Perché bisogna votare NO

di Yanis Varoufakis

  1. Negotiations have stalled because Greece’s creditors (a) refused to reduce our un-payable public debt and (b) insisted that it should be repaid ‘parametrically’ by the weakest members of our society, their children and their grandchildren
  2. The IMF, the United States’ government, many other governments around the globe, and most independent economists believe — along with us — that the debt must be restructured.
  3. The Eurogroup had previously (November 2012) conceded that the debt ought to be restructured but is refusing to commit to a debt restructure
  4. Since the announcement of the referendum, official Europe has sent signals that they are ready to discuss debt restructuring. These signals show that official Europe too would vote NO on its own ‘final’ offer.
  5. Greece will stay in the euro. Deposits in Greece’s banks are safe. Creditors have chosen the strategy of blackmail based on bank closures. The current impasse is due to this choice by the creditors and not by the Greek government discontinuing the negotiations or any Greek thoughts of Grexit and devaluation. Greece’s place in the Eurozone and in the European Union is non-negotiable.
  6. The future demands a proud Greece within the Eurozone and at the heart of Europe. This future demands that Greeks say a big NO on Sunday, that we stay in the Euro Area, and that, with the power vested upon us by that NO, we renegotiate Greece’s public debt as well as the distribution of burdens between the haves and the have nots.

Trad. di Giancarlo Iacchini:

1. La trattativa si è bloccata perché i creditori della Grecia si rifiutano di ridurre il nostro insostenibile debito pubblico e insistono nel farlo pagare ai membri più deboli della nostra società, ai loro figli e ai loro nipoti.

2. Il Fondo Monetario, il governo americano e molti altri governi in giro per il mondo, nonché i più importanti tra gli economisti indipendenti, sono convinti – d’accordo con noi – che il debito greco vada ristrutturato.

3. L’Eurogruppo aveva ammesso (nel novembre del 2012) che il debito andava ristrutturato, ma ora si rifiuta di procedere il tal senso.

4. Dal momento dell’annuncio del referendum, le autorità europee hanno lanciato segnali di disponibilità in merito ad una discussione sulla ristrutturazione del debito. Ciò dimostra che anche loro voterebbero NO alla loro offerta “finale”.

5. La Grecia resterà nell’euro. I depositi nelle nostre banche sono sicuri. I creditori hanno scelto la strategia del ricatto basata sulla chiusura delle banche. L’attuale impasse è dovuta a questa scelta dei creditori e non al governo greco che non vorrebbe più trattare e penserebbe alla “Grexit” ed alla svalutazione. Il posto della Grecia nell’Eurozona e nell’Unione Europea non è negoziabile.

6. Il futuro richiede una Grecia orgogliosa dentro l’Eurozona e nel cuore dell’Europa. E questo stesso futuro richiede che i greci dicano un grande NO domenica prossima; dicano che noi vogliamo restare nell’euro e che, con il potere che quel NO ci darà, rinegoziare il debito pubblico così come la ridefinizione dei confini tra i possidenti e i non possidenti.

Quelle assurde ricette sulla Grecia

di GIOVANNI TORRISI

1. Le regole che vengono proposte e imposte da Bruxelles non sono "neutre" e neppure finalizzate a "rimanere nella comunità Europa". Sono regole fatte a uso e consumo degli stati più potenti. Rispecchiano un certo modo di fare business e di organizzare il lavoro e la vita. Per esempio promuovendo una moneta relativamente debole, rispetto alle considerazioni strutturali di paesi come la Germania.

2. Le "riforme" richieste dalle Troike (per brevità) sono tutte finalizzate ad uno spostamento liberista dell’orizzonte di riferimento europeo. Così quando scrivo compressione dei diritti dei lavoratori, mi riferisco al potere negoziale sempre più ridotto nei confronti del capitale, stipendi che si comprimono, e di conseguenza un potere d’acquisto che, di giorno in giorno, si riduce. Il sorgere dei cosiddetti contratti spazzatura o minijobs, e delle assicurazioni private per la salute. Tutte "riforme" che cancellano diritti come quello alle ferie, alla salute, allo stipendio corrispondente al lavoro svolto, alla pensione. E potrei continuare a lungo. Con una compressione del welfare obbligata che è ovvia e scontata in una prospettiva thatcheriana, ma che dovrebbe far accapponare la pelle a chiunque, pur lontanamente, voglia sentirsi a sinistra (altro che spese militari).

3. Ci si è ficcati in una situazione in cui i paesi membri NON possono più scegliere né la politica economica (stretti dai patti di stabilità) né quella monetaria (che viene decisa da un organismo tecnico come la BCE).

4. La logica vorrebbe che ci fosse un indirizzo politico comune europeo, magari democratico, che servisse a orientare l’orizzonte di senso del continente unito. Così da apportare le necessarie redistribuzioni di risorse e programmare una divisione funzionale delle attività in Europa. Tutto ciò dovrebbe essere fatto tenendo in mente L’INTERESSE COMUNE EUROPEO e da istituzioni politiche (se non democratiche).
In questo contesto, non potrebbe essere possibile mandare in default un paese membro, così come non è possibile espellere la Sicilia da sistema Italia. O la California (che già andò in default) dagli Stati Uniti.
Questa situazione avviene IN TUTTE LE PARTI DEL MONDO IN CUI C’E’ UNA MONETA COMUNE DI SUCCESSO, cioè che non sia finita nell’oblio o in guerra civile.

5. Come conseguenza dei punti precedenti, ci si ritrova invece in un contesto in cui alcuni paesi (nord Europa, per brevità) beneficiano dell’attuale status quo, anche attraverso prestiti interessati a tassi di interesse gonfiati. Mentre altri paesi (i PIIGS, acronimo da cui è facile evincere lo spirito con cui i vari attori si siedono ai tavoli) stretti da un’austerità che non scelgono, vincolati da norme fatte a beneficio di altri, ed impossibilitati a fare politica economica e monetaria a loro utile, patiscono.

Tra i PIIGS (sempre per brevità, e riferendomi alle classi dirigenti, non ai paesi in sé) c’è una ulteriore divisione. C’è chi abbozza. Ansiosi di "fare i compiti", e risultare i primi della classe. Così la Spagna di Rajoy (ma non quella di Podemos) e l’Italia di Renzi. C’è chi invece sta cercando di proporre un’Altra Europa. Un’Europa che ricordi la lezione dei padri costituenti e si fondi su solidarietà e istituzioni democratiche. Come, appunto Tsipras in Grecia. Ma non, per esempio, Samaras.

Imporre a questi paesi altra austerità significa soltanto condannarli ad una infinita depressione economica. E alla povertà perenne. E su questo sono d’accordo tutti gli economisti. I migliori economisti. Non i contabili dell’Europa del nord, certo, interessati a difendere uno status quo che li avvantaggia.

6. Come ulteriore conseguenza dei punti precedenti, è assurdo imputare a Tsipras, che governa da 5 mesi, la responsabilità di un eventuale default greco e di una crisi che è del sistema-Europa prima di tutto. Non ha proprio senso. Se anche lui avesse fatto nei 5 mesi in carica tutte "le riforme" di cui al punto 2, e che non voleva fare per ovvi motivi ideologici e perché essenzialmente negativi per l’economia della Grecia, si sarebbe soltanto allungata l’agonia. In uno o due anni ci si sarebbe ritrovati (ci si ritroverà) esattamente al punto di partenza, con un’altra crisi euro-greca. Proprio perché le ricette imposte SONO SBAGLIATE.

Le riforme che è necessario fare sono quindi prima di tutto europee e sono strutturali ed istituzionali.

La lettera di Tsipras al popolo greco (e a chi crede nella democrazia e nell’autodeterminazione dei popoli)

«Greche e greci, da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi. In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.

Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e greci, in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco. Poche ore fa si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità. Domani si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma di aiuti per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e greci, a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di democrazia alla comunità europea e internazionale. E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia. E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.

Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.

Per la sovranità e la dignità del nostro popolo».

Alexis Tsipras

http://fascinointellettuali.larionews.com/esclusivala-grecia-va-al-referendum-testo-integrale-della-lettera-tsipras/

(lettera tradotta da Aurelio Lentini e Amalia Kolonia)

Una giornata all’Expo

Forse un caldissimo sabato di giugno non era il momento migliore per andare all’Expo. Ma partiamo dall’inizio. Volevo davvero che mi piacesse. Adoro Milano e quando sono arrivato in città dopo alcuni mesi d’assenza tutto sembrava effervescente e nuovo. Prometteva bene.

Era questo l’effetto Expo di cui la gente parlava? Avevo letto molte cose al riguardo, fin da quando la candidatura era stata accettata. Speravo che questo accadesse: non sono esattamente un sostenitore dei No Expo.

Per questo ho diligentemente pagato i miei 34 euro per l’ingresso, gli 8,80 euro del biglietto andata e ritorno e sono partito.

Tutto sommato, però, è stata un’esperienza difficile e il mio umore si è incupito con il passare del tempo. Tanto che alla fine… Be’, non guastiamo la storia prima di cominciare.

Prima impressione. Il viaggio è stato facile, veloce e non troppo caro. Seconda impressione. Un ampio viale pedonale in cemento pieno di persone in coda. È già molto caldo. Ci sono molti anziani e bambini. Niente ombra. Niente acqua. Alcune biciclette legate agli alberi (è davvero possibile che non ci sia un posto dove legare le bici? Ma davvero le biciclette non sono ammesse all’interno? Mi starò sicuramente sbagliando). La coda avanza lentamente. Molto lentamente. A dire il vero non si avanza affatto. Siamo nella cosiddetta security plaza. Pare che installeranno più tendoni contro il sole. Probabilmente non avevano pensato all’eventualità che d’estate, a Milano, potesse fare caldo.

Quanto a Pero o Rho, non si vedono proprio. Sono rappresentate solo da un’immensa stazione di treni e metropolitana.

Finalmente, eccoci dentro. Tutti cercano la grande strada principale, il Decumano. È davvero molto lunga. A malapena se ne vede la fine. Annebbiato dal calore del mattino, il lato opposto sembra lontanissimo.

Ma l’importante, a quanto pare, è percorrerlo tutto, fino in fondo. Dopo tutto è questo il motivo per cui sono qui. Ecco dunque la forma dell’Expo. Una lunga strada principale, con alcune stradine laterali. In parte sembra non ancora completata. La mappa è piuttosto difficile da seguire, quindi cammino, e osservo.

Un’esposizione di plastica

In mezzo al Decumano ci sono alcune riproduzioni in plastica di cibo: un banco del pesce di plastica, maiali di plastica (a grandezza naturale), carne di plastica, pane di plastica. Originariamente doveva esserci un lungo tavolo pieno di cibo vero, ma di tutto questo non c’è traccia.

Padiglioni a sinistra, padiglioni a destra. Alcuni rappresentano dei paesi, altri dei prodotti: Birra Moretti, Illy Caffè, Ferrero Rocher. Fuori dei padiglioni si stanno già formando le code. Ma è troppo caldo per mettersi in fila e decido di continuare a camminare, camminare e ancora camminare.

Intanto, il sospetto è confermato: non ci sono biciclette. Neanche una. Anzi, una sì, ma la guida un membro dello staff dell’Expo. Eppure il luogo è perfetto per le bici. Sarebbe piacevole usarle per andare in giro e fare delle soste. Sarebbe così facile. Eppure no, neanche una bici.

C’è molta acqua gratuita a disposizione. E questo è importante, perché fa sempre più caldo. Vado a vedere la cascina Triulzi, una piccola fattoria lombarda risistemata in modo da farla apparire bella. Al suo interno si trovano un bar e alcune toilette. Tutto qui.

Passo oltre. Alcuni padiglioni sono architettonicamente interessanti, la maggior parte invece no. La domanda che continuo a farmi è: che fine faranno dopo? Saranno semplicemente demoliti? E che ne sarà di tutti i materiali con cui sono stati costruiti?

Andiamo avanti. Entro nel padiglione del Regno Unito, che consiste in un vialetto con dell’erba di lato. Esco dal padiglione. Una volontaria mi ringrazia per la visita. La ringrazio a mia volta, in inglese.

Tutta quest’esperienza mi ricorda un po’ le feste dell’Unità e quello che ho letto delle fiere campionarie degli anni cinquanta

La visita continua. Alla mia sinistra si staglia l’orrendo padiglione russo, mentre giungo in vista dell’ancor più orrendo padiglione italiano. C’è già una lunga coda. Rinuncio e continuo a camminare. Sono poche le persone che sono già arrivate fin qui. La folla si riduce. Tutta quest’esperienza mi ricorda un po’ le feste dell’Unità e quello che ho letto delle fiere campionarie degli anni cinquanta e sessanta, o sulle Borse del turismo di Milano. Davanti al padiglione cileno c’è una distinta signora a cui stanno facendo una foto. È la presidente del Cile? Chissà. Nel dubbio facciamole una foto.

Arrivo infine al padiglione di Slow food. È bello, aperto, arioso e non ha gradini da salire. Ma al suo interno non succede niente. Volevo vedere il documentario di Ermanno Olmi, ma lo proiettano solo una volta al giorno, alle otto di sera. È solo l’una, e quindi rinuncio. Mi dispiace dirlo, ma il ristorante del padiglione di Slow food è deserto. Il McDonald’s accanto, invece, è strapieno. Nutrire il pianeta. Non c’è che dire.

È dunque arrivato il momento di mangiare. Questa parte sarà sicuramente buona. Deve esserlo, dopo tutto: il senso di tutta l’Expo è parlare di cibo. C’è uno stand del Trentino con un cartello che dice “degustazione”, intorno al quale sono in attesa molte persone. Eppure nessuno sta mangiando.

Opto per il ristorante delle Marche (i ristoranti sono organizzati per regione). Un vassoio di plastica e una piccola scodella di plastica piena di pasta scotta e fredda. Dieci euro. Sembra un po’ la mensa delle Acli. La natura surreale di questo pranzo è amplificata dalla colonna sonora: La locomotiva di Guccini (è vero, giuro). Almeno qualcuno ha il senso dell’umorismo.

Riprendo a camminare. C’è una mostra d’arte, curata da Vittorio Sgarbi: è organizzata dietro un edificio temporaneo ed è quasi impossibile da trovare. Ma vale la pena cercarla per la sua bellezza e le opere d’arte provenienti da tutta Italia, sebbene sia sul punto di andarmene quando vedo la foto a grandezza naturale dello stesso Sgarbi all’ingresso. Sembra che l’abbiano messa in un posto dove speravano non venisse nessuno, perché gli spazi espositivi sono esigui. Ma le opere sono magnifiche.

L’unica domanda è: a cosa serve tutto questo?

Mentre continuo a vagare, mi chiedo dove siano le qualità che hanno fatto di Milano una città così importante nel novecento. Dove sono l’architettura, il design, la musica, la letteratura, la fotografia, lo sport? Gli architetti del BBPR, Gadda e Bianciardi? Dario Fo e Franca Rame? Kuliscioff e Turati? Rocco ed Herrera? Buzzati? Jannacci e Celentano? Enrico Baj? Maria Callas? E che dire di Dino Meneghin, Danilo Gallinari e Alessandro Gentile? Paolo Maldini e Sandro Mazzola? Versace e Armani? Vico Magistretti e Cini Boeri? Aldo Rossi? Giorgio Gaber? Miuccia Prada? Luchino Visconti? Elio e le Storie Tese? Giorgio Scerbanenco?

So che qui l’idea è che sia il mondo a venire a Milano, ma perché non mostrare un po’ di Milano al mondo?

Non riesco a trovare una libreria o un negozio di dischi. Ce ne sarà pure qualcuno. Ma non riesco a trovarli, quindi smetto di cercare.

L’Expo è riuscita a ignorare, o a escludere, la creatività e l’energia che è possibile trovare in tutta la città di Milano, con le sue sette università. Ci sono più cose interessanti da fare e vedere alla Settimana del mobile che nell’intero Decumano. Isolandosi dalla città, Expo ha creato una bolla che può solo scoppiare.

Vado avanti. Nel padiglione della Lombardia le spiegazioni in inglese sono diffuse ad alto volume con un accento statunitense. Non ci entro.

Continuo a camminare. La fine è vicina. Sono madido di sudore (scusate il dettaglio). Oltrepasso altri padiglioni. Dopo un po’ cominciano a sembrare tutti uguali. Nel punto in cui finiscono i tendoni, in mezzo al Decumano, la gente costeggia i lati della strada cercando riparo dal sole. L’indomani sui giornali leggerò di lunghe code per il bus fuori del sito espositivo, di svenimenti e di richieste d’intervento ai numeri d’emergenza. Ci siamo. Mi viene mostrata l’uscita. È finita. Vado a casa e mi sdraio. Mi fanno male i piedi e ho bisogno di una doccia.

C’è una sola speranza. Che le persone che vengono per l’Expo visitino anche la città e che vadano a vedere il Pirellone, la torre Velasca, il cimitero Monumentale

La vera domanda non è “come”, “cosa” e neppure “dove”, ma “perché”? A cosa serve tutto questo? Forse questo “grande evento” diffonderà informazioni sul cibo, su come viene prodotto o su come salvare il pianeta? Ne dubito. Stupirà ed emozionerà la gente con la sua architettura eclettica e le sue folli installazioni? Dubito anche di questo. Sarà una divertente gita in famiglia? Forse, ma non particolarmente divertente.

C’è una sola speranza. Che le persone che vengono per l’Expo visitino anche la città e che vadano a vedere il Pirellone, la torre Velasca, il cimitero Monumentale, il Quarto stato di Pellizza da Volpedo, la Casa della memoria e porta Nuova. Che attraversino la città su un tram sferragliante e che facciano un giro a piedi nella galleria Vittorio Emanuele.

La storia, in questo caso, è utile. Dopo Italia ‘90 è venuta tangentopoli, e gli stadi costruiti per il torneo non hanno lasciato una grande eredità: alcuni sono già stati demoliti (a Torino), mentre altri sono solo cattedrali nel deserto (a Bari).

Se la città di Milano non riuscirà a imporsi all’interno dell’Expo (o a sostituirla) allora, temo (e lo dico con la morte nel cuore), i No Expo avranno avuto ragione fin dall’inizio. E se così fosse, allora tutta questa iniziativa sarà stata un immenso spreco di denaro, energia e risorse.

John Foot (storico)

(Traduzione di Federico Ferrone)

http://www.internazionale.it/opinione/john-foot/2015/06/09/expo-visita

Sinistra e M5S: tra i due litiganti il terzo (Renzi) gode

Basta fare un giro in Rete per capire che, spesso,i grillini odiano i civatiani quasi più di Renzi e Salvini. Al tempo stesso molti elettori di sinistra, e dunque non renziani, detestano i 5 Stelle. In questa guerra che somiglia a una lotta oziosa a chi ce l’ha più duro e lungo, quello che più se ne avvantaggia è Renzi. E subito dopo la destra, sia essaSalvini o Toti.

I 5 Stelle ritengono che Civati – e Sel, e Tsipras, e prim’ancora Rivoluzione Civile, e già che ci siamo pure Landini e Rodotà – siano delle stampelle di Renzi. Un’opposizione finta, che fa il gioco di Renzi e che incarna un modo di vivere la politica sconfitto dalla storia (“non esistono più destra e sinistra”). Nel caso di Civati c’è poi l’aggravante di non avere avuto abbastanza coraggio per andarsene, e anche adesso che lo ha fatto non è comunque reputato credibile.
Sul versante opposto, che poi opposto non sarebbe, chi vota Sel o voterebbe Landini, non perdona ai 5 Stelle una serie di cose. Non avere collaborato con Bersani, “dire sempre di no”, non fare alleanze. Secondo chi vota o voterebbe sinistra radicale i 5 Stelle sono irrilevanti perché “non si sporcano le mani”, e hanno pure l’aggravante di vantare un consenso che la sinistra radicale neanche mai ha sognato.

Una faida simile, altamente masochistica, è perfetta per Renzi e Berlusconi. Il Pd ha oscenamente dato la colpa della sconfitta della Paita non alla Paita, ma al civatiano Pastorino. In realtà Pastorino ha casomai avuto la “colpa” di farsi la guerra con la 5 Stelle Salvatore – e la Salvatore ha avuto la “colpa” di far la guerra a Pastorino. Sarebbe bastato correre assieme, o lavorare affinché uno dei due facesse un passo indietro, per vincere in una regione chiave. So che i 5 Stelle non fanno accordi, e so anche che per i 5 Stelle Pastorino non è esattamente immacolato, ma nel frattempo ha vinto Toti. E le chiacchiere stanno a zero.

Non è un tema marginale, ancor più nella settimana che precede il ballottaggio in molti comuni. Capisco bene l’idea di fondo dei 5 Stelle: oggi il nemico da battere, il più pericoloso perché il più subdolo, è Renzi. E dunque il Pd. Quindi il Pd deve perdere ovunque, ma proprio ovunque. E’ anche il pensiero di molti elettori di sinistra. Si pensi al Veneto: molti, pur di non votare la Moretti, hanno votato Zaia. E così in Liguria. E così in molte città. Ci sono milioni di elettori che, pur di non votare Renzi, le sue droidi renzine e i suoi paninari invecchiati, si astengono o addirittura votano destra. Fatico a dar loro torto, ma spesso questi elettori neanche concepiscono l’idea di votare 5 Stelle. E nel frattempo vince la destra (o Renzi, che è poi la stessa cosa). E i 5 Stelle? In molti ballottaggi saranno decisivi. E’ legittimo non dare indicazioni di voto, ma – soprattutto nelle amministrative – c’è Pd e Pd. C’è un abisso tra Rossi e Moretti, come c’è tra Emiliano e la Paita. I 5 Stelle, però, rifiutano in partenza di fare distinguo. Accadde anche quando erano agli albori e dissero che in fondo anche i Pisapia erano uguali alle Moratti.

Qualche giorno fa, sul Fatto Quotidiano, Silvia Truzzi ha intervistato l’europarlamentare Curzio Maltese (Lista Tsipras). Maltese è stato molto duro con i grillini, sin dai primi V Day. I suoi articoli su Repubblica li ricordo bene, come ricordo gli insulti che mi presi (non da lui) quando sostenni – io come Travaglio e pochissimi altri – che a quei V Day c’erano tanti delusi di sinistra che chiedevano un’appartenenza e, non trovandola altrove, si erano avvicinati a quel fenomeno unico in Europa. A distanza di otto anni Maltese ribadisce di non avere grande stima per le derive destrorse di Grillo e Casaleggio, ma riconosce che gli europarlamentari 5 Stelle con cui lavora sono molto bravi e preparati. Racconta che non si sono lasciati condizionare dall’accordo (meramente strategico) con Farage e che combattono battaglie care un tempo proprio alla sinistra. Maltese, che certo è partito da posizioni fortemente antipatizzanti nei confronti dei 5 Stelle, giunge a una conclusione persino banale: l’unica sinistra possibile, ma più che altro l’unica alternativa democratica a Renzi e Salvini, può essere solo quella che vedrà “sinistra radicale” e 5 Stelle in grado di dialogare. Nel mio piccolo lo scrivo da anni e sarà anche per questo che, ogni volta che c’è un ballottaggio chiave, i politici coinvolti mi chiedono di fare da “pontiere” tra sinistra e 5 Stelle: spiacenti, faccio un altro mestiere (e in ogni caso sopravvalutate il mio ascendente sugli elettori).

Occorre al più presto che questa gara a chi ce l’ha più lungo abbia fine. E’ tanto avvilente quanto stupida. Da una parte la sinistra radicale deve finirla con questo atteggiamento di superiorità morale, tenendo peraltro conto che – se nel frattempo la sinistra in Italia è morta o quasi – un motivo ci sarà. E magari è anche colpa di questa supponenza spesso smisurata. Dall’altro lato i 5 Stelle devono imparare quella cosa meravigliosa che si chiama “distinguo”.Gli altri non sono “tutti uguali”.

Un esempio per tutti: Venezia. Il candidato sindaco è Felice Casson. Non è immune da critiche: fa ancora parte di un partito con cui non c’entra nulla (ed è il primo a saperlo); in campagna elettorale si è fatto vedere a braccetto con Renzi, e non è stato un bel vedere; in squadra ha imbarcato personaggi che appartengono all’apparato del partito o (di contro) al renzismo più improbabile. Tutto vero. Casson è però anche quello che, in Senato, ha combattuto quasi sempre al fianco dei 5 Stelle. Casson – la cui storia di magistrato è nota – è anche quello che, proprio nel Pd veneziano, ha tanti nemici interni pronti a far cortei se lui perderà. E Casson è anche quello che, quando la Pinotti (quella degli F35) è andato a trovarlo, non l’ha voluta neanche incontrare. Casson non sarà l’eroe dei 5 Stelle, ma è molto meglio dell’improponibile candidato berlusconiano. Lo costringano a far sue alcune battaglie care ai 5 Stelle, lo mettano alla prova. Si beccheranno qualche insulto dai talebani duropuristi (gli stessi fenomeni convinti del sorpasso alle Europee nel 2014 e della inutilità della tivù), ma regaleranno a una splendida città un buon sindaco. Costringendolo poi, durante il mandato, ad allontanarsi definitivamente da Renzi e a combattere battaglie tanto giuste quanto finalmente condivise.

Andrea Scanzi

La libertà del socialismo e quella (falsa) del liberismo

La libertà, insieme alla giustizia sociale, è il nostro fine ma anche il nostro mezzo. Solo nella libertà l’essere umano può svilupparsi appieno, perché in essa egli ha una più ampia possibilità di scelta e può, anche attraverso l’errore, evolversi più completamente, più ampiamente; come è nelle intenzioni di Karl Marx, in uno dei suoi tanti passi che possiamo interpretare in modo libertario: «La missione di ciascun uomo è di svilupparsi sotto ogni punto di vista, di sviluppare tutte le sue capacità, di sostituire all’individuo parziale, mero veicolo di una particolare funzione sociale, l’individuo totalmente sviluppato, che non ha una sfera di attività esclusiva» (Capitale, libro 1).

La vera libertà è possibile solo nel socialismo, perché nel sistema capitalistico l’accumulazione della ricchezza, che produce una società estremamente verticale, comporta una concentrazione del potere in poche mani, ed un restringimento della libertà per gli altri.

L’oligarchia, l’insieme dei capitalisti, condiziona le scelte economiche degli stati e trasmette questo grande potere ai figli, replicando questo sistema ingiusto.

Neanche i super ricchi sono in realtà liberi, perché prigionieri di relazioni sociali false e mercificate.

Nel liberismo, spacciato come sistema più libero, la libertà è ancora più falsa perché i trattati internazionali vincolano gli stati e i loro cittadini, e aumenta il potere del mercato, arena capitalistica dove i ricchi fanno la parte del leone.

Una proposta programmatica realmente libertaria dovrebbe iniziare secondo me da questi tre punti:

– socializzazione dei beni di interesse pubblico (i beni comuni);

– redistribuzione della ricchezza, contrastando l’eccessiva accumulazione attraverso le tasse;

– lotta alla corruzione.

Dove ci sono dei miliardari non può esserci vera democrazia.

Tommaso Roselli

Per un barlume di alternativa di sinistra

Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista

Domenica si svolgeranno le elezioni regionali in 7 regioni del paese (e quelle amministrative in più di 1000 comuni). Sarà una prova elettorale di grande importanza, se non altro perché saranno chiamati alle urne circa 23 milioni di elettori, poco meno della metà del totale. Dunque molto più di un test o di un sondaggio.

La posta in gioco è la guida di 7 regioni, alcune della quali tra le più importanti, ma indirettamente il voto costituirà anche la verifica del grado di consenso da parte dell’elettorato nei confronti del governo nazionale di centrosinistra, sul suo attivismo volto a “rottamare” le tutele sociali e i diritti democratici conquistati nella seconda metà del secolo scorso: i diritti del lavoro, la sanità e la scuola pubblica, gli spazi di democrazia imposti con la Resistenza antifascista.

Nell’autunno trascorso, la politica dell’austerità del governo sembrava aver trovato nelle mobilitazioni operaie e negli scioperi sindacali e “sociali” un importante ostacolo. Ma il moderatismo degli apparati e la debolezza delle aree sindacali combattive hanno contribuito a spegnere, almeno per il momento, quella possibilità.

Cosicché il dominio di Renzi non trova adeguati contrasti. La sua linea arrogante, dopo aver fatto approvare la nuova legge elettorale, anche grazie all’uso incostituzionale del voto di fiducia, dopo aver rifiutato ogni modifica al suo progetto di “buona” scuola, nonostante il più grande sciopero degli insegnanti di tutta la storia della repubblica, mette in campo l’ennesima operazione di facciata e truffaldina sulla questione del blocco degli adeguamenti delle pensioni alla dinamica inflattiva, rifiutandosi di applicare realmente il dettato della recente sentenza della Consulta.

Tuttavia in questi giorni la forte protesta del mondo della scuola ha aperto alcune brecce nella propaganda del governo che, in parte preoccupato per il test elettorale del 31 maggio, è costretto a qualche manovra tattica, mostrandosi falsamente conciliante con chi protesta contro la “Buona Scuola” (molti sono i lavoratori e le lavoratrici della scuola che, pentiti di aver riposto la loro fiducia nelle mani di Renzi alle elezioni europee, si stanno ricredendo e stanno dichiarando la loro volontà di non votare più il PD). Ma la linea arrogante del governo continua: nonostante la grande mobilitazione dei lavoratori della scuola non c’è infatti nessuna intenzione di ritirare il Disegno di legge come chiedono quelli che sono scesi in piazza, ma solo di aggirare gli ostacoli per riuscire in ogni modo a portare a termine la controriforma della scuola pubblica.

Renzi e il suo PD sono impegnati a mostrare la propria supremazia sul paese, sicuri di confermare amministrazioni di centrosinistra in 5 delle regioni chiamate al voto (Liguria, Toscana, Umbria, Marche, Puglia), speranzosi di competere validamente per riconquistare la Campania e fiduciosi di non essere completamente fuori gioco neanche nel Veneto, anche grazie alle divisioni del centrodestra e della stessa Lega.

Il raggiungimento o meno da parte delle liste PD dell’ “asticella” del 40% sarà una delle verifiche più importanti, sia per capire se saranno confermati i consensi raccolti alle europee di un anno fa, sia perché, grazie alla scandalosa nuova legge elettorale, con quella percentuale Renzi potrebbe avere automaticamente il totale controllo delle istituzioni senza neanche passare per il secondo turno.

Renzi e il PD, in questo anno, hanno demolito consolidati diritti, hanno scompaginato e messo a frutto l’indebolimento del fronte del centrodestra, hanno ridimensionato Forza Italia e la stessa leadership di Berlusconi, con il risultato di portare Salvini e la sua nuova Lega a svolgere un ruolo centrale nell’area cosiddetta “moderata”. Così Renzi può aspirare ad inglobare nel suo partito (pur continuando a definirlo di sinistra) parte significativa dell’area della destra moderata.

Il Movimento 5 Stelle, nonostante mantenga le proprie percentuali (perlomeno nei sondaggi, ma anche nei test elettorali svoltisi la settimana scorsa), non appare un’alternativa credibile perché, oltre all’opposizione in parlamento, dove l’impresa si scontra con la predominanza del PD e con il continuo uso di illegittime forzature regolamentari che vanificano del tutto il dibattito, non si propone la costruzione di un vasto movimento sociale che metta in discussione le politiche di austerità. D’altronde, visto il carattere interclassista del M5S, questa ipotesi è fuori del suo orizzonte.

Ma quella che pesa maggiormente e che facilita i compiti di Renzi e delle forze sociali che lo sostengono è la persistente assenza di una significativa opposizione alla sua sinistra. E’ a causa di questa assenza che il diffuso malcontento di fronte alle misure del governo, tra coloro che non accettano la demagogia razzista di Salvini ma che non danno fiducia neanche alla proposta “grillina”, continua a generare disaffezione nei confronti della politica e a far crescere l’area dell’astensione.

La “sinistra” del PD, nelle sue varie componenti non si sottrae al fascino della necessità di una “sinistra di governo”, cioè di una sinistra capace di governare l’austerità capitalistica cercando, con efficacia sempre minore, di “limitare il danno” e sperando in una nuova alba keynesiana. A questa impostazione non sfugge neanche l’area “civatiana” che ha recentemente formalizzato la propria uscita dal partito di Renzi. La gravità e la profondità della crisi capitalista non offrono oggi spazi di riformismo: il caso greco è lì a dimostrarcelo con forza.

Una piccola parte della sinistra, il PCL ed altre formazioni minori, perseverano nel proprio arroccamento e presentano in qualche regione liste autoproclamatorie, cercando di capitalizzare qualche briciola derivante dalle contraddizioni delle forze di sinistra principali.

La sinistra alla sinistra del PD continua a pagare i prezzi degli errori fatti negli ultimi 10 anni, si è screditata per anni nell’alleanza subalterna al PD e al centrosinistra, si è divisa tra una parte che spera di ricostruire il “vero” centrosinistra “tradito” dalle politiche renziane e un’altra che, pur prendendo atto della impraticabilità di ogni alleanza con il PD, non fa nessun serio bilancio delle proprie scelte recenti, mettendo in campo molte volte liste politicamente deboli. Nessuna forza significativa di questa sinistra sembra puntare veramente le proprie carte sulla ripresa del movimento e, soprattutto, su un passaggio fondamentale per la ripresa delle mobilitazioni e cioè sulla sconfitta della linea delle burocrazie sindacali.

Tutte le principali forze della sinistra, dietro il comodo paravento del carattere locale della consultazione elettorale, hanno scelto di non usare le prossime regionali per avanzare nella costruzione di un’ipotesi politica alternativa al PD. Sette sono le regioni e sette sono le identità politiche che saranno proposte alle elettrici e agli elettori.

Dunque, mentre Renzi presenta sette candidati “renziani” e tenta di consolidare lo sfondamento nazionale, la sinistra si presenta in ordine sparso, appoggiando il PD da qualche parte (come fa SEL nel Veneto con la Moretti, in Puglia con Emiliano e in Umbria con la Marini), in qualche caso esaltando tardive e inconsistenti alternatività (come fanno SEL, PRC e “L’Altra Europa” con il civatiano Pastorino in Liguria, peraltro rompendo con altre aree di sinistra radicale), oppure, meglio, presentando candidature autonome (come nelle altre tre regioni) ma con gradi di alternatività diversi e a volte insufficienti.

Resta però che la presenza di queste liste, pur nella loro forte differenziazione, nella loro insufficienza e con le loro contraddizioni, costituisce l’unico fragile antidoto al predominio di Renzi, al consolidamento di Salvini come “unica vera opposizione”, all’impotenza sociale del M5S, alla disperazione dell’astensione.

Sinistra Anticapitalista, dunque, impegnata a fondo nella costruzione del fronte della mobilitazione sociale decisiva per poter battere le politiche dell’austerità, pur in presenza di alcune importanti critiche che possono essere rivolte ad alcune di queste, ma volendo lavorare per allargare lo spazio politico di alternativa, propone alle lavoratrici e ai lavoratori, ai giovani, alle proprie e ai propri simpatizzanti e alle proprie e ai propri militanti di sostenere e votare le seguenti liste, a cui, in qualche caso partecipiamo anche con qualche nostro candidato:

  1. Veneto: L’Altro Veneto Ora Possiamo (candidato presidente: Laura Di Lucia Coletti)
  2. Liguria: L’Altra Liguria (candidato presidente: Antonio Bruno)
  3. Toscana: Sì Toscana a sinistra (candidato presidente: Tommaso Fattori)
  4. Marche: Altre Marche – Sinistra Unita (candidato presidente: Edoardo Mentrasti)
  5. Campania: Sinistra al lavoro per la Campania (candidato presidente: Salvatore Vozza)
  6. Puglia: L’Altra Puglia (candidato presidente: Riccardo Rossi)

Sinistra Anticapitalista