Uscita dall’euro? Dibattito, non terrorismo!

di PierGiorgio Gawronski

Non sono un sostenitore dell’uscita dall’euro piuttosto di una sua rinegoziazione con l’Europa. Tuttavia continuo a pensare che un dibattito onesto e chiarificatore, privo non solo di “arroganza complottista e delegittimante” ma anche di terrorismo psicologico, sia un valore sociale meritevole di tutela. Perciò l’articolo di Filippo Taddei – “responsabile economico del Pd” – del 18 febbraio scorso in difesa della permanenza dell’Italia nell’euro (https://interestingpress.blogspot.it/2017/02/uscita-dalleuro-una-patrimoniale-sui.html#!/2017/02/uscita-dalleuro-una-patrimoniale-sui.html) merita una appropriata risposta. Esso presenta due argomenti.

Il primo argomento è che – in caso di uscita dall’euro – una svalutazione del 20% della nuova moneta causerebbe il “crollo dei salari reali”. Ammettendo l’eccessiva svalutazione ipotizzata, considerata la percentuale di estero nei consumi italiani – che subirebbero dei rincari -, il “crollo” dei salari reali può essere meccanicamente stimato al5,7%. Ma non tutti i produttori esteri sul mercato italiano alzerebbero i prezzi del 20%: gli economisti stimano, e solo nel lungo termine, rincari fino al62% della svalutazione: in tal caso i salari calerebbero solo del 3,5%. Infine, gli aggiustamenti delle scelte di consumo – dai prodotti esteri a quelli nazionali – limiterebbero la riduzione dei salari reali a un3% una tantum (1,5% se la svalutazione sarà del 10%). La svalutazione ripartisce il costo dell’aggiustamentofra tutti i fattori produttivi.

In cambio, come ironizza (?) Taddei, «le nostre esportazioni diventerebbero competitive… e le nostre aziende potrebbero vendere facilmente in tutto il mondo, creando ricchezza e posti di lavoro». Con alcune conseguenze.Calerebbe la disoccupazione: i giovani troverebbero più facilmente lavoro; scenderebbe il rischio di perderlo (per chi ce l’ha). Il miglioramento delle aspettative darebbe gambe alla ripresa economica. Aumenterebbero gli introiti fiscali, arrestando il debito pubblico e i tagli ai servizi sociali primari (sanità, istruzione, ecc.) avviati da Monti. La ricomposizione dell’attuale squilibrio fra domanda e offerta di lavoro determinerebbe, nel tempo, una pressione al rialzo sui salari ed una loro crescita sostenibile.

Questo scenario va confrontato con l’aggiustamento dell’economia italiana (spagnola, greca, portoghese, francese) necessario nell’euro. Che è sotto gli occhi di tutti. Incentrato tutto sulla deflazione salariale. Realizzata grazie alla “distruzione di domanda” (Monti), alla perdurante elevata disoccupazione, e a leggi che riducono le difese dei lavoratori. Questa è la via, nell’euro. Comporta un’enorme inefficienza macroeconomica: l’industria italiana ha perso il 25% della capacità produttiva, a fronte di piccoli immaginari guadagni di produttività (di ciò che sopravvive). Essa inoltre destabilizza le banche. Genera un’estrema difficoltà a mettere il debito pubblico su un sentiero decrescente. Genera infine una corsa al ribassodi salari, standard ambientali e lavorativi, fra i paesi europei (aggravata dal mercantilismo tedesco). Che nessuna globalizzazione aveva mai provocato – nonostante gli allarmi pelosi contro i prodotti cinesi – grazie ai cambi fluttuanti. Dovrebbero rifletterci i vari Emiliano, D’Alema e chi non si sente collocato su valori di sinistra nel Pd di Taddei: nessuna sinistra sopravvive nell’euro di Maastricht.

La tesi secondo cui «ogni svalutazione genera sempre inflazione» è invece facilmente smentita ricordando chefra il 1991 e il 1994 – all’epoca della grande svalutazione della lira – l’inflazione passò dal 6,2%, prima della svalutazione, al5,3%, al4,6%, al 4,1%, per toccare un minimo di 1,7% nel 1999. L’inflazione è un processo generalizzato e continuo di aumento dei prezzi: non un piccolo aumento una tantum di alcuni prodotti energetici. Perché si determini occorre: (a) una forte pressione della domanda sull’offerta nei mercati dei beni e/o del lavoro; (b) una indicizzazione dei salari. Nessuna di queste due condizioni è oggi presente. Purtroppo, Taddei utilizza unicamente i macro-modelli neoclassici che si fondano sull’assunto della piena occupazione permanente, inadeguati alla fase che viviamo.

Il secondo argomento di Taddei contro l’uscita dall’euro è che: «Abbandonare una moneta significa [che]… i conti correnti e i titoli in euro vengono ridenominati forzosamente in una moneta debole… Tutti cercano di svuotare il conto in banca e trasferirlo altrove per proteggerne il valore… Le persone non possono accedere più al proprio denaro… il sistema bancario del paese collasserebbe…». In realtà, i conti correnti non verrebbero mai ri-denominati in lire: sarebbe demenziale per chiunque privare la nazione di un tesoro valutario simile. Lo stesso vale per la grandissima maggioranza dei titoli. La nuova moneta invece si aggiungerebbe all’euro, sostituendolo gradualmente (come avvenne nel 2001 con l’euro).

La retorica della “difesa dei più poveri” del Pdnon è più credibile nell’attuale assetto. Neppure quella dell’europeismo, che è in crisi da quando c’è l’euro. Agli amici del Pd dico: troviamo strade più autentiche ed innovative per difendere valori così importanti.

(http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/14/leuro-aiuta-i-piu-poveri-non-direi-la-retorica-del-pd-non-e-piu-credibile/3448871/)

Chomsky su Dewey: “Noi libertari di sinistra”

di NOAM CHOMSKY

L’argomento che mi è stato proposto e di cui sono molto lieto di parlare è "democrazia ed istruzione". Questa frase mi richiama subito alla mente la vita e l’opera ed il pensiero di uno dei maggiori pensatori del secolo scorso, John Dewey, che dedicò gran parte della sua vita e la sua riflessione a questo insieme di questioni. Credo che dovrei confessare il mio interesse speciale per lui. Semplicemente si dà il caso che il suo pensiero abbia esercitato una forte influenza su di me negli anni della mia formazione, per una serie di ragioni nel cui dettaglio non entrerò ma che sono reali. Per gran parte della sua vita, Dewey sembra aver ritenuto che le riforme nell’istruzione di base potessero costituire in se stesse delle leve di cambiamento sociale, che avrebbero potuto aprire la strada verso una società più giusta e libera, in cui, per usare le sue parole, «il fine ultimo della produzione non sia la produzione di beni, ma la produzione di esseri umani liberi reciprocamente associati in condizioni di uguaglianza».

Questa convinzione fondamentale, che attraversa tutto il lavoro ed il pensiero di Dewey, è in profondo disaccordo con le due tendenze principali della vita intellettuale della società moderna. Una, forte ai suoi tempi, si associa con le economie dell’Europa Orientale, i sistemi creati da Lenin e Trotsky e trasformati in una mostruosità da Stalin. L’altra, la società industriale a capitalismo di stato degli USA e dell’Europa Occidentale, segnata dal dominio effettivo del potere privato. Questi due sistemi erano in realtà simili in aspetti fondamentali, incluso quello ideologico. Entrambi erano, ed uno di essi rimane, profondamente autoritari ed entrambi erano nettamente e fortemente opposti ad un’altra tradizione, quella libertaria di sinistra radicata nei valori dell’Illuminismo, una tradizione che comprendeva i liberali progressisti alla John Dewey, i socialisti indipendenti come Bertrand Russell, i principali esponenti della corrente fondamentale del marxismo e naturalmente i socialisti libertari dei vari movimenti anarchici, per non parlare di porzioni importanti del movimento dei lavoratori e di altri settori popolari. Questa sinistra indipendente, di cui Dewey faceva parte, ha radici profonde nel liberalismo classico. Ne deriva direttamente, dal mio punto di vista, e si oppone nettamente alle correnti assolutiste delle istituzioni e del pensiero del capitalismo o del socialismo di stato.

Facciamo ritorno ad uno dei temi centrali di Dewey, cioè che il fine ultimo della produzione non è la produzione di beni ma quella di esseri umani liberi che si associano reciprocamente in condizioni di uguaglianza. Ciò comprende, naturalmente, l’istruzione, una delle sue occupazioni principali. L’obiettivo dell’istruzione, per spostarci a Bertrand Russell, è «dare un senso al valore delle cose diverso da quello del dominio, contribuire a creare cittadini consapevoli di una comunità libera, incoraggiare la combinazione di cittadinanza e libertà, creatività individuale, che significa che consideriamo un bambino allo stesso modo in cui un giardiniere guarda ad un arbusto, come qualcosa dotata di una natura intrinseca che si svilupperà in maniera ammirevole data la giusta combinazione di terreno, aria e luce». Di fatto, per quanto discordassero su molte cose, Dewey e Russell sono stati forse i due maggiori pensatori del XX secolo in Occidente. Erano d’accordo su ciò che Russell chiamava concezione umanistica, radicata nell’Illuminismo, l’idea che l’educazione non va vista come l’atto di riempire un recipiente, ma piuttosto quello di aiutare un fiore a crescere a modo suo.

Dewey e Russell condividevano altresì la convinzione che queste idee dell’Illuminismo e del liberalismo classico avessero un carattere rivoluzionario. Se realizzate, queste idee potevano produrre esseri umani liberi i cui valori non fossero l’accumulazione e il dominio, ma piuttosto la libera associazione in condizioni di eguaglianza e la condivisione e la cooperazione, la partecipazione paritaria al raggiungimento di obiettivi comuni che fossero concepiti democraticamente. Vi era solo disprezzo per ciò che Adam Smith definì «la vile massima dei signori dell’umanità, tutto per loro e niente per gli altri». Il principio guida che oggi ci viene insegnato ad ammirare e riverire, quando ormai i valori tradizionali sono stati erosi attraverso un attacco senza sosta, con i cosiddetti conservatori alla guida dell’offensiva negli ultimi decenni.

Vale la pena di prendersi il tempo per sottolineare quanto netto e forte è lo scontro di valori tra la concezione umanistica, da un lato, che corre dall’Illuminismo fino a figure capitali del XX secolo come Russell e Dewey, e le dottrine predominanti di oggi, dall’altro, quelle che furono denunciate da Adam Smith come "la vile massima" e altresì dalla vivace e vibrante stampa della classe lavoratrice di un secolo fa, che condannava ciò che chiamava il «nuovo spirito della nuova era: guadagnare ricchezze, dimenticando tutto tranne se stessi». La vile massima di Smith.

È significativo tracciare l’evoluzione dei valori a partire da un pensatore precapitalistico come Adam Smith, che poneva l’accento sulla simpatia, sull’obiettivo dell’uguaglianza perfetta e sull’essenzialità del diritto umano ad un lavoro creativo, e contrastarli, venendo al presente, con quelli che lodano il nuovo spirito del tempo, invocando a volte senza vergogna il nome di Adam Smith. Per esempio, James Buchanan, economista vincitore del Premio Nobel, che scrive che «ciò che ogni persona cerca in una situazione ideale è il dominio su un mondo di schiavi». Questo è quello che volete, se non ve ne foste resi conto. Una cosa che Adam Smith avrebbe considerato patologica.

Sulla stampa operaia di metà Ottocento (prima ancora del marxismo) si poteva leggere: «Quando si vende un prodotto si conserva integra la persona. Ma quando si vende il lavoro ci si vende interamente, perdendo i diritti di uomo libero e diventando vassalli di stabilimenti elefantiaci e di un’aristocrazia danarosa che minaccia di annichilire chiunque metta in discussione il suo diritto a schiavizzare ed opprimere. Coloro che lavorano nelle fabbriche dovrebbero possederle, non avere lo stesso status di macchinari governati da despoti privati che impiantano i principi monarchici sul suolo democratico mentre ricacciano indietro la libertà ed i diritti, la civiltà, la salute, la morale e il pensiero nel nuovo feudalesimo commerciale». La stampa dei lavoratori condannava anche ciò che chiamava i "clerici venduti", riferendosi ai media, alle università e agli intellettuali, cioè agli apologeti che cercavano di giustificare il dispotismo assoluto che era il nuovo spirito dell’epoca e di instillare i suoi sordidi valori.Uno dei leaders originari dell’AFL, alla fine dell’Ottocento, espresse il punto di vista di tanti descrivendo la missione del movimento dei lavoratori in questi termini: «sconfiggere i peccati del mercato e difendere la democrazia estendendola fino al controllo delle industrie da parte di lavoratori».

Tutto ciò sarebbe risultato perfettamente comprensibile ai fondatori del liberalismo classico, gente come Wilhelm von Humbolt, per esempio, che ispirò John Stuart Mill e che, come il suo contemporaneo Adam Smith, considerava il lavoro creativo liberamente intrapreso in associazione con altri uomini come il valore centrale della vita umana. Così, se una persona produce un oggetto su ordinazione, scriveva Humboldt, possiamo ammirare ciò che ha fatto ma disprezzeremo ciò che è, non un vero essere umano che agisce seguendo i suoi impulsi ed i suoi desideri. I clerici venduti avevano il compito di minare alla base questi valori e distruggerli nelle persone che si vendono sul mercato del lavoro. Per ragioni simili, Adam Smith avvisò che in ogni società civile i governi avrebbero dovuto intervenire per impedire che la divisione del lavoro trasformasse le persone «in creature tanto stupide ed ignoranti quanto è possibile per un essere umano». Smith basava il suo supporto sfumato al mercato sulla tesi che se le condizioni fossero davvero libere, i mercati avrebbero portato all’uguaglianza perfetta. Questa era la loro giustificazione morale, ma tutto ciò è stato dimenticato dai clerici venduti che hanno una storia piuttosto diversa da raccontare.

Dewey e Russell sono due dei maggiori eredi di questa tradizione, che ha radici nell’Illuminismo e nel liberalismo classico. Ancor più interessante è la storia ispiratrice delle lotte e dell’organizzazione e della protesta degli uomini e delle donne lavoratrici a partire dagli inizi del XIX secolo., quando cercavano di conquistare la libertà e la giustizia e di conservare i diritti che una volta avevano, mentre il nuovo dispotismo del potere privato sostenuto dallo stato estendeva la sua influenza. La questione elementare fu formulata con una buona dose di chiarezza da Thomas Jefferson attorno al 1816, prima che la rivoluzione industriale avesse preso davvero piede nelle ex colonie, ma quando già potevano vedersene gli sviluppi. Nei suoi ultimi anni Jefferson, osservando ciò che accadeva, nutriva dei seri dubbi circa il destino dell’esperimento democratico. Temeva la nascita di una nuova forma di assolutismo più minacciosa di quella che era stata schiacciata con la rivoluzione americana, di cui era stato un leader. Jefferson faceva la distinzione, negli ultimi anni di vita, tra quelli che chiamava gli "aristocratici" e i "democratici". Gli aristocratici sono «coloro che temono e che non hanno fiducia nelle persone, e desiderano sottrarre loro tutti i poteri per metterli nelle mani delle classi superiori». I democratici, al contrario, «si identificano con il popolo, hanno fiducia in esso, si preoccupano per esso e lo considerano come il repositorio dell’interesse pubblico, se non sempre il più saggio». Gli aristocratici dei suoi giorni erano i sostenitori del nascente stato capitalista, che Jefferson guardava con sdegno, riconoscendo chiaramente la contraddizione del tutto evidente tra democrazia e capitalismo, o, più accuratamente, ciò che potremmo chiamare il capitalismo esistente realmente, cioè guidato e finanziato da potenti stati come Inghilterra e USA.

Questa contraddizione fondamentale fu rafforzata dalla concessione di poteri sempre maggiori alle nuove strutture economiche, non attraverso procedure democratiche ma prevalentemente attraverso tribunali e avvocati che trasformarono quelle che Jefferson chiamava «le istituzioni bancarie e le incorporazioni monetarie» – che, diceva, avrebbero distrutto la libertà e di cui poté a stento vedere la nascita nei suoi giorni – in "persone immortali", con poteri e diritti ben al di là dei peggiori incubi di pensatori precapitalisti come Adam Smith o Thomas Jefferson. Mezzo secolo prima Adam Smith già aveva messo in guardia da questo, benché potesse a stento vederne gli inizi. La distinzione jeffersoniana tra aristocratici e democratici fu sviluppata circa mezzo secolo più tardi da Bakunin, pensatore ed attivista anarchico, con una delle poche predizioni delle scienze sociali che di fatto si siano dimostrate vere. Dovrebbe avere un posto d’onore in ogni curriculum accademico serio nelle scienze sociali e nelle lettere per questa ragione sola. Nel XIX secolo Bakunin previde che l’intelligentzia nascente avrebbe seguito una di due strade parallele. Una sarebbe stata sfruttare le lotte popolari per prendere il potere statale, costituendosi in quella che chiamava una «burocrazia rossa che imporrà il regime più crudele e viziato della storia». Questo è un cammino; l’altro, diceva, sarà di quelli che scopriranno che il potere reale è altrove, e si trasformeranno nei suoi clerici venduti, servendo i veri padroni del sistema di potere privato sostenuto dallo stato, o come managers o apologeti che picchiano il popolo con il bastone del popolo, per dirla con le sue parole, nelle democrazie capitaliste di stato. Le somiglianze sono sorprendenti e arrivano fino al presente. Aiutano a spiegare la rapida transizione delle persone dall’una all’altra posizione, all’apparenza strana ma di fatto rispondente ad una ideologia comune. L’abbiamo visto nell’Europa dell’Est con il gruppo di quelli a volte chiamati capitalisti della nomenklatura, la vecchia classe dominante al potere, ora i maggiori entusiasti del mercato, che si arricchiscono mentre le loro società diventano normali società del Terzo Mondo. Il passaggio è semplicissimo, perché si tratta essenzialmente della stessa ideologia. Il passaggio dall’essere commissari stalinisti alla celebrazione dell’America è piuttosto normale nella storia moderna, e non richiede un grosso cambio nei valori, solo lo spostamento del giudizio di dove risiede il potere.

John Dewey era un erede della tradizione liberale classica dell’Illuminismo che si opponeva alla carica degli aristocratici, sia che si collocassero nella porzione conservatrice o in quella liberale di questo ristrettissimo spettro politico. Dewey comprese chiaramente che «la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici», e fintanto che ciò permanga vero, «un’attenuazione dell’ombra non cambierà la sostanza», intendendo che le riforme sono di utilità limitata. La democrazia richiede che la causa dell’ombra sia rimossa non solo per il suo dominio sull’arena politica, ma perché le stesse istituzioni del potere privato incrinano la democrazia e la libertà. Dewey era molto esplicito riguardo al potere antidemocratico che aveva in mente. Per citarlo: «Il vero potere oggi risiede nel controllo dei mezzi di produzione, scambio, pubblicità, trasporto e comunicazione. Chiunque li possieda controlla e domina la vita del paese, anche se permangono forme di democrazia. Affari finalizzati al profitto privato attraverso il controllo privato delle banche, della terra e dell’industria, rafforzato dal controllo della stampa e degli altri mezzi di pubblicità e propaganda, che è il sistema di potere attuale, la fonte di coercizione e controllo, e finché non sia rovesciato non potremo parlare seriamente di democrazia e libertà».

L’istruzione in cui sperava, come produzione di esseri umani liberi, doveva essere uno dei mezzi per mettere in discussione questa mostruosità assolutista.In una società libera e democratica, sosteneva Dewey, i lavoratori dovrebbero essere padroni del loro destino industriale, non strumenti affittati dai datori di lavoro. Concordava su questioni fondamentali con i fondatori del liberalismo classico e con i sentimenti democratici e libertari che animavano i movimenti dei lavoratori sin dagli inizi della rivoluzione industriale, fino a che non furono abbattuti da una combinazione di violenza e propaganda. Nel campo dell’istruzione, perciò, Dewey riteneva "illiberale ed immorale" insegnare ai bambini a lavorare «non liberamente ed intelligentemente, ma allo scopo di guadagnare dal lavoro», nel qual caso la loro attività «non è libera perché non vede una libera partecipazione». Ancora la concezione del liberalismo classico e dei movimenti dei lavoratori. Perciò, sosteneva Dewey, le aziende devono cambiare, passando «da un ordine feudale ad uno democratico», basato sul controllo da parte dei lavoratori e sulla loro libera associazione, ancora una volta classici ideali anarchici che affondano le loro radici nel liberalismo classico e nell’Illuminismo.

Siccome il sistema di pensiero si è ristretto sotto l’assalto del potere privato, in particolare nel corso degli ultimi decenni, questi valori libertari suonano oggi esotici ed estremi, forse anche antiamericani, per usare uno dei termini del pensiero totalitario odierno in Occidente. Dati questi cambiamenti, è utile ricordare che le idee che Dewey esprimeva sono americane quanto la torta di mele. Trovano origine direttamente nelle tradizioni americane, proprio quelle di maggioranza, al di là di qualsiasi influenza da parte di pericolose ideologie straniere, all’interno di una degna tradizione che viene lodata in maniera rituale, benché sia normalmente distorta e dimenticata. E tutto ciò è parte del deterioramento della democrazia al giorno d’oggi, sia al livello istituzionale che ideologico.

Una commissione di comitati statali per l’istruzione e l’Associazione Medica Americana hanno riferito che «mai una generazione di bambini è stata meno in salute, meno oggetto di attenzioni e meno preparata alla vita di quanto lo fossero i loro genitori alla stessa età». È una grande cambiamento in una società industriale. È solo nelle società angloamericane che questo spirito anti-bambini, anti-famiglia ha regnato sotto le spoglie del conservatorismo e dei valori della famiglia. È un vero trionfo per la propaganda, che avrebbe sorpreso finanche il "generalissimo" Woodrow Wilson, o probabilmente Stalin o Hitler. Una manifestazione simbolica di questo disastro è il fatto che mentre 146 paesi hanno ratificato la convenzione internazionale sui diritti dei bambini, gli USA non l’hanno fatto. E quando l’Organizzazione Mondiale per la Sanità votò la condanna della Nestlé per il suo marketing aggressivo di latte in polvere, che uccide moltissimi bambini, il voto fu di 118 contro 1 – indovinate pure chi fu l’uno. Comunque, questa è una cosa da niente rispetto a ciò che l’Organizzazione Mondiale della Sanità chiama un "genocidio silenzioso" che sta uccidendo milioni di bambini ogni anno come risultato delle politiche del libero mercato per i poveri e del rifiuto dei ricchi di concedere un qualunque aiuto. Ancora, gli USA hanno una delle storie peggiori e di maggior miseria tra le società ricche.

Questo disastro per bambini e famiglie è in parte il risultato della diminuzione dei salari. Le politiche statali sono state pensate per arricchire settori limitati ed impoverire la maggioranza, e ci sono riuscite. Hanno avuto esattamente l’effetto voluto. Ciò significa che le persone devono lavorare molto più a lungo per sopravvivere. Per molta parte della popolazione, entrambi i genitori devono lavorare forse 50 o 60 ore alla settimana soltanto per soddisfare i bisogni. Nel frattempo, incidentalmente, i profitti aziendali vanno in orbita. Il magazine Fortune parla di profitti "folgoranti" che raggiungono nuove vette anche se le vendite stagnano. Un altro fattore è l’insicurezza del lavoro, ciò che gli economisti chiamano "flessibilità dei mercati del lavoro", che è una cosa buona secondo la teologia accademica regnante, ma una cosa piuttosto nefasta per gli esseri umani, il cui destino non rientra tra le preoccupazioni del pensiero “serio”. Flessibilità significa che fai meglio a lavorare di più. Non ci sono contratti né diritti. Questa è la flessibilità. Dobbiamo liberarci delle rigidità del mercato.

Gli economisti possono spiegarcelo. Quando entrambi i genitori fanno lo straordinario, ed entrambi guadagnano sempre meno, non ci vuole un genio per predire il risultato. Lo mostrano le statistiche, lo si può leggere nello studio UNICEF. È del tutto ovvio ciò che succede. Il tempo di contatto, cioè il tempo effettivamente speso dai genitori con i figli, è diminuito del 40% negli ultimi 25 anni nelle società angloamericana. Ciò significa esattamente tra le dieci e le dodici ore alla settimana di contatto eliminato; e ciò che chiamano "tempo di alta qualità" sta praticamente sparendo. Chiaramente ciò porta alla distruzione dell’identità e dei valori della famiglia. Conduce all’affidarsi nettamente di più alla televisione per quanto concerne la supervisione dei bambini. Conduce a bambini lasciati soli, un fattore significativo nell’aumento dell’alcolismo e nella tossicodipendenza infantile e nella violenza di bambini contro altri bambini ed altri effetti ovvi a livello di salute, istruzione, capacità di partecipare alla vita di una società democratica, finanche della capacità di sopravvivere, del declino dei quozienti intellettivi e dei risultati degli esami di ammissione all’università, ma si suppone che nessuno ci faccia caso. È colpa dei geni, ricordatelo. Nessuna di queste è una legge di natura, ma politiche sociali scelte in maniera cosciente a scopi ben precisi, precisamente arricchire le aziende ed impoverire il popolo.

Lo spirito anti-bambini ed anti-famiglia non è solo diretto contro i bambini di New York ma va molto più in là. Sottolineo la differenza con l’Europa – lì è diverso e per svariate ragioni. Una delle differenze è l’esistenza di un forte movimento sindacale e questo è un aspetto di una differenza più fondamentale, cioè il fatto che gli USA sono una società guidata dagli affari ad un livello senza precedenti, e come risultato il crudo interesse dei padroni prevale in una misura che non ha precedenti. Questi sono tra i meccanismi che consentono alla democrazia di funzionare formalmente, benché allo stato attuale gran parte della popolazione sia consumata da ciò che la stampa chiama "anti-politica", intendendo l’odio per il governo, lo sdegno per i partiti politici e l’intero processo democratico. Anche questo è una grande vittoria per gli aristocratici nel senso jeffersoniano, cioè coloro che temono e non hanno fiducia nella popolazione e desiderano sottrarle tutto il potere e porlo nelle mani delle classi superiori. Oggi ciò significa nelle mani delle corporations transnazionali e degli stati e delle istituzioni quasi-governative che servono i loro interessi.

Un’altra vittoria è il fatto che la disillusione rampante è anti-politica. Un titolo del New York Times su questo tema suona così: "la rabbia ed il cinismo riempiono gli elettori e la speranza se ne va. L’umore diventa nero mentre sempre più persone perdono le loro illusioni nella politica". L’edizione del magazine di domenica scorsa era dedicata all’anti-politica. Nota bene: non dedicata all’opposizione al potere ed all’autorità, alle forze facilmente identificabili che hanno le mani sulle leve del potere decisionale e che proiettano la loro ombra sulla società e sulla politica, come diceva Dewey. In un articolo del Times si cita l’opinione di un cittadino intervistato: «Sì, il congresso è marcio, ma questo accade perchè è nelle mani dei grandi affari, per forza è marcio». Questa è la verità che si suppone non si conosca, perché, qualunque cosa si pensi dei governi, è questa l’unica parte del sistema istituzionale cui si può prendere parte e che si può modificare o influenzare. Per legge ed in principio, non si può fare niente con le aziende di investimento o le multinazionali. Perciò è meglio che nessuno se ne renda conto. Bisogna essere anti-politici. Questa è un’altra vittoria.

L’osservazione di Dewey secondo cui la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici, ciò che incidentalmente era una tautologia anche per Adam Smith, è diventata oggi invisibile. La forza che proietta l’ombra è stata interamente rimossa dalle istituzioni ideologiche ed è tanto remota dalla coscienza che quello che ci resta è l’anti-politica. Questo è un altro colpo pesante inferto alla democrazia ed un regalo generoso a sistemi di potere assolutistici e non trasparenti che hanno raggiunto livelli che un Thomas Jefferson o John Dewey potevano a malapena immaginare. Le scelte che ci restano sono le solite. Possiamo decidere di essere democratici nel senso di Thomas Jefferson, oppure possiamo scegliere di essere aristocratici. La seconda strada è quella semplice, quella secondo cui le istituzioni sono pensate per remunerare e fruttare ricche ricompense data la concentrazione della ricchezza, del privilegio e del potere. L’altra strada, quella dei democratici e dei socialisti libertari, è fatta di lotte, spesso di sconfitte, ma anche di ricompense di un genere che non può essere neppure sognato da coloro che soccombono al nuovo spirito del tempo – accumulare ricchezze – dimenticandosi di tutto tranne che di sé. Il mondo d’oggi è molto lontano da quello di Thomas Jefferson. Le scelte che abbiamo, comunque, non sono cambiate significativamente.

Buon lavoro Nicola

Caro Nicola Fratoianni,

ora che i compagni e le compagne di Sinistra Italiana ti hanno scelto come loro Segretario permettici di esprimerti i nostri migliori auguri di buon lavoro.

Segretario, un termine che ci riporta ad una funzione di servizio. Non Presidente, non un capo, ma un compagno che è al servizio del partito, della comunità di uomini e donne che uniti scelgono seguire la stessa strada.

Caro Nicola, se saprai non cedere alla lusinghe del “leaderismo”, dell’uomo solo al comando, troverai in noi radicalsocialisti interlocutori leali e affidabili. Noi crediamo nella democrazia partecipativa, crediamo che l’ultimo militante della sezione più piccola sia molto più importante di qualunque leader e di qualunque comitato centrale.

La costruzione di una nuova Sinistra inizia rompendo i rapporti politici imposti dall’avversario. Al leaderismo si risponde con la democrazia interna, alle strategie elettorali si risponde organizzando la solidarità attiva con tutti coloro che subiscono un’ingiustizia.
Perchè, Nicola, un’ingiustizia è tale sempre, anche quando a subirla è l’avversario.

La Sinistra che vogliamo è socialista, libertaria e pluralista prima ancora che democratica.
Una Sinistra che si batta contro le ingiustizie senza politicismi e politicanti.
Una Sinistra che non lascia indietro nessuno.

Buon lavoro compagno Fratoianni e buon lavoro a tutti i compagni e le compagne di Sinistra Italiana.

La Segreteria nazionale MRS

Diem25: movimento politico transnazionale per un’Europa democratica

Riportiamo un estratto del Manifesto politico di DIEM25, il movimento politico fondato su proposta di Varoufakis, Brian Eno, Noam Chomsky e altri.
L’obbiettivo è evidente: permettere ai cittadini e alle cittadine europee di riprendere il controllo sul governo del nostro continente su base democratica, sociale, culturale e ambientale.
Vi invitamo alla lettura, il percorso e le finalità profumano di radicalsocialismo.

UN MANIFESTO PER DEMOCRATIZZARE L’EUROPA

Per quanto, a livello globale, manifestino preoccupazione verso questioni come l’immigrazione e il terrorismo, le potenze hanno un solo vero spauracchio: la Democrazia!
Si autoproclamano paladini della democrazia ma solo per negarla, esorcizzarla e sopprimerla nella pratica. Quello che un tempo fu il governo dei popoli europei, il governo della demos, oggi è il loro incubo.
L’Unione Europea avrebbe potuto essere la tedofora della democrazia, dimostrando al mondo come la pace e la solidarietà possono essere strappate dalle fauci dei fanatismi e dei conflitti secolari.
Disgraziatamente una burocrazia e una moneta comune dividono i popoli europei che iniziavano a sentirsi uniti malgrado la diversità delle nostre lingue e delle nostre culture diverse.
In seno al collasso dell’UE si cela un inganno illegittimo: un processo decisionale, fortemente politico, opaco e imposto dall’alto viene presentato come “apolitico”, “tecnico”, “procedurale” e “neutrale”. L’obiettivo è impedire agli europei di detenere il controllo democratico su denaro, finanza, condizioni lavorative e ambiente.
Il prezzo di questo inganno non coincide solo con la fine della democrazia ma anche con politiche economiche insufficienti:
• Le economie della Zona Euro si stanno muovendo verso la scogliera dell’austerità competitiva, il che provoca una recessione permanente nei paesi più deboli e stimola minori investimenti nei paesi centrali
• Gli stati membri dell’UE che si trovano fuori dalla Zona Euro sono alienati e per questo cercano idee e partner in ambienti sospetti
• Disuguaglianze senza precedenti, la perdita di speranza e la misantropia germogliano in tutta Europa
Più soffocano la democrazia, meno diventa legittimo il loro potere politico e maggiore  la forza della recessione economica e  il loro bisogno di promuovere l‘ autoritarismo. Così i nemici della democrazia raccolgono rinnovata forza mentre perdono la loro legittimità e limitano speranza e prosperità ai pochi eletti (che possono solo goderne dietro i cancelli e i recinti necessari per fargli da scudo dal resto della società).
Questo è un processo invisibile per cui la crisi europea sta facendo chiudere i nostri popoli in se stessi, gli uni contro gli altri, amplificando nazionalismi preestistenti,  xenofobia. La privatizzazione dell‘ ansia, la paura dell‘ altro, la nazionalizzazione dell‘ ambizione e il ritorno alla nazionalizzazione della politica, minacciano una velenosa disintegrazione degli interessi comuni da cui l‘ Europa non ha che da perdere.
La reazione patetica dell‘ Europa alle sue crisi bancarie, i debiti, la crisi dei rifugiati, al bisogno di una politica estera, migratoria e antiterroristica coerente, sono tutti esempi di cosa succede quando la parola solidarietà perde il suo significato.
A questo punto, compaiono davanti a noi due opzioni terrificanti:
• ritirarsi nel bozzolo dei nostri Stati-nazione
• o vivere nella zona anti-democratica di Bruxelles
Ci deve essere qualche altro percorso praticabile. E, infatti, c’è!
È quello che vede l’“Europa” ufficiale resistere con ogni suo nervo a un atteggiamento autoritario: Un’ondata di democrazia!

La citazione di Edmund Burke, si adatta perfettamente all’ Europa di oggi: “ la sola cosa necessaria perchè il male trionfi è che le brave persone non facciano nulla”. Democratici impegnati devono decidersi ad agire per tutta  Europa. Per richiamare questo impulso, ci stiamo riunendo il 9 Febbraio a Berlino per fondare un movimento, il DiEM25.
Veniamo da ogni parte d’Europa e siamo uniti da diverse culture, lingue, accenti, affiliazioni politiche, ideologie, colori della pelle, identità di genere, credi e idee per una società migliore.
Ci siamo uniti in qualità di Europei impegnati e determinati a prevenire l’istituzionalizzazione di politiche europee senza cognizione di causa, qualcosa di profondamente dannoso per la democrazia che rende impossibile la realizzazione di un’Unione Europea democratica.
C’è un’idea semplice e radicale che dà abbrivio al DiEM25: Democratizzare l’Europa!
Per l’UE si tratta di democratizzarsi o di disintegrarsi!
La nostra priorità assoluta sono:
(A)  totale trasparenza nel processo decisionale (per esempio, avere in streaming le riunioni del consiglio europeo, di Ecofin e di Eurogroup, piena apertura dei documenti di trattative commerciali, pubblicazione dei verbali dell’  ECB, etc)
(B) urgente ridistribuzione delle istituzioni europee nel perseguire politiche innovative che effettivamente affrontano la crisi del debito, le banche, gli investimenti inadeguati, l’ aumento della povertà e l’ immigrazione.
Una volta stabilizzate le varie crisi europee, il nostro obiettivo a medio termine è istituire un’assemblea costituzionale all’interno della quale gli europei possano decidere come costruire, entro il 2025, una democrazia europea completamente sviluppata, con un Parlamento sovrano che rispetti il principio di autodeterminazione degli Stati e che condividi il potere con i parlamenti nazionali, con le assemblee regionali e con i consigli municipali.
Facciamo appello a tutti gli europei affinché si uniscano subito a noi per portare avanti il progetto di
DiEM25  e per lottare a favore della democratizzazione dell’Unione Europea, per mettere fine alla riduzione delle relazioni politiche di quel potere mascherato da decisioni meramente tecniche, per sottoporre la burocrazia UE alla volontà del popolo sovrano europeo, per smantellare l’attuale potere che le grandi aziende esercitano sulla volontà dei cittadini e per dare un nuovo indirizzo politico alle regole che governano tanto il nostro mercato, quanto la moneta comune.
Siamo mossi da un’Europa della Ragione, della Libertà, della Tolleranza e dell’Immaginazione, possibile e attuabile grazie a una maggiore Trasparenza, una Solidarietà vera e una Democrazia autentica.

Ambiamo a:
• Un ’Europa Democratica in cui tutta la autorità politica parte dai popoli sovrani d’Europa
• Un ’Europa Trasparente dove tutto il processo decisionale avviene sotto lo scrutinio dei cittadini
• Un ’Europa Unita  in cui le persone hanno tanto da condividere sia con i cittadini del loro stesso Paese, sia con quelli appartenenti al resto dell’Unione
• Un ’Europa Realistica che si pone come obiettivo l’implementazione di riforme democratiche radicali, eppure realizzabili
• Un ’Europa Decentralizzata che impiega il potere centrale per massimizzare la democrazia a livello locale
• Un ’Europa Pluralista costituita da regioni, etnicità, credi, nazioni, lingue e culture diverse
• Un ’Europe Egualitaria che promuove le differenze e pone fine a ogni forma di discriminazione
• Un ’Europa Colta che trae beneficio dalla diversità culturale dei suoi popoli
• Un ’Europa Sociale che riconosce la mancanza di sfruttamento come requisito per la libertà autentica
• Un ’Europa Produttiva che canalizza gli investimenti verso una prosperità condivisa e rispettosa
dell’ambiente
• Un ’Europa Sostenibile che vive con le risorse già presenti sulla Terra
• Un ’Europa Ecologica impegnata in un’autentica transizione ecologica globale
• Un ’Europa Creativa che permette ai suoi cittadini di esprimere il potenziale della loro inventiva
• Un ’Europa Tecnologica  che fa leva sulle nuove tecnologie con un fine solidale
• Un ’Europa con una Visione Storica in grado di andare incontro al futuro senza aggrapparsi al proprio passato
• Un ’Europa Internazionalista che tratta le persone non europee come cittadini
• Un ’Europa Pacifica in grado di estinguere le tensioni nei territori più o meno vicini
• Un ’Europa Aperta che prenda in considerazione tutte le idee, le persone e le ispirazioni e che concepisce i confini e le barriere come segni di debolezza e fonte di insicurezza
• Un ’Europa Emancipata dove il privilegio, i pregiudizi, le privazioni e la minaccia della violenza saranno estinte, consentendo agli europei di vivere con quanti meno stereotipi possibili, di sviluppare le loro potenzialità e scegliere liberamente coloro con i quali condividere la propria vita lavorativa e sociale.

Carpe DiEM25

Vedi : www.diem25.org

Incostituzionale la “legge elettorale più bella del mondo”

La Corte Costituzionale ha deciso.

L’Italicum, che secondo chi la votò era “la legge elettorale più bella del mondo”, è stata per buona parte demolita per incostituzionalità. Niente ballottaggio e i “pluricandidati” che otterranno l’elezione su più collegi saranno assegnati tramite sorteggio.

Bene. Grazie dunque al compagno, di tradizione socialista, Felice Besostri e al gruppo di avvocati che hanno proseguito la battaglia iniziata contro il defunto “Porcellum”.

Rimane però l’amaro in bocca per la mancata eliminazione del “premio di maggioranza” che scatterà al raggiungimento del 40% dei voti assegnati. Il premio è un vero proprio vulnus democratico che trasforma la minoranza in maggioranza.

E’ vero, come affermano alcuni osservatori, che sarà difficile per chiunque raggiungere il 40% ma il rischio di essere governati da una minoranza rimane.
Un rischio che noi RadicalSocialisti riteniamo gravissimo perchè portatore di un’idea democratica autoritaria e involutiva.

La battaglia però non è finita e noi la sosterremo in ogni sede. La nostra “democrazia” non è solo il governo della maggioranza, ma il rispetto delle minoranze e la loro rappresentatività nelle istituzioni. Per noi RadicalSocialisti è il pluralismo l’idea base di una società democratica. Senza pluralismo c’è solo autoritarismo, “democratico” o no.

Arturo Scotto si candida alla guida di SI. Ma…

L’onesto Arturo Scotto si candida alla guida di Sinistra Italiana.

Auguri.
Lo fa però con una dichiarazione viziata da una valutazione politica errata: parla di “renzismo”.

L’errore è oggettivo perchè fino a prova contraria NON esiste il Partito Renzista.
Ciò che esiste è un signore, Matteo Renzi, eletto segretario del Partito Democratico dalla maggioranza dei delegati degli iscritti a quel partito, che è stato eletto Presidente del Consiglio con i voti dei deputati e senatori di quel partito e che ha prodotto leggi neoliberiste con i voti parlamentari di quel partito.
Renzi senza l’assenso del Partito Democratico sarebbe oggi un dirigente PD come tanti altri.
Dunque il Renzismo non esiste, esiste il PD.
Nella sua dichiarazione nessun riferimento al PD.
Siamo alle solite supercazzole di SEL.
Iniziamo male, molto male.

(qui la dichiarazione: http://www.huffingtonpost.it/arturo-scotto/perche-ho-deciso-di-candidarmi-alla-segreteria-di-sinistra-italiana-_b_14334862.html?utm_hp_ref=italy)

Francesco Gismondi – MRS

2 euro di vergogna

Continua la campagna televisiva per invitare i cittadini della Repubblica a inviare 2 euro per ricostruire le scuole nelle zone terremotate.

Ci chiedono 2 euro per finanziare ciò che già paghiamo con le nostre tasse mentre Stato, Regioni, Provincie e Comuni gettano milioni ogni giorno per opere e iniziative utili solo a gruppi di potere amici o per glorificare l’operato di chi si trova ad amministrare la cosa pubblica.

Non è solo una questione di TAV o di Ponti, gli sprechi di questo paese non sono solo nelle grandi opere. Lo spreco di denaro pubblico si evidenzia in quelle piccole e medie opere che ai più passano inosservate: rifacimenti di piazze, abbellimenti (spesso il contrario) nei centri storici, finanziamenti a sagre ,feste e associazioni locali, appalti affidati a maggior ribasso con risultati pessimi e dunque da rifare in breve tempo, incarichi professionali per iniziative inutili, privatizzazione di servizi pubblici e via dicendo.

Un fiume di denaro, il nostro denaro, gettato al vento che dimostra una volta di più la qualità di una classe politica corrotta, senza orizzonti e senso della priorità.

Noi radicalsocialisti da sempre crediamo che una soluzione possibile sia quella di creare una democrazia partecipativa che permetta a tutti di svolgere un controllo stringente sull’operato di chi viene chiamato ad amministrare il bene pubblico.

Siamo però convinti che senza una rivoluzione morale e civile il destino di questo paese non potrà che essere oscuro.

Noi, al contrario di chi parla di “uno vale uno” e poi elogia “l’uomo forte”, crediamo nella partecipazione come base di libertà e giustizia e continueremo a lottare per questo.