Per un quarto polo “radicale di sinistra”

di TOMASO MONTANARI

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.
Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.
L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.
Arrivati a Renzi, il problema non è stato il “personalismo” (pure odiosamente pervasivo): ma la definitiva distruzione dei diritti dei lavoratori (Jobs act), la spallata finale alla scuola pubblica (la Buona scuola), la mazzata inflitta all’ambiente (lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi), la mercificazione completa del patrimonio culturale e la fine della tutela (la “riforma” Franceschini) e via elencando. Con Minniti, poi, siamo arrivati all’eradicazione dell’articolo 10 dalla Costituzione e a una politica securitaria per la quale i militanti di Fratelli d’Italia e Lega si spellano le mani. Un partito che blocca lo Ius soli mentre approva un maxi-condono per l’abusivismo edilizio: è questo il Pd.
A “espatriare” farebbe bene una sinistra pronta a sostenere e prolungare tutto ciò. Votare Pd per fermare la destra vuol dire ripetere l’errore di chi era convinto che la visione di Sanders fosse utopica e minoritaria e ha imposto la Clinton in nome del “realismo”: sappiamo com’è finita. Fermare la destra facendo la politica della destra serve solo a rinviare lo schianto finale, rendendolo ancora più devastante.
In tutta Europa sono nati movimenti radicali di sinistra (che usino o meno questa parola nel loro nome), che contestano alla radice lo stato delle cose e le politiche di centrosinistra degli ultimi vent’anni, rigettano il dominio della finanza sulla politica e rivendicano il diritto di governare puntando al “pieno sviluppo della persona umana” e non obbedendo al mercato. Tutti partiti meno “a sinistra” di papa Francesco, sia chiaro: tanto per dire quanto sia insensato parlare oggi di “centrosinistra” sul piano culturale.
Manca quasi solo l’Italia, e spero che il percorso del Brancaccio possa – con il tempo che ci vorrà – generare qualcosa di simile. Ma un simile progetto non può certo iniziare sostenendo gli alfieri dello stato delle cose. Alle prossime elezioni ci saranno tre, diverse, destre: quella padrona del marchio, i 5stelle di Di Maio e il Pd di Renzi. Una sinistra che voglia rovesciare il tavolo dello stato delle cose non può allearsi con nessuna delle tre.
E i numeri? Si può decidere di rivolgersi solo al 50% che vota, o decidersi finalmente a parlare all’altra metà del Paese, con un linguaggio nuovo e radicale. È la metà riemersa il 4 dicembre, determinando la vittoria del No: laddove i flussi elettorali dimostrano che l’85% dei votanti Pd ha scelto il Sì.
Siamo, dunque, a una scelta di campo. L’oracolare Giuliano Pisapia ha infine detto che sarà al fianco del Pd, mentre MdP deve ancora decidere: tutti gli altri vogliono un quarto polo. Non so come finirà: ma se ci si divide tra chi vuole lasciare tutto così com’è, e chi vuole invertire la rotta non è uno scandalo, è onestà intellettuale. Lo scandalo è non averlo fatto prima: oggi saremmo al 20 per cento. O al governo.
di Tomaso Montanari | 3 ottobre 2017

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Di Battista: ecco perché non mi sono candidato

di ALESSANDRO DI BATTISTA

Perché non mi sono candidato a premier per il M5S? Perché non penso, per lo meno adesso che quello sia il mio ruolo. E se penso questo, per il rispetto che devo a voi tutti e al Movimento che mi ha cambiato la vita, è giusto non candidarsi. Io mi sento un libero battitore, mi conoscete bene, in un certo senso è come se mi sentissi imbrigliato in certi palazzi e non è un caso che la mia azione “politica” più importante di questi anni l’ho fatta viaggiando in sella ad un motorino a difesa della Costituzione. E me li prendo, i miei meriti, senza alcuna falsa modestia. Perché non dimentichiamolo mai, gli abbiamo fatto il culo al sistema con un motorino e i treni regionali!

Ognuno ha il suo ruolo, e questo è il mio adesso. Voglio essere totalmente libero, libero di portare avanti le battaglie in cui credo. Per qualcuno questo potrebbe significare non volersi prendere una responsabilità. E’ l’esatto contrario, proprio perché sono responsabile e so quel che posso e devo dare al Movimento ho fatto questa scelta.

Mi conoscete bene, ho sempre dato l’anima in questi anni. Non ho mai mollato. Altro che “onorevole”, mi sono sentito onorato di portare avanti le nostre battaglie. In questi 4 anni e mezzo da deputato ho prodotto interrogazioni, emendamenti, discorsi in aula, denunce. Ma soprattutto ho prodotto sudore…e chi ha partecipato alle centinaia di comizi che ho fatto sa di cosa sto parlando. Ho interpretato il ruolo da parlamentare in maniera fisica. Se c’era da stare in prima linea andavo in prima linea. L’ho fatto sempre e se ci sono riuscito molto lo devo a voi. E mi sono preso moltissime responsabilità, non ultima caricandomi il Movimento sulle spalle nei momenti di difficoltà.

Candidarsi a premier non è mica obbligatorio, qua l’unica cosa che è obbligatoria è restare compatti perché ci aspettano mesi durissimi.

Proveranno di tutto per fermarci. L’obiettivo dei partiti politici non è fermare la mafia che è forte più che mai proprio perché capace di trasformarsi, l’obiettivo dei partiti politici e di tutti i camerieri del sistema non è fermare la corruzione che è la principale arma in mano alle cosche. L’obiettivo dei partiti politici e di tutti quei boiardi di stato che gestiscono le nostre vite non è fermare la povertà, mai così diffusa in Italia dal dopoguerra….no, il loro unico obiettivo è fermare il M5S e tutta la carica di cambiamento che porta con sé.

L’hanno sempre fatto. Hanno cominciato a farlo rieleggendo Napolitano, il massimo responsabile dei disastri italiani. L’hanno fatto applicando la ghigliottina boldriniana per regalare, ancora una volta, denari pubblici alle banche private, l’hanno fatto mettendosi d’accordo, ex-comunisti ed ex-fascisti, per governare non a favore di qualcuno ma contro qualcuno: il Movimento. L’hanno fatto con le violazioni dei regolamenti, lo stanno facendo ancora adesso, con l’ennesima legge elettorale oscena scritta esclusivamente per impedire al Movimento di governare e lanciare un Gentiloni bis che fa comodo al PD, a Berlusconi e al capitalismo finanziario, il primo nemico da abbattere.

Io se sono libero, del tutto libero, in un certo senso anche da ruoli che, per lo meno adesso, non sento appartenermi, posso dare di più. Questo è la pura sacrosanta verità. Altro che accordi, ticket con Luigi, spartizioni di poltrone.

Poi c’è dell’altro che è sopraggiunto, ed è umano, fisiologico, direi sano che tutto questo mi abbia positivamente travolto. Sto per diventare padre e penso sempre a mio figlio anche se ancora non è nato. Oltretutto penso che educare un figlio in un certo modo sia anch’esso un gesto “politico”. Si può fare politica in tantissimi modi. Voi tutti adesso state facendo politica, in questo momento. Si fa politica quando si prende la decisione giusta al posto di quella che conviene, si fa politica quando si sceglie un prodotto rispetto ad un altro in un supermercato, si fa politica quando si sceglie la contro-informazione….Quando venni eletto, nel 2013 mio padre mi disse: “la politica può essere tremenda, può tirar fuori il peggio dalle persone”. Aveva ragione, ma oggi, dopo 4 anni e mezzo, dopo aver visto in faccia certi pericoli posso dire che la politica può essere stupenda…Questa legislatura sta per finire, alcune persone le abbiamo perse per strada perché non sono stati capaci di resistere a certe tentazioni, altre persone sono morte anche se non riesco ancora a capacitarmene, altri hanno preferito smettere di lottare perché lottare costa tanta fatica. Qua c’è un gruppo che non ha mai smesso di lottare, ci sono colleghi, parlo soprattutto di quelli meno noti, che hanno fatto un lavoro straordinario e loro tutti, come me, hanno le mani pulite. E abbiamo le mani più pulite di come le avevamo nel 2013 perché forse si può dire di avere le mani davvero pulite solo se si ha la possibilità di insudiciarsele e non lo si fa.

Tra pochi giorni, forse poche ore, diventerò padre. Sarà l’ennesimo viaggio della mia vita, forse l’unico che è solo andata. Voglio insegnargli ad esser libero, sufficientemente ribelle (dico sufficientemente perché non vorrei mai che a 14 anni si approfittasse di queste parole) e soprattutto a non avere paura. Ma la vedete la nostra società? Chi comanda davvero? Un banchiere? Un grande editore? I pezzi grossi dei partiti? I “boiardi” di Stato senza nome? Ma quando mai! Chi comanda è la paura. Paura della propria identità, paura della diversità; paura di perdere il lavoro, paura di non trovarlo mai; paura di alzare la testa, paura di tenerla sempre abbassata. C’è chi ha paura di restare solo e allora resta solo, chi di essere abbandonato ed è il primo che abbandona, chi di non essere all’altezza dei propri sogni e allora smette di sognare. Forse provare ad educare un bambino a non avere paura è un gesto rivoluzionario.

Ci aspettano mesi di battaglie feroci. Ripeto le tenteranno tutte. Renzi parlerà a reti unificate ma io lo vedo morto politicamente e forse la cosa migliore che potremmo fare è smettere di nominarlo lasciandolo nell’oblio della sua immoralità. Berlusconi, che ha già in tasca un accordo con il PD, attaccherà solo ed esclusivamente il M5S. Attaccherà me ma soprattutto attaccherà Luigi. Dirà che non abbiamo fatto nulla di buono in vita nostra, “tipo fondare un partito con un soggetto in carcere per mafia”, dirà, lui che ha votato leggi incostituzionali e leggi indecenti come la legge Fornero che siamo inesperti. Dirà che non portiamo contenuti, Berlusconi, non è che non portiamo contenuti, noi non portiamo detenuti! Che è diverso!

Forse nominarli troppo certi soggetti è un errore, e non per strategie comunicative elettorali, ma perché non sono loro i nostri veri nemici, il problema in Italia non sono i Renzi, i Berlusconi, le Boldrini o i Napolitano… il problema siamo noi italiani, abituati a subire da secoli, anche noi vittime dell’omologazione, anche noi incapaci a volte a distinguere le vittime dai carnefici. Ci lasciamo distrarre con una facilità davvero disarmante. E chi si lascia distrarre si lascia dividere. Sapete cosa significa “distrarre”, significa tirare, spingere in parti diverse. Questo provano a fare perché uniti li possiamo destituire, divisi continueranno a comandarci. Dobbiamo avere chiaro in testa tutto questo, è molto importante. Per questo tirano fuori ancora il fascismo, nel 2017, si dedicano e cercano di costringerci a dedicarci non ai fascismi attuali, ma a quelli passati, morti e sepolti. Perché lo fanno? Perché il Popolo va distratto… guai che si accorga dei nemici reali. Il fascismo di oggi è il primato della finanza sulla politica, è il pensiero dominante che uccide ogni pensiero autonomo. Questi sono i miei nemici e proverò a contrastarli con tutta l’energia che ho in corpo. Oggi qualcuno si dedica ad abbattere i retaggi dei regimi e dei totalitarismi passati perché ha il terrore che i cittadini si dedichino ad abbattere i regimi e i totalitarismi presenti.

Io non sono un moderato, moderati si muore. Sapete qual è la frase che più non sopporto quando un sindaco viene eletto: “sarò il sindaco di tutti”. Ma quando mai! Il Movimento non deve essere il movimento di tutti, ci sono persone che non devono entrare nel Movimento, ci sono cittadini che non devono votarci. Io non li voglio i voti degli approfittatori, dei complici del sistema, di chi sa solo lamentarsi. Questo non ci porterà al governo? A parte non ci credo affatto, anzi, considero l’intransigenza un valore e la sola strada per arrivare a governare il Paese. Tuttavia credo, e ve lo dico dichiarandovi che mi spenderò al massimo per vincere le prossime elezioni, che andare al governo non è il fine del movimento, ma un mezzo per ottenere l’unico nostro obiettivo: cambiare radicalmente questa società. Io ho fiducia in Luigi, anche lui si è caricato con un’abnegazione quasi commovente, il Movimento sulle sue spalle. E va sostenuto, oggi come mai.

Questa è l’ultima edizione di Italia a 5 stelle prima delle prossime politiche, l’ultima di questa legislatura. Italia a 5 stelle fu un’idea di Gianroberto, una delle tante idee che ha avuto un uomo che oltre a mancarmi terribilmente a livello personale penso manchi all’Italia intera così affamata di intellettuali disinteressati e capaci di trasformare il pensiero in azione. Lo ringrazio ancora, dovunque egli sia, e ringrazio Davide che sta dando un contributo per portare avanti il sogno di suo padre anch’egli in modo disinteressato. Ringrazio Beppe, un amico e un patriota, ma tanto questo glielo riconosceranno solo tra 60 anni… e ringrazio voi tutti. Voi non avete neppure idea della forza che mi avete dato nei momenti di difficoltà. Siete indispensabili. Questo è il Movimento per me, e va molto oltre una candidatura a premier. Ognuno di voi, io compreso, sta dando un contributo secondo le proprie qualità, le proprie inclinazioni e le proprie aspirazioni. Ognuno è fatto come è fatto purché si remi, tutti quanti, verso la stessa direzione. Vi voglio bene!

Piena solidarietà alla nostra Valentina!

Il Circolo Libertario Polverari esprime la più affettuosa solidarietà alla sua presidentessa Valentina Pennacchini, pesantemente insultata attraverso la vigliaccheria di due lettere anonime, contenenti – insieme a squallide offese sessiste – precisi riferimenti politici: alla sua elezione alla presidenza del nostro Circolo, al suo impegno nel Movimento RadicalSocialista ed a non meglio specificate "critiche a un partito". Nel condannare con sdegno il grave episodio, siamo certi che Valentina non si lascerà intimorire da reazioni così ignobili e proseguirà con l’impegno di sempre la sua preziosa attività culturale e politica, ed in particolare le battaglie scottanti sui temi della sanità e delle ingiustizie sociali.

Tomaso Montanari: “Il riformismo ha fallito; bisogna essere radicali!”

Dobbiamo invertire RADICALMENTE la direzione di marcia. Non pensiamo che sia più tempo di riformismo, che ha fallito; pensiamo che sia tempo di RADICALISMO. Dobbiamo rovesciare il tavolo della DISEGUAGLIANZA, non pensare che si possa lenire qualcosa con provvedimenti tampone e compromessi. Questo è “vincere”. Una vittoria vera, una VITTORIA CULTURALE. Il vero “realismo” è quello di andare a fare la stampella di Renzi oppure CAMBIARE IL VOCABOLARIO DEL PAESE e attrezzarsi… anche per un tempo forse lungo?

Voglio citarvi Emilio Lussu (Pci) che nel ’48, quando vinse la DC, prese la parola in Parlamento e disse: «Il Paese i suoi rappresentanti lo possono servire solo in due modi: nell’assumere la grande responsabilità dell’amministrazione dello Stato e nella critica dall’opposizione. Se questo concetto che l’opposizione è un dovere critico, ugualmente indispensabile e degno quanto quello di assumere la responsabilità della direzione dello Stato, entra finalmente nel costume della nostra vita politica, deve cessare questo sconcio ormai penetrato nel cervello e nell’ambito degli uomini di governo e tutti i settori della burocrazia e in tutti i rami dell’amministrazione dello Stato, quello per cui il governo è l’ordine e l’opposizione il disordine».

Il punto non è la “mistica della sconfitta”, non è pensare di restare all’opposizione “per sempre”; ma dobbiamo dirci che per costruire ci vuole tempo. E’ inutile che gli amici e compagni vengano a dirci: “ci prospettate una lunga traversata del deserto”. Ce l’hanno imposta questa lunga traversata nel deserto! Perché io la sinistra al governo non l’ho vista in questi anni! Dobbiamo costruire un nuovo progetto… per una NUOVA SINISTRA.

Non chiediamo cose folli, non sono cose di parte in senso deteriore, non sono cose dal libro dei sogni, non sono fuori dalla storia, chiediamo le cose sancite dalla COSTITUZIONE, cose che stanno nel cuore, nel centro della cultura di sinistra. E un’altra cosa. Potrò sembrare presuntuoso, ma credo sia la verità: dobbiamo sapere che SIAMO DALLA PARTE GIUSTA, dobbiamo sapere che abbiamo ragione! Siamo sui principi fondamentali della Carta Costituzionale: eguaglianza, inclusione, giustizia sociale, pieno sviluppo della persona umana… Sono i fondamentali punti del progetto che è stato costruito con il sangue della Resistenza e dell’antifascismo.

Quelle basi sono le basi giuste. Non si combatte il nuovo fascismo cancellando le iscrizioni dai monumenti, con il vandalismo di Stato e l’iconoclastia di Stato; si combatte il nuovo fascismo dando soldi alla scuola e all’università, e mettendo in grado gli italiani di oggi e di domani non di sapere che il fascismo "non è stato" ma come dice Primo Levi di meditare che "è stato": non lo dobbiamo rimuovere, dobbiamo conoscerlo, e criticarlo costruendo un Paese diverso.
Io spero che saremo IN TANTI a credere che valga la pena di dedicare un po’ di tempo della nostra vita per provare a cambiare davvero questo Paese. E cambiarlo attuando il progetto della Costituzione.

(discorso di Tomaso Montanari a Bologna – 12 settembre 2017 – trascrizione di Vania Valoriani Fammoni)

Come distinguere la sinistra dai… sinistri

Non siamo più ai tempi del dilemma luxemburghiano “riforme o rivoluzione?”, anche perché oggigiorno i “riformisti” procedono in senso contrario (verso lo smantellamento dello stato sociale, ad esempio), avendo dimenticato perfino Keynes (altro che il Marx "prudente" di Eduard Bernstein, contro il cui "revisionismo" si scatenava la nostra mitica Rosa!), e tuttavia le sinistre sono sempre essenzialmente due (ci limitiamo in questo caso all’Italia): una tutta "chiacchiere e distintivo", a cui basta "sentirsi" di sinistra per esserlo davvero (?), agitando bandierine, mostrando sigle e simbolini sempre nuovi e sempre meno rossi (rosa, verdi, viola, arancioni ecc.) e proclamando ideali facili da sbandierare senza disturbare affatto il manovratore (economico), contro cui non ha più nulla da dire; allora il nemico diventa ora Berlusconi (con Grillo, Salvini e tutta “la destra”) , ora Renzi (il kompagno che sbaglia), ora perfino il terribile Alfano (?); è naturalmente la sinistra il cui immobilismo e il cui distacco dal mondo del lavoro e dagli ideali "strutturali" (per evocare Marx) della sinistra SOCIALE ha precisamente prodotto quei mostri, di cui si vorrebbe liberare per tornare ai "bei tempi" (dell’Ulivo, dell’Unione), quando furono fatti più danni di quelli attribuibili ai mostri suddetti.
E c’è per fortuna una sinistra (in gran parte sommersa perché non riesce a trovare una rappresentanza politica adeguata) che non ha mai dimenticato i suoi valori fondanti: libertà eguale e radicale, giustizia sociale, lotta al neoliberismo, difesa e potenziamento dello Welfare, dei beni comuni e dell’intervento pubblico in economia; una sinistra che può essere definita in un solo modo: SOCIALISTA. Questa sinistra "sostanziale" ha ben poco a che spartire con quella "formale", che anche quando predica bene razzola malissimo, che dice una cosa e poi fa l’esatto contrario (ma dice anche cose nefaste). Venendo al dunque: oggi la finta sinistra può allearsi o non allearsi al PD, prima o dopo le elezioni oppure anche no, ma è tutta interna allo schema mentale del "centrosinistra" cioè alla logica del neocapitalismo globalizzato, che spera di gestire con meno traumi e scossoni "altrimenti arrivano le destre" (che sarebbero ovviamente tutte le altre forze in campo). La sinistra vera cerca invece di resistere e di riorganizzarsi, facendo opposizione sociale e intellettuale, promuovendo laboratori di partecipazione dal basso nella più completa rottura con i vecchi gruppi dirigenti compromessi col "centrosinistra" dei vari alberi e fiori (querce e ulivi, garofani e margherite).
La cartina di tornasole per distinguere "a occhio nudo" la vera dalla falsa sinistra non si riduce dunque alle baruffe temporanee col PD ("perché c’è Renzi" o "perché c’è Alfano"), ma sta in alcuni precisi banchi di prova: l’indisponibilità netta e definitiva a intese con il Partito Democratico (a prescindere da Renzi), un programma di radicale cambiamento sociale, ed una leadership credibile e nettamente riconoscibile come alternativa al ceto politico dominante. Si tenga presente tutto questo per capire di volta in volta, a livello nazionale o regionale o comunale, quale tipo di esperimento politico ci troviamo davanti.

Le vicende di SEL-SI e il coraggio a sinistra

di MARISA D’ALFONSO

Quando da un gruppo parlamentare è nata SEL-SI avevamo già compreso bene la portata e i limiti di un partito politico che non nasceva dal basso. Anche se Cosmopolitica aveva risollevato gli animi, perché si trattò di un bell’appuntamento denso di tanta carne al fuoco, di bei momenti e di pagine alte di bella politica (ma Pisapia che si aggirava insieme a Zedda veniva scansato da quasi tutti) le amministrative di maggio 2016 purtroppo segnarono il primo solco profondo facendo esplodere le contraddizioni che avevano portato alla morte di Sel, a partire proprio da Milano. (E poi le lettere dei 100, dei 300, la brutta pagina siglata con Fassina a Roma, tanto per ricordare le più eclatanti.)
Tanto tempo perso, ma il referendum combattuto con caparbietà e vinto il 4 dicembre aveva segnato un punto importantissimo di non ritorno per molti di noi, lo "spartiacque" tra chi ha un’idea dello Stato e della Costituzione e chi tutt’altra. Poi un altro pessimo momento, da gennaio, fatto di litigi, tante incomprensioni e lacerazioni fino al congresso di febbraio, che avrebbero dovuto condurci finalmente a un partito di sinistra in cui sentirsi finalmente a casa, come il popolo che "per vivere ha bisogno di lavorare" chiede da tempo, invece no: Scotto e D’Attorre ci hanno regalato le pagine più brutte degli ultimi anni a sinistra, ancora più tristi dell’abbandono di Migliore, Boccadutri, Di Salvo ecc.
Le amministrative di giugno scorso hanno contribuito a delineare ancora di più il quadro politico e per chi non l’avesse capito bene hanno decretato la fine del centrosinistra.
Ma noi a sinistra, si sa, siamo masochisti. Infatti, dopo la bellissima giornata del Brancaccio che doveva fornire la spinta a fare finalmente politica nei territori e, tra la gente, la nostra gente, abbiamo preferito aspettare i comodi e i diktat di chi alle amministrative si era presentato OVUNQUE con il Pd, riproponendo quella formula trita e ritrita che ha condotto l’Italia sul baratro, il centrosinistra che non guarda tanto al chi e al come ma solo al fine ultimo, cioè il venire eletto, in qualsiasi condizione e a costo di qualsiasi compromesso.
Abbiamo iniziato a fare come l’anno scorso, che chiunque si alza la mattina detta la linea. Allora Fassina smentisce il segretario e partecipa all’appuntamento di Pisapia. Allora si votano documenti in direzione nazionale (ma molti lo fanno col mal di pancia e qualcuno si assenta per non votare, mi dicono) che lasciano basìta la parte dei militanti la quale credeva che finalmente ci si occupasse di loro e dei problemi quotidiani, che i morsi della crisi stanno rendendo sempre più drammatici.
Si ascoltano le dichiarazioni più disparate circa il nostro futuro, le lettere da un presunto leader all’altro da una testata giornalistica all’altra, e i nostri intenti di un partito che è nato con la raccomandazione del neoeletto segretario al congresso fondativo di calpestare poca moquette e tanto asfalto, di non affezionarsi alla moquette ogni tanto si perdono "come lacrime nella pioggia".
Fino a leggere stamattina un’intervista a Fratoianni che lascia perplessi perché la credibilità va a farsi benedire in nome di un’unità che attualmente non esiste. Né di intenti, né di popolo, né di altro. Solo ed esclusivo ceto politico.
Così non va. Attendiamo la conferenza programmatica sul’Europa, ad esempio, che consideriamo dirimente. Niente. Attendiamo di valere unatestaunvoto, per esempio. Non pervenuto.
Non bisogna unire la sinistra, non ce lo chiede la gente, non è vero. A maggior ragione se unire la sinistra significa riportare in seno le contraddizioni che han fatto morire Sel. La gente chiede di essere rappresentata nelle sue istanze e nei drammi che il liberismo del Pd ha imposto, non è interessata ad ammucchiate elettorali che verrebbero abbandonate il giorno dopo.
Sappiamo che si tratta di navigare in mare aperto, siamo consapevoli che i risultati "elettorali" forse non verranno subito, ma facciamo l’alternativa al liberismo, facciamo buona politica e che le porte siano aperte a tutti ma senza più inseguire né corteggiare nessuno.
Sbrighiamoci a dare seguito alle assemblee aperte tra i cittadini come quella del Brancaccio.
Come ricorda Corbyn, la sinistra è per i coraggiosi.

Il centrosinistra non è l’alternativa al renzismo, ma ne è la causa!

di TOMASO MONTANARI

La domanda è: la manifestazione di Santi Apostoli ha resuscitato il desiderio di votare in chi fa parte di una sinistra senza casa, in chi magari il 4 dicembre è andato ai seggi per dire No, ma non sa ora dove guardare? Per quel che vale, come membro di quella categoria, rispondo di no. Intendiamoci, in quella piazza romana c’erano tantissime brave persone (…), persone di sinistra: cioè intenzionate a cambiare lo stato delle cose, e a cambiarlo in direzione dell’eguaglianza, dell’inclusione e della giustizia sociale. Ma i discorsi, il tono politico, il filo conduttore della manifestazione e soprattutto la reticente conclusione di Giuliano Pisapia sono apparsi autoreferenziali, chiusi: a tratti ombelicali. Rivolti al passato, e non al futuro.

L’analisi della realtà condivisa da coloro che hanno parlato è sembrata la seguente: «il problema della sinistra, e del Paese, è Matteo Renzi». Il fatto che quel nome non sia quasi stato pronunciato non ha fatto che aumentare la sua centralità, da fatale convitato di pietra: un gigantesco "rimosso" che tornava fuori ad ogni frase. La versione dei fatti è stata grosso modo questa: «la stagione del centrosinistra è indiscutibile, l’Ulivo è ancora la stella polare. Poi è arrivato Renzi e tutto si è rovinato. Ma se riusciamo a neutralizzarlo possiamo tornare indietro, come se non ci fosse mai stato».

Ora, non sarò io a minimizzare la portata eversiva della presenza di Renzi nella sinistra, e in generale nella politica, italiana. Credo, anzi, di essere stato tra i primissimi a denunciarne l’estrema pericolosità. Ma oggi ­– mentre Renzi galoppa senza freni verso un definitivo suicidio politico, trascinandosi dietro il Partito Democratico – sarebbe irresponsabile non chiedersi come siamo arrivati a lui. Non possiamo raccontarci che è venuto fuori come un fungo, senza radici e senza ragioni. Non possiamo nasconderci che Renzi è il più grave sintomo di una malattia degenerativa della sinistra, ma non ne è la causa.

Dalla classe dirigente del centrosinistra, cioè da coloro le cui scelte politiche hanno generato un Renzi, ci si aspetta dunque un’analisi profonda, e profondamente autocritica. Tanto più se hanno votato fino a ieri tutte le leggi renziane, magari arrivando a votare sì anche alla disastrosa riforma costituzionale. Sia chiaro: non si pretende un’abiura, non si chiedono delle scuse, ma questa inquietante rimozione rischia di preludere ad una coazione a ripetere che non possiamo permetterci.

(…) Sul piano della tattica politica, tutto questo si traduce nella formula esibita dal ministro Andrea Orlando, non per caso presente dietro il palco di Santi Apostoli: «questa piazza non è alternativa al Pd». E Massimo D’Alema ha chiarito, con la consueta intelligenza: «parleremo dell’alleanza di governo con il Pd solo dopo il voto». E dunque è ormai chiaro: questo centrosinistra che si autodefinisce "di governo", per tornare al governo avrà bisogno del Pd. Di un Pd senza Renzi, o con Renzi nell’angolo: questa è la scommessa di Santi Apostoli.

Ammettiamo che il gioco riesca: un simile governo non sarebbe quello che è già il governo Gentiloni (Lotti e Boschi a parte)? In concreto cosa cambierebbe? Un tale governo di centrosinistra senza Renzi fermerebbe il Tav in Val di Susa e l’Autostrada Tirrenica, bloccherebbe le privatizzazioni e le alienazioni del demanio, cancellerebbe la scellerata riforma Franceschini dei Beni Culturali, abrogherebbe la Buona Scuola, farebbe davvero (e non solo studierebbe, come ha detto Pisapia) una seria tassa patrimoniale, attuerebbe una progressività fiscale e la gratuità del diritto allo studio, ricostruirebbe i diritti dei lavoratori? Niente, nei discorsi di Santi Apostoli, permette di predire una simile "inversione a u" rispetto alle rotte degli ultimi vent’anni – e ho trovato francamente indegno il tentativo di Gad Lerner di arruolare Stefano Rodotà tra i sostenitori di un progetto così poco interessato al futuro.

Dunque non c’è ormai più speranza di costruire una sinistra unita, che sia davvero sinistra, e davvero unita? Io credo che, malgrado tutto, questa speranza ci sia ancora. Credo che ci debba essere. Perché sarebbe drammatico rassegnarci fin da ora a due percorsi paralleli e alternativi, anzi tra loro ostili: uno che guarda all’elettorato Pd, l’altro che guarda all’Italia dei sommersi e dei senza politica. Ma c’è un solo modo di provare a tenere insieme queste due strade: aprire finalmente un confronto vero: sulle cose. E non sulla fuffa mediatica: leadership, alleanze, candidature.

In uno dei pochi passaggi davvero chiari del suo discorso, Giuliano Pisapia ha detto che è stato un errore sopprimere l’articolo 18: ebbene, partiamo da lì, e vediamo fin dove si può arrivare. È per questo che lo avevamo invitato a parlare al Brancaccio (dove non è voluto venire), è per questo che gli avevamo chiesto di parlare a Santi Apostoli (ricevendo un diniego). Pazienza, acqua passata: iniziamo da domani, proviamoci senza rancore.

(…) Non c’è pericolo di alcuna egemonia prescritta: c’è invece la possibilità che queste formazioni camminino insieme. Ma soprattutto c’è la vitale necessità che queste piccole forze immaginino se stesse come una parte di una cosa molto più grande. Che esse accettino, cioè, di costruire una vera alleanza con i cittadini: cioè con quelle forze civiche che ormai passano alla larga dalla politica e dalle urne. L’esempio di Padova ci dice che se questa alleanza funziona, si può superare il 20%: a patto di cambiare linguaggio, di uscire dall’autoreferenzialità di riti comprensibili solo ai notisti politici. Ci vuole una politica nuova: un linguaggio, un forza, un entusiasmo capaci di far ricircolare il sangue nelle vene di questa povera democrazia in declino: e per capire cosa intendo si può confrontare il discorso di Pisapia con quello pronunciato qualche giorno fa da Corbyn davanti ai giovani riuniti a Glastonbury.

Per questo Insieme deve accettare l’idea di partecipare ad un insieme più grande. E una simile lista civica nazionale di sinistra non può nascere ponendosi il problema del governo, o dell’alleanza con il centro (leggi Pd), ma cercando invece di costruire prima di tutto se stessa, strutturandosi intorno ad alcuni grandi principi fondamentali. Non è affatto difficile: ricevo molte mail da militanti di Articolo Uno che chiedono di partecipare alle assemblee che, sul solco del Brancaccio, si stanno autoconvocando in tutta Italia, ennesimo segno che la base è molto, ma molto, più unita delle varie dirigenze in campo.

In conclusione: se la forza battezzata in Piazza Santi Apostoli pensa se stessa come un punto di arrivo, è finita prima di cominciare. Può essere invece davvero importante se pensa se stessa come il pezzo di un processo, di un percorso più grande e più largo. Un percorso vero: senza un destino già scritto, senza leader autoconsacrati e alleanze stabilite a priori. Un processo che si snodi intorno alla costruzione partecipata di un progetto culturale, civile e politico la cui bussola siano eguaglianza, inclusione, partecipazione.

Proviamoci: è questione di umiltà, generosità, lungimiranza, coraggio. E il momento è ora.