Basta con l’ambiguità a sinistra!

di CLAUDIO PAOLINELLI

Ho deciso di pubblicare l’intervento che avevo preparato per l’assemblea nazionale di Sinistra Italiana di sabato 16 luglio a Roma, ma che non ho avuto l’opportunità di leggere. Come accade sempre. Ogni volta un cavillo mi esclude magicamente dalla discussione, mentre il palcoscenico è sempre aperto per i soliti. Eppure dicevamo che uno vale uno. E’ evidente che c’è sempre qualcuno che è più uno di un altro.

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Quattro milioni e mezzo di italiani in povertà assoluta. Vivere in povertà assoluta significa non avere garantita una alimentazione adeguata, che non si hanno livelli di vita accettabili, significa smettere di curarsi, non avere una abitazione. Vale per Giovani, vecchi, bambini. Sono otto milioni e trecento mila quelli che invece vivono in povertà relativa. Significa fare i conti con l’affitto, le bollette, la precarietà, l’impossibilità ad accedere ai servizi, a quelli scolastici e culturali e anche a quelli sanitari.

Dodici milioni e mezzo di persone ogni giorno, anche oggi, mentre stiamo qui a discutere, fanno i conti con la dura realtà, vivendo una vita di ordinaria disumanità. Mi domando se non sia questo l’argomento principale di cui dobbiamo occuparci. Se non debba essere questo l’incubo che non ci fa dormire la notte. Lo dico da persona che prova ad occuparsi di politica, evitando di far prevalere invece il sentimento di persona arruolata nell’esercito degli 8 milioni e trecentomila poveri, perché in quel caso dovrei intervenire con molta meno pazienza, rischiando di cadere in quel plebeismo che tanto scandalizza molti di voi.

Dunque, senza tanti giri di parole, vorrei entrare nel merito della questione. Il documento di questa assemblea, già in prima lettura seppur affrettata fa intuire che è un altro ennesimo polpettone che include tutto, come i tanti già scritti, sul quale non si può che non essere tendenzialmente d’accordo. condivisibile tranne sul punto riguarda le regole congressuali. Sono infatti totalmente in disaccordo sulla eventualità di presentare al congresso un solo documento. Visto il clima non credo proprio sia possibile, a meno che si voglia continuare a non sciogliere alcun nodo.

Ma prima del congresso, io vorrei invece sapere se siamo in grado di dare delle soluzioni ai 12 milioni di poveri fotografati dall’Istat. Se abbiamo delle risposte immediate e soluzioni nel medio termine. Perché se non ce le abbiamo allora il nostro ruolo può concludersi qui. Le persone non hanno bisogno di una classe politica che sa solo lamentarsi delle ingiustizie, vogliono proposte serie, credibili, possibili, e le vogliono in tempi brevi. Vogliono almeno un progetto che possa riaccendere la speranza, anche se io credo che la speranza sia una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda, per dirla con le parole di Mario Monicelli. Ma viviamo tempi malati, un po’ di speranza, concediamoci almeno quella. Ma per infondere speranza ci vuole credibilità e noi non ce l’abbiamo.

Per formulare una proposta politica seria, bisogna avere ben chiaro quale sia il campo in cui si intende stare. L’ambiguità che ci ha contraddistinto non ha permesso altro che partorire posizioni generiche, buone per l’interpretazione di ognuno, non nell’interesse delle persone che ci pregiamo di voler rappresentare, ma per tenere buono un gruppo dirigente sempre più patetico ormai distante anni luce dal mondo reale. La stessa ambiguità che ha favorito il progressivo e inevitabile disimpegno di migliaia di compagni e compagne sui territori. Abbiamo distrutto un patrimonio inestimabile, fatto di impegno, intelligenza, dedizione. Gli sparuti compagni che ancora osano provare a fare politica nelle città nei paesi, tra la gente, sono allo sbando, abbandonati in un atmosfera che assomiglia molto l’8 settembre.

Il nostro campo è quello di chi si batte contro le politiche liberiste, di chi si mette di traverso alle politiche europee responsabili dello smisurato numero di poveri. Il nostro campo è opposto a tutti quei partiti che adottano quelle politiche, non solo economiche. In Italia e in Europa.

Cosmopolitica aveva l’ambizione di costruire la sinistra in Italia. A 5 mesi da quella assemblea costituente, non ci resta nulla se non un peggioramento delle relazioni interne. Cosmopolitica ha avuto il solo merito di creare qualche posto di lavoro grazie alla piattaforma Commo, uno strumento sicuramente più costoso che utile però. Le elezioni amministrative sono state degne del circo Barnum hanno rilevato il livello di ambiguità, di caos, e di disorganizzazione in cui versa questo progetto malnato.

È evidente che ci sono responsabilità in tutto questo. Che non si può più tacere. Che l’ambiguità deve finire.

C’è chi pensa invece di portare questa ambiguità al congresso costituente, e lì fare i conti. Non sono d’accordo! I nodi li sciogliamo prima, il congresso costituente di un partito non può diventare un terreno di scontro tra bande. È una cosa seria. A cosmopolitica si era deciso che il nuovo soggetto sarà alternativo, autonomo e non subalterno. Questo si è detto, non altro. Ma l’ambiguità che ci contraddistingue non ci permette nemmeno di stabilire e confermare questo intento basilare. Perché c’è chi ha altri progetti.

Il punto è proprio questo. C’è una parte minoritaria nel partito, ma forse maggioritaria tra il gruppo dirigente e parlamentare che quella autonomia non la vuole. Minoritaria perché basterebbe allungare l’orecchio per sentire tutto il malessere dei compagni/e dei territori. Maggioritaria, perché nel nostro partito a dettare legge sono i parlamentari, i quali invece, secondo il mio modesto parere, in un partito serio dovrebbero essere a servizio dello stesso e non al comando. A questi si aggiungono alcuni interessi localistici di pochi assessori, consiglieri, qualche sindaco, che cercano di marcare "le buone pratiche" senza considerare il panorama generale in cui si collocano.

A questi si aggiungono atteggiamenti spudorati. E’ evidente che ci sono altri dopo Gennaro Migliore e gli altri saltafossi fulminati sulla via renziana ad essere affascinati dall’idea di offrirsi come stampella “sinistra” al PD. Un nome lo voglio fare: Cecilia D’Elia la quale in barba alla posizione del gruppo dirigente nazionale di cui fa parte e del comitato elettorale romano , fregandosene che il consigliere eletto sta all’opposizione, si fa “assumere” dal PD nel II Municipio romano in qualità di assessore. Mi domando se sia stata espulsa Cecilia D’Elia dal coordinamento nazionale di SEL, se la risposta è negativa, in qualità di iscritto a SEL lo chiedo pubblicamente adesso.

Perché basta. Bisogna fermare questo gioco al massacro, stanare il gruppuscolo di guastatori e metterli nelle condizioni di scegliere il loro destino senza danneggiare quello dell’intero progetto. Bisogna smettere di usare metodi accondiscendenti. Dobbiamo prendere coscienza che l’idea di costruire un partito nuovo, grande, autonomo di sinistra è maggioranza nella nostra comunità, che bisogna difendere questa idea con i denti, senza timidezze consapevoli che uno vale uno.

È arrivato il tempo dunque per il gruppo dirigente pro-tempore e per tutti noi, di rompere l’ambiguità, di prendere posizione, di pensare alla comunità e non a interessi da retrobottega. Se non ci sarà questo salto di qualità, l’alternativa per quanto mi riguarda è abbandonare ogni speranza di cambiamento politico magari orientando l’impegno nelle realtà locali, sperimentando formule civiche, o dedicandosi al volontariato, naturalmente tutto strettamente a titolo personale, consapevole che non sarà un successo, ma che avrà almeno il pregio di preservare la dignità.

Serve una rivoluzione. Pacifica, ma rivoluzione!

di Bifo

Non credevo nella Brexit, pensavo che solo un popolo di ubriachi poteva decidere una simile autolesionistica catastrofe. Dimenticavo che gli inglesi sono per l’appunto un popolo di ubriachi. Scherzo, naturalmente, dato che non credo nell’esistenza dei popoli. Ma credo nella lotta di classe, e la decisione degli operai inglesi di affondare definitivamente l’Unione europea è un atto di disperazione che consegue alla violenza dell’attacco finanzista che da anni impoverisce i lavoratori di tutto il continente e anche di quell’isola del cazzo.

La City si preparava a festeggiare l’ennesima vittoria della finanza , e invece l’hanno spuntata i proletari resi nazionalisti dalla disperazione (e dalla patetica arroganza imperialista bianca). Ma non possiamo liquidare come fasciste le motivazioni di coloro che vogliono uscire dalla trappola europea, visto che è ormai dimostratissimo che l’Unione europea non è (e non è mai stato) altro che un dispositivo di impoverimento della società, precarizzazione del lavoro e concentrazione del potere nelle mani del sistema bancario. Gran parte di quelle motivazioni sono comprensibili, tant’è vero che la maggior parte dei “leave” proviene dalle aree operaie mentre le forze del finanzismo davano per certa la vittoria alla faccia di chi in nome dei “valori europei” si fa derubare il salario.

Ma il problema non sta nelle motivazioni, il problema sta nelle conseguenze.
L’Unione europea non esiste più da tempo, almeno dal luglio del 2015, quando Syriza è stata umiliata e il popolo greco definitivamente sottomesso.
Ci occorre forse un’Europa più politica come dicono ritualmente le sinistre al servizio delle banche? Sono anni che crediamo nella favoletta dell’Europa che deve diventare più politica e più democratica. Ci siamo caduti anche noi, mi spiace dirlo, ma non è mai stato vero. L’Unione europea è una trappola finanzista da Maastricht in poi.

Un articolo di Paolo Rumiz (Come i Balcani) uscito il 23 su Repubblica dice una cosa che a me pareva chiara da tempo: il futuro d’Europa è la Yugoslavia del 1992. Rumiz lo dice bene, solo che dimentica il ruolo che la Deutsche Bank svolse nello spingere gli yugoslavi verso la guerra civile (e Wojtila fece la sua parte).

Ora credo che dobbiamo dirlo senza tanti giri di parole: il futuro d’Europa è la guerra. Il suo presente è già la guerra contro i migranti che già è costata decine di migliaia di morti e innumerevoli violenze.
Forse suona un po’ antico, ma per me resta vero che il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta.

Cosa si fa in questi casi? Si ferma la guerra si impongono gli interessi della società contro quelli della finanza? Naturalmente sì, quando questo è possibile. Ma oggi fermare la guerra non è più possibile perché la guerra è già in corso anche se per il momento a morire sono centinaia di migliaia di migranti in un mediterraneo in cui l’acqua salata ha sostituito il ZyklonB.

I movimenti sono stati distrutti uno dopo l’altro. E allora? Allora si passa all’altra parte dell’adagio leniniano (segnalo per chi avesse qualche dubbio che non sono mai stato leninista e non intendo diventarlo): di trasforma la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria.

Cosa vuol dire? Non lo so, e nessuno può saperlo, oggi. Ma nei prossimi anni credo che dovremo ragionare solo su questo. Non su come salvare l’Unione europea: che il diavolo se la porti. Non su come salvare la democrazia, che non è mai esistita. Ma su come trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Pacifica e senz’armi, se possibile. Guerra dei saperi autonomi contro il comando e la privatizzazione.

Ma insomma, non porto il lutto perché gli inglesi se ne vanno. Ho portato il lutto quando i greci sono stati costretti a rimanere a quelle condizioni (e adesso che ne sarà di loro?).
Cent’anni dopo l’Ottobre mi sembra che il nostro compito sia chiederci: cosa vuol dire Ottobre nell’epoca di internet, del lavoro cognitivo e precario?
Il precipizio che ci attende è il luogo in cui dobbiamo ragionare su questo.

Franco Berardi

La loro democrazia: il voto va bene solo quando vincono, se no è da ripetere

di GIORGIO CREMASCHI

Immaginatevi cosa sarebbe successo se in Gran Bretagna avesse vinto il SI alla UE e quelli del NO avessero chiesto di rivotare, magari affermando come gli ultimi giorni della campagna fossero falsati dal clima creatosi dopo l’assassinio terrorista di Cox. Sarebbe venuto giù lo scandalo, non sapete perdere, siete antidemocratici sarebbero state le accuse più gentili che avrebbero percorso i massmedia. Invece il SI alla UE ha perso e dunque bisogna rivotare. La campagna della paura organizzata dai poteri economici sconfitti sulla Brexit, dichiara il suo primo obiettivo: riportare gli incauti britannici alle urne e fargli cambiare idea a suon di minacce.
Non è una novità. Anche con i greci la Unione Europea ha fatto lo stesso. Lì non hanno avuto bisogno di organizzare false raccolte di firme, i sondaggi falsi invece li avevano fatti, perché il governo stesso di quel paese ha deciso di non rispettare il voto del suo popolo. Cameron invece pare intenzionato a rispettarlo, anche se a questo punto non ne sarei così sicuro. In ogni caso gli sconfitti dal voto han lanciato la campagna del rivoto: non vale che abbiamo perso, si rigioca. La stampa di regime, cioè praticamente tutta qui da noi, esalta due milioni firme raccolte in due giorni. Ma si rendono conto che è una balla grande come gli Exit Poll? Secondo me lo sanno benissimo che in così poco tempo è materialmente impossibile raccogliere tante firme autentiche, sulla precisa e uniforme richiesta di rifare il referendum. Ma l’ordine di scuderia è quello, si deve sostenere che il pronunciamento contro l’Unione è una follia momentanea, colpa dei migranti e non della UE dicono fogli progressisti, si deve far rivotare il popolo una volta che sia rinsavito.
Insomma il voto contro la UE non è ammesso e se per caso scappa non vale. Il ministro delle finanze tedesco Schauble un anno fa rivolto alla Grecia lo aveva detto: è inutile che i popoli votino, le regole europee non cambiano. Dunque in un eventuale prossimo referendum in GranBretagna o in qualsiai altro paese europeo sarà chiarito che vale solo il SI alla Unione e che chi per pazzia mettesse la sua croce sul NO si vedrebbe in ogni caso annullato il voto.
In queste ore le minacce del rivoto vengono rivolte a tutti i popoli europei, sottoposti alla campagna della paura. In Spagna il primo ministro di destra si scaglia contro Podemos usando il terrorismo psicologico pro UE scatenato sulla Gran Bretagna. C’è davvero da aver paura di un regime che reagisce con tanta violenza e intolleranza non appena lo si metta in discussione.
È vero che contro l’Unione Europea ci sono anche forze fasciste, ma è altrettanto e pericolosamente vero che il potere della UE minaccia e nega i principi fondamentali della democrazia.

PS : ai giovani dell’Erasmus mi permetto di suggerire di tenere conto un poco di noi nonni che abbiamo passato una vita a lottare per quei diritti e quella democrazia che ora vediamo cancellati nel nome del mercato. La puzza di marcio e di bruciato noi la sentiamo subito.

PD: involuzione irreversibile

di Car Scar –

Nel PD è il momento dell’umiltà e della penitenza. Il nostro borioso e aggressivo premier si è fatto buonista e nel commentare il successo dei 5stelle, è arrivato persino a dire che non si tratta di un voto di protesta ma di un voto per il cambiamento. Che il giorno dopo le elezioni bisogna lavorare per gli italiani: prima delle divisioni ci sono i valori. Che il Governo aiuterà i Sindaci a fare il bene dei propri concittadini, eccetera eccetera. Vedrete se non si farà convincere a cambiare la legge elettorale passando dal voto di lista a quello di coalizione. L’esperienza di Milano, dove i "compagni" hanno aiutato il PD a vincere, insegna. Saranno pure "compagni" ma a Renzi che gli frega se questo serve per restare in sella. Allora meglio la coalizione della lista, visto che con quest’ultima al ballottaggio rischia di consegnare il governo ai pentastellati aiutati dal blocco leghista/forzitaliota.

Ettore Rosato (presidente del gruppo parlamentare del PD alla Camera) afferma: i nostri assetti interessano pochissimo i nostri elettori, dobbiamo invece preoccuparci in modo più intenso del rapporto con la gente, con i loro problemi e il loro quotidiano. Ma lo stesso Rosato, dando l’impressione di essersi pentito della precedente affermazione dice: io vedo un difetto nella nostra azione. Spesso ci siamo vergognati (capito il senso? Vergognati) di mostrare con forza il valore delle riforme approvate, vale per esempio per l’abolizione della Tasi, gli 80 euro o il Jobs Act. E questo è stato un errore che non può essere imputato a Renzi.

Chiamparino ( per due volte sindaco di Torino, ex presidente della Compagnia San Paolo e attuale governatore del Piemonte ) dice: il PD è percepito solo come uno strumento per la gestione del potere (da quale pulpito!) e che funziona fino a quando il potere c’è; per tante persone non siamo più un partito che si fa carico dei problemi e dei bisogni delle persone per poi trasformarle in soluzioni. Il sinistro Cuperlo ci prende: se nelle periferie dove c’é più sofferenza siamo vissuti come marziani o, peggio, come nemici, vuol dire che si è perso il legame con un pezzo del Paese. Quando a milioni faticano a fare la spesa o rinunciano a curarsi comprando solo i farmaci essenziali ( ma chi ha voluto i tagli alla sanità?) cambia il loro sguardo sulla vita. Non gli basta un bonus o il taglio dell’IMU. Hanno bisogni più radicali che tengono insieme anima e corpo ( altroché le metafore di Bersani con i suoi tacchini sui tetti!). Al Premier diremo che il voto impone un cambio di rotta nel merito delle scelte. Dobbiamo dire che un manovale non può salire su un’impalcatura quando non ce la fa più (ma dov’eri Cuperlo quando il PD sosteneva la riforma Fornero delle pensioni?). E che un giovane deve disporre di un reddito e di una base previdenziale che non lo condanni. Serve che la lotta alla diseguaglianza torni a farsi bussola della sinistra…

Sinistra? Quale sinistra? Ci sono o ci fanno Cuperlo, Bersani, Speranza, Gotor e compagnia cantante? Per me ci fanno. Chiedono addirittura a Renzi di cambiare linea. Come giustamente scrive Ilvo Diamanti sul bollettino nazionale del PD, la scelta di un partito ( al servizio delle lobby, delle banche, delle multinazionali e della Bce) è irreversibile. Ha reciso le radici, ha perso l’identità e rinnegato la storia (quale? Diamanti non lo dice, la storia ulivista o quella della "blanda" sinistra italiana?). Il più sincero sembra essere il povero Fassino, che in piena crisi di sconforto e amareggiato come non mai dice di avere lavorato 16 ore al giorno per 5 anni versando sangue. Evidentemente non è bastato.

La memoria del pesce rosso (nessun voto ai candidati sindaci del PD!)

di GIORGIO CREMASCHI –

Man mano che si avvicinano i ballottaggi gli elettori della sinistra, che ancora esistono nonostante tutto, vengono chiamati ad ossequiare quel rito autodistruttivo che risponde allo slogan: sempre meno peggio il Pd che gli altri. I candidati di quel partito improvvisamente si riscoprono progressisti vecchio stampo e fieramente antifascisti, e mettono nel campo del fascismo alle porte qualsiasi avversario si trovino di fronte. La ministra Boschi si distingue da tempo in questa campagna.

In questo modo i candidati del PD tentano di far dimenticare che essi sostengono la controriforma della Costituzione targata Renzi e voluta da poteri economici come quello della Banca Morgan. Quella che ha scritto che bisogna sbarazzarsi delle Costituzioni antifasciste perche fanno da ostacolo alle politiche economiche liberiste. Quelle politiche che nei Comuni vogliono dire privatizzazioni, tagli sociali, aumento della povertà e del disagio. Politiche che i sindaci PD hanno assecondato o addirittura fatto proprie.

I candidati PD tentano di far dimenticare che la controriforma della Costituzione riduce il loro ruolo a quello di impiegati del governo che devono solo ubbidire a tutti gli ordini superiori, fino a quelli della Troika. E cercano anche di far dimenticare che lo Sblocca Italia e il Decreto Madia devastano l’ambiente e danno al governo il potere di decidere al posto di comuni e regioni, quando si tratti di inquinare o magari privatizzare l’acqua.

A parte gli scandali, e la degenerazione del potere di cui anche essi spesso fanno parte, i candidati sindaci PD tentano di fa dimenticare che il voto dato a loro sostiene Renzi e il suo progetto politico.

Essi contano sulla memoria da pesce rosso, cioè a brevissimo termine, di una certa sinistra che pure li ha contestati, ma che al momento buono sembra dimenticare tutte le proprie ragioni .

Non piace chi il PD ha di fronte? In alcuni casi è comprensibilissimo, anche se sfido chiunque a trovare differenze ad esempio tra Sala e Parisi, neanche con il vecchio gioco della Settimana Enigmistica. Ma la questione di fondo è un’altra: chi dice no alla controriforma non può votare PD, si astenga se non gli piace nessuno, ma non dia voti a Renzi per interposta persona.

A Roma Raggi di sole…

di Paolo Flores d’Arcais

Lo strumento contundente e monocorde con cui il renziano Giachetti e “Il Messaggero” di Caltagirone cercheranno di manganellare la candidatura di Virginia Raggi, per impedire che Roma possa essere amministrata senza più bacio della pantofola allo strapotere dei palazzinari e altri intrecci affaristico-politici (con ramificate incursioni criminali, si è visto) è uno solo, benché flautato poi in tutte le salse: Virginia Raggi è eterodiretta dalla ditta Casaleggio.

Se però le indiscrezioni del “Fatto Quotidiano” prima e della “Stampa” poi sulla squadra di assessori che Virginia Raggi ha in mente di mettere insieme saranno confermate, quell’arma che la Nuova Cricca Renziana sciorina in campo nazionale da mane a sera sul sistema (dis)informativo televisivo, ormai occupato manu militari, diventerà spuntata, risibile, ridicola, addirittura un boomerang.

I tre nomi fatti dai due quotidiani costituiscono infatti un concentrato di eccellenza di competenze e una lega straordinaria di serietà e passione civile: Paolo Berdini, Tomaso Montanari, Raphael Rossi.

Paolo Berdini è uno dei massimi urbanisti italiani, conosce il territorio di Roma quartiere per quartiere, periferia per periferia, sampietrino per sampietrino, ha una visione strategica che attualizza il meglio della cultura urbanistica e ambientalistica di Roma, quella dei Cederna e degli Insolera, per capirsi. Per la lobby palazzinara che da oltre mezzo secolo imperversa nel sacco lanzichenecco della città è come il drappo rosso davanti alle corna del toro. Per i cittadini una garanzia che Roma tornerà loro.

Tomaso Montanari è non solo un grande storico dell’arte di livello internazionale (i suoi studi sul Bernini ormai “fanno autorità”), non solo è un grande divulgatore anche a livello televisivo (sapere divulgare nel rigore e nella serietà è difficilissimo, potrei portare vari esempi di pessima divulgazione per quanto riguarda l’arte, basati sulla notorietà da risse di talk show anziché sulla competenza), è anche un conoscitore senza pari del patrimonio culturale italiano e delle possibili strategie per valorizzarlo (in direzione opposta a quella disastrosa di Renzi e Franceschini): sarebbe un ottimo ministro della cultura, perciò un assessore fuoriclasse.

Raphael Rossi è uno dei massimi studiosi dei sistemi di smaltimento del rifiuti presi nel loro ciclo intero: nel futuro, ma ormai già nel presente, un problema cruciale della società industrializzata, come hanno capito perfettamente le mafie che già da decenni in questo settore lucrano a dismisura con tutte le cordate di politicanti. Studioso ovviamente non significa, come crede Renzi, intellettuale astratto (in realtà Renzi usa altre espressioni, insultanti, da tipica invidia di ignorante): Rossi ha lavorato per molte amministrazioni locali interessate a realizzare sul serio lo “smaltimento virtuoso” dei rifiuti, con risultati che vengono studiati anche all’estero.

Non voglio indulgere all’ottimismo, la cautela è d’obbligo. Ma se le indiscrezioni sono vere, e se anche per gli altri assessorati Virginia Raggi intende muoversi con questi criteri (eccellenza nella competenza tecnica e passione civile riformatrice, contro tutte le lobby e gli interessi per loro natura ob-sceni) Roma potrebbe avere una squadra di assessori che renderebbe impossibile per qualsiasi cittadino mediamente serio, onesto, desideroso di una città vivibile, non votare per Virginia Raggi.

Certo, dall’altra parte Bertolaso ha fatto outing per Giachetti… Prosit.

(Micromega – 8 giugno 2016)

Abbiamo fatto MRS anche contro di te, eppure… (il mio ricordo di Marco Pannella)

di Fabio Greggio

5 giugno 1976: lascio la sinistra extraparlamentare e decido nuove strade. I radicali portavano del nuovo, eravamo in 10 a Pavia e ci trovavamo dietro l’Università. Non ero uno di quelli che difendeva ad oltranza la dittatura sovietica e volevo immaginare un mondo diverso. Il 6 giugno 1976 si sarebbe votato e tutti avevamo la sensazione del sorpasso, il partito comunista con Berlinguer che avrebbe dovuto sorpassare la DC. Non sapevamo ancora della capacità di recupero del dinosauro DC…

Piazza del Duomo a Milano la notte prima con tutti i radicali, piazza piena, Adele Faccio che grida contro il Duomo: «Quelli lì non devono mettersi sotto le nostre lenzuola e giudicare!»; e Marco, prolisso come al solito, che sfora la mezzanotte rischiando denunce… capirai, denuncia più denuncia meno…

La sensazione è che il blocco PCI +Radicali (che allora andava a braccetto con la sinistra extraparlamentare) avrebbe vinto. Euforia. Dopo, tutti al ristorante greco. Marco era per strada con il solito maglione nero e il ciondolo Peace&Love: non smetteva di parlarci… di tenere comizio… Profumo di souflaki e due pensionati del piano terra che ci guardavano in pigiama e ricordavano i due vecchietti dei Muppets. Chiedo io: «Signora facciamo troppo rumore?»; «No ma l’è quel sciùr li che l’è semper in televisiun che se el va no via chi se dorm nagott!»… e Marco che continuava ad arringare senza nemmeno ascoltarli…

Gli ho voluto bene fino a quando il suo IO grande come Sesto San Giovanni non ha avuto il sopravvento, divorandosi tutti coloro che tentavano una posizione personale. Poi la sua deriva vagamente di destra che partorì mostri epocali come Capezzone o Taradash… ed infine il berlusconismo e il sionismo. Non l’ho più sopportato, la sua avversione viscerale alla sinistra, l’appoggio a Berlusconi contro la magistratura… Non l’ho più capito e in molti ce ne siamo andati. Io ho formato il Movimento RadicalSocialista insieme ad altri fuoriusciti ma con il cuore a sinistra; altri hanno tentato vie minoritarie come i Radicali di Sinistra… briciole di un universo che Marco aveva creato e castrato sotto la sua personalità ingombrante.

Non posso non volergli bene. Lui ha cambiato la politica e la società molto più di una classe politica autoreferenziale. Resta un esempio. Anche se il mio appoggio si è poi trasformato in insopportabilità e lontananza totale da certe scelte imbarazzanti. Resta l’epopea degli anni 70, una visione alternativa di un mondo libero per chiunque, dalle battaglie delle femministe al divorzio, della prime difese dei diritti dei gay del FUORI, che faceva parte dei radicali, agli obiettori di coscienza: un mondo che molti come me si portano ancora dentro. Grazie a lui.