Quale Europa?

di Giancarlo Iacchini

L’Italia è uno strano paese. Mentre in tutta Europa si discute delle politiche più efficaci per garantire lavoro e reddito, che sono i due pilastri economici di una vita sociale degna di questo nome, in Italia si riesce perfino a litigare tra gli alfieri del «lavoro per tutti» e quelli del «reddito universale», per cui se proponi un «reddito di cittadinanza» non solo vieni tacciato di “utopismo”, ma ti guarda storto per primo chi ha un lavoro precario e rischia di perderlo dall’oggi al domani, perché ti dirà che bisogna dare il lavoro, e non “soldi facili” a chi “non fa niente”. Come se “non far niente”, in una società che condanna alla disoccupazione il 13% della popolazione in età lavorativa ed oltre il 42% dei giovani, sia una colpa morale di cui vergognarsi. Una società, quella italiana, in cui i senza lavoro sono 3,3 milioni e altrettanti sono i lavoratori precari, che percepiscono in media 836 euro al mese senza alcuna garanzia di continuare a guadagnarli anche il mese dopo.

Ovvio che «servirebbe il lavoro», ma se questo sistema economico che è in recessione ormai da 6 anni ma che nemmeno nelle fasi di espansione è più in grado di garantire la piena occupazione ed anzi è sempre più distante da quel punto di equilibrio (cosa che John Maynard Keynes – giusto per avvisare i distratti – aveva già rilevato 90 anni fa ne La fine del laissez-faire), allora le soluzioni sono soltanto due: più lavoro e/o più reddito; anzi una soltanto: un gigantesco New Deal che consenta allo stato di creare lavoro direttamente o indirettamente, attraverso la spesa pubblica e il sostegno alla domanda cioè ai redditi dei cittadini. Insomma, lavoro e reddito non sono alternativi e contraddittori ma sinonimi, uno la causa e l’effetto dell’altro. Le misure atte a creare lavoro producono reddito, e dunque nuovo lavoro per l’aumento della domanda di merci e servizi. E le misure per aumentare la domanda creano per l’appunto indirettamente lavoro nel settore privato; e possono crearlo direttamente anche nel pubblico, se il reddito garantito viene associato ad un piano comunale di lavori socialmente utili, di cui ci sarebbe un gran bisogno. Perfino Matteo Renzi, nell’ormai celebre discorso del 13 marzo sulla “diminuzione delle tasse” – con cui si è impegnato a restituire a fine maggio, ad una fascia limitata di lavoratori dipendenti, qualche goccia del mare magnum di risorse che le politiche di austerity hanno drenato in questi anni di “rigore” (mortis) – ha presentato come fosse una sua pensata geniale (guadagnandosi perfino gli applausi della sala stampa di Palazzo Chigi) quella che da anni è la richiesta che proviene da associazioni e comitati impegnati nel sociale: reddito ai disoccupati in cambio di lavori di pubblica utilità.

Ma siamo ancora all’abc di una politica sociale europea. Già, la grande beffa è che una parte del nostro Paese è pronta a rinnegare l’Europa (uscire dall’euro e da tutto) senza avere nemmeno conosciuto l’Europa del Welfare e dello stato sociale. Prestazioni e diritti che sono familiari e addirittura scontati in quasi tutti i Paesi del vecchio continente, da noi sembrano fantascientifiche utopie fatte apposta per infrangersi sul muro dell’«impossibilità di reperire risorse» nel disastrato bilancio statale. L’Italia è l’unico stato dell’Unione, insieme alla Grecia e all’Ungheria, a non avere il (per noi) “mitico” reddito minimo garantito, che consiste nell’integrare in vario modo i redditi percepiti fino ad una soglia «adeguata ad un livello dignitoso di vita», come recitano diverse direttive della UE. «Ogni lavoratore della Comunità – asserisce ad esempio la raccomandazione 92/441 – ha diritto a una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell’impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente. Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento, devono poter beneficiare di prestazioni e risorse sufficienti, adeguate alla loro situazione personale». Generico nel quantificare il livello di dignità, se vogliamo, ma esplicito nel dire che un reddito addizionale dev’essere assegnato dallo stato. Più esplicito infatti il Parlamento europeo, «che nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea ha auspicato l’introduzione in tutti gli stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri». In sostanza non c’è solo l’Europa che impone i sacrifici e il risanamento finanziario, ma anche quella che raccomanda espressamente ai singoli stati «di riconoscere, nell’ambito di un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana, e di adeguare di conseguenza i propri sistemi di protezione sociale a questi principi e orientamenti». Chissà se è da questa Europa che i neoautarchici vorrebbero uscire…

«Come si fa a ignorare un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? – scrive Giovanni Perazzoli su Micromega – Io non me ne capacito. In Italia non si sa neanche che in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia, ecc.) chi non guadagna abbastanza o lavora part-time ottiene un’integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramentegli italiani ignorano l’abc dello stato sociale?». Si discetta se sia “reddito di cittadinanza” oppure “reddito minimo garantito”, e in che modo venga erogato in questo o quel Paese, e non ci si accorge che quando lo stato non fornisce salario immediato può garantire reddito aggiuntivo ad esempio (e scusate se è poco) pagando il canone d’affitto di chi è senza lavoro oppure le spese per i figli, piccoli o grandi: «Una donna sola e disoccupata con figli riceve in Germania dallo stato più di 1.800 euro mensili», calcola Perazzoli, che conclude: «Non capisco perché nonostante l’Europa raccomandi dal lontano 1992 all’Italia di introdurre un reddito di cittadinanza, questo non succede neanche con la crisi. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà. Non mi pare che sia uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone è assolutamente normale».

Ma ciò che è normale in tanti altri Paesi, da noi richiederebbe una rivoluzione. E’ chiaro infatti che tutto il sistema assistenziale e previdenziale dovrebbe essere riformulato, anzi ricostruito di sana pianta. Nel Paese delle “pensioni d’oro” oggi la regola aurea sarebbe invece garantire tutti i «meno avvantaggiati» (per usare l’espressione di John Rawls nella celebre – ma pochissimo letta in Italia – Teoria della giustizia del 1971) a partire dai giovani che non trovano lavoro. E con il paracadute sociale rappresentato da un basic income comunque garantito, parole come flessibilità o anche precarietà assumerebbero un altro aspetto: precario sarebbe il lavoro e non la vita!

Però in Italia, strano paese appunto, un “paracadute sociale” in fondo c’è, a parte le pensioni ormai ultraspremute di genitori e nonni: è il lavoro nero, che causa al fisco un buco annuo di 43 miliardi di euro ma che immette nel sistema un reddito aggiunto che in molti casi è assolutamente vitale, proprio per l’assenza di politiche sociali degne di questo nome: «Col sommerso – spiega Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre – la profonda crisi che sta colpendo il Paese ha effetti economici e sociali meno devastanti di quanto non dicano le statistiche ufficiali. In particolar modo al Sud possiamo dire che il sommerso costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale. Sia chiaro: nessuno vuole esaltare il lavoro nero, spesso legato a doppio filo con forme inaccettabili di sfruttamento, precarietà e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività riconducibili alle organizzazioni criminali o alle fattispecie appena elencate, costituiscono in periodi così difficili un paracadute per molti disoccupati o pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese». Ecco a che punto siamo, in questa Italia che sembra stufa dell’Europa senza averne mai conosciuto la faccia migliore.

(pubblicato su Barricate, n. 2, marzo-aprile 2014)

La “patacca” di Renzi

di Antonio Di Luca

Matteo Renzi ha più volte dichiarato che la sua politica economica è in piena continuità con le esperienze di governo che l’hanno preceduto. Ma le linee economiche di chi lo ha preceduto (e ricordo che il Pd è al governo da due anni e mezzo, tre governi, nessuno dei quali scelto dai cittadini) hanno portato i risultati devastanti sul fronte dell’occupazione stando alle tabelle dell’Istat di qualche giorno fa. Ogni mese ci aspettiamo che la disoccupazione cali di qualche decimale e ogni mese, puntualmente, restiamo delusi. Del resto chi vive tra la gente, nei quartieri popolari, nelle periferie, sa benissimo che la notizia di qualche conoscente che ha perso il lavoro è assai più frequente di chi lo ha trovato. E quanti amici o figli di amici abbiamo dovuto salutare perché partiti per l’estero in cerca di miglior fortuna? Sembra di essere tornati agli anni del primo dopoguerra. L’analisi sociologica di quanto può far male questa situazione potrei continuarla a lungo, mi limito a ricordare un dato statistico. I dati sulla disoccupazione diramati oggi sono i peggiori dal 1977.

Sono molto preoccupato per questa situazione, perché il job act di Renzi, che io preferisco chiamare legge sul lavoro, in italiano, non si discosta molto dalle precedenti devastanti norme di chi lo ha preceduto, dalla legge 30 alla (contro)riforma Fornero, anche se tutto nasce dalla famigerata legge Treu che aprì la strada al precariato. Quella di Renzi non è migliore perché non diminuisce la precarietà, la aumenta.

Loro preferiscono chiamarla flessibilità, perché così sembra una cosa positiva. Io penso che la flessibilità la puoi declinare solo in alcune situazioni limite e quando sei in una situazione di piena occupazione o quasi, quando, se perdi un lavoro, hai la ragionevole certezza di trovarne un altro entro tempi brevi e nel frattempo il reddito di cittadinanza ti consente di sopravvivere e di cercare serenamente il lavoro migliore per le tue aspettative.

Ma voglio sottolineare qui anche come la ricerca estenuante di un lavoro, soprattutto al sud, soprattutto tra i giovani (qui più di uno su due non ha un lavoro e molti hanno anche smesso di cercarlo) porti a un arretramento fortissimo sul fronte dei diritti. So bene che questo discorso tra molti giovani non ha grande appeal perché questi chiedono prima di trovare un lavoro e poi di pensare ai diritti. Eppure è un binomio fondamentale e imprescindibile. Faccio l’esempio della sicurezza sul lavoro, è un diritto, ed è importante, soprattutto per chi svolge lavori manuali come l’artigianoo l’operaio.

Quanti feriti e quante morti bianche piangiamo ogni anno? Quante se ne sarebbero evitate se ognuno di noi chiedesse il rispetto della sicurezza sui luoghi di lavoro? Quello che capita più facilmente è pensare che a noi non potrà capitare mai perché siamo attenti, perché abbiamo voglia di lavorare, perché siamo in piena salute. Non è così, tutti pensano di potercela fare e capisco anche che la concorrenza per quel singolo lavoro è talmente tanta che siamo disposti ad accettarlo al ribasso pur di averlo. Rinunciando, oltre ai diritti, anche a una parte di salario.
È una tecnica che molti imprenditori conoscono bene perché utilizzano tutti gli strumenti che la legge gli consente per pagare poco e avere alta produttività. I giovani, ma allargherei il discorso a tutti i disoccupati e a tutti i precari, sono sottoposti a ricatti continui e l’unica soluzione possibile è cambiare radicalmente quelle leggi. Innanzi tutto il contratto precario deve costare agli imprenditori più dell’assunzione a tempo indeterminato. Inoltre, passato il periodo di prova (che non può durare tre anni!) e una volta che si è stabilito un rapporto fiduciario tra lavoratore e datore di lavoro, non si capisce perché il lavoratore debba restare precario. E’ una questione di buon senso.

Se siamo in piena emergenza, come fotografano i dati Istat, è necessario perciò assumere misure si emergenza. Prima di tutto il blocco di tutti i licenziamenti in corso, attuando, anzi estendendo i contratti di solidarietà che prevedono la riduzione dell’orario di lavoro senza escludere nessun lavoratore dal ciclo produttivo. Subito dopo è necessario, ed è qui che si dovrebbe misurare la forza e la voglia riformatrice del governo Renzi, un piano industriale per il Paese che coinvolga tutti i settori del pubblico e del privato, che mantenga il rispetto dell’ambiente e dei diritti e li coniughi come importante risorsa per lo sviluppo futuro. Infine, collegato al piano industriale, un tavolo di crisi permanente che possa risolvere in fretta tutte le situazioni di dissesto e possa intervenire con proposte anche di riconversione della produzione. Mi aspetterei, infine, che il governo si facesse promotore della soluzione dei conflitti generazionali e non contribuisse ad acuirli.

Se un lavoratore anziano ha delle garanzie e uno giovane no le stesse garanzie vanno estese al giovane, non tolte all’anziano. E su questo l’indirizzo del governo sarebbe fondamentale. Per questo sono assolutamente contrario alla legge sul lavoro di Renzi che, come ha fatto Berlusconi per venti anni, vuole venderci una patacca spacciandola per oro.

http://www.listatsipras.eu/blog/item/2240-il-job-act-e-una-patacca.html

Sinistra Anticapitalista: appoggio critico (e selettivo) alla Lista Tsipras

da SINISTRA ANTICAPITALISTA

1. La scadenza delle elezioni europee costituisce un momento politico di grande rilevanza per tutti i paesi del continente e per l’Italia. Dopo anni di crisi e di violente politiche austerità, il voto, pur nella sua forma particolare e distorta rispetto alla complessità della realtà sociale, mostrerà le grandi tendenze in atto, gli effetti politici prodotti dalla crisi sociale e le ripercussioni sui livelli di coscienza delle classi lavoratrici e popolari. La possibile non partecipazione al voto di larghi settori di massa rappresenterà in ogni caso un segnale, una forma specifica di espressione politica.

2. I risultati del voto influenzeranno le dinamiche e gli orientamenti tattici delle forze politiche dominanti, fermo restando il quadro strategico dato, cioè l’offensiva della borghesia contro le classi lavoratrici e le politiche dell’austerità che la realizzano.

3. Il rigetto delle politiche dell’Unione Europea e delle sue istituzioni da parte di larghi settori di massa di fronte ad una sempre maggiore consapevolezza sulla drammaticità della situazione e sulla totale incertezza del futuro, in mancanza di una risposta adeguata delle organizzazioni sindacali e della sinistra, spinge settori popolari alla deriva verso forze populiste di destra e/o direttamente fasciste. La consistenza, la presenza elettorale e l’organizzazione delle forze della destra e della destra estrema in diversi paesi, le potenzialità che queste possono avere in altri, testimonia di un pericolo forte, strettamente connesso con la debolezza della sinistra e dei movimenti sociali nella costruzione di una valida e credibile alternativa alle politiche economiche e sociali delle classi dominanti europee.

4. Decisivo in questo contesto è quindi costruire le resistenze delle lavoratrici e dei lavoratori contro l’attacco delle forze governative e padronali che colpisce ormai tutti gli aspetti della loro vita: l’occupazione, il salario, i diritti del lavoro, lo stato sociale, i servizi sociali anche quelli più fondamentali come la sanità e la scuola, gli stessi diritti democratici e le forme della democrazia borghese, quale si era consolidata nel continente dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Una posizione di rigetto dell’austerità, dei vincoli, dei trattati e delle istituzioni antidemocratiche di Bruxelles, di denuncia dei disegni e degli obiettivi padronali, di rifiuto conseguente di ogni alleanza con le forze social-liberiste del PSE nella gestione della crisi, di indicazione della solidarietà e dell’unità delle classi lavoratrici contro il comune nemico, si misura in primo luogo sul terreno sociale, nel sostegno alle lotte e nel rapporto materiale tra le lavoratrici e i lavoratori al di là delle frontiere.

5. La scadenza politica elettorale, proprio ed anche perché si manifestano forti lacerazioni e tendenze centrifughe, avrà una valenza continentale ponendosi all’attenzione delle popolazioni e delle classi lavoratrici; per questo non può essere considerata secondaria dalle forze anticapitaliste che devono provare ad usarle, se ne hanno la forza organizzativa, nelle forme tattiche utili alla loro costruzione e a quella del movimento. Sarebbe negativo se sull’arena elettorale si confrontassero ed avessero spazio e credibilità, solo le opzioni “ufficiali” della borghesia e quelle che in diverse forme ripropongono una soluzione “nazionale”.

6. Le prime puntano alla difesa dei contenuti economici e politici espressi nei trattati europei e alla conseguente modifica storica dei rapporti di forza tra le classi, anche se mascherati da ipocriti discorsi “europeisti”. Sono posizioni che hanno il convinto supporto di tutte le forze della “sinistra” moderata al di là delle vacue richieste di qualche modesta iniezione di misure sociali che comunque non metta in discussione le scelte neoliberiste di fondo. L’altra opzione indica un ripiegamento sul vecchio modello nazionale, del tutto coerente con l’ispirazione reazionaria di alcune delle forze che la sostengono e su cui puntano a costruire la loro egemonia le forze fasciste e di estrema destra.

7. Un’opzione ancora diversa è rappresentata in Italia dalla proposta del Movimento 5 Stelle, costruitosi attorno alla grande ondata di “antipolitica” prodottasi nel corso degli ultimi anni. Sul terreno europeo il M5S oscilla tra una posizione di ripiegamento “nazionale” e la consapevolezza che, in questa opzione, l’egemonia a livello continentale non potrebbe che essere nelle mani delle forze più reazionarie. Le ambiguità politiche e, soprattutto, il carattere aclassista del suo gruppo dirigente non consentono al M5S di individuare e adottare una posizione più chiara, legata alle contraddizioni sociali e internazionalista.

8. Le correnti di sinistra anche radicale che vedono una soluzione nell’arroccamento nazionale nutrono pericolose illusioni sulla possibilità che in un quadro diverso e più ristretto possano riproporsi politiche espansive e neokeynesiane e su una possibile convergenza con settori della borghesia nazionale nella speranza di riconquistare le posizioni perdute. Puntano alla impossibile salvezza del proprio proletariato “nazionale” e impediscono obiettivamente ogni azione di unità e di convergenza tra le classi lavoratrici dei vari paesi del continente. Si tratta dunque di un’opzione non solo sbagliata ma che, in ogni caso, sarà perdente di fronte alla offensiva delle forze di destra.

9. Per queste ragioni abbiamo proposto e lavorato perché anche nel nostro paese fosse presente nelle elezioni un voce anticapitalista e che in ogni caso si realizzasse una lista capace di avanzare un programma politico di netto rigetto delle politiche di austerità, di difesa delle classi lavoratrici e dei movimenti sociali e che respingesse da una parte i progetti neoliberisti e antipopolari delle attuali istituzioni europee, dall’altra ogni idea obiettivamente arretrata e egualmente pericolosa di ripiegamento nazionalista. Per questo, tra l’altro, sosteniamo il percorso e le scelte del NPA-Nuovo Partito anticapitalista in Francia e di Izquierda anticapitalista in Spagna, nonché il fondamentale lavoro dei compagni di DEA (Sinistra operaia internazionalista) e della Piattaforma di sinistra in Syriza in Grecia.

10. Purtroppo in Europa non è presente un sufficiente livello di azione coordinata e convergente delle forze anticapitaliste peraltro esistenti in quasi tutti i paesi dell’UE. L’obiettivo di costruire e consolidare la convergenza tra queste forze resta tutto da realizzare e l’occasione delle elezioni europee 2014 poteva essere un’occasione da sfruttare. Ma così non è stato. Tutto ciò lascia uno spazio grande e immeritato a quelle forze ambigue che, nell’ambito del GUE e della Sinistra Europea praticano una politica a metà strada tra l’alternativa e la interlocuzione con il PSE e con i social-liberisti.

11. In Italia il percorso di costruzione della Lista Tsipras, proprio perché si basa sul rifiuto delle politiche liberiste attuate dalle istituzioni europee e si mantiene all’interno di una ispirazione internazionalista (anche grazie al riferimento alle battaglie politiche di Syriza in Grecia), ha incontrato un’eco relativamente importante e ha suscitato speranze positive su una scelta chiaramente diversa da quelle delle maggiori forze in campo. Tuttavia il risultato finale si è materializzato in una coalizione e in un profilo politico che presentano parecchie contraddizioni, ambiguità ed incertezze programmatiche. In primo luogo dobbiamo segnalare che esso non corrisponde a quanto sarebbe obiettivamente necessario per contrastare l’avversario di classe, cioè l’affermarsi di una proposta strategica coerente e anticapitalista. In secondo luogo all’interno della lista si esprimono un ventaglio di posizioni che oscillano tra un orientamento politico alternativo basato sulla democrazia e sull’umanesimo e che propone una linea di modifica degli assetti europei caratterizzata da una forte spinta riformista neokeynesiana con parecchie illusioni sulla sua realizzabilità e altre che si collocano apertamente sul terreno moderato della pura riforma degli attuali assetti capitalistici europei e del condizionamento delle forze social-liberiste del PSE. Queste ultime sono ben espresse dal ruolo assunto da una serie di capilista, da intellettuali di una certa area politica “riformista”, da SEL e dal suo leader Vendola, che si è inventato la formula della “terra di mezzo” tra Schulz e Tsipras; questa idea rappresenta con nettezza il rapporto che questo orientamento vuole costruire con le socialdemocrazie e l’utilizzo della lista a fini di condizionamento e di spazio politico da conquistare. Anche sul piano del metodo non condividiamo la scelta di affidare a pochissimi (autonominatisi “garanti”) il compito di comporre le liste operando scelte non sempre trasparenti. Proprio per tutti questi motivi Sinistra Anticapitalista ha deciso di non far parte della Lista Tsipras e di non proporre proprie/i candidate/i al momento della formazione delle liste.

12. Ma altrettanto non ci sfugge che questa lista si colloca in mezzo a un deserto politico e può apparire una posizione alternativa e di sinistra e che come tale può essere considerata utile da settori significativi di lavoratori e di militanti dei movimenti sociali. Inoltre sono candidati nelle liste alcune compagne e compagni che hanno espresso nei movimenti e nelle battaglie politiche posizioni radicali ed anticapitaliste. Per queste ragioni, pur avendo presenti le contraddizioni espressamente richiamate, riteniamo utile avanzare una indicazione mirata, cioè di proporre un voto su quelle/quei candidate/i, della lista che, per il loro agire politico, esprimono con coerenza un orientamento anticapitalista e di forte internità ai movimenti di contrasto alle politiche liberiste, che sono sempre stati in prima fila nei movimenti di lotta contro le politiche capitaliste dei governi e dei padroni. Tra queste/i segnaliamo in particolare la compagna Nicoletta Dosio della Val Susa, che da sempre ha fatto questa scelta politica e di militanza.

13. Sinistra Anticapitalista, sta già sviluppando una sua specifica campagna elettorale europea, con un’impostazione di fondo anticapitalista e internazionalista, incentrata sull’opposizione alle politiche dell’austerità, contro l’Europa del Fiscal compact, per l’unità delle lotte delle lavoratrici dei lavoratori; è da queste lotte, dalle crisi sociali e politiche che si produrranno, dalla rimessa in discussione degli assetti istituzionali capitalisti europei, espressi nell’UE, che si porranno le condizioni e i rapporti di forza politici e sociali per la costruzione di un’altra Europa. Continueremo in questa campagna nelle prossime settimane mettendo l’accento e l’attenzione sulla costruzione di una mobilitazione concreta contro le misure del nuovo inverecondo governo Renzi e contro i ricatti delle politiche dell’Unione europea: decisiva, infatti, nello scontro sociale in atto sarà, come sempre, la capacità di lotta per i propri obiettivi della classe lavoratrice, sconfiggendo anche le subalternità e le complicità delle burocrazie sindacali alle scelte padronali. In questa sede ricordiamo solo i temi principali di agitazione e di iniziativa sociale che hanno valenza europea e sui quali bisogna ricercare il coordinamento e l’unità d’azione delle masse lavoratrici e dei settori che si mobilitano:

la battaglia per l’occupazione attraverso la proposta di una riduzione dell’orario a parità di salario in tutti i paesi;

l’obiettivo di un salario minimo europeo rapportato alle condizioni concrete delle singole economie;

la difesa ad oltranza dei servizi pubblici, a partire dalla sanità e dalla scuola costruendo il coordinamento delle lotte che già si manifestano su scala nazionale;

il rigetto del debito e del ricatto che su di esso è stato costruito per determinare un flusso continuo di risorse dal basso verso l’alto;

la nazionalizzazione delle banche come strumento indispensabile per affrontare la crisi finanziaria e garantire il finanziamento per un nuovo forte intervento pubblico dello stato;

la battaglia per la difesa dei diritti democratici e del lavoro, a partire dalla lotta contro l’accordo del 10 gennaio.

I nostri circoli saranno dunque impegnati in una forte campagna di agitazione e di propaganda su questi temi ed organizzeranno tutte le iniziative pubbliche necessarie per dare la maggior forza alle nostre proposte alternative. In questo quadro parteciperemo attivamente all’organizzazione della manifestazione che le forze politiche anticapitaliste, il sindacalismo di classe e diversi movimenti sociali stanno organizzando per il 12 aprile a Roma contro le politiche dell’austerità. Il 12 e 13 aprile sono anche le due giornate di mobilitazione che in Francia sono state indette dal Front de Gauche e dall’NPA sulla base di un piattaforma comune contro il neofascismo del FN di Marine Le Pen e contro il durissimo patto dell’austerità che il governo “socialista” di Hollande ha concordato con la Confindustria francese e con alcuni sindacati “complici”. Sono giornate che possono vedere una rinnovata iniziativa internazionalista della sinistra di classe in Francia e in Italia in stretto rapporto con le lotte che si manifestano in tutta Europa a partire naturalmente dalla Grecia.

14. E’ in questa ottica e in questo spirito che domenica 13 aprile Sinistra Anticapitalista organizzerà a Roma un meeting anticapitalista e internazionalista con la partecipazione di compagni francesi, greci e dello Stato spagnolo e a cui invitiamo a partecipare non solo i nostri militanti e simpatizzanti ma tutte/i coloro che condividono queste nostre proposte politiche.

Femministe con Tsipras

Le elezioni europee di maggio non si svolgono in una primavera fiorita, ma in un clima autunnale nebbioso. Il capitalismo in crisi tenta con tutti i mezzi, anche anticostituzionali e antidemocratici, di ristrutturarsi e di far pagare la sua ristrutturazione a donne e uomini, la cui condizione, la cui vita, la cui libertà, la cui dignità sembrano dipendere da meccanismi al di fuori di loro, apparentemente “oggettivi”, “neutri”, inevitabili, fatali.

L’Europa ce lo chiede” è diventata una formula di costrizione, di dominio, di oppressione.

Uscire dalla crisi è diventata una regola usata per ridurre il costo del lavoro, a spese delle condizioni di vita di larghissime fasce di popolazione europea, per respingere donne e uomini migranti magari con leggi e referendum, per tenere le giovani donne e i giovani uomini ai margini della vita sociale, per respingere donne e uomini anziani/e nella solitudine e nella povertà, per imporre privatizzazioni costose, dannose, escludenti, nel campo della salute, della istruzione e formazione, della ricerca, dei beni comuni.

Noi non ci stiamo. Non vogliamo rassegnarci ai diktat dei mercati finanziari, ai balletti delle forze politiche e sociali che hanno approvato il pareggio di bilancio in costituzione, il fiscal compact, concluso accordi sindacali antidemocratici e illiberali e usato il corpo delle donne come terreno di scontro politico per togliere loro il diritto di scelta.

SIAMO DONNE con percorsi differenti in movimenti femministi, sociali, pacifisti, laici. Ci lega la convinzione che lo spazio della politica debba essere riempito dalle nostre differenti soggettività per trasformare la società intera. Donne consapevoli e coscienti di sé, capaci di porsi come “l’imprevisto della storia”.

SOSTENIAMO che il lavoro debba essere sottratto alle teorie mercantili, produttivistiche, economicistiche per valorizzare la dimensione della cura e del nesso lavoro/vita, per affermare il diritto a un salario e a un reddito universale di autodeterminazione.

SOSTENIAMO un welfare inclusivo fondato sulle soggettività di donne e uomini in carne e ossa.

SOSTENIAMO che i percorsi formativi fin dalla prima infanzia debbano essere fondati su soggettività sessuate.

SOSTENIAMO l’autodeterminazione delle donne, i diritti civili, la libertà di orientamento sessuale, il riconoscimento dei diritti di lgbtq sul piano legislativo e culturale.

AFFERMIAMO l’universalità dei diritti e per questo riteniamo l’incontro con donne e uomini migranti una risorsa, una ricchezza, un confronto di differenze. Per questo ci opponiamo alla tratta di donne ed uomini a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo.

RICONOSCIAMO la comune matrice che "informa" tutte le pratiche di dominio: dell’uomo sulla donna, dell’uomo sull’uomo, degli adulti sui minori, del genere umano su animali, natura e territorio.

CONTRASTIAMO il femminicidio non come questione di ordine pubblico e di “sicurezza”, ma come lotta al dominio patriarcale in tutte le sue forme e come sostegno reale alle vittime della violenza maschile che si esercita soprattutto in famiglia.

CONTRASTIAMO tutte le ideologie, le pratiche, le culture delle destre europee e nazionali reazionarie, nazionaliste, fondamentaliste, xenofobe, familiste.

SOSTENIAMO, CON QUESTI SGUARDI E IN QUESTA PROSPETTIVA ANTIPATRIARCALE, ANTICAPITALISTA E ANTILIBERISTA, la candidatura di ALEXIS TSIPRAS a presidente della Commissione Europea per le prossime elezioni europee. In un paese, la Grecia, su cui si sono scatenati gli egoismi più beceri della parte conservatrice d’Europa e dove le politiche di austerità hanno dimostrato la loro perversa efficacia nella distruzione dello stato sociale, Tsipras si pone come un autorevole esponente della sinistra anticapitalista e antiliberista e per questo ne vediamo il valore anche simbolico.

IL NOSTRO SOSTEGNO, COME DONNE E COME FEMMINISTE, non chiede omologanti cooptazioni in percorsi maschili ma è volto ad affermare la nostra autonomia , la nostra libertà, il nostro impegno , il nostro desiderio in un’ Europa laica, solidale e accogliente.

Eleonora Baglioni, Danila Baldo, Imma Barbarossa, Clotilde Barbarulli, Anna Belligero, Giuliana Beltrame, Fausta Bicchierai, Anna Biffoli, Sarà Cammelli, Laura Cima, Ylenia Da Valle, Ada Donno, Silvia Dradi, Eleonora Forenza, Nicoletta Gini, Chiara Giunti, Anita Giuriato, Tonia Guerra, Marida Leuzzi, Gabriella Liberini, Graziella Mascia, Teresa Masciopinto, Barbara Pettine, Anna Picciolini , Nicoletta Pirotta, Chiara Prascina, Roberta Radich, Silvia Porto, Geni Sardo, Patrizia Sentinelli, Anita Sonego, Mapi Trevisani, Valentina Turba, Vanessa Turri, Beatrice Aliverti, Valentina Colli, Carla Ferrari Aggradi, Olivia Garavaglia, Francesca Moccagatta, Dalila Novelli, Francesca Pesce, Antonella Picchio, Francesca Pesce, Antonia Sani.

Per contatti: Nicoletta Pirotta ( nicoletta.pirotta Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E’ necessario abilitare JavaScript per vederlo. )

L’arte, ricchezza umiliata a partire dalla scuola

-di Claudia Gaudenzi-

Italo Calvino diceva: “Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”. Qualche settimana fa è circolata la notizia dell’abolizione nelle scuole dell’insegnamento della Storia dell’Arte; questa notizia è falsa: in realtà è stato solo stato bocciato un emendamento che prevedeva la reintroduzione delle ore di Storia dell’Arte come prima della famosa Riforma Gelmini, frutto di una raccolta di firme depositata a fine ottobre. L’ex ministro dell’Istruzione infatti, aveva stabilito nel 2008 una serie di tagli alle discipline artistiche: negli Istituti Professionali, Tecnici e delle Scienze Umane la disciplina è scomparsa, mentre è stata abolita, ma solo nel biennio, al Liceo Classico e all’Istituto Professionale Turistico. La riduzione delle ore è stata significativa in particolare nei Licei Artistici, dove in media sono state tagliate 5 ore a settimana. Quindi, anche se non è vero che la Storia dell’Arte è uscita dalle nostre scuole, è sicuramente vero che è stata drasticamente ridimensionata.

Vorrei far riflettere su una questione: è normale che in un Paese che detiene oltre il 50% del patrimonio culturale mondiale, con ben 6.000 siti archeologici, 4.700 musei, 46.000 beni architettonici vincolati, 44 siti patrimonio mondiale dell’Unesco (per non parlare delle nostre città e dei nostri borghi), si possa tagliare l’insegnamento della materia che riguarda tutto questo? Senza tener conto oltretutto che il 15,3% del Pil nazionale dipende dal patrimonio culturale nazionale. È possibile che i giovani italiani non studino adeguatamente o per niente la realtà che li circonda?

Credo che in Italia non solo questo sia inammissibile, ma sono convinta anzi che la Storia dell’Arte dovrebbe essere il pilastro della nostra formazione. Non possiamo essere tutti formati allo stesso modo, la nostra peculiarità va tutelata e non a discapito delle cosiddette discipline tecniche, ma a supporto di queste! Continuare su questa linea di tagli all’Arte, alla sua tutela e al suo insegnamento, è fortemente negativo anche tenendo conto della crisi economica che stiamo attraversando; dovremmo valorizzare, proteggere e incentivare i nostri punti di forza, non metterli in secondo piano! Un’attenzione al nostro patrimonio artistico e culturale insomma, a partire dalla formazione, potrebbe avere rilevanza non solo sull’educazione storica e civica degli studenti, ma anche sul piano economico e occupazionale. Questo è il paese dei Beni Culturali per eccellenza, ma spesso ci accorgiamo che all’estero conoscono la nostra Arte meglio di noi! Gli stranieri sanno bene cosa c’è in Italia e quale immenso valore abbia il nostro patrimonio, ma come al solito i nostri dirigenti sono sordi e ciechi di fronte a tutto questo. Nel migliore dei casi essi sono incompetenti, nel peggiore sono in malafede.

Se Pippo non lo sa…

Caro Giuseppe Civati,

proprio perché sono d’accordo sulla sostanza del Suo post – come su tanti Suoi post – vorrei dirle che trovo un po’ ingiusto quello che scrive, a mo’ di premessa, a proposito della Lista Tsipras. La lista è nata, Lei lo sa bene se ha letto il manifesto, con il deliberato proposito di non ripetere passate e infelici esperienze di accordi verticisti fra partiti della sinistra radicale: cosa di cui persone come Paolo Ferrero sono ben coscienti. È nata come lista autonoma dai partiti, cui sono invitati a aderire tutti i cittadini e militanti politici che ho chiamato «europeisti insubordinati». Non riproduce l’esperienza della lista Ingroia. Ha come soggetti protagonisti 6 promotori-garanti che non militano in partiti della sinistra radicale classica (il 7 febbraio si è aggiunto al comitato promotore lo stesso Alexis Tsipras). La lista è appoggiata naturalmente dalla sinistra radicale, un po’ troppo presto e troppo riduttivamente etichettata come soggetto «frazionista» (un’adesione e partecipazione più che ovvie, dal momento che Tsipras è stato scelto come candidato anche dalla Sinistra europea), ma le adesioni di cittadini e movimenti di base e protagonisti politici vanno ben oltre questo recinto: anche Sel sta mostrando di voler aderire, il che vuol dire che la nostra platea è ben più ampia di quella che Lei descrive.

Tanto autonoma dai partiti è la lista che non pochi ci rivolgono accuse antitetiche alla Sua: ci accusano di antipartitismo, di intellettualismo. Un sospetto che non cambia alcune nostre convinzioni di fondo ma che certamente discuteremo fra noi, perché critiche di questo genere non vengono solo da chi milita nella sinistra radicale e in Sel, e perché la dialettica e lo scambio di pareri vivifica comunque e sempre dibattiti e avventure politiche che hanno la democrazia come bussola.

Detto questo, è chiaro che votando Tsipras candidato alla Presidenza della Commissione si prende l’impegno di stare a suo fianco nel Parlamento europeo: non ci si può fare eleggere sotto il suo nome per trasmigrare poi nel gruppo socialista di Schulz. Ma c’è un punto su cui Tsipras e anch’io siamo fermi: l’adesione al Gue, nel Parlamento di Strasburgo, "non costituisce una pregiudiziale". Non tutto il Gue è favorevole alla linea europeista di Tsipras, e raggruppamenti di "indipendenti" sono possibili e probabili, nel caso di successo elettorale. È quanto mi ha assicurato espressamente il leader di Syriza. Aggiungo da parte mia che il rafforzamento di chi si colloca a sinistra dei socialisti incoraggerà al tempo stesso l’evoluzione del Gue e quella del gruppo Schulz: renderà più difficile, si spera, la tradizionale Grosse Koalition fra Socialisti e Popolari, molto immobilista purtroppo quando sono in gioco la trasformazione democratica dell’Unione, le sue terapie anti-crisi, la sua chiusura a eurobond o a Piani Marshall dell’Unione o a un Parlamento costituente. Lo scompigliarsi di vecchi equilibri nel Parlamento di Strasburgo non può che rendere più feconda la democrazia europea. E quando parlo di scompigliamento ho in mente discussioni, che potrebbero rivelarsi molto proficue in vista di un’alternativa a Grandi Intese europee, fra parte del Gue, eletti di Tsipras, Verdi, parte dei socialisti e anche (dopo l’elezione dell’ottimo e federalista Guy Verhofstadt) liberali.

A conferma dell’accordo di fondo che esiste tra noi, ricordo la battaglia che Lei ha fatto, in sintonia con quanto ho scritto su «Repubblica» qualche tempo fa, contro l’Europorcellum e la soglia troppo alta del 4 per cento, che prima dell’accordo Veltroni-Berlusconi non esisteva. Per aiutare chi ci siamo battuti contro l’Europorcellum, se non per facilitare l’ingresso nel Parlamento europeo di liste come la nostra, o di liste che si sentono ingiustamente e in partenza condannate come Green Italia?

Se lo ritiene utile per la dialettica e la chiarezza, può pubblicare questa mia lettera personale nel suo blog.

Un caro saluto, e un grande augurio per la battaglia che conduce nel Pd . Un’ultima cosa ancora: certo mi sarebbe piaciuto molto chiederle l’adesione alla nostra lista, ma immaginavo una scelta simile impossibile per lei… o forse non è impossibile?

Barbara Spinelli

(Micromega – 10 febbraio 2014)

Per rimettere in moto l’intelligenza collettiva

- di Franco (Bifo) Berardi

Con Tsipras

Alexis Tsipras rappresenta la resistenza della società greca contro l’aggressione finanziaria, e questa è per me una motivazione sufficiente per dichiarare il mio appoggio alla lista che si presenta a suo nome alle elezioni europee, e per andarlo a votare.

Ma quale scopo si prefigge questa lista? Se alle elezioni otterremo soltanto un pronunciamento della minoranza senile e tardo-gauchista (di cui faccio parte) a favore dell’unico giovane politico europeo che non sia moralmente corrotto e intellettualmente conformista, non sarà un grande risultato.

Perciò assumendo l’impegno a costruire le condizioni culturali e politiche per un’affermazione di questa lista, dobbiamo ragionare sugli scenari che una campagna per Tsipras può aprire, agli effetti di ricomposizione culturale e sociale che si possono ottenere.

Non ho alcuna fiducia nella democrazia rappresentativa. E’ ormai senso comune lo svuotamento delle istituzioni democratiche di fronte agli automatismi del capitale finanziario. D’altra parte l’Unione europea è costitutivamente un’autocrazia finanziaria, dal momento che le decisioni della Banca centrale europea sono sottratte alle deliberazioni del Parlamento. Dunque perché mobilitarsi, perché votare?

La società europea è depressa, disgregata, rabbiosamente aggressiva. La campagna per Tsipras deve comunicare la possibilità di un processo unitario di solidarietà e di rivolta, di insolvenza e di indipendenza della vita quotidiana dalla dittatura finanziaria.

Oppure non servirà a niente.

Il processo di disgregazione dell’Unione europea è ormai troppo avanzato per poterlo fermare. Gli egoismi identitari eccitati dalla violenza finanziaria sono destinati a produrre i loro effetti devastanti. Non illudiamoci.

La lista Tsipras può essere l’inizio di un processo di ricostituzione dell’Unione oltre la presente catastrofe, può riattivare un processo di solidarietà sociale e creare le condizioni per una ricomposizione culturale che vada oltre la crisi attuale, per una ridefinizione strategica dell’unione europea.

Il problema non è l’euro

Sempre più frequentemente, in Italia come altrove, si levano voci a favore dell’uscita dall’euro. E’ un’illusione pericolosa, anche se nasce da motivazioni ben comprensibili: l’unione monetaria europea ha sospeso la democrazia per imporre misure che la maggioranza respinge, e impoverito la vita di milioni di persone. Da quando esiste l’euro il salario è dimezzato, la spesa pubblica ridotta in maniera drastica, la disoccupazione cresciuta a livelli mai visti prima, mentre l’orario di lavoro non ha più limiti. D’altra parte questo non è che l’inizio, poiché gli effetti del fiscal compact e l’implacabile determinazione austeritaria sono destinati a spingere nella miseria una parte crescente della popolazione, con gli effetti politici che già si vedono: disfacimento della democrazia, disgregazione della solidarietà sociale, crescita dell’aggressività identitaria, nazionalista, razzista.

Solo una visione assai miope può indurci a pensare che la causa della catastrofe sia l’unione monetaria europea, per cui sarebbe risolutiva l’uscita dall’euro, con il ritorno alle monete nazionali. La nascita dell’euro e la deriva finanziarista dell’Unione europea non sono spiegabili se non nel contesto della mutazione del capitalismo globale. Perciò occorre risalire a scelte che furono compiute un po’ prima dell’avvento dell’euro, e su un piano che non è soltanto monetario. Dobbiamo risalire alla condizione radicalmente nuova che si aprì alla fine degli anni ’70 per effetto di due fattori convergenti: la lunga ondata di lotta operaia che aveva provocato una distribuzione del reddito a favore dei lavoratori, e l’immensa rivoluzione tecnologica prodotta dalle tecnologie digitali.

Occorre risalire a quella congiunzione, occorre ripensare l’alternativa che in quel momento si aprì, e occorre ricostruire i passaggi successivi che hanno reso possibile la controffensiva capitalistica di cui oggi vediamo gli effetti.

L’appuntamento perduto

Negli anni Settanta si conclude il secolo operaio e si apre la prospettiva dell’informatizzazione di ogni attività di manipolazione fisica e semiotica della realtà: la trasformazione tecnica che ha investito il processo di produzione non è priva di rapporto con la forza politica operaia. Fu il rifiuto operaio dello sfruttamento che costrinse il capitale ad accelerare i processi di automazione del lavoro, e fu la scolarizzazione di massa e i movimenti libertari degli studenti che resero possibile l’esplosione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica.

Ma la trasformazione tecnica aprì un’alternativa che non aveva solo carattere politico e sindacale, ma disegnava due prospettive per l’evoluzione della stirpe umana: la prima era quella dell’applicazione condivisa della potenza tecnica e di una riduzione massiccia, costante, strategica del tempo di lavoro. La seconda era quella di una gestione capitalistica unilaterale dell’innovazione tecnica e di un attacco globale alle condizioni del lavoro, con riduzione dell’occupazione, delocalizzazione e riduzione generalizzata del salario e della quota di ricchezza destinata al bene sociale.

Dal momento che grazie all’innovazione tecnologica il tempo di lavoro necessario diminuiva (e non smette di diminuire) si crearono le condizioni per liberare tempo dal lavoro, così da destinarlo all’autocura, all’educazione, al perseguimento della felicità. Oppure si poteva usare la tecnologia per cacciare masse crescenti nella disoccupazione e ricattare i lavoratori riducendo il salario complessivo.

Sappiamo quale strada è stata scelta o meglio imposta alla società. Il movimento operaio, culturalmente subalterno all’ideologia lavorista e incapace di comprendere l’effetto potenzialmente liberatorio delle nuove tecnologie, vide in queste soltanto un pericolo, salvo ipocritamente esaltarle senza capirle, e scelse la difesa del posto di lavoro e della composizione esistente del lavoro. Da quel momento il movimento operaio divenne forza di conservazione incapace di resistere alla trasformazione tecnica di cui il capitale divenne il solo beneficiario.

Aggressività del capitale e subalternità delle sinistre resero possibile una generale deregulation che significava al contempo accoglimento della potenza trasformativa delle tecnologie ed eliminazione delle difese legali e sindacali che proteggevano la società.

La tecnologia è stato il fattore decisivo della trasformazione sociale planetaria negli ultimi decenni, non la politica. Ma la politica, che avrebbe potuto scegliere di assecondare la tecnologia favorendo una redistribuzione sociale dei suoi effetti, rinunciò a rivendicare una riduzione e redistribuzione del tempo di lavoro necessario e della ricchezza. Rinunciò così all’unica misura che avrebbe reso possibile una condivisione dell’arricchimento derivante dalla potenza dell’intelligenza tecnico-scientifica.

L’assolutismo finanziario

A partire dagli anni Ottanta si sono così create le condizioni dell’attuale assolutismo del capitale: smantellamento delle regolazioni di protezione dei lavoratori e del territorio, privatizzazione dei servizi sociali, globalizzazione del mercato del lavoro e precarizzazione.

Quando il processo di globalizzazione integrò enormi settori di nuova forza lavoro nel ciclo di produzione industriale mentre crollava il socialismo totalitario, i lavoratori delle economie emergenti potevano vedere nel modello europeo un esempio di redistribuzione della ricchezza e di contenimento dello sfruttamento.

La sinistra europea a quel punto si trovò di fronte ad un’alternativa: assumere il ruolo di esempio per i lavoratori dei paesi di nuova industrializzazione, facendo della riduzione del tempo di lavoro il tema unificante su scala mondiale, oppure integrarsi al modello neoliberista e mettersi al servizio delle politiche monetariste di finanziarizzazione. La sinistra europea subì il mantra della competitività in modo subalterno e si destinò così a una disintegrazione irreversibile.

Dopo gli accordi di Maastricht e poi con la creazione dell’euro il ceto finanziario globale ha portato a termine la distruzione del modello europeo e ha posto le condizioni per la deflagrazione del progetto politico dell’unione. Il capitalismo finanziario globale ha usato l’architettura monetaria dell’euro per sottomettere le dinamiche sociali e la crisi seguita al 2008 ha accelerato questa sottomissione facendo del debito la leva per l’attacco. Ma la logica monetaria sottende un processo più profondo: la deterritorializzazione del capitale resa possibile dalle tecnologie di rete ha modificato la natura del capitalismo. La borghesia industriale del passato aveva interessi fortemente territorializzati: i profitti dipendevano dalla crescita sociale complessiva. Il capitalista aveva bisogno di una comunità di consumatori e l’arricchimento della classe proprietaria non poteva prescindere dal benessere della società. Il progresso dell’economia di profitto era parallelo al progresso della società complessiva. Questo non è più vero.

La macchina del capitalismo finanziario deterritorializzato non risponde più alla vecchia logica progressiva del capitalismo industriale perché l’incremento dei profitti finanziari non dipende dall’arricchimento complessivo della società, ma dalla sistematica predazione delle risorse sociali: privatizzazione della sfera pubblica, appropriazione finanziaria delle risorse comuni. Il sistema bancario produce debito, lo trasferisce alla società e la macchina politica si incarica di trasferire ricchezza dalla società verso il sistema bancario, surrettiziamente trasformato in beneficiario della predazione.

Se l’accumulazione industriale dipendeva dall’estrazione di plusvalore dal lavoro operaio, l’accumulazione finanziaria contemporanea sembra piuttosto dipendere da un minus-valore, dalla predazione sistematica di ciò che la società produce, senza alcun incremento del bene pubblico.

L’arricchimento della classe finanziaria (che procede imperterrito perfino negli anni più neri di recessione e di crisi) non può avvenire che al prezzo di un impoverimento della società.

Il superamento della crisi del 1929 o della stagflazione degli anni ’70 comportava una riattivazione della crescita e una distribuzione (per quanto diseguale e iniqua) del valore prodotto. I lavoratori partecipavano alla ripresa economica: l’occupazione aumentava, i salari crescevano, la quota di reddito destinata al lavoro rimaneva stabile, o addirittura cresceva come accadde negli anni ’60.

Ora non è più così. La formula jobless recovery è un ipocrita mascheramento della realtà: la fuoriuscita dalla recessione e l’incremento della produttività non comportano assolutamente un aumento dell’occupazione, e meno che meno un progresso salariale. Al contrario, la ripresa si fonda proprio su aumento del tempo di lavoro e riduzione dell’occupazione. Più disoccupati, più miseria, più sfruttamento, quindi più profitti.

La dissociazione tra il destino della macchina finanziaria e il destino della società è totale, perché il solo modo di arricchirsi della macchina finanziaria consiste nell’impoverire la società.

L’euro è stato lo strumento per l’imposizione di questo modello predatorio. Il problema dunque non è uscire dall’euro, ma uscire dal modello predatorio del capitalismo finanziario. Uscire dall’euro significherebbe accelerare la fine del progetto politico europeo senza mettere in questione le vere cause dell’impoverimento della società.

Ma chi ha la forza per fermare o rovesciare la dinamica predatoria finanzista? Un movimento solidale dei lavoratori europei potrebbe farlo, ma la precarizzazione sta distruggendo ogni tessuto di solidarietà, e sul piano politico si sgretola il consenso di cui godeva l’Unione europea fino a pochi anni fa. Lo sgretolamento politico d’Europa è all’orizzonte, come indica la crescita di forze nazionaliste in molti paesi del continente. Se FN diventa partito di maggioranza alle prossime elezioni francesi l’Unione europea non esiste più.

A partire da Tsipras

In questo contesto nasce la proposta della lista Tsipras. Questa lista può creare le condizioni per la ricostruzione di lungo periodo della solidarietà sociale, e per riaprire il discorso sul carattere progressivo della tecnologia, sull’alleanza tra lavoro cognitivo e società, sul reddito di cittadinanza e sulla riduzione del tempo di lavoro sociale.

Un’affermazione strepitosa della lista Tsipras alle elezioni di maggio è la condizione per rimettere in moto l’intelligenza collettiva, per ricollegare intelligenza e solidarietà, per diradare la nebbia depressiva in cui sembra vagare la mente collettiva.

Franco “Bifo” Berardi – febbraio 2014