria con i 5 Stelle. Celebrando al tempo stesso San Berlusconi, tornato di colpo forte e potente, che – furbo com’è – non vede l’ora di ingoiare in un colpo solo gli alfaniani e di mettere al più presto in difficoltà il suo figlioccio Matteo.

E’ uno di quei momenti in cui, all’orizzonte, non si scorgono vie di fuga. Uno di quei momenti che l’Italia conosce bene. Comunque ti muovi, qualcuno ti ammazza la speranza. Comunque ti giri, vedi pressoché ovunque un livello minimo di morale e coscienza. Verrebbe quasi voglia di mollare tutto. Di lasciargli campo aperto. Di rinunciare al sano indignarsi, al resistere, al libero pensare. Verrebbe quasi voglia. Appunto: quasi. Col cavolo che gli lasciamo, e lasceremo, la strada spianata.

Pubblicato in Il Fatto Quotidiano

«La coppa del mondo è qui a Gaza»

di Salma Ahmed Elamassie (Gaza) -

Cari amici,

da qualche giorno provo a scrivervi. Ma ogni volta mi sento come chi ha un handicap e non riesce nemmeno a prendere la penna per cominciare a

scrivere. Stavolta non voglio più parlare delle distruzioni, non voglio più dare cifre. Trovo che sia inumano dare il numero dei morti e dei feriti. Un essere umano è una persona, non un numero.

Ormai non voglio confrontare le nostre distruzioni con le loro, mai più. Non voglio dire che gli israeliani hanno ucciso donne e bambini, per non parlare degli uomini, come se fosse legale uccidere degli uomini: la Palestina ha bisogno dei suoi uomini, delle sue donne, dei suoi bambini e dei suoi alberi.

Non voglio ripetere la narrazione sui salari, sulla mancanza di elettricità e di carburanti o di tutto quello di cui si ha bisogno per vivere una vita onorevole, perché noi abbiamo bisogno di vivere in dignità e sono anni ed anni che viviamo invece tra tutte le difficoltà.

Può sorprendervi forse il fatto che questa volta io vi dica che mi sento INDIFFERENTE: non ho più la paura nel mio cuore né lacrime agli occhi, nemmeno odio – io non odio nessuno.

Oggi vi voglio parlare della pace, del diritto all’esistenza e alla resistenza.

Durante la prima Intifada le pietre erano l’arma utilizzata contro i crimini dell’esercito israeliano, e infatti l’Intifada prese il nome di guerra delle pietre. Ecco l’equazione: pietre nelle mani dei palestinesi contro le armi militari degli israeliani e sempre lo stesso risultato: terroristi palestinesi (o arabi). Da anni le armi israeliane si sviluppano, ma non è lo stesso per le “armi” della resistenza palestinese.

Nel 2006 tutto il mondo ha deciso di punire i palestinesi che avevano votato per questi “terroristi”. Israele ha pensato che era giunto il momento per eliminare Hamas, ma dopo tutto quello a cui abbiamo assistito nel corso delle offensive israeliane, credo che sia successo proprio il contrario. Hamas ha costruito tunnel per rifornire il popolo di Gaza di tutto quello che non ha, è normale, perché “la necessità è la madre dell’invenzione”.

Qui comincia la storia: una pietra non può fermare un razzo o un missile. Razzi e missili devono essere affrontati con razzi. Non si può restare con le mani in mano e aspettare che gli israeliani ci dicano: «vi restituiamo i vostri territori perché siete pacifisti».

Nella mia testimonianza allora ho deciso di parlarvi di mio cugino, ucciso dai missili israeliani. Stavolta vi parlo di qualcuno che conosco bene. Mio cugino è un

resistente, non ho paura di dirlo, anzi, ne sono fiera. Lui ha scelto la sua strada, la resistenza, si è reso conto che occorreva sacrificare cuore, vita, sangue per liberare la Palestina.

L’anno scorso in occasione del primo giorno della festa dell’Aid Aladha mi ha fatto visita, con suo padre. Ha riso, ha giocato con i miei figli e mi ha promesso di tornare quest’anno per mangiare dei buoni dolci. La festa sarà tra circa 3 settimane e mio cugino non potrà venirmi a trovare.

Il mese scorso aveva aggiunto una sua foto su facebook: era con degli amici in un ristorante, davanti ai piatti vuoti e intento a pensare. Molti hanno commentato che questi ragazzi vogliono ridere, divertirsi e vivere, vivere in pace. C’è stato uno che ha commentato: «so a cosa pensi, chi ha mangiato quei panini?», un altro rispondeva: «ehi amico, vuoi forse un panino anche tu vero?» e lui rispondeva con ironia: «ma ragazzi, non capite? Penso alla mia futura fidanzata, sogno che sia con me qui al ristorante, i panini avranno un gusto più delizioso e l’ambiente sarà più gradevole».

Il giorno prima del suo assassinio ha aggiunto una foto con amici e vicini di casa e diceva : «la coppa del mondo è qui, a Gaza».

Siamo stanchi di tutto questo. Noi amiamo la vita. Non siamo nati con l’odio e l’aggressività nel cuore. Non ho più paura per i miei figli, non c’è niente di più caro alla Palestina. L’amore per la Palestina ci fa amare la morte per Lei.

Il mio bambino di due anni ogni volta che venivamo bombardati pensava che qualcuno stava bussando alla porta di casa e ci chiedeva di aprire. Stamattina mi è sembrato che non crede più a quello che pensava! Ha ragione, il mio piccolo, nessuno bussa alla porta in modo così aggressivo.

Tutti gli errori di Grillo

di MAURIZIO ZAFFARANO

Dopo le elezioni del febbraio dello scorso anno Grillo e il Movimento 5 Stelle, grazie alla conquista di un consenso sorprendente e straordinario, erano al centro della scena pubblica e avevano in mano il pallino dell’iniziativa politica. Bersani era costretto ad umiliarsi in streaming di fronte ai grillini per ottenere i voti necessari, quelli che Italia Bene Comune non aveva raccolto nelle urne, per far nascere il suo governo. E’ stato lo stesso Bersani a dichiarare successivamente di non avere avuto alcuna intenzione di fare un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, semplicemente cercava i voti “tecnici” per far partire la legislatura. Ma questo significava che Grillo in quel momento avrebbe avuto la forza per porre delle condizioni a Bersani: attenuare l’austerità, scegliere un personaggio di garanzia democratica quale nuovo Presidente della Repubblica, approvare una nuova legge elettorale rispettosa dei principi costituzionali, dare l’avvio concreto alla riduzione dei costi della politica e soprattutto aggredire finalmente i cancri della corruzione e delle mafie. Se tali condizioni (da definire con una trattativa politica seria e non con la propaganda dell’incontro in streaming) fossero state accettate si sarebbe fatto il bene (almeno un po’ di bene) dell’Italia, se fossero state respinte si sarebbe palesato il bluff del PD ed il Movimento 5 Stelle sarebbe emersa come formazione politica responsabile ed in grado di proporsi per il Governo del Paese.

Grillo scelse invece di portare i propri deputati e senatori sull’Aventino, rendendo “inevitabili” la rielezione di Napolitano ed i governi Letta e Renzi, sulla base di previsioni e valutazioni sbagliate: che l’economia italiana sarebbe crollata definitivamente in autunno, che gli elettori non avrebbero tollerato il nuovo inciucio PD-Berlusconi-Alfano, che il nuovismo parolaio di Renzi – vera macchina da guerra del marketing politico in grado di usare l’arma “atomica” degli 80 euro e sostenuto a reti unificate da tutti i mass media e da tutta la classe dirigente – potesse essere sconfitto, in un Paese tremebondo e conformista come l’Italia, attraverso una campagna elettorale urlata, aggressiva e inconcludente. Il dilettantismo del Movimento 5 Stelle, dopo una sequela incredibile di passi falsi nella comunicazione politica, ha trovato il suo apice nello “scoprire” solo dopo le elezioni europee che per contare qualcosa nel nuovo Parlamento bisognava far parte di un gruppo regolarmente costituito: da qui l’apparentamento con gli impresentabili ultraliberisti dell’UKIP di Farage per i quali la difesa degli interessi dei Paesi mediterranei e dunque anche dell’Italia non è certamente la priorità.

Grillo, che ora chiede a Renzi di sedersi al tavolo delle “riforme”, commette un ulteriore duplice errore: agisce fuori tempo massimo quando i propri voti non sono più determinanti (il treno è stato perso nella primavera dello scorso anno come in quei giorni scriveva Marco Travaglio) e legittima Renzi nel suo disegno autoritario. Il Parlamento in carica resta un Parlamento costituito attraverso una legge elettorale incostituzionale e non è certamente il 40 per cento di Renzi alle europee (cioè più o meno il 20 per cento dei cittadini) che lo legittima a mettere mano alla nostra Carta fondamentale. Oppure (questa è una domanda che è necessario porsi come già tanti hanno fatto in passato) quelli di Grillo non sono errori ma fanno parte di una strategia condotta per conto terzi per destabilizzare l’Italia, incanalare la protesta popolare in forme non pericolose per il “sistema” e che non ne mettano in discussione la struttura economica capitalistica, contribuire di fatto ad aprire la strada alla normalizzazione renziana?

Da questo punto di vista l’immagine di Grillo e Casaleggio (e non è la prima volta) che omaggiano l’ambasciatore americano in occasione dell’anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti appare inquietante.

http://veritaedemocrazia.blogspot.it/2014/07/dopo-le-elezioni-politiche-grillo-ha.html

Il “che fare” a sinistra: il punto di vista di Claudio Grassi

di Claudio Grassi

E’ un momento particolarmente difficile per tutte le forze politiche che si collocano a sinistra del Pd. Allo stesso tempo la lista che ha visto queste forze unite presentarsi alle elezioni europee ha ottenuto un risultato positivo, superando, per la prima volta dopo il 2008, lo sbarramento del 4%. Abbiamo già avuto modo di confrontarci nei mesi scorsi sull’esito dell’ultimo Congresso del Prc, svoltosi a Perugia, e sul risultato degli emendamenti presentati dalla nostra area. Non tornerò quindi ora su quella discussione. Mi limito a sottolineare che la proposta principale contenuta negli emendamenti – e cioè la costruzione di una sinistra unita che comprendesse anche SEL – proposta non condivisa dalla maggioranza del partito (basti pensare ai fischi riservati a Fratoianni al Congresso ), si è concretizzata nella Lista Tsipras.

Le elezioni del 25 maggio

L’elemento nuovo del quale discutere e che deve indurci ad aprire una riflessione sul che fare è quello che ci viene proposto dal dato delle elezioni del 25 maggio. Parlo del dato delle elezioni del 25 maggio e non delle sole elezioni europee perché – nonostante se ne sia parlato poco – vi è stato nello stesso giorno anche un importante test amministrativo ed io ritengo indispensabile, per una valutazione corretta sulla prospettiva, ragionare di entrambe le cose e, soprattutto, confrontarle. Prima di parlare del risultato nostro e della sinistra di alternativa vorrei fare una breve riflessione sul consenso registrato delle altre forze politiche. Sottolineerei in particolare quattro elementi che ritengo significativi.

1) Lo scontro tra Pd e M5S si è risolto con un clamoroso successo di Renzi. Il segretario del Pd ha vinto poiché è riuscito a competere con Grillo sul suo terreno e contemporaneamente ad apparire più credibile. Ritengo che in questo voto al Pd (oltre il 40%, il massimo storico da sempre) vada colto anche un elemento derivato dalla grave crisi economica che il Paese sta attraversando. Una crisi che ha messo e sta mettendo in grave difficoltà milioni di lavoratori e di famiglie e che ha gettato nell’incertezza un’intera generazione. Nel voto a Renzi ci sono paradossalmente tante di queste persone in difficoltà, che hanno pensato: “forse lui ce la può fare”, “è l’ultima speranza che abbiamo”. Un voto di affidamento. Certo, non vi è solo questo. Vi è, per esempio, anche il suo sfondamento al centro con lo svuotamento di Scelta Civica. Il Pd ha quindi ottenuto un risultato importante ma, per le modalità con cui è stato conseguito, si caratterizza come un voto mobile e fluido che così come è velocemente arrivato, altrettanto velocemente potrebbe essere perso.

2) Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un buon risultato, oltre il 20% dei consensi, attestandosi come seconda forza politica. Ma avendo impostato la campagna elettorale con la parola d’ordine del “vinciamo noi”, è risultato perdente. Ha inoltre condotto una campagna elettorale troppo aggressiva. Molti elettori si sono spaventati e alla fine hanno scelto il Pd. Sta di fatto che oggi il M5S vive una fase di difficoltà. La scelta di allearsi con il razzista Farage in Europa ha determinato un forte disagio in quella parte di attivisti e di elettori che provengono dal mondo della sinistra. L’apertura di credito al Pd, dopo averlo dileggiato per mesi, ha evidenziato infine uno sbandamento politico.

3) Si conferma e si consolida la crisi del centrodestra e di Berlusconi. La sempre minore credibilità di Berlusconi stesso – collante indispensabile per la sua coalizione – apre scenari molto incerti.

4) Il successo della Lega Nord – per certi versi incredibile, visti gli scandali che avevano travolto quella forza politica – è sicuramente determinato dalla crisi del centrodestra e di Berlusconi, ma è in larga parte dovuto alla svolta praticata da Salvini, abilissimo nell’abbandonare il tema della secessione per assumere quello ben più popolare della contrarietà all’euro e all’immigrazione. Proprio su questo terreno si è prodotto l’avvicinamento con Marine Le Pen.

Il risultato della Lista Tsipras

Fatte queste considerazioni generali, è però il risultato della Lista Tsipras quello che ci interessa analizzare più da vicino. Sia per il dato in sé, sia per le prospettive.
Qui le riflessioni da svolgere sono molteplici:
1) il dato meramente numerico, rispetto alle precedenti elezioni europee, indica un ulteriore arretramento del complesso delle forze coinvolte: Sel e la Fds nel 2009 raccoglievano il 6,5%, la Lista Tsipras oggi si attesta sul 4%. Penso tuttavia che questo raffronto non sia così significativo poiché mette in rapporto dati troppo lontani nel tempo. Credo sia più utile, poiché il fatto ci aiuta a confrontarlo con il consenso reale del Prc e di Sel di oggi, l’accostamento con il dato amministrativo ottenuto sempre il 25 maggio.
Il paragone è molto interessante. Se prendiamo i 25 capoluoghi di provincia dove si è votato si possono rilevare varie cose: Rifondazione non elegge nessun consigliere e raccoglie un consenso che oscilla tra l’1 e l’1,5%. Sel in alcuni casi elegge, ma riduce complessivamente il numero degli eletti e registra un voto tra il 2 e il 2,5%. La Lista Tsipras, negli stessi comuni, si colloca attorno al 6%: un risultato nettamente superiore alla somma dei consensi ai due partiti.
Questa circostanza è d’altra parte confermata dallo studio dei flussi elettorali, effettuato sia dalla Swg che dall’Istituto Cattaneo. Entrambi i centri suddividono i voti della Lista Tsipras secondo questa ripartizione: 400.000 voti provenienti da Sel, 200.000 dal Prc, 200.000 da Pd, 150.000 dal M5S, 150.000 dall’astensione.
Il dato saliente che si ricava da questi numeri è che la Lista Tsipras riesce a raccogliere un voto di opinione – cosa che non era assolutamente riuscita a fare Rivoluzione Civile – consentendoci di superare lo sbarramento.
2) Il superamento della soglia del 4% ha fatto riapparire per la prima volta dal 2008 la presenza di una sinistra non perdente. Si tratta ovviamente di un fatto simbolico e psicologico, ma sarebbe un errore non coglierne l’importanza.
3) La lista raggiunge questo risultato nonostante un oscuramento pressoché totale dei grandi mezzi di comunicazione, potendo contare su scarsissimi mezzi economici e in un contesto di voto utile determinato da una sorta di gara all’ultimo voto, alimentata dai media, tra Pd e M5S. Ciò significa che ne va valutata in prospettiva la possibilità espansiva, sia verso l’elettorato del M5S per le difficoltà di cui prima si parlava, sia verso l’elettorato Pd, qualora le promesse avanzate da Renzi si dovessero dimostrare illusorie.
4) Il risultato è stato ottenuto in assenza di conflitto. L’Italia è l’unico Paese dell’Europa del Sud dove in questi anni di crisi – a parte le lotte promosse dalla FIOM, dalla sinistra sindacale e dai sindacati di base – è mancata la reazione dei sindacati e si è dovuto registrare una sostanziale assenza di conflitto. Tutti i provvedimenti, anche quelli più ferocemente antipopolari come la riforma Fornero, sono passati senza lotte significative. Da questo punto di vista le responsabilità della maggioranza della CGIL sono pesanti. Anche per questo va considerato favorevolmente il processo che si è avviato, subito dopo il congresso, di costituzione di una sinistra sindacale in CGIL.
5) Vanno poi considerati anche i molti limiti della Lista Tsipras. Limiti che vanno individuati, ma con la consapevolezza che l’obiettivo deve essere quello di migliorare le cose, non demolire quanto si è riuscito a fare. Il primo limite lo vediamo nella stessa composizione sociale dell’elettorato della Lista Tsipras. Esso è formato in larga misura da giovani e da un ceto medio acculturato. E’ positivo che ciò sia avvenuto, soprattutto che la lista sia risultata attrattiva per i più giovani, tuttavia va considerato criticamente il fatto che la proposta non sia risultata altrettanto attrattiva per il mondo del lavoro. Da questo punto di vista si può e si deve migliorare. Così come non ha aiutato a conseguire un buon risultato la modalità con cui è stato deciso il simbolo e la scelta non discussa di eliminare da esso un riferimento alla Sinistra. Ancora, l’esclusione dalle liste del Pdci è stata un errore privo di alcuna giustificazione. Infine la scelta di Barbara Spinelli di non mantenere l’impegno assunto in campagna elettorale di dimettersi (una scelta che peraltro era apparsa subito alquanto discutibile) e il modo con cui questa scelta è avvenuta (non discussa in nessun luogo) ha contribuito a rendere il tutto più complicato.

Ma, come dicevo, e su questo mi soffermerò nella parte conclusiva dell’intervento, occorre adesso impegnarsi affinché queste criticità vengano superate, poiché se anche l’esperienza unitaria della lista Tsipras dovesse fallire, sono convinto che tutto diventerebbe più complicato.

La sinistra di alternativa in Europa

Vorrei concludere queste considerazioni sulle elezioni europee con un breve cenno su quanto è avvenuto nel campo della sinistra di alternativa nel resto d’Europa.
Anche qui procedo per punti:
1) si conferma una forte astensione, che denota uno scarso interesse da parte di circa la metà della popolazione europea per questo tipo di consultazione, anche se non vi è un significativo incremento sulla tornata del 2009.
2) Crescono – in alcuni paesi pericolosamente, come in Francia e Inghilterra – forze razziste e xenofobe.
3) I popolari, i socialisti e i liberali diminuiscono i propri consensi, ma non crollano.
4) Va bene la sinistra di alternativa, che passa da 35 a 52 europarlamentari, ma non cresce quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Il disagio provocato dalla crisi e dalle politiche europee viene intercettato in buona parte dall’estrema destra.
5) Più nel dettaglio, per quanto riguarda la sinistra di alternativa: ci sono alcuni paesi con risultati ottimi, come la Grecia e la Spagna, ma abbiamo anche, per esempio, i tre stati principali dell’Europa (Germania, Francia e Italia) in bilico tra un risultato di tenuta (come la Germania), un lieve calo (in Francia dove, tra l’altro, si è accentuato il dibattito non semplice, già apertosi con le amministrative, tra PdG e Pcf) e una condizione di incertezza e precarietà (è il caso dell’Italia). In sintesi, il dato europeo ci conferma che vi è uno spazio a sinistra che può crescere, ma si tratta di una circostanza non ancora né stabile né acquisita. Si può affermare inoltre che nel continente europeo vi è una sinistra di alternativa con un consenso non marginale che sta attraversando un processo di ricostruzione/ridefinizione organizzativa, politica e culturale. Il successo rapidissimo di Podemos in Spagna – si tratterà di vedere se reggerà nel tempo – ci dice del fatto che nuove modalità politiche e organizzative possono rapidamente emergere e che quindi con le loro sollecitazioni bisogna fare i conti.

La situazione nella sinistra di alternativa in Italia

E veniamo ora alla situazione italiana. Del risultato della Lista Tsipras ho già detto. Si tratta adesso di capire se, pur con tutti i suoi limiti, quell’esperienza potrà trasformarsi in qualcosa di più strutturato o se ciascuna delle forze che hanno partecipato alla sua costruzione ripiegherà sul proprio percorso. Da questo punto di vista sarà importante verificare quanto accadrà nella riunione del 19 luglio.
La situazione è molto problematica. Tutti a parole dicono di voler proseguire, ma l’interesse particolare di ciascuno rischia di vincere. Sullo sfondo abbiamo anche la partita delle elezioni regionali (12 regioni nella prossima primavera, la Calabria già in autunno) dove potrebbe riproporsi quanto accaduto in Piemonte e in Abruzzo il 25 maggio: il Prc fuori dalla coalizione e Sel dentro. Se questa situazione dovesse ripetersi in tutte le regioni dove si voterà, anche un bambino capisce che l’esperienza Tsipras si chiuderebbe. Forse sarebbe il caso di ripristinare il metodo che è stato usato da Rifondazione almeno fino al 2006: nelle coalizioni non si sta dentro o fuori a prescindere, si fa piuttosto il confronto programmatico, aperti a qualsiasi esito: se ci sono contenuti condivisi si sta in alleanza, se non ci sono si sta fuori. La scelta viene presa alla fine del confronto, non prima di iniziarlo. Né in un senso, né in un altro. È un tema questo che va discusso rapidamente altrimenti il rischio che quanto avvenuto alle regionali del Piemonte si ripeta in tutta Italia è molto concreto. Dobbiamo lavorare per evitare che ciò accada.
Anche perché a me pare evidente che le forze organizzate a sinistra del Pd (Sel, Prc, Pdci), seppure in forme e con una consistenza diversa e con tempi diversi, abbiano esaurito o stiano esaurendo la loro funzione. Per “funzione” intendo la capacità/credibilità di costruire sulle proprie forze residue un partito politico di una certa consistenza, credibile e in grado di essere punto di riferimento così come lo sono diventate le aggregazioni della sinistra di alternativa in Europa. Per quanto riguarda il Prc la difficoltà persiste ininterrottamente dal 2008, e cioè dalla disfatta prodotta dalla micidiale accoppiata Sinistra Arcobaleno/Congresso di Chianciano. Da allora ad oggi tutti i tentativi messi in campo per ripartire non hanno funzionato: rilancio del Prc, Federazione della Sinistra, Rivoluzione Civile. E tutti gli indicatori sono in costante calo: iscritti, consenso elettorale, presenza territoriale, feste, percezione di esistenza nel popolo della sinistra. Cito tutti questi elementi non a caso poiché, per esempio, potrebbe esserci un calo degli iscritti o del radicamento territoriale (questo è un aspetto che riguarda tutti i partiti) ma, come è avvenuto per Lega e Pd, una ripresa del consenso elettorale. Per noi, purtroppo, non è così: tutti gli indicatori sono in calo costante e continuo da sei anni.
Dobbiamo riconoscere che anche i nostri tentativi come Area, prima in maggioranza, poi all’opposizione all’interno del partito, non sono riusciti a modificare la situazione. Per la verità un allarme lo avevo già lanciato al congresso di Chianciano quando dissi che se Rifondazione si spaccava in due difficilmente sarebbe riuscita a riprendersi: è ciò che, drammaticamente, a distanza di sei anni, è avvenuto. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anche il progetto politico di Sel infatti è fallito. L’obiettivo per cui Sel era nata – e cioè costruire un nuovo partito della sinistra agendo sulle contraddizioni del Pd, spaccandolo anche attraverso le primarie – si è risolto nel suo contrario. È il Pd che è entrato in Sel e l’ha spaccata. La conferma di ciò l’abbiamo dalle vicende di queste ultime settimane, che oltre ad essere la rappresentazione plastica della sconfitta di un progetto politico, stanno indebolendo la forza organizzata e la credibilità residua di Sel.
Ciò che va messo a valore, pur in questo quadro, è la scelta del gruppo dirigente rimasto di sostenere la Lista Tsipras. Vedremo come evolverà la situazione, ciò che è importante è che questa scelta venga confermata e che la annunciata conferenza programmatica del prossimo autunno non sia un ripiegamento, ma una apertura vera a tutte le forze che con questa Sel vogliono avere una interlocuzione.
Infine, anche per il Pdci la situazione appare molto compromessa. Non solo perché dal punto di vista della consistenza i ranghi sono più ridotti rispetto a quelli di Sel e del Prc, ma perché anche quel partito, all’indomani dell’insuccesso di Rivoluzione Civile e delle conseguenti dimissioni di Diliberto, è entrato in un processo ulteriormente disgregativo. Lo confermano la fuoriuscita di un gruppo di compagni di Roma (Nobile) e di Milano (Rizzati) e soprattutto la divaricazione che si è creata nell’ultimo Comitato Centrale tra il neosegretario Procaccini e Diliberto. Al fondo di questa crisi mi pare vi sia – come per Sel e per il Prc – il fallimento della propria ragione originaria. Il Pdci, dopo la scissione del 1998, aveva cercato di ritagliarsi uno spazio, distinguendosi in ciò dal Prc, attraverso il binomio internità al centrosinistra e eredità della tradizione comunista. Come è evidente questo progetto non ha funzionato e i recenti tentativi di ridefinire un nuovo impianto politico non trovano più la massa critica sufficiente per procedere.

Se queste considerazioni hanno un fondamento, sarebbero già esse più che sufficienti per indurci a insistere nel sostegno alla Lista Tsipras, cercando naturalmente di correggerne i limiti. All’interno di quella esperienza le tre forze (Prc, Sel, Pdci) potrebbero mettere a valore le risorse politiche, umane e organizzative che ancora hanno e che sono importanti. Viceversa, in un processo di autonomizzazione di Sel, Prc e Pdci, e con i movimenti, i comitati ed Alba che procedono per conto proprio, il fallimento generale diventerebbe assai probabile. Concretamente, se la Lista Tsipras dovesse naufragare ci troveremmo di fronte ad una situazione come quella che si è determinata in Piemonte alle elezioni regionali che, probabilmente si estenderebbe in tutto il Paese. (…)

L’ingiustizia americana

Joseph Stiglitz

Negli ultimi decenni si è sviluppata una tendenza pericolosa. Per più di trent’anni dopo la seconda guerra mondiale abbiamo avuto una crescita di cui beneficiavano tutti gli strati sociali. Poi i benefici hanno cominciato a non essere più di tutti. E dalla fine del 2007, cioè dallo scoppio della Grande Recessione, l’ingiustizia del sistema economico americano è diventata tanto evidente da non poter più essere ignorata. Come ha fatto questa nostra città splendente sulla collina” a diventare il paese avanzato con il massimo livello di disuguaglianza? Un ramo della discussione straordinariamente ampia messa in moto dall’uscita del tempestivo e importante libro di Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo è imperniato attorno all’idea che questi estremi di ricchezza e di reddito siano una stretta conseguenza del sistema capitalistico. Da questo punto di vista dovremmo considerare i decenni dopo la seconda guerra mondiale – un periodo di disuguaglianza in rapida diminuzione – come un’aberrazione del sistema. In realtà questa è una lettura superficiale dell’opera di Piketty, che è principalmente rivolta a spiegare perché la disuguaglianza aumenta nel tempo. Purtroppo questa parte della sua analisi ha ricevuto meno attenzione di quella dedicata all’inevitabilità della disuguaglianza come conseguenza delle leggi fondamentali del capitalismo. Ma oggi la stessa idea che ci siano leggi fondamentali del capitalismo è in discussione, come è stato dimostrato da una vasta gamma di interventi a The Great Divide (La grande divisione), il dibattito che il New York Times ha ospitato per l’ultimo anno e mezzo e di cui ero moderatore. La dinamica del capitalismo imperiale del XIX secolo non può essere la stessa delle democrazie del XXI secolo. Non abbiamo bisogno di così tanta disuguaglianza in America.

Inoltre il capitalismo attuale è una sorta di surrogato di quello vero. Intendo dire che la nostra risposta alla Grande Recessione è stata quella di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Ma in un regime di concorrenza perfetta i profitti dovrebbero tendere a zero, almeno teoricamente. Invece abbiamo monopoli e oligopoli che fanno persistentemente elevati profitti e i loro amministratori delegati godono di redditi in media 295 volte maggiori di quelli di un lavoratore normale. Si tratta di un rapporto molto più elevato che in passato, e senza alcuna proporzione con l’aumento della loro produttività. E allora, se non sono le leggi inesorabili dell’economia che hanno portato alla grande divisione americana tra l’1% più ricco e il resto della popolazione, che cosa è stato a produrla? La risposta è semplice: la nostra politica. La gente è stanca di sentir parlare di storie di successo economico dei paesi scandinavi, quando il nocciolo della questione è capire come fanno questi paesi a far crescere il proprio reddito pro capite quanto o meglio degli Stati Uniti pur mantenendo un livello di uguaglianza di gran lunga maggiore. Perché l’America ha scelto politiche che favoriscono l’aumento della disuguaglianza? Parte della risposta è che assieme alla seconda guerra mondiale abbiamo dimenticato anche la solidarietà che allora ci univa. L’America ha vinto la guerra fredda perché il suo modello economico si è rivelato superiore agli altri. Cessata questa competizione internazionale, non abbiamo più avuto la necessità di dimostrare che per la maggior parte dei nostri concittadini il nostro sistema economico manteneva davvero ciò che prometteva.

Ideologia e interessi si sono combinati per produrre un risultato nefasto. Qualcuno ha tratto la lezione sbagliata dal crollo del sistema sovietico. Lì c’era stato un intervento eccessivo del governo nell’economia, qui ce n’è troppo poco. Ma sono state le multinazionali a spingere per sbarazzarsi di ogni regola, anche quando le regole si erano rivelate essenziali per tutelare e migliorare il nostro ambiente, la nostra sicurezza, la nostra salute e la stessa economia. Che si trattasse di una scelta ideologica ipocrita lo si è capito quando i banchieri, da sempre tra i più accesi sostenitori del liberismo economico e contrari a ogni intervento dello stato nell’economia, si sono mostrati fin troppo disposti ad accettare centinaia di miliardi di dollari da parte del governo. I salvataggi bancari sono diventati una caratteristica ricorrente dell’economia globale sin dall’inizio dell’era Thatcher-Reagan di mercati "liberi" e di deregolamentazione. Il fatto è che il sistema politico americano annega nel denaro, la disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza politica e la disuguaglianza politica produce una crescente disuguaglianza economica. Come riconosce anche lo stesso Piketty, questa crescita indefinita della disuguaglianza deriva dalla possibilità per i possessori di ricchezza di godere per i propri capitali di un tasso di rendimento, al netto delle imposte, superiore al tasso di crescita dell’economia. Come può accadere questo? Attraverso la politica, che, decidendo le regole del gioco, ha sinora prodotto questo risultato.

Ma com’è che mentre aumenta il benessere delle aziende diminuisce quello dei poveri? Perché il Parlamento sovvenziona gli agricoltori ricchi ma continua a tagliare i programmi di assistenza alimentare per coloro che non hanno da mangiare a sufficienza Oppure perché si regalano centinaia di miliardi di dollari alle compagnie farmaceutiche e contemporaneamente si limitano le risorse a disposizione di MedicAid [programma di assistenza medica per i più bisognosi. NdT]. Le banche che hanno portato all’attuale crisi hanno ricevuto dallo Stato miliardi, mentre a coloro che hanno perso la casa e alle altre vittime delle pratiche predatorie delle stesse banche è andata una miseria. Quest’ultima decisione è stata particolarmente stupida perché c’erano alternative alla scelta di regalare i soldi alle banche e limitarsi a sperare che il denaro sarebbe entrato nel circuito economico attraverso l’incremento nel numero dei prestiti. Ad esempio avremmo potuto aiutare direttamente i proprietari di casa in difficoltà e le altre vittime. Questo non solo avrebbe aiutato l’economia, ma avrebbe avviato una nuova fase di crescita.

Le divisioni che ci separano sono profonde. La separazione economica e geografica ha reso chi sta al vertice incapace di percepire i problemi di quelli che stanno alla base. Come i re di una volta, quelli al vertice considerano un diritto naturale le posizioni di privilegio di cui godono. Impossibile spiegare altrimenti le recenti osservazioni del grande finanziere Tom Perkins, che ha affermato che criticare i privilegi dell’1% era un comportamento da nazisti, o quelle di Stephen A. Schwarzman, quell’altro titano della finanza che ha paragonato all’invasione della Polonia da parte di Hitler la richiesta di tassare i redditi da capitale allo stesso modo dei redditi da lavoro. Sono state la nostra economia, la nostra democrazia e la nostra società a pagare il prezzo di queste ingiustizie. Il banco di prova di un’economia non è la ricchezza accumulata nei paradisi fiscali, ma il benessere del cittadino medio – tanto più in America, nella cui autoimmagine è radicata la pretesa di essere la società della grande classe media. Ma i redditi medi sono oggi più bassi di un quarto di secolo fa perché l’aumento del reddito è andato prevalentemente a coloro che già stavano molto, molto in alto, e che oggi si dividono una percentuale del reddito totale quasi quattro volte maggiore di quella del 1980. I soldi che sarebbero dovuti percolare verso il basso sembrano invece essere evaporati al tepore del sole delle isole Cayman.

Con quasi un quarto dei bambini americani di età inferiore a 5 anni che vive in povertà, e con l’America che fa così poco per i suoi poveri, le privazioni di una generazione vengono trasmesse alla generazione seguente. Certo, è vero che mai nessun paese è riuscito a realizzare una completa uguaglianza di opportunità, ma perché l’America è, tra i paesi avanzati, quello dove le prospettive di vita dei giovani sono più fortemente dipendenti dal reddito e dall’istruzione dei genitori?

Tra le storie più toccanti raccontate e discusse a The Great Divide ci sono quelle delle frustrazioni dei giovani che vorrebbero entrare a far parte di una classe media che continua a restringersi. L’aumento delle tasse universitarie e il calo dei redditi hanno portato a un grande aumento del peso del debito nei bilanci delle famiglie. Quelli con solo un diploma di scuola superiore hanno visto i loro redditi diminuire del 13% negli ultimi 35 anni. Anche dove sono in gioco questioni fondamentali di giustizia c’è un divario che continua ad aumentare, al punto che, agli occhi del resto del mondo e di una parte significativa della propria popolazione, l’America è diventato il paese che si segnala per la sua politica di incarcerazione di massa – siamo un paese, vale la pena ripeterlo, che col 5% della popolazione mondiale ha circa il 25% dei detenuti di tutto il mondo.

Il fatto è che la giustizia è diventata una merce che solo pochi si possono permettere. Infatti i dirigenti di Wall Street hanno potuto usare avvocati di alto prestigio (e di alto costo) per garantirsi l’impunità per i crimini che la crisi nel 2008 ha poi così drammaticamente evidenziato, e le banche hanno usato e abusato del nostro sistema giuridico per impedire la rinegoziazione dei mutui e per sfrattare le persone, talvolta anche quelle senza altri debiti.

Più di mezzo secolo fa è stata l’America a fare da battistrada per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, poi approvata dalle Nazioni Unite nel 1948. Oggi che l’accesso alle cure sanitarie è fra i diritti più universalmente accettati, almeno nei paesi avanzati, l’America, nonostante il varo dell’Affordable Care Act, altrimenti noto come ObamaCare, è l’eccezione negativa. Siamo diventati un paese con grandi disuguaglianze nell’accesso alle cure sanitarie, nell’aspettativa di vita e di stato di salute.

Nel sollievo che molti hanno espresso quando la Corte Suprema non ha approvato la richiesta di giudicare incostituzionale l’Affordable Care Act, le implicazioni di quella decisione per la diffusione di MedicAid non sono state pienamente valutate. Perché in pratica quelle motivazioni permettono agli Stati di rifiutare i finanziamenti federali necessari per il raggiungimento completo dell’obiettivo di ObamaCare – che tutti gli americani abbiano accesso alle cure sanitarie – e quindi di fatto lo ostacolano: sono 24 gli Stati che hanno deciso di non attuare il programma MedicAid espanso, che era il mezzo con cui ObamaCare avrebbe dovuto garantire l’assistenza sanitaria ai più poveri.

Non abbiamo bisogno solo di una nuova guerra alla povertà, ma anche di una guerra per proteggere la classe media. Le soluzioni a questi problemi non sono strane diavolerie. Anzi, sarebbe già un buon inizio far funzionare i mercati come mercati. Dobbiamo porre fine a una società che favorisce le rendite e nella quale i più ricchi guadagnano dal manipolare per i propri fini il sistema economico.

Il problema della disuguaglianza non è una questione di corrette tecniche economiche ma di concrete scelte politiche. Far pagare a quelli che stanno in alto la loro giusta quota di tasse – cioè porre fine ai privilegi di speculatori, multinazionali e megaricchi – è sia fattibile che giusto. Far cambiare di segno una politica sinora a favore dei più avidi non significa avviare una politica basata sull’invidia. La disuguaglianza non riguarda solo l’aliquota fiscale per lo scaglione più alto, ma anche l’accesso dei nostri figli al cibo e il diritto alla giustizia per tutti. Decidendo di spendere di più per l’istruzione, la sanità e le infrastrutture, rafforziamo la nostra economia, ora e in futuro. Aver già sentito inutilmente questo ritornello non significa che dovremmo smettere di provarci.

Abbiamo individuato l’origine del problema: la crescente disuguaglianza ha determinato la mercificazione della politica e corrotto la nostra democrazia. Solo come cittadini impegnati siamo davvero in grado di lottare per un’America più giusta, e possiamo farlo solo se comprendiamo in profondità le dimensioni della sfida. Non è troppo tardi per riguadagnare il rispetto del mondo e ritrovare il senso di chi siamo come nazione. L’aumento e l’aggravamento della disuguaglianza non dipendono da immutabili leggi economiche, ma sono il risultato di leggi scritte da noi stessi.

Joseph E. Stiglitz (da Il dialogo, traduzione di Gianni Mula)