La nostra libertà reale

di TOMMASO ROSELLI

Che cos’è la libertà? Cosa significa questa parola bellissima ma spesso corrotta? Ritengo valide queste definizioni: la condizione di assenza di soggezione o sottomissione al dominio, all’autorità altrui (libertà da, negativa) e la possibilità di scegliere autonomamente, senza costrizioni (libertà di, positiva), in parole povere non avere nessun padrone e poter decidere della propria vita.

I socialisti e i comunisti libertari vogliono la libertà per tutte e tutti, e la vogliono effettiva, reale, non quella formale delle false democrazie d’occidente! Per questo la libertà per noi è legata indissolubilmente e non è separabile dalla giustizia sociale, possibile unicamente in un sistema socialista, tendenzialmente egualitario a livello economico.

Il socialismo è la condizione necessaria della libertà effettiva per tutti e tutte, ed è la libertà dalla povertà e dallo sfruttamento.

Quindi i socialisti ed i comunisti libertari sostengono una inversione di tendenza nelle politiche economiche attuate dai vari governi affamatori, di centrodestra o centrosinistra, che stanno realizzando il piano liberista di privatizzazione ed erosione dello stato sociale conquistato dai lavoratori con la lotta; e vogliono la fine dell’austerità.

Attualmente il genere umano è in grado di eliminare la sete e la fame nel mondo, ma questo non interessa ai padroni del mondo, sempre più avidi di ricchezze… Il problema dell’ambiente naturale, che stiamo saccheggiando e inquinando senza ritegno, con il rischio di danneggiare irreparabilmente l’equilibrio biologico del pianeta, e la possibilità di una nuova guerra mondiale, rendono la nostra lotta ancora più urgente e necessaria perché sosteniamo la pianificazione dell’economia a livello mondiale, come via d’uscita a queste due possibili catastrofi.

Inoltre ribadiamo la necessità di un movimento anticapitalista coordinato internazionalmente.

Il destino dell’umanità è inscindibile da quello dell’ecosistema terrestre, di cui essa è parte integrante, ed in cui tutto è interconnesso. Dobbiamo assolutamente salvaguardarlo e combattere per il disarmo nucleare, per evitare la possibilità di un olocausto atomico su scala mondiale.

La lotta al razzismo è un’altra priorità perché esso indebolisce gli oppressi, dividendoli e fomentando le guerre fra poveri. L’emigrazione è un fenomeno di proporzioni mondiali, causata in primo luogo dagli squilibri economici creati dal sistema capitalista globalizzato, e dalle guerre che hanno anch’esse cause principalmente economiche. Il processo di globalizzazione economica e culturale è l’erede del colonialismo e della sua ideologia razzista.

Il potere sarà un male necessario ancora per molto tempo, o forse per sempre, sarà la Storia a deciderlo… Ci vorranno generazioni perché l’essere umano, condizionato dai rapporti sociali e dall’ideologia del capitalismo, raggiunga la necessaria autonomia per farne a meno, per liberarsene, o forse ci dovrà essere sempre una sanzione di qualche tipo per far sì che leggi, in questo caso ancora necessarie, vengano applicate. Attualmente si tratta di redistribuire il potere, decentrarlo e collettivizzarlo; stabilire sanzioni che siano rieducative, e combattere gli abusi.

E’ un golpe, fatto con le banche invece dei carriarmati!

di YANIS VAROUFAKIS

Nelle prossime ore sarò in parlamento per valutare gli effetti legislativi del recente accordo dell’Eurosummit sulla Grecia. E non vedo l’ora di ascoltare di persona i miei compagni Alexis Tsipras e Euclide Tsakalotos, che sono stati così tanto coinvolti negli ultimi giorni. Nel frattempo, ecco le mie prime impressioni suscitate dalle decisioni del vertice europeo.

  • Un nuovo Trattato di Versailles affligge l’Europa. Avevo già usato questa espressione nella primavera del 2010, per descrivere il primo “salvataggio” greco predisposto allora. Se l’allegoria era pertinente in quel momento, lo è oggi ancora di più.
  • Mai prima d’ora l’Unione Europea aveva preso una decisione così destabilizzante per il progetto di integrazione europea. I leader dell’Europa, trattando in quel modo Tsipras e il nostro governo, hanno dato un colpo decisivo al progetto europeo.
  • Il progetto di integrazione europea è stato davvero ferito mortalmente negli ultimi giorni. E come dice giustamente Paul Krugman, checché se ne pensi di Syriza o della Grecia, non sono stati né i greci né Syriza ad uccidere il sogno di un’Europa unita e democratica.
  • Già nel ’71 il famoso economista di Cambridge Nick Kaldor aveva avvertito che fare l’unione monetaria prima di quella politica avrebbe portato non solo al fallimento della moneta unica, ma anche alla distruzione del progetto politico europeo. Più tardi, nel 1999, il sociologo anglo-tedesco Ralf Dahrendorf ammoniva che l’unione economica e monetaria avrebbe diviso l’Europa anziché unirla. In tutti questi anni ho sperato che avessero torto, ma il potere reale che sta a Bruxelles, a Berlino e a Francoforte ha cospirato per dimostrare che avevano proprio ragione.
  • L’accordo di ieri mattina si può leggere come un documento che mette nero su bianco le condizioni di resa della Grecia. Un documento interpretabile come il riconoscimento da parte della Grecia di essere diventata un vassallo dell’Eurogruppo.
  • Questo accordo non ha nulla a che fare con l’economia, e nemmeno con un piano di riforme capaci di tirare fuori la Grecia dal pantano. E’ una manifestazione pura e semplice della politica di umiliazione che è in atto. Perfino chi detesta il nostro governo deve riconoscere che la lista di richieste dell’Eurogruppo rappresenta un clamoroso allontanamento dalla decenza e dalla ragione.
  • L’accordo sancisce il completo annullamento della sovranità nazionale, senza peraltro aver messo al suo posto nessun corpo politico sovranazionale e veramente europeo. Tutti gli europei, anche quelli a cui della Grecia non importa nulla, dovrebbero stare in guardia.
  • I media spendono parecchia energia interrogandosi se le Condizioni di Resa saranno approvate dal parlamento greco, ed in particolare se i deputati come me indicheranno la linea e voteranno a favore di queste importantissime leggi. Non credo che sia questo il più interessante dei problemi. La questione cruciale è un’altra: ha l’economia greca qualche possibilità di riprendersi a queste condizioni? Questo sarà l’oggetto delle mie preoccupazioni nelle prossime ore. L’angoscia più grande è che nemmeno una resa completa da parte nostra possa evitare un ulteriore avvitamento della nostra interminabile crisi.
  • Il recente Eurosummit non è altro che l’epilogo di un golpe. Nel 1967 i poteri stranieri usarono i carri armati per mettere fine alla democrazia greca, mentre nel 2015 quei poteri realizzano il colpo di stato usando le banche invece dei tanks. L’unica differenza economica è che mentre nel 1967 la proprietà pubblica non era stata messa sotto tiro, oggi i poteri autori del golpe reclamano la liquidazione di ciò che rimane del settore pubblico, per metterlo al servizio di un debito insostenibile e non rimborsabile.

Il nostro NO è una speranza democratica per tutta l’Europa

– di YANIS VAROUFAKIS

Lo scorso 25 gennaio abbiamo ridato dignità al popolo greco. Nei 5 mesi successivi siamo diventati il primo governo che abbia osato alzare la voce, in nome del suo popolo, per dire NO alla dannosa irrazionalità del cosiddetto programma di “salvataggio”.

Noi affermiamo che i cosiddetti salvataggi della Grecia non sono altro che operazioni il cui scopo è trasferire perdite private sulle spalle dei greci più deboli, prima di essere trasferiti sugli altri contribuenti europei. Alle questioni che per la prima volta in Europa abbiamo posto, non è stata data alcuna risposta. Abbiamo avanzato proposte tecnicamente praticabili e per nulla estremiste, che rimuoverebbero la necessità di ulteriori “salvataggi”. Abbiamo confinato la troika nel suo covo di Bruxelles. Abbiamo smascherato le cause della crisi greca puntando il dito contro le politiche volutamente recessive dell’Europa. Ed abbiamo lanciato la speranza, oltre i confini della Grecia, che la democrazia possa respirare anche dentro un’unione monetaria dominata dalla paura.

I nostri due obiettivi erano: 1) mettere fine a questa austerità interminabile e autodistruttiva; 2) ristrutturare il nostro debito. Ma questi erano anche i bersagli dei nostri creditori. Dal momento della nostra vittoria elettorale i poteri forti hanno cospirato per affossare le banche greche. Il loro obbiettivo? Umiliare il nostro governo costringendoci a soccombere alla tagliola dell’austerità e trascinarci in un accordo che non comporti nessuna sostanziale ristrutturazione del debito.

L’ultimatum è stato lo strumento per raggiungere questi obbiettivi. Ma con il referendum il popolo greco ha rispedito al mittente questo ricatto, nonostante il vero e proprio terrore che i media dell’oligarchia dominante hanno sparso a piene mani, notte e giorno, nelle case dei cittadini. Il referendum ha mandato una forte segnale per un accordo davvero equo e paritario tra la Grecia e i suoi partner europei, che sia vantaggioso per entrambi.

Dobbiamo rispondere agli elettori greci con un positivo approccio nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, il quale ha appena pubblicato un utile rapporto che conferma l’insostenibilità del debito pubblico del nostro Paese; della Banca Centrale Europea, il cui Consiglio nelle scorse settimane ha rifiutato di assecondare le voci più aggressive al suo interno: e alla Commissione Europea, la cui leadership ha continuato a lanciare ponti sopra l’abisso che separa la Grecia da alcuni dei dei suoi partner.

Il nostro NO è un enorme, grandissimo SI’ ad un’Europa democratica.

E’ un NO ad una visione miope di un’Eurozona che funziona come una gabbia di ferro per i suoi popoli.

E’ invece un SI’ forte e chiaro ad una visione dell’Eurozona capace di offrire una prospettiva di giustizia sociale e di prosperità condivisa per tutti gli Europei.

Perché bisogna votare NO

di Yanis Varoufakis

  1. Negotiations have stalled because Greece’s creditors (a) refused to reduce our un-payable public debt and (b) insisted that it should be repaid ‘parametrically’ by the weakest members of our society, their children and their grandchildren
  2. The IMF, the United States’ government, many other governments around the globe, and most independent economists believe — along with us — that the debt must be restructured.
  3. The Eurogroup had previously (November 2012) conceded that the debt ought to be restructured but is refusing to commit to a debt restructure
  4. Since the announcement of the referendum, official Europe has sent signals that they are ready to discuss debt restructuring. These signals show that official Europe too would vote NO on its own ‘final’ offer.
  5. Greece will stay in the euro. Deposits in Greece’s banks are safe. Creditors have chosen the strategy of blackmail based on bank closures. The current impasse is due to this choice by the creditors and not by the Greek government discontinuing the negotiations or any Greek thoughts of Grexit and devaluation. Greece’s place in the Eurozone and in the European Union is non-negotiable.
  6. The future demands a proud Greece within the Eurozone and at the heart of Europe. This future demands that Greeks say a big NO on Sunday, that we stay in the Euro Area, and that, with the power vested upon us by that NO, we renegotiate Greece’s public debt as well as the distribution of burdens between the haves and the have nots.

Trad. di Giancarlo Iacchini:

1. La trattativa si è bloccata perché i creditori della Grecia si rifiutano di ridurre il nostro insostenibile debito pubblico e insistono nel farlo pagare ai membri più deboli della nostra società, ai loro figli e ai loro nipoti.

2. Il Fondo Monetario, il governo americano e molti altri governi in giro per il mondo, nonché i più importanti tra gli economisti indipendenti, sono convinti – d’accordo con noi – che il debito greco vada ristrutturato.

3. L’Eurogruppo aveva ammesso (nel novembre del 2012) che il debito andava ristrutturato, ma ora si rifiuta di procedere il tal senso.

4. Dal momento dell’annuncio del referendum, le autorità europee hanno lanciato segnali di disponibilità in merito ad una discussione sulla ristrutturazione del debito. Ciò dimostra che anche loro voterebbero NO alla loro offerta “finale”.

5. La Grecia resterà nell’euro. I depositi nelle nostre banche sono sicuri. I creditori hanno scelto la strategia del ricatto basata sulla chiusura delle banche. L’attuale impasse è dovuta a questa scelta dei creditori e non al governo greco che non vorrebbe più trattare e penserebbe alla “Grexit” ed alla svalutazione. Il posto della Grecia nell’Eurozona e nell’Unione Europea non è negoziabile.

6. Il futuro richiede una Grecia orgogliosa dentro l’Eurozona e nel cuore dell’Europa. E questo stesso futuro richiede che i greci dicano un grande NO domenica prossima; dicano che noi vogliamo restare nell’euro e che, con il potere che quel NO ci darà, rinegoziare il debito pubblico così come la ridefinizione dei confini tra i possidenti e i non possidenti.

Quelle assurde ricette sulla Grecia

di GIOVANNI TORRISI

1. Le regole che vengono proposte e imposte da Bruxelles non sono "neutre" e neppure finalizzate a "rimanere nella comunità Europa". Sono regole fatte a uso e consumo degli stati più potenti. Rispecchiano un certo modo di fare business e di organizzare il lavoro e la vita. Per esempio promuovendo una moneta relativamente debole, rispetto alle considerazioni strutturali di paesi come la Germania.

2. Le "riforme" richieste dalle Troike (per brevità) sono tutte finalizzate ad uno spostamento liberista dell’orizzonte di riferimento europeo. Così quando scrivo compressione dei diritti dei lavoratori, mi riferisco al potere negoziale sempre più ridotto nei confronti del capitale, stipendi che si comprimono, e di conseguenza un potere d’acquisto che, di giorno in giorno, si riduce. Il sorgere dei cosiddetti contratti spazzatura o minijobs, e delle assicurazioni private per la salute. Tutte "riforme" che cancellano diritti come quello alle ferie, alla salute, allo stipendio corrispondente al lavoro svolto, alla pensione. E potrei continuare a lungo. Con una compressione del welfare obbligata che è ovvia e scontata in una prospettiva thatcheriana, ma che dovrebbe far accapponare la pelle a chiunque, pur lontanamente, voglia sentirsi a sinistra (altro che spese militari).

3. Ci si è ficcati in una situazione in cui i paesi membri NON possono più scegliere né la politica economica (stretti dai patti di stabilità) né quella monetaria (che viene decisa da un organismo tecnico come la BCE).

4. La logica vorrebbe che ci fosse un indirizzo politico comune europeo, magari democratico, che servisse a orientare l’orizzonte di senso del continente unito. Così da apportare le necessarie redistribuzioni di risorse e programmare una divisione funzionale delle attività in Europa. Tutto ciò dovrebbe essere fatto tenendo in mente L’INTERESSE COMUNE EUROPEO e da istituzioni politiche (se non democratiche).
In questo contesto, non potrebbe essere possibile mandare in default un paese membro, così come non è possibile espellere la Sicilia da sistema Italia. O la California (che già andò in default) dagli Stati Uniti.
Questa situazione avviene IN TUTTE LE PARTI DEL MONDO IN CUI C’E’ UNA MONETA COMUNE DI SUCCESSO, cioè che non sia finita nell’oblio o in guerra civile.

5. Come conseguenza dei punti precedenti, ci si ritrova invece in un contesto in cui alcuni paesi (nord Europa, per brevità) beneficiano dell’attuale status quo, anche attraverso prestiti interessati a tassi di interesse gonfiati. Mentre altri paesi (i PIIGS, acronimo da cui è facile evincere lo spirito con cui i vari attori si siedono ai tavoli) stretti da un’austerità che non scelgono, vincolati da norme fatte a beneficio di altri, ed impossibilitati a fare politica economica e monetaria a loro utile, patiscono.

Tra i PIIGS (sempre per brevità, e riferendomi alle classi dirigenti, non ai paesi in sé) c’è una ulteriore divisione. C’è chi abbozza. Ansiosi di "fare i compiti", e risultare i primi della classe. Così la Spagna di Rajoy (ma non quella di Podemos) e l’Italia di Renzi. C’è chi invece sta cercando di proporre un’Altra Europa. Un’Europa che ricordi la lezione dei padri costituenti e si fondi su solidarietà e istituzioni democratiche. Come, appunto Tsipras in Grecia. Ma non, per esempio, Samaras.

Imporre a questi paesi altra austerità significa soltanto condannarli ad una infinita depressione economica. E alla povertà perenne. E su questo sono d’accordo tutti gli economisti. I migliori economisti. Non i contabili dell’Europa del nord, certo, interessati a difendere uno status quo che li avvantaggia.

6. Come ulteriore conseguenza dei punti precedenti, è assurdo imputare a Tsipras, che governa da 5 mesi, la responsabilità di un eventuale default greco e di una crisi che è del sistema-Europa prima di tutto. Non ha proprio senso. Se anche lui avesse fatto nei 5 mesi in carica tutte "le riforme" di cui al punto 2, e che non voleva fare per ovvi motivi ideologici e perché essenzialmente negativi per l’economia della Grecia, si sarebbe soltanto allungata l’agonia. In uno o due anni ci si sarebbe ritrovati (ci si ritroverà) esattamente al punto di partenza, con un’altra crisi euro-greca. Proprio perché le ricette imposte SONO SBAGLIATE.

Le riforme che è necessario fare sono quindi prima di tutto europee e sono strutturali ed istituzionali.

La lettera di Tsipras al popolo greco (e a chi crede nella democrazia e nell’autodeterminazione dei popoli)

«Greche e greci, da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi. In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.

Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e greci, in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco. Poche ore fa si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità. Domani si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma di aiuti per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e greci, a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di democrazia alla comunità europea e internazionale. E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia. E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.

Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.

Per la sovranità e la dignità del nostro popolo».

Alexis Tsipras

http://fascinointellettuali.larionews.com/esclusivala-grecia-va-al-referendum-testo-integrale-della-lettera-tsipras/

(lettera tradotta da Aurelio Lentini e Amalia Kolonia)

Una giornata all’Expo

Forse un caldissimo sabato di giugno non era il momento migliore per andare all’Expo. Ma partiamo dall’inizio. Volevo davvero che mi piacesse. Adoro Milano e quando sono arrivato in città dopo alcuni mesi d’assenza tutto sembrava effervescente e nuovo. Prometteva bene.

Era questo l’effetto Expo di cui la gente parlava? Avevo letto molte cose al riguardo, fin da quando la candidatura era stata accettata. Speravo che questo accadesse: non sono esattamente un sostenitore dei No Expo.

Per questo ho diligentemente pagato i miei 34 euro per l’ingresso, gli 8,80 euro del biglietto andata e ritorno e sono partito.

Tutto sommato, però, è stata un’esperienza difficile e il mio umore si è incupito con il passare del tempo. Tanto che alla fine… Be’, non guastiamo la storia prima di cominciare.

Prima impressione. Il viaggio è stato facile, veloce e non troppo caro. Seconda impressione. Un ampio viale pedonale in cemento pieno di persone in coda. È già molto caldo. Ci sono molti anziani e bambini. Niente ombra. Niente acqua. Alcune biciclette legate agli alberi (è davvero possibile che non ci sia un posto dove legare le bici? Ma davvero le biciclette non sono ammesse all’interno? Mi starò sicuramente sbagliando). La coda avanza lentamente. Molto lentamente. A dire il vero non si avanza affatto. Siamo nella cosiddetta security plaza. Pare che installeranno più tendoni contro il sole. Probabilmente non avevano pensato all’eventualità che d’estate, a Milano, potesse fare caldo.

Quanto a Pero o Rho, non si vedono proprio. Sono rappresentate solo da un’immensa stazione di treni e metropolitana.

Finalmente, eccoci dentro. Tutti cercano la grande strada principale, il Decumano. È davvero molto lunga. A malapena se ne vede la fine. Annebbiato dal calore del mattino, il lato opposto sembra lontanissimo.

Ma l’importante, a quanto pare, è percorrerlo tutto, fino in fondo. Dopo tutto è questo il motivo per cui sono qui. Ecco dunque la forma dell’Expo. Una lunga strada principale, con alcune stradine laterali. In parte sembra non ancora completata. La mappa è piuttosto difficile da seguire, quindi cammino, e osservo.

Un’esposizione di plastica

In mezzo al Decumano ci sono alcune riproduzioni in plastica di cibo: un banco del pesce di plastica, maiali di plastica (a grandezza naturale), carne di plastica, pane di plastica. Originariamente doveva esserci un lungo tavolo pieno di cibo vero, ma di tutto questo non c’è traccia.

Padiglioni a sinistra, padiglioni a destra. Alcuni rappresentano dei paesi, altri dei prodotti: Birra Moretti, Illy Caffè, Ferrero Rocher. Fuori dei padiglioni si stanno già formando le code. Ma è troppo caldo per mettersi in fila e decido di continuare a camminare, camminare e ancora camminare.

Intanto, il sospetto è confermato: non ci sono biciclette. Neanche una. Anzi, una sì, ma la guida un membro dello staff dell’Expo. Eppure il luogo è perfetto per le bici. Sarebbe piacevole usarle per andare in giro e fare delle soste. Sarebbe così facile. Eppure no, neanche una bici.

C’è molta acqua gratuita a disposizione. E questo è importante, perché fa sempre più caldo. Vado a vedere la cascina Triulzi, una piccola fattoria lombarda risistemata in modo da farla apparire bella. Al suo interno si trovano un bar e alcune toilette. Tutto qui.

Passo oltre. Alcuni padiglioni sono architettonicamente interessanti, la maggior parte invece no. La domanda che continuo a farmi è: che fine faranno dopo? Saranno semplicemente demoliti? E che ne sarà di tutti i materiali con cui sono stati costruiti?

Andiamo avanti. Entro nel padiglione del Regno Unito, che consiste in un vialetto con dell’erba di lato. Esco dal padiglione. Una volontaria mi ringrazia per la visita. La ringrazio a mia volta, in inglese.

Tutta quest’esperienza mi ricorda un po’ le feste dell’Unità e quello che ho letto delle fiere campionarie degli anni cinquanta

La visita continua. Alla mia sinistra si staglia l’orrendo padiglione russo, mentre giungo in vista dell’ancor più orrendo padiglione italiano. C’è già una lunga coda. Rinuncio e continuo a camminare. Sono poche le persone che sono già arrivate fin qui. La folla si riduce. Tutta quest’esperienza mi ricorda un po’ le feste dell’Unità e quello che ho letto delle fiere campionarie degli anni cinquanta e sessanta, o sulle Borse del turismo di Milano. Davanti al padiglione cileno c’è una distinta signora a cui stanno facendo una foto. È la presidente del Cile? Chissà. Nel dubbio facciamole una foto.

Arrivo infine al padiglione di Slow food. È bello, aperto, arioso e non ha gradini da salire. Ma al suo interno non succede niente. Volevo vedere il documentario di Ermanno Olmi, ma lo proiettano solo una volta al giorno, alle otto di sera. È solo l’una, e quindi rinuncio. Mi dispiace dirlo, ma il ristorante del padiglione di Slow food è deserto. Il McDonald’s accanto, invece, è strapieno. Nutrire il pianeta. Non c’è che dire.

È dunque arrivato il momento di mangiare. Questa parte sarà sicuramente buona. Deve esserlo, dopo tutto: il senso di tutta l’Expo è parlare di cibo. C’è uno stand del Trentino con un cartello che dice “degustazione”, intorno al quale sono in attesa molte persone. Eppure nessuno sta mangiando.

Opto per il ristorante delle Marche (i ristoranti sono organizzati per regione). Un vassoio di plastica e una piccola scodella di plastica piena di pasta scotta e fredda. Dieci euro. Sembra un po’ la mensa delle Acli. La natura surreale di questo pranzo è amplificata dalla colonna sonora: La locomotiva di Guccini (è vero, giuro). Almeno qualcuno ha il senso dell’umorismo.

Riprendo a camminare. C’è una mostra d’arte, curata da Vittorio Sgarbi: è organizzata dietro un edificio temporaneo ed è quasi impossibile da trovare. Ma vale la pena cercarla per la sua bellezza e le opere d’arte provenienti da tutta Italia, sebbene sia sul punto di andarmene quando vedo la foto a grandezza naturale dello stesso Sgarbi all’ingresso. Sembra che l’abbiano messa in un posto dove speravano non venisse nessuno, perché gli spazi espositivi sono esigui. Ma le opere sono magnifiche.

L’unica domanda è: a cosa serve tutto questo?

Mentre continuo a vagare, mi chiedo dove siano le qualità che hanno fatto di Milano una città così importante nel novecento. Dove sono l’architettura, il design, la musica, la letteratura, la fotografia, lo sport? Gli architetti del BBPR, Gadda e Bianciardi? Dario Fo e Franca Rame? Kuliscioff e Turati? Rocco ed Herrera? Buzzati? Jannacci e Celentano? Enrico Baj? Maria Callas? E che dire di Dino Meneghin, Danilo Gallinari e Alessandro Gentile? Paolo Maldini e Sandro Mazzola? Versace e Armani? Vico Magistretti e Cini Boeri? Aldo Rossi? Giorgio Gaber? Miuccia Prada? Luchino Visconti? Elio e le Storie Tese? Giorgio Scerbanenco?

So che qui l’idea è che sia il mondo a venire a Milano, ma perché non mostrare un po’ di Milano al mondo?

Non riesco a trovare una libreria o un negozio di dischi. Ce ne sarà pure qualcuno. Ma non riesco a trovarli, quindi smetto di cercare.

L’Expo è riuscita a ignorare, o a escludere, la creatività e l’energia che è possibile trovare in tutta la città di Milano, con le sue sette università. Ci sono più cose interessanti da fare e vedere alla Settimana del mobile che nell’intero Decumano. Isolandosi dalla città, Expo ha creato una bolla che può solo scoppiare.

Vado avanti. Nel padiglione della Lombardia le spiegazioni in inglese sono diffuse ad alto volume con un accento statunitense. Non ci entro.

Continuo a camminare. La fine è vicina. Sono madido di sudore (scusate il dettaglio). Oltrepasso altri padiglioni. Dopo un po’ cominciano a sembrare tutti uguali. Nel punto in cui finiscono i tendoni, in mezzo al Decumano, la gente costeggia i lati della strada cercando riparo dal sole. L’indomani sui giornali leggerò di lunghe code per il bus fuori del sito espositivo, di svenimenti e di richieste d’intervento ai numeri d’emergenza. Ci siamo. Mi viene mostrata l’uscita. È finita. Vado a casa e mi sdraio. Mi fanno male i piedi e ho bisogno di una doccia.

C’è una sola speranza. Che le persone che vengono per l’Expo visitino anche la città e che vadano a vedere il Pirellone, la torre Velasca, il cimitero Monumentale

La vera domanda non è “come”, “cosa” e neppure “dove”, ma “perché”? A cosa serve tutto questo? Forse questo “grande evento” diffonderà informazioni sul cibo, su come viene prodotto o su come salvare il pianeta? Ne dubito. Stupirà ed emozionerà la gente con la sua architettura eclettica e le sue folli installazioni? Dubito anche di questo. Sarà una divertente gita in famiglia? Forse, ma non particolarmente divertente.

C’è una sola speranza. Che le persone che vengono per l’Expo visitino anche la città e che vadano a vedere il Pirellone, la torre Velasca, il cimitero Monumentale, il Quarto stato di Pellizza da Volpedo, la Casa della memoria e porta Nuova. Che attraversino la città su un tram sferragliante e che facciano un giro a piedi nella galleria Vittorio Emanuele.

La storia, in questo caso, è utile. Dopo Italia ‘90 è venuta tangentopoli, e gli stadi costruiti per il torneo non hanno lasciato una grande eredità: alcuni sono già stati demoliti (a Torino), mentre altri sono solo cattedrali nel deserto (a Bari).

Se la città di Milano non riuscirà a imporsi all’interno dell’Expo (o a sostituirla) allora, temo (e lo dico con la morte nel cuore), i No Expo avranno avuto ragione fin dall’inizio. E se così fosse, allora tutta questa iniziativa sarà stata un immenso spreco di denaro, energia e risorse.

John Foot (storico)

(Traduzione di Federico Ferrone)

http://www.internazionale.it/opinione/john-foot/2015/06/09/expo-visita