Divieti e responsabilità

di GENNARO ANNOSCIA

(a mio fratello Luca)

Il coronavirus ha finito per rivelarsi una sorta di cartina di tornasole di aspetti apparentemente nascosti della società capitalistica. Senza che si sia mai fatto cenno alle sue reali cause, la pandemia funge da pretesto alla imposizione di nuovi divieti alle già limitate libertà personali. Uscire di casa non è più possibile, se non per la spesa e per poco altro, la motivazione è che la sua diffusione possa essere bloccata costringendo le persone a non uscire di casa. Ci si dimentica di ricordare che se da un pipistrello, in un remotissimo villaggio asiatico, il virus è arrivato nelle metropoli, diffondendosi così rapidamente, ciò è dovuto, sicuramente, anche ai cambiamenti climatici causati dall’uomo, così come alla concentrazione umana nelle città e nei luoghi di lavoro, oltre che ai continui spostamenti di merci ed esseri umani da un capo all’altro del mondo, fosse pure in business class.

Nella paura di essere contagiati o di diffondere il virus, o semplicemente di essere puniti, ecco quindi tutti gli obbedienti sudditi chiusi in casa.

Lo stato d’emergenza permette, quindi, misure eccezionali, che si rivelano funzionali ad un maggiore controllo sociale, col rischio che possano divenire permanenti, come quelle adottate per contrastare il terrorismo; mentre nei dibattiti televisivi si contrastano i sostenitori della proposta di replicare il modello sud coreano e i sostenitori del modello cinese.

Così, se le rivolte di Hong Kong si sono esaurite per il virus, allo stesso modo proibire gli assembramenti, in nome della salute pubblica – ed affermiamo questo pur avendo piena consapevolezza di una effettiva situazione di eccezionalità – potrebbe, alla lunga, porre fine ai movimenti di massa.

La pandemia diventa, inoltre, occasione per imporre condizioni di lavoro che consentono alle aziende di spendere meno e guadagnare di più. Si sta a casa e si lavora via internet. La pandemia si trasforma in pretesto per l’imposizione senza resistenza di nuove forme di sfruttamento.

In realtà, disincentivare le attività svolte fuori casa potrebbe voler dire privilegiare la sola socialità e aggregazione virtuale.

In una sorta di rincoglionimento generale, ci si stringe intorno alla classe politica, la stessa classe politica, imprevidente e irresponsabile, che nel corso di vent’anni non ha fatto altro che tagliare sulla sanità pubblica, e che in occasione dell’allarme sollevato, da lungo tempo, da scienziati ruotanti intorno alla Organizzazione mondiale della sanità, circa il pericolo rappresentato dal virus, non ha dato loro ascolto.

Dalle finestre, ad ore stabilite, la gente grida, canta, batte le stoviglie e si riunisce in uno spirito nazionalista evocato da politici e media, mentre rognose facce barbute, le stesse che hanno chiuso i piccoli ospedali, ridotto il numero di medici e infermieri, tagliato i posti letto, obbligato i lavoratori della sanità a fare straordinari per sopperire ai tanti buchi, dall’alto delle loro comode case, pontificano in televisione, circa la legittimità, quasi sacrale, del pagare le tasse ad un sistema ingiusto, violento, liberticida, assassino.

Mentre la gente si ammala e muore, il governo spreca 70 milioni di euro in spese militari.

Non manca chi cerca una verità nascosta, un oscuro complotto ordito dal proprio cattivo preferito.

Chi non obbedisce, chiudendo gli occhi di fronte alla verità, è un untore, un criminale, un folle, mentre impazzano sindaci sceriffo e per le strade l’esercito ha compiti di polizia.

Si rivitalizza ogni forma di oscurantismo religioso, dalla punizione millenaristica alle nuvole a guisa di Madre di Dio.

Ci si chiede se superato questo periodo si tornerà a vivere come avveniva prima, e forse la vera curiosità è proprio questa, capire se è più facile vietare o gestire il fare e organizzare.

Gennaro Annoscia

L’attacco del “privato” alla scuola pubblica e ai suoi insegnanti

di LOREDANA FRALEONE * –

Dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, il lavoro nei settori pubblici è entrato nel mirino dei governi che si sono succeduti in Italia, dei media e dell’opinione pubblica. È stato messo in atto un discredito costante senza distinzione di settori, di aree geografiche, di casi del tutto particolari e soprattutto senza una proposta di interventi tesi a migliorare le situazioni che eventualmente andavano corrette.

Sarebbe incomprensibile che governi gestori di organi dello Stato ne fossero i primi denigratori, se dietro non vi fosse stato il preciso progetto, comparando il pubblico con il privato, di presentare quest’ultimo come campione di efficienza per giustificare ogni tipo di privatizzazione.

Vi è stata da allora la costruzione di un contesto in cui persino aziende in buona salute, che avevano garantito un servizio nazionale eccellente e in ottima salute economica, come l’ENEL, venissero trasformate in società per azioni e quotate in borsa in base al principio che “privato è meglio”.

Non è mancato, da qualche decennio, l’attacco sistematico ai lavoratori di settori come la Scuola e la Sanità, i più esposti rispetto alla pervasività delle privatizzazioni, che specialmente nella Sanità si sono realizzate con l’esternalizzazione di una grande quantità di servizi. Un attacco ad ambiti pubblici sui quali realizzare ingenti guadagni da parte dei privati o grandi risparmi da parte dei governi, soprattutto attraverso retribuzioni fortemente al di sotto della media europea e precarizzazione del lavoro.

In particolare sugli insegnanti è costante da anni l’attacco a loro presunti “privilegi”, riconducibili a ciò che anche contrattualmente appare come l’unica quantità di lavoro svolto, ossia le lezioni in classe. Questo, oltre a mettere in cattiva luce la categoria agli occhi dell’opinione pubblica, giustifica il maltrattamento retributivo di lavoratori che portano il peso di un impatto sempre più gravoso con bambini e adolescenti generalmente curati dal punto di vista materiale, ma fortemente trascurati dalle famiglie da quello educativo. Senza parlare del crescente disagio e disgregazione sociale che mettono spesso i docenti in una sorta di trincea.

Ecco allora che il Sole 24 ore pubblica un articolo in cui si ammette la bassa retribuzione degli insegnanti italiani rispetto a quelli europei, ma la si giustifica con una quantificazione delle ore di lavoro, che prende in considerazione semplicemente quelle svolte in classe (per le superiori circa 667 annue), a fronte della media OCSE di 1.629, che invece si basa per gli altri paesi sul conteggio delle ore impiegate anche per la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e tante altre incombenze, in aumento per i docenti italiani, con il moltiplicarsi delle pratiche burocratiche da espletare.

Esiste un nesso inscindibile tra il lavoro degli insegnanti e la qualità della scuola pubblica e mistificarlo significa svalutarli entrambi. Far emergere il lavoro sommerso che a oggi non è quantificato neanche contrattualmente, è ormai non solo un problema di giusto riconoscimento retributivo, ma anche di tutela della dignità di lavoratrici e lavoratori, che contribuiscono in modo significativo alla tenuta civile di questo paese.

*Responsabile Scuola Università e Ricercatore PRC /SE

Uniti per il socialismo sotto un’unica bandiera

di LEONARDO MARZORATI

L’Unione Europea è un moloch al momento difficile da scalfire. Qualcosa però le forze socialiste e popolari devono pur fare, iniziando una propaganda che parta dai social e che giunga nelle piazze, per avere visibilità maggiore. Dietro le forze di sinistra popolare, socialiste e comuniste, non ci sono i potenti mass media che hanno favorito il fenomeno “sardine”. Si deve però trovare una strategia che porti i partiti e i movimenti politici contrari a quest’Unione Europea liberista a trovarsi in una stessa piazza, meglio se sotto una sola grande bandiera.

Forze politiche come Potere al Popolo hanno esaurito la spinta propulsiva (per citare Enrico Berlinguer) alla luce del loro scarso risultato nelle ultime elezioni amministrative. Ora occorre un soggetto chiaramente marxista democratico che parli di socialismo, dichiarandolo nel nome e nel simbolo. Questa nuova forza politica italiana deve rapportarsi con tutti i partiti europei sovranisti di sinistra (Melenchon, Podemos, Linke e altri). Solo unendosi in alleanza con le altre forze popolari europee si potrà lottare per superare il sistema Euro. Dobbiamo batterci per distruggere questa Ue, non in quanto italiani, ma in quanto europei; non in quanto nazionalisti, ma in quanto socialisti e democratici. Si deve lottare contro questa Unione Europea per dare vita a una nuova Europa democratica. Essere contro la Ue non vuol dire essere anti europei, anzi: potrebbe essere vero l’esatto contrario.

Per noi socialisti d’Italia, dove purtroppo le forze sovraniste di sinistra sono debolissime, diventa fondamentale un accordo con i partiti "amici" europei. Come per i Verdi, il successo in alcuni Paesi rafforza i partiti gemelli presenti negli altri.

Mentre la destra sovranista, salvo piccole eccezioni, gioca a fare la nemica della Ue più a parole che nei fatti, la sinistra istituzionale italiana ha deciso di anteporre i diritti civili a quelli sociali e di difendere a spada tratta l’attuale Ue. Questo ha portato una larga fetta di elettorato popolare a passare dalla sinistra all’astensionismo o alla destra. Perfino il Movimento 5 Stelle sembra aver esaurito la sua forza antisistema e dopo aver perso il suo elettorato conservatore, tornato all’ovile di Lega e Fratelli d’Italia, ora sta subendo la lenta aggressione del Pd e dei suoi cespugli (Sardine, Elly Schlein, ecc.). Gli elettori delusi di sinistra dei 5 Stelle iniziano a tornare anch’essi alla casa d’origine. Ma se avevano abbandonato la sinistra istituzionale proprio per mancanza di politiche sociali e anti-establishment, la nuova area politica guidata da Nicola Zingaretti non è poi diversa dal vecchio Pd. Il ritorno a sinistra dei democratici e dei loro alleati è più nelle parole che nei fatti. La stessa tanto decantata Schlein raramente parla di lavoro, preferendo esternare di migranti, lgbt e antifascismo. Proprio per questo la vera sinistra socialista deve guardare a questi elettori smarriti e convincerli a sostenere una forza che sappia unire patriottismo costituzionale e socialismo democratico.

È una sfida molto difficile, ma va portata avanti. Altrimenti la partita sarà sempre tra due forze capitaliste e liberiste, divise solo dalla strategia da utilizzare con i migranti e dalle posizioni etiche sui diritti civili. La stessa destra populista è fieramente ipercapitalista. La Lega della flat tax fa gli interessi della borghesia del Nord e non certo dei ceti popolari, mentre Fratelli d’Italia riunisce la vecchia destra sociale mai sinceramente schierata con le masse lavoratrici e i notabili del centro-sud.

La divisione tra buonisti e cattivisti e tra liberal e conservatori non ci deve riguardare. Noi siamo socialisti e vogliamo un socialismo democratico. Non sono parole anacronistiche, dato che proprio in questi giorni vengono pronunciate dal candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Bernie Sanders e dalle prime ministre di Danimarca e Finlandia Mette Frederiksen e Sanna Marin.

Vogliamo edificare una società socialista e democratica e distruggere quella attuale di precariato e insicurezza, di povertà e diseguaglianze sociali. Avremo molti poteri forti schierati contro. Ci dipingeranno come utopisti o come folli. Ma è una lotta che va combattuta, altrimenti resterà tutto come prima, se non peggio.

Oggi la rivoluzione sono le riforme. Quelle vere!

di GIANCARLO IACCHINI

«Riforme o rivoluzione?», chiedeva Rosa Luxemburg con una domanda ovviamente retorica prima di scagliarsi a testa bassa contro Bernstein e i riformisti, i revisionisti, i gradualisti, gli evoluzionisti della vecchia socialdemocrazia tedesca ed europea. Centovent’anni fa aveva ragione lei, con alle porte non la pacifica prosperità generale vaticinata dagli ottimisti bensì una guerra devastante (che poi ne causò un’altra ancora più mostruosa subito a ruota), nonché una crisi economica rovinosa tra i due conflitti mondiali anziché le magnifiche sorti e progressive della società borghese che avevano affascinato anche gli eredi più moderati di Marx e soprattutto di un Engels ormai con un piede e mezzo nel positivismo di fine Ottocento.

Oltre un secolo dopo, la sinistra italiana ha completamente rimosso la questione sociale, lasciando l’economia nelle mani di una classe dominante senza nome e senza radici né nazionali né “materiali”, che ha reciso ogni legame col mondo del lavoro e della produzione per vivere all’interno di un iperuranio metafisico, quello della finanza globalizzata, che come le monadi di Leibniz non ha né porte né finestre.

La fine (prevista lucidamente da Marcuse) di ogni alternativa rivoluzionaria nel mondo “a una dimensione” in cui il neoliberismo di fine Novecento ci ha confinati, è coincisa nei primi vent’anni del Duemila con l’incredibile esaurimento – almeno nel sempre più vuoto e inconsistente orizzonte politico italiano – perfino di quell’ipotesi socialdemocratica che fino a 40 anni fa i comunisti nostrani respingevano con forza ma insieme rispetto, appellandosi contro di essa ad una prospettiva rivoluzionaria sempre più nominale e sentimentale, priva di fondamenti concreti nella struttura economico-sociale del Paese.

Così da un romantico “comunismo” fondato solo sulla tradizione politica e ideale, sempre più scissa dai processi economici e sociali determinati dallo sviluppo del capitalismo reale, il grosso della sinistra (prima moderata e poi anche radicale) è passato di fatto e per… forza maggiore ad un neoliberismo economico dettato “dall’Europa” e difeso a spada tratta – con uno zelo degno di miglior causa – contro “populismi” e “sovranismi” di ogni tipo, associati ipso facto e senza alcun distinguo alle “destre nazionaliste”. Così perfino la destra economica più tradizionale (quella liberale e appunto liberista) diventa un serio interlocutore da chiamare in causa contro gli ignoranti “nemici dell’euro e dell’Europa”.

Il come sia stata possibile questa incredibile involuzione dovrà essere oggetto di un’analisi ben più ampia e approfondita. Qui basterà mettere in evidenza il pressoché totale abbandono – a sinistra – dei diritti sociali e l’uso strumentale di quelli civili, al punto che una delle figure emergenti di questa presunta alternativa rosée è arrivata – in una recente dichiarazione – ad invocare la “ricostruzione della sinistra” intorno a “5 punti fondamentali” tra i quali non figura nessun problema sociale (come lavoro, sanità, redditi, pensioni, sicurezza, ecc.) in favore di presunte priorità su cui “le persone” si starebbero “mobilitando” quali (testuale) “la parità di genere, le sardine, i Gay Pride, i Fridays For Future e l’accoglienza ai migranti”; in cui quello che colpisce non è il riferimento en passant anche a questioni senza dubbio cruciali come l’ecologia o le migrazioni dei popoli, ma il loro inserimento in un contesto metapolitico che le separa del tutto dalla critica a quella logica del profitto capitalistico che ne impedisce ogni effettiva soluzione. E questo vale anche per un innocuo antifascismo ostentato cantando ad esempio Bella Ciao («perché è una bella canzone», come si è pietosamente giustificato un leader delle “sardine”), quale unico richiamo ad una tradizione storica di cui si è persa ogni memoria di resistenza sociale e liberazione economica.

Come reagire a questa sconcertante deriva della “sinistra” ormai sradicata? Continuando a sollevare la questione “materiale”, certo, e dunque con il socialismo: perché altro nome ancora non c’è, come ci ricorda perfino la politica americana del terzo Millennio. Ma questa volta in modo molto pragmatico e concreto, e cioè riscoprendo quella tradizione socialdemocratica e riformatrice che nel nostro Paese è stata abiurata e dimenticata a parole ma poi portata avanti in modo surrettizio e poco consapevole da forze che politicamente la rinnegavano, come il Pci e la Dc, salvo appunto attingere ad essa a piene mani nel decennio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando sono stati garantiti diritti e conquiste sociali all’avanguardia nel mondo occidentale.

Diritti e conquiste progressivamente smantellate dagli anni Ottanta in poi, specie durante la cosiddetta “seconda repubblica”, governata alternativamente dal centrodestra e dal centrosinistra con un’impressionante unità d’intenti nelle politiche economiche e sociali, in concerto con l’Europa delle banche, delle multinazionali, della finanza transnazionale e… transdemocratica. Così sono potuti andare avanti come treni, con bipolare consenso, il processo delle privatizzazioni, lo smantellamento dello stato sociale, la demolizione della spesa pubblica e della domanda aggregata, la riduzione di ogni intervento statale in economia, la soppressione della sovranità monetaria come leva e regolazione del ciclo congiunturale; il tutto culminato nell’obbligo stupefacente del “pareggio di bilancio” sancito in Costituzione, sconfessando “per legge” tutta la tradizione keynesiana da F.D.Roosevelt a Olof Palme: cosa che ha scandalizzato perfino l’America moderata che ruota intorno al partito democratico: l’omonimo partito italiano, in pratica, si ritrova alla sua destra, ed è lasciato letteralmente al palo dalla scelta “socialista democratica” del vecchio Bernie Sanders o della giovanissima Alexandria Ocasio-Cortez!

In conclusione, cari “progressisti” e “ulivisti” e “centrosinistri” che per decenni ci avete paternalisticamente rampognato per il nostro presunto estremismo, abbiamo deciso di seguire i vostri saggi consigli: mettiamo da parte l’utopia della RIVOLUZIONE e optiamo per le vostre care vecchie RIFORME, quelle vere, reali, concrete e strutturali che avete assurdamente abbandonato. Sicuri che dopo il reset resteremo per voi i “radicali” e “settari” di sempre, dato il vostro totale immobilismo centrista, ma con la forza di una storia politica che avete colpevolmente ripudiato e che oggi volentieri facciamo nostra perché rappresenta – dal New Deal statunitense allo stato sociale scandinavo ma anche italiano – la faccia migliore della civiltà democratica del Novecento.

“Perché guardo con interesse le Sardine”

di FABIO GREGGIO

Riguardo all’articolo pubblicato dall’ottimo Leonardo Marzorati nel sito radicalsocialismo.it: Interessante analisi anche se molti dati sono dedotti e non verificati. Interessante il concetto che socialisti e comunisti devono o dovrebbero fare quello che fanno le sardine, tornare al popolo, essere antagonisti fisicamente e non solo su facebook.

Guardo con interesse le Sardine perché è un movimento di piazza e non sarei di sinistra se arricciassi subito il naso prima ancora di capire chi sono e cosa vogliono al netto di qualche affermazione comica e imbarazzante comprensibile data l’esposizione mediatica improvvisa.

Il fatto che all’interno vi siano elementi dell’Ulivo, che ritengo il momento catartico del declino del pensiero berlingueriano che ha prodotto la metastasi Renzi e il concetto fascista di rottamazione da molti visto come una catarsi risolutiva, non è determinante per un’analisi definitiva: i movimenti di piazza inizialmente hanno sempre una certa eterogeneità, è la risultante finale dell’identità in costruzione che ci interessa non la genesi e il percorso iniziale espressione di identità casuali spesso non considerabili.

Non ritengo allo stato attuale la sinistra intesa come antagonista, capace di trascinare la popolazione in piazza, perché usa ancora metodi obsoleti, usa un linguaggio non comprensibile ai giovani e troppo ortodossa nel pensiero.

Guardo a molti movimenti nascenti, i seguaci di Greta, le Sardine, i fenomeni politici ispanici, tutti fortemente legati a dinamiche di web che producono piazze piene.

La nuova sinistra socialista dovrebbe ridefinirsi al netto delle esperienze craxiane che costituiscono ancora un muro di separazione. Più che i contenuti di questi movimenti mi interessano le dinamiche costitutive che potrebbero essere inserite in un nuovo processo costitutivo del socialismo. MRS in effetti è nata come la rifondazione del socialismo con un pantheon eterogeneo che va da Gandhi a Che Guevara, Gobetti e Marx, per prendere da ogni idea nobile il meglio e assimilarlo in una genesi obbligatoriamente catartica.

Non mi interessa quindi se le Sardine oggi dicono sciocchezze da parte di qualcuno o hanno all’interno forze riformiste che hanno distrutto il pensiero left italiano. Mi interessa cosa verrà fuori a marzo dal loro stato generale e solo allora si potrà fare un’analisi corretta seria e basata su elementi definitivi. Le Sardine potranno essere un fallimento come i girotondi o M5S, o una risorsa per il socialismo. Occorre attendere la loro autocollocazione nel quadro geopolitico.

Intanto quello che constato è che ci sono 100mila persone che cantano Bella Ciao, che sono gli unici a contrastare con efficacia fisica il nascente neofascismo salviniano, mentre la sinistra antagonista ridotta a percentuali da peso atomico elabora scenari incomprensibili, anche se validi, per il popolo che ha bisogno di risposte semplici ma efficaci.

Numeri impressionanti che dovrebbero far riflette. Un popolo eterogeneo che vuole mettere un punto alla degenerazione del progressismo italiano che non lascia orizzonti né punti di riferimento praticabili, e una destra sempre più aggressiva, televisiva, mediaticamente capace di penetrare e creare mondi impossibili per il mero obiettivo di ottenere potere e mettere a tacere tramite la diffamazione.

Saremo capaci noi di fare cose concrete oltre che analisi probabilistiche? Questo è il quesito che dovremmo porci.

(Fabio Greggio)

Piero Gobetti su Gramsci e la fondazione del Pci

di PIERO GOBETTI –

Il movimento comunista torinese si presenta con un’organicità di pensiero e una serietà di intenzioni che suscitano meraviglia e interesse anche in un avversario. Vi è una rigidezza che, per l’intransigenza, è diventata quasi un mito nel pensiero di chi l’ha considerata da lontano. In realtà dall’esperienza politica torinese è nato il Partito Comunista e se ne possono rintracciare i documenti di tre anni almeno antecedenti alla costituzione ufficiale. Ragioni storiche complesse hanno fissato al movimento operaio torinese caratteristiche originalissime con conseguenze di importanza storica eccezionale.

La teoria di questa nuova realtà economica e ideale fu tentata da un gruppo di giovani oscuri che l’Italia ufficiale non ha conosciuto e non conosce. Essi elaborarono dall’esperienza politica a cui assistevano l’idea di un organismo che sistemasse tutti gli sforzi produttivi legittimi, che aderisse plasticamente alla realtà delle forze storiche ordinandole liberamente in una gerarchia di funzioni, di valori, di necessità. Il consiglio di fabbrica, nel quale le esigenze del risparmio, dell’intrapresa, dell’opera esecutrice, si organizzano secondo le attività che ciascuna riesce a risvegliare, fu la loro idea nuova ed operosa, intorno a cui cercarono di raccogliere il movimento operaio e di dargli una personalità.

La mancanza di idealità corrispondeva alla mancanza di un nucleo di dirigenti colti e operosi. In mezzo a quest’inerzia di pensiero fu notato un giovane solitario, Antonio Gramsci, il quale già mentre compiva i suoi studi letterari all’Università si era iscritto al Partito Socialista, forse più per ragioni umanitarie, maturate nella sua pessimistica solitudine di sardo emigrato, che per una netta concezione rivoluzionaria. Gramsci non tardò tuttavia a formarsi una cultura politica e, nonostante la sua riluttanza e timidezza, Serrati, con notevole perspicacia, lo volle collaboratore e corrispondente politico dell’Avanti! da Torino. La sua nuova attività di teorico della rivoluzione comincia con la sua opera nel Grido del Popolo. Il modesto giornaletto di propaganda di partito diventò per lui una rivista di cultura e di pensiero. Vi pubblicò le prime traduzioni degli scritti rivoluzionari russi. Si propose l’esegesi politica dell’azione dei bolscevichi. A capo di quest’opera, benché direttore apparente fosse altri, si sente il cervello di Gramsci. La figura di Lenin gli appariva come una volontà eroica di liberazione: i motivi ideali che formavano il mito bolscevico, nascostamente fervidi nella psicologia popolare, dovevano costituire non il modello di una rivoluzione italiana, ma l’incitamento a una libera iniziativa operante dal basso. Le esigenze antiburocratiche della rivoluzione italiana erano già state avvertite da Gramsci sin dal 1917 quando il suo pensiero autonomista si concretò in un numero unico La Città futura, pubblicato come modello e annuncio di un futuro giornale di cultura politica operaia. La Città futura diventò, nel 1919, L’Ordine Nuovo, il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia apparso (con qualche serietà ideale) in Italia.

Dopo i primi mesi durante i quali L’Ordine Nuovo visse una vita esteriore e sterile, Gramsci impose la sua originalità di teorico richiamando l’attenzione dei compagni al problema dei Consigli di fabbrica, i quali dovevano essere nel suo pensiero i quadri del nuovo Stato operaio, e nel periodo di lotta i quadri dell’esercito rivoluzionario: alle astratte propagande si trattava di sostituire un’azione concreta: gli operai dovevano abituarsi a una reale disciplina e a un cosciente esercizio d’autorità, dovevano acquistare, a contatto coi loro organismi di lavoro, una mentalità di produttori e di classe dirigente. Se nella fabbrica si svolge la vita operaia, nella fabbrica si devono organizzare gli operai per resistere di fronte agli industriali. Il nuovo Stato, che non sorge più in nome degli astratti diritti e doveri del cittadino ma secondo l’operosità dei lavoratori, deve aderire plasticamente agli organismi in cui la loro attività si svolge e di qui attingere la conoscenza dei loro bisogni, l’esame dei loro problemi.

Comunque si giudichi la validità pratica di tali formule, questa era finalmente una concezione rivoluzionaria, di fronte a cui tutto il bagaglio di astrattismo e di riformismo doveva cadere. La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti dei proletari, che ne attesero la parola d’ordine nelle lotte più gravi, nei momenti più incerti. L’occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l’azione della nuova aristocrazia stava il peso morto dell’eredità socialista, l’incapacità dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità risolutrice.

Per tutto l’anno 1920 il Consiglio di Fabbrica fu il centro dell’attività rivoluzionaria, il problema intorno a cui si distinsero le varie sfumature del movimento operaio, l’organo della lotta contro le organizzazioni industriali. Mentre queste, seguendo esigenze locali, si mostravano fortemente battagliere e si sentivano moralmente e intellettualmente alla testa del movimento industriale della nazione, gli scrittori dell’Ordine Nuovo capivano di non poter resistere coi vecchi principi di comuni discussioni sindacali, di non poter aderire alla tattica meramente economica della Confederazione generale del Lavoro quando il movimento impegnava la personalità degli interessati integralmente: la lotta generale doveva avvenire su un fronte unico di azione.

L’Ordine Nuovo si assunse coraggiosamente la direzione e la preparazione dell’opera economica e politica: dimostrò l’originalità del movimento dei Consigli e la necessità di tenerli ben distinti dall’azione sindacale. Il sindacato è organo di resistenza; non di iniziativa, tende a dare all’operaio la sua coscienza di salariato, non di produttore: lo accetta nella sua condizione di schiavo e lavora per elevarlo senza rinnovarlo, in un campo puramente riformistico di utilitarismo. Nel Consiglio l’operaio sente la sua dignità e indispensabilità di elemento della vita moderna, si mette in comunicazione coi tecnici, cogli intellettuali, con gli imprenditori, colloca al centro delle sue aspirazioni non il pensiero del proprio utile, ma un ideale di progresso tecnico, che gli permetta di realizzare sempre meglio le sue capacità, e l’esigenza di un’organizzazione pratica che gli dia il potere.

Lo schema di azione non era più grossolanamente democratico: la nuova società da instaurare non sarebbe stata l’indistinta società del proletariato come massa. Si trattava di preparare la nuova gerarchia corrispondente al valore di ognuno: e il governo doveva essere un’aristocrazia venuta dal basso, capace di affermare la sua coscienza politica e di ricevere l’eredità della classe dirigente esausta.

Il Consiglio si presentava da un lato come la cellula della futura organizzazione economica e politica, dall’altro come l’esercito del fronte unico di lotta nel periodo preparatorio. Accanto all’Ordine Nuovo sorse un nucleo di operai che si dimostrarono capaci di comprendere la nuova situazione. E poiché le masse non potevano intendere e partecipare volontariamente alle nuove idee, essi si assunsero il compito di guidarle, dove quelle non sapevano vedere, di farle trovare di fronte ad avvenimenti che le determinassero, coscienti o no, ad una azione precisa. Così riuscirono ad organizzare e ad imporre per dieci giorni a Torino nell’aprile del 1920 uno sciopero generale che non si proponeva le solite rivendicazioni di salario, ma uno scopo nettamente ideale: il mantenimento dei Consigli. Lo sciopero fallì perché il movimento si circoscrisse a Torino (così volle il Consiglio Nazionale del Partito Socialista) e gli industriali guidati intelligentemente dall’Olivetti (che aveva studiato con cura il pensiero dei nuovi rivoluzionari e ne aveva penetrato lo spirito) si opposero con tutte le forze. Ma la sconfitta recò i suoi ammaestramenti. Non infranse la disciplina operaia e provò una specifica capacità di sacrificio. Dimostrò l’incapacità del Partito Socialista ad ogni azione diretta: pose l’esigenza di dare al movimento una nuova organizzazione politica nazionale, capace di lanciare a tutti gli operai la parola d’ordine necessaria per la difesa dei gruppi più progrediti, che si trovano all’avanguardia del movimento rivoluzionario.

Il dissidio tra l’Ordine Nuovo e Serrati era questo sostanzialmente: il fronte unico dell’azione proletaria doveva essere per i primi nelle trincee più avanzate; per il secondo alla retroguardia. Serrati pensava l’occupazione del potere come coronamento dell’elevazione generale delle masse (quando?), Gramsci pensava l’elevamento delle masse attraverso l’occupazione del potere. Serrati era democratico, Gramsci marxista. Risale propriamente all’aprile del 1920 la separazione decisiva dei torinesi dal Partito Socialista e la costituzione virtuale di un Partito Comunista. Il battesimo del nuovo partito fu l’occupazione delle fabbriche del settembre: la rivincita dell’aprile, la prova del fuoco della maturità degli operai torinesi. Ma la vittoria segnò insieme la conclusione e la decadenza perché dimostrò l′impossibilità di estendere il movimento all’Italia, sia per gli ostacoli economici, sia per l’inesistenza, fuori di Torino, di una classe dirigente operaia matura.

Di fronte al grandioso movimento dei Consigli, un liberale non può assumere la posizione meramente negatrice di un Luigi Einaudi. Il liberale ha dinanzi uno dei più caratteristici fenomeni schiettamente autonomisti che siano sorti nell’Italia moderna. Chi, fuori di ogni pregiudizio di partito, pensoso della crisi presente che è crisi di volontà, di coerenza, di libertà, spera in una ripresa del movimento rivoluzionario del Risorgimento, che entri alfine nello spirito delle masse popolari e le faccia aderire creativamente a uno Stato, a buon diritto ha potuto credere per un momento che la nuova forza politica di cui l’Italia ha bisogno sarebbe sorta da queste aspirazioni e da questi sentimenti. I comunisti torinesi avevano superato la fraseologia demagogica e si proponevano problemi concreti. Contro la burocrazia sindacale affermavano le libere iniziative locali. Movendo dalla fabbrica si assumevano l’eredità specifica della tradizione borghese e si proponevano non già di creare dal nulla una nuova economia, ma di continuare i progressi della tecnica della produzione raggiunta dagli industriali. Contro le astrattezze dei programmi di socializzazione sapevano quale importanza dovesse attribuirsi al problema del risparmio nella industria, quale parte spettasse nella produzione agli imprenditori. Il Consiglio di Fabbrica doveva soddisfare anche alle esigenze degli impiegati, non in quanto piccoli borghesi, ma in quanto impiegati ossia elementi di produzione. Le esperienze concrete dell’azione politica, insomma, avevano liberato quasi completamente i giovani comunisti torinesi dal bagaglio dei luoghi comuni del socialismo e dell’internazionalismo. Essi sentivano il movimento operaio nel suo valore nazionale e libertario. Il loro eroico esperimento fallito è uno dei più nobili sforzi che si siano fatti per dare un fondamento ideale alla vita della nazione.

Gli esperimenti torinesi furono gli elementi concreti che prepararono la fondazione del nuovo Partito Comunista. I veri rivoluzionari italiani non potevano più aver fede nel Partito Socialista, diventato partito di maggioranza, incapace d’azione per l’elefantiasi burocratica del suo ordinamento, per il pregiudizio dell’unità, per le iniziali responsabilità di governo: era evidente che il Partito doveva a poco a poco adeguarsi empiricamente al vecchio Stato, diventare conservatore, senza introdurre nella vita sociale né un’idea né una forza nuova, continuando il riformismo giolittiano. Se Serrati fosse stato un grande uomo politico la battaglia per l’unità avrebbe potuto assumere un carattere più educativo: e sarebbe stato più fecondo lo sforzo di dare all’unico movimento una direzione operosa e indipendente che stimolasse le forze popolari invece di attenderle, e che al partito imponesse il pensiero della minoranza più attiva, più coerente, più rivoluzionaria. L’unità di Serrati invece, come già abbiamo notato, era democraticamente intesa. Nel partito di Serrati, per la generica propaganda messianica, erano entrati a poco a poco elementi piccolo borghesi e contadini, desiderosi di miglioramenti soltanto individuali, privi di preparazione politica, limitati ad una generica negazione anarchica dello Stato per ragioni di utilitarismo, ostacolo insuperabile ad una netta differenziazione politica. Sistemi democratici erano destinati a portare alla direzione del movimento proprio queste masse impreparate che, incapaci di controllo e di iniziativa, avrebbero poi seguito condottieri demagogici. Così la separazione divenne inevitabile.

Si tratta di proporre il problema della conquista del potere e di prepararvi le masse: il Partito Socialista è fallito perché all’ora dell’azione non aveva organismi che aderissero agli strati della produzione e potessero costituire l’impalcatura del nuovo Stato. Il nuovo Partito Comunista deve organizzare l’avanguardia del movimento con una rigida disciplina interiore: deve essere una minoranza direttrice, intorno alla quale la massa amorfa popolare si ordina e ne sente la superiorità e ne accetta l’influenza. Solo questa concezione unitaria e aristocratica può dare un’anima e un carattere ideale agli operai.

Per tutto un anno di fronte al fascismo L’Ordine Nuovo quotidiano è riuscito a dare la parola d’ordine della coraggiosa resistenza e controffensiva alle classi operaie che dal titolo stesso, come da simbolo, incominciavano ad apprendere la disciplina e l’autorità. Di fronte a queste lotte fratricide il criterio di giudizio nostro non può essere né quello della lotta di classe, né quello della pace sociale: siamo in una crisi inevitabile attraverso la quale il nostro popolo tempra la sua volontà e si educa a un esercizio di libertà.

Le declamazioni contro lo Stato sono sempre state intese dagli scrittori dell’Ordine Nuovo come declamazioni contro lo Stato burocratico: essi manifestano il proposito concreto di creare uno Stato che sappia risolvere la crisi borghese ed ereditare i problemi del Risorgimento non risolti: ammettono che la rivoluzione sia la conclusione del liberalismo rivoluzionario dell’800; la lotta contro i capitalisti tende a sostituire un’autorità e una disciplina che i capitalisti non sanno più esercitare e che è necessaria alla società. Tutti questi propositi, per chi abbia saputo indagarli, sono schiettamente liberali e autonomisti. Nel suo primo anno di vita, L’Ordine Nuovo è stato decisamente un giornale di pensiero, singolarissimo in Italia, conscio dell’importanza dei problemi nazionali, preoccupato di fondare una coscienza politica nuova e di ascoltare le esigenze culturali del mondo moderno. Il movimento insomma ebbe una sua serietà ideale, non si prestò ad arrivismi né ad atteggiamenti demagogici, perseguì con coerenza un proposito organico di rinnovamento.

PIERO GOBETTI

(Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, La Rivoluzione Liberale, A. 1, n. 7, 2-4-1922)

Le Sardine e noi socialisti

di Leonardo Marzorati –

I socialisti e comunisti possono anche scendere in piazza con le “Sardine” o con altri movimenti democratici, ma mantenendo saldo il proprio ideale e cercando di convincere sempre più cittadini, meglio se provenienti dai ceti popolari, ad abbracciare la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In tutta Italia il movimento delle Sardine riempie le piazze. I cittadini che scendono in piazza spontaneamente vanno rispettati, ma il messaggio lanciato da chi queste manifestazioni le ha organizzate va analizzato. La richiesta principale, a cui poi sono state aggiunte la lotta al razzismo e al fascismo, è un NO secco ai linguaggi politici aggressivi. Le Sardine nascono in occasione del comizio di Matteo Salvini al Paladozza di Bologna per lanciare la candidatura di Lucia Borgonzoni a governatrice dell’Emilia Romagna. La loro contromanifestazione fu un successo e da lì in tutta Italia i piccoli pesci marini si sono moltiplicati, riempiendo piazze da Nord a Sud, con una concentrazione maggiore proprio in Emilia Romagna, con un messaggio implicito di sostegno al candidato governatore del PD Stefano Bonaccini. Se il popolo delle Sardine è complessivamente eterogeneo, seppur dominato da una maggioranza di area PD e cespugli limitrofi, i leader sono quasi tutti riconducibili al partito di Nicola Zingaretti. Non servivano le schedature messe in atto dal periodico neofascista “Primato Nazionale” per far chiarezza su Mattia Santori e soci.

La spontaneità di molti cittadini scesi in piazza non ci deve nascondere un’organizzazione a stretto contatto con gli ambienti eredi del vecchio Ulivo. Molti degli organizzatori delle manifestazioni hanno difatti avuto ruoli politici attivi nel centrosinistra. Alcuni intervistati presenti in piazza si sono dichiarati liberali di destra o moderati, accumunati agli altri dall’avversità verso i toni demagogici di Salvini e degli esponenti delle destre nazionaliste. Tra le sardine non mancano socialisti e comunisti, questi però sono osservati con grande diffidenza dai leader del movimento, preoccupati che le loro manifestazioni possano essere etichettate come “troppo a sinistra”. A Firenze i leader cittadini delle Sardine hanno persino allontanato un manifestante dalla piazza, reo di aver portato con sé una bandiera rossa con la falce e martello. Ai diversi manifestanti con le bandiere della Ue ovviamente non è stato detto nulla. A quanto pare, lo stendardo rosso con il simbolo dei lavoratori alle Sardine piace molto meno delle 12 stelle, che oramai identificano più i tecnocrati di Bruxelles che non i popoli europei.

Tra le Sardine sono presenti i ceti popolari? Sì, anche se una buona fetta di piazza è borghese. Lo stesso messaggio principale (antirazzismo e antifascismo dovrebbero essere nel DNA di ogni cittadino italiano) fatica ad attecchire tra gli sfruttati. A chi vive in condizioni di povertà e di frustrazione personale è difficile chiedere un linguaggio pacato. Tanto è vero che il linguaggio aggressivo di Lega e Fratelli d’Italia ha attecchito tra i ceti popolari delle periferie e della provincia. L’odio è stato nella storia linfa per i movimenti socialisti e comunisti. I partiti anticapitalisti hanno saputo incanalare un odio generalizzato e tramutarlo in odio di classe. Chi è sottomesso odia, è fisiologico. Facile dire “no all’odio” a chi vive in un relativo benessere. Molto più complesso dirlo a chi fatica a pagare un mutuo o vive in una condizione di lunga precarietà. Si può odiare, l’importante è odiare i veri oppressori. Le destre nazionaliste hanno orientato l’odio dei ceti meno abbienti verso altri poveri, gli immigrati (irregolari e regolari). Per darsi un’aurea populista e quindi contigua alle classi subalterne, hanno aggiunto un affronto, più verbale che altro, contro i “poteri forti”, dalla Ue alle banche, passando per i miliardari che finanziano le Ong. Se una fetta di popolo odia, spetta a socialisti e comunisti convogliare questo rancore verso i veri nemici: capitalisti, tecnocrati italiani ed europei, élite culturali asservite ai due pensieri dominanti (liberal e neo-nazionalista).

Chi è socialista o comunista è per forza di cose antifascista. Molti fascisti del regime mussoliniano, Duce compreso, provenivano da esperienze socialiste, ma la loro trasformazione in braccio armato della grande industria del Nord e dei ricchi latifondisti del Sud li ha resi incompatibili e ostili al socialismo. Noi socialisti e comunisti possiamo cantare “Bella Ciao” quando ci pare. La possiamo cantare noi come le sardine, in quanto siamo entrambi sinceri democratici e antifascisti. I leader delle Sardine invece non possono cantare nostre canzoni come Bandiera Rossa o L’Internazionale, trovandosi su posizioni filo-liberiste e filo-capitaliste.

Se da un lato non ci si deve confondere con le Sardine, dall’altro non si devono sposare tesi settarie. Come scriveva Lenin, «l’estremismo è una malattia infantile del comunismo». Bisogna osservare con diffidenza gli estremisti di oggi, specie nella galassia socialista e comunista. Marco Rizzo ha intrapreso una legittima strada estremista, lui che da parlamentare di Rifondazione Comunista prima e dei Comunisti Italiani poi diede l’appoggio ai governi Prodi, D’Alema, Amato e ancora Prodi. Sui social Rizzo sembra più interessato ad acchiappare like, spesso provenienti da persone visceralmente anticomuniste e non propense a votare PC, che non consensi elettorali. Capita di leggere spesso frasi tipo «Grande Rizzo, non ti voterò mai perché sono di destra, ma condivido quello che dici». Quello che dice il segretario del Partito Comunista sono il più delle volte attacchi alle forze bollate come “sinistrate”: Pd, quel che rimane di LeU, M5S e perfino partiti sinceramente marxisti ma che fanno concorrenza al suo. Il partito di Rizzo in origine si chiamava Partito Comunista – Sinistra Popolare. Il termine Sinistra è stato poi curiosamente rimosso. Si può apprezzare il tentativo donchisciottesco di Rizzo di ricreare all’alba degli anni 20 del XXI secolo un partito staliniano ispirato al PCI degli anni 40 del XX secolo. Il PC non ha né Berlinguer né Togliatti, ma Pietro Secchia come modello. Isolarsi come l’Albania di Enver Hoxha oggi può piacere a un nugolo di nostalgici, ma non può essere un modello di lotta politica efficace. Rizzo si pone così fuori dal sincero tentativo di varie forze politiche, più o meno grandi, di creare un’alleanza elettorale in nome del socialismo, con primo fine quello di ottenere seggi parlamentari. La lotta per il socialismo, in una repubblica parlamentare come la nostra, deve passare dagli scranni di Camera e Senato.

Le forze politiche estremiste non sono poche. Tutte quante però, eccetto il già citato Partito Comunista, raggruppano poche decine di militanti. Come nel celebre sketch in cui Corrado Guzzanti imitava Fausto Bertinotti, la deriva di molti partiti comunisti e socialisti radicali è di scindersi in tanti microorganismi. I socialisti e i comunisti dovrebbero invece presentarsi sotto una sola bandiera e un solo simbolo, nonostante i diversi percorsi che hanno vissuto dirigenti e militanti. Una sola bandiera e un solo simbolo, per poter sfidare le destre che oggi spadroneggiano: sia le destre nazionaliste, sempre più forti e più pericolose che mai, sia le destre liberaldemocratiche, ringalluzzite dal movimento delle Sardine e dalla possibile vittoria del loro candidato Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. Serve una solida alleanza socialista. Alle prossime elezioni regionali non ci sarà nulla di tutto ciò. In Calabria le forze socialiste e comuniste non parteciperanno nemmeno alla competizione elettorale. In Emilia Romagna la contesa sarà tutta tra i candidati delle due destre (nazionalista con Borgonzoni e liberaldemocratica con Bonaccini). I 5 Stelle sono molto deboli, ma peggio di loro sono messe le forze della sinistra popolare, presenti con tre liste rivali, tutte destinate a raccogliere le briciole lasciate dai candidati principali. Partito Comunista, Potere al Popolo e L’Altra Emilia Romagna (ennesimo pavido tentativo di Rifondazione Comunista di nascondere nome e falce e martello, quasi se ne vergognasse) sono destinati a magri risultati. Dopo le regionali in Umbria Rizzo esultò per aver preso l’1%, contro lo 0,9% preso dal candidato di PaP e Pci.

I socialisti e i comunisti devono tornare a ragionare come Nenni e Togliatti, non come Bordiga, e cercare di ottenere maggiori consensi tra i lavoratori. I maestri socialisti divergevano su strategie e obiettivi da raggiungere, ma sia i riformisti come Filippo Turati sia i massimalisti come Giacinto Menotti Serrati lavoravano per ottenere il maggior consenso possibile tra i ceti popolari. È un lavoro arduo, ma va affrontato, passo dopo passo. Questo penso sia un passaggio obbligato per gli eredi di una storia che nacque nel XIX secolo e che oggi ha ancora molto da dire.