Le vicende di SEL-SI e il coraggio a sinistra

di MARISA D’ALFONSO

Quando da un gruppo parlamentare è nata SEL-SI avevamo già compreso bene la portata e i limiti di un partito politico che non nasceva dal basso. Anche se Cosmopolitica aveva risollevato gli animi, perché si trattò di un bell’appuntamento denso di tanta carne al fuoco, di bei momenti e di pagine alte di bella politica (ma Pisapia che si aggirava insieme a Zedda veniva scansato da quasi tutti) le amministrative di maggio 2016 purtroppo segnarono il primo solco profondo facendo esplodere le contraddizioni che avevano portato alla morte di Sel, a partire proprio da Milano. (E poi le lettere dei 100, dei 300, la brutta pagina siglata con Fassina a Roma, tanto per ricordare le più eclatanti.)
Tanto tempo perso, ma il referendum combattuto con caparbietà e vinto il 4 dicembre aveva segnato un punto importantissimo di non ritorno per molti di noi, lo "spartiacque" tra chi ha un’idea dello Stato e della Costituzione e chi tutt’altra. Poi un altro pessimo momento, da gennaio, fatto di litigi, tante incomprensioni e lacerazioni fino al congresso di febbraio, che avrebbero dovuto condurci finalmente a un partito di sinistra in cui sentirsi finalmente a casa, come il popolo che "per vivere ha bisogno di lavorare" chiede da tempo, invece no: Scotto e D’Attorre ci hanno regalato le pagine più brutte degli ultimi anni a sinistra, ancora più tristi dell’abbandono di Migliore, Boccadutri, Di Salvo ecc.
Le amministrative di giugno scorso hanno contribuito a delineare ancora di più il quadro politico e per chi non l’avesse capito bene hanno decretato la fine del centrosinistra.
Ma noi a sinistra, si sa, siamo masochisti. Infatti, dopo la bellissima giornata del Brancaccio che doveva fornire la spinta a fare finalmente politica nei territori e, tra la gente, la nostra gente, abbiamo preferito aspettare i comodi e i diktat di chi alle amministrative si era presentato OVUNQUE con il Pd, riproponendo quella formula trita e ritrita che ha condotto l’Italia sul baratro, il centrosinistra che non guarda tanto al chi e al come ma solo al fine ultimo, cioè il venire eletto, in qualsiasi condizione e a costo di qualsiasi compromesso.
Abbiamo iniziato a fare come l’anno scorso, che chiunque si alza la mattina detta la linea. Allora Fassina smentisce il segretario e partecipa all’appuntamento di Pisapia. Allora si votano documenti in direzione nazionale (ma molti lo fanno col mal di pancia e qualcuno si assenta per non votare, mi dicono) che lasciano basìta la parte dei militanti la quale credeva che finalmente ci si occupasse di loro e dei problemi quotidiani, che i morsi della crisi stanno rendendo sempre più drammatici.
Si ascoltano le dichiarazioni più disparate circa il nostro futuro, le lettere da un presunto leader all’altro da una testata giornalistica all’altra, e i nostri intenti di un partito che è nato con la raccomandazione del neoeletto segretario al congresso fondativo di calpestare poca moquette e tanto asfalto, di non affezionarsi alla moquette ogni tanto si perdono "come lacrime nella pioggia".
Fino a leggere stamattina un’intervista a Fratoianni che lascia perplessi perché la credibilità va a farsi benedire in nome di un’unità che attualmente non esiste. Né di intenti, né di popolo, né di altro. Solo ed esclusivo ceto politico.
Così non va. Attendiamo la conferenza programmatica sul’Europa, ad esempio, che consideriamo dirimente. Niente. Attendiamo di valere unatestaunvoto, per esempio. Non pervenuto.
Non bisogna unire la sinistra, non ce lo chiede la gente, non è vero. A maggior ragione se unire la sinistra significa riportare in seno le contraddizioni che han fatto morire Sel. La gente chiede di essere rappresentata nelle sue istanze e nei drammi che il liberismo del Pd ha imposto, non è interessata ad ammucchiate elettorali che verrebbero abbandonate il giorno dopo.
Sappiamo che si tratta di navigare in mare aperto, siamo consapevoli che i risultati "elettorali" forse non verranno subito, ma facciamo l’alternativa al liberismo, facciamo buona politica e che le porte siano aperte a tutti ma senza più inseguire né corteggiare nessuno.
Sbrighiamoci a dare seguito alle assemblee aperte tra i cittadini come quella del Brancaccio.
Come ricorda Corbyn, la sinistra è per i coraggiosi.

Il centrosinistra non è l’alternativa al renzismo, ma ne è la causa!

di TOMASO MONTANARI

La domanda è: la manifestazione di Santi Apostoli ha resuscitato il desiderio di votare in chi fa parte di una sinistra senza casa, in chi magari il 4 dicembre è andato ai seggi per dire No, ma non sa ora dove guardare? Per quel che vale, come membro di quella categoria, rispondo di no. Intendiamoci, in quella piazza romana c’erano tantissime brave persone (…), persone di sinistra: cioè intenzionate a cambiare lo stato delle cose, e a cambiarlo in direzione dell’eguaglianza, dell’inclusione e della giustizia sociale. Ma i discorsi, il tono politico, il filo conduttore della manifestazione e soprattutto la reticente conclusione di Giuliano Pisapia sono apparsi autoreferenziali, chiusi: a tratti ombelicali. Rivolti al passato, e non al futuro.

L’analisi della realtà condivisa da coloro che hanno parlato è sembrata la seguente: «il problema della sinistra, e del Paese, è Matteo Renzi». Il fatto che quel nome non sia quasi stato pronunciato non ha fatto che aumentare la sua centralità, da fatale convitato di pietra: un gigantesco "rimosso" che tornava fuori ad ogni frase. La versione dei fatti è stata grosso modo questa: «la stagione del centrosinistra è indiscutibile, l’Ulivo è ancora la stella polare. Poi è arrivato Renzi e tutto si è rovinato. Ma se riusciamo a neutralizzarlo possiamo tornare indietro, come se non ci fosse mai stato».

Ora, non sarò io a minimizzare la portata eversiva della presenza di Renzi nella sinistra, e in generale nella politica, italiana. Credo, anzi, di essere stato tra i primissimi a denunciarne l’estrema pericolosità. Ma oggi ­– mentre Renzi galoppa senza freni verso un definitivo suicidio politico, trascinandosi dietro il Partito Democratico – sarebbe irresponsabile non chiedersi come siamo arrivati a lui. Non possiamo raccontarci che è venuto fuori come un fungo, senza radici e senza ragioni. Non possiamo nasconderci che Renzi è il più grave sintomo di una malattia degenerativa della sinistra, ma non ne è la causa.

Dalla classe dirigente del centrosinistra, cioè da coloro le cui scelte politiche hanno generato un Renzi, ci si aspetta dunque un’analisi profonda, e profondamente autocritica. Tanto più se hanno votato fino a ieri tutte le leggi renziane, magari arrivando a votare sì anche alla disastrosa riforma costituzionale. Sia chiaro: non si pretende un’abiura, non si chiedono delle scuse, ma questa inquietante rimozione rischia di preludere ad una coazione a ripetere che non possiamo permetterci.

(…) Sul piano della tattica politica, tutto questo si traduce nella formula esibita dal ministro Andrea Orlando, non per caso presente dietro il palco di Santi Apostoli: «questa piazza non è alternativa al Pd». E Massimo D’Alema ha chiarito, con la consueta intelligenza: «parleremo dell’alleanza di governo con il Pd solo dopo il voto». E dunque è ormai chiaro: questo centrosinistra che si autodefinisce "di governo", per tornare al governo avrà bisogno del Pd. Di un Pd senza Renzi, o con Renzi nell’angolo: questa è la scommessa di Santi Apostoli.

Ammettiamo che il gioco riesca: un simile governo non sarebbe quello che è già il governo Gentiloni (Lotti e Boschi a parte)? In concreto cosa cambierebbe? Un tale governo di centrosinistra senza Renzi fermerebbe il Tav in Val di Susa e l’Autostrada Tirrenica, bloccherebbe le privatizzazioni e le alienazioni del demanio, cancellerebbe la scellerata riforma Franceschini dei Beni Culturali, abrogherebbe la Buona Scuola, farebbe davvero (e non solo studierebbe, come ha detto Pisapia) una seria tassa patrimoniale, attuerebbe una progressività fiscale e la gratuità del diritto allo studio, ricostruirebbe i diritti dei lavoratori? Niente, nei discorsi di Santi Apostoli, permette di predire una simile "inversione a u" rispetto alle rotte degli ultimi vent’anni – e ho trovato francamente indegno il tentativo di Gad Lerner di arruolare Stefano Rodotà tra i sostenitori di un progetto così poco interessato al futuro.

Dunque non c’è ormai più speranza di costruire una sinistra unita, che sia davvero sinistra, e davvero unita? Io credo che, malgrado tutto, questa speranza ci sia ancora. Credo che ci debba essere. Perché sarebbe drammatico rassegnarci fin da ora a due percorsi paralleli e alternativi, anzi tra loro ostili: uno che guarda all’elettorato Pd, l’altro che guarda all’Italia dei sommersi e dei senza politica. Ma c’è un solo modo di provare a tenere insieme queste due strade: aprire finalmente un confronto vero: sulle cose. E non sulla fuffa mediatica: leadership, alleanze, candidature.

In uno dei pochi passaggi davvero chiari del suo discorso, Giuliano Pisapia ha detto che è stato un errore sopprimere l’articolo 18: ebbene, partiamo da lì, e vediamo fin dove si può arrivare. È per questo che lo avevamo invitato a parlare al Brancaccio (dove non è voluto venire), è per questo che gli avevamo chiesto di parlare a Santi Apostoli (ricevendo un diniego). Pazienza, acqua passata: iniziamo da domani, proviamoci senza rancore.

(…) Non c’è pericolo di alcuna egemonia prescritta: c’è invece la possibilità che queste formazioni camminino insieme. Ma soprattutto c’è la vitale necessità che queste piccole forze immaginino se stesse come una parte di una cosa molto più grande. Che esse accettino, cioè, di costruire una vera alleanza con i cittadini: cioè con quelle forze civiche che ormai passano alla larga dalla politica e dalle urne. L’esempio di Padova ci dice che se questa alleanza funziona, si può superare il 20%: a patto di cambiare linguaggio, di uscire dall’autoreferenzialità di riti comprensibili solo ai notisti politici. Ci vuole una politica nuova: un linguaggio, un forza, un entusiasmo capaci di far ricircolare il sangue nelle vene di questa povera democrazia in declino: e per capire cosa intendo si può confrontare il discorso di Pisapia con quello pronunciato qualche giorno fa da Corbyn davanti ai giovani riuniti a Glastonbury.

Per questo Insieme deve accettare l’idea di partecipare ad un insieme più grande. E una simile lista civica nazionale di sinistra non può nascere ponendosi il problema del governo, o dell’alleanza con il centro (leggi Pd), ma cercando invece di costruire prima di tutto se stessa, strutturandosi intorno ad alcuni grandi principi fondamentali. Non è affatto difficile: ricevo molte mail da militanti di Articolo Uno che chiedono di partecipare alle assemblee che, sul solco del Brancaccio, si stanno autoconvocando in tutta Italia, ennesimo segno che la base è molto, ma molto, più unita delle varie dirigenze in campo.

In conclusione: se la forza battezzata in Piazza Santi Apostoli pensa se stessa come un punto di arrivo, è finita prima di cominciare. Può essere invece davvero importante se pensa se stessa come il pezzo di un processo, di un percorso più grande e più largo. Un percorso vero: senza un destino già scritto, senza leader autoconsacrati e alleanze stabilite a priori. Un processo che si snodi intorno alla costruzione partecipata di un progetto culturale, civile e politico la cui bussola siano eguaglianza, inclusione, partecipazione.

Proviamoci: è questione di umiltà, generosità, lungimiranza, coraggio. E il momento è ora.

Il cubo di Rubik della politica italiana

di GIANCARLO IACCHINI

La politica italiana si è completamente incartata. E’ un cubo di Rubik, un’equazione al momento irrisolvibile. Tutti i soggetti in campo sono su un binario morto o, se preferite, in un vicolo cieco, alla vigilia di elezioni tanto agognate quanto presumibilmente inutili.

Il PD è ostaggio di Renzi e delle sue contraddizioni. Il bullo di Firenze finora ha fatto tutto da solo, portando con sé al potere un gruppo di inconsistenti yes-men (e yes-women) il cui unico compito è quello di non fargli ombra e di suffragare la strombazzata teoria dell’«uomo nuovo» al comando che «rottama» la vecchia classe politica. La prima volta gli è andata bene, ma dopo 4 anni di governo fallimentare c’è un buon 60% di elettorato che sopporta sempre meno la sua arroganza ed un altro 20% (metà di quelli che inizialmente avevano creduto in lui) che gli ha voltato le spalle. Il clamoroso autogol del referendum è stata la sua pietra tombale, ma lui come uno zombie redivivo si è rialzato e vorrebbe riprendere a camminare come niente fosse. Solo che si trova di fronte a un bivio paralizzante: o continua a fare il “pierino” contro tutto e contro tutti, ancora più spavaldo e vendicativo, e allora va a schiantarsi un’altra volta; oppure prova a cambiare stile (ammesso e non concesso che sia capace di passare da quell’infantile egocentrismo a virtù squisitamente politiche come l’ascolto, la condivisione e la mediazione) e perde anche i voti dei superficiali “rottamatori” che lo credono ancora il salvatore della patria. Pertanto nella prossima campagna elettorale la sua forza persuasiva sarà pari a quella di un piazzista di pentole al mercato rionale; e alle elezioni rischia di arrivare terzo dietro i 5Stelle e la destra (se si unisce).

A sinistra, i fuoriusciti dal PD conservano di quel partito tanto la paralizzante “moderazione” quanto la totale mancanza di idee. L’unica (presunta) alternativa a Renzi è la nostalgia per quel centrosinistra il cui misero fallimento è proprio la principale causa del renzismo. Il bonaccione delle finte liberalizzazioni (Bersani) e il cattivone dell’ultima guerra balcanica (D’Alema) non possono rappresentare nessuna alternativa a Renzi, e di certo nessuna “sinistra”. Tra l’altro la loro inconsistenza politica si è subito palesata nell’affidare la guida del “progetto” al vanesio Pisapia, uomo del sì al referendum (sic) che alla festa del PD renziano, abbracciato alla Boschi, ha detto di sentirsi proprio “a casa sua” (sic), talmente incauto da bruciarsi politicamente nel giro di poche settimane e il cui sbandierato “campo progressista” esiste solo nella fantasia sua, di Gad Lerner e della stampa compiacente. Ma anche nell’improbabile ipotesi che una prospettiva “ulivista” attragga ancora qualcuno, il problema di “Articolo 1” è sempre Renzi: infatti senza il PD renziano il “centrosinistra” non ci sarebbe, ma insieme all’erede politico di Berlusconi non avrebbe alcun senso. Insomma, la nuova aggregazione della “sinistra governista” è sbagliata in partenza (“lasciate ogni…Speranza o voi ch’entrate!”), almeno finché alla guida del PD rimane Renzi. Il che vale di riflesso anche per quest’ultimo: mettersi con Bersani e D’Alema dopo averli rottamati gli farebbe perdere i voti “nuovi” senza fargli recuperare quelli “vecchi”.

L’unico progetto che avrebbe senso è una rifondazione civica e movimentista imperniata sui valori socialisti e libertari: “libertà eguale”, diritti civili e sociali, ecologia, democrazia dal basso, lotta ai privilegi della casta politica e della cricca economica che tiene in pugno il Paese, denuncia dei trattati-capestro con la UE (vedi l’assurdo “pareggio di bilancio”) e riconquista della sovranità economica e monetaria: una sorta di nuovo comitato di liberazione nazionale! Ciò implica una lotta decisa contro il PD e l’idea stessa del “centrosinistra”. Il movimento del Brancaccio, ispirato dalle facce pulite e credibili di Anna Falcone e Tomaso Montanari, si muove in quella direzione, sia pure con qualche incertezza ed esitazione (e nel totale silenzio dei media ufficiali), ma è forte e fondato il timore che sia troppo tardi, almeno per questo giro elettorale.

Il centrodestra è in risalita nei sondaggi ma condivide la stessa impasse: Lega e Forza Italia hanno progetti diversissimi (ad esempio sull’Europa) che forse nemmeno l’eterno Berlusconi (che a differenza di Renzi è un maestro nell’arte di mediare e di unire l’inconciliabile, vedi ai tempi la Lega secessionista di Bossi e il partito fascionazionalista di Fini) potrà riuscire a far incastrare. Se poi ci riuscisse, non è detto che la “lista unica” faccia il pieno dei voti, rischiando di perdere sia metà dei “moderati europeisti” che metà dei “sovranisti” alla Salvini e Meloni. E andando divisi, gli spezzoni destrorsi finirebbero dietro 5Stelle e PD, e magari con la Lega avanti su Forza Italia; al che allo scafato Berlusca non resterebbe che virare su Renzi per quell’inciucio centrista che la legge elettorale proporzionale da sempre favorisce.

Infine il Movimento 5 Stelle, che nonostante le sue ben note contraddizioni ha condotto in questi anni con grande decisione la lotta ai privilegi della “casta” politica e dei potentati economici, e che mette sul tavolo la riforma più radicale degli ultimi decenni: quel “reddito di cittadinanza” (in realtà un reddito minimo o “di base”) che porterebbe tutti gli italiani oltre la soglia di povertà, secondo l’antica proposta di Ernesto Rossi di «abolire la miseria e non la ricchezza». Ma al di là delle prove di governo più o meno valide fornite dai suoi sindaci (circostanza che vale ovviamente per ogni forza politica, con buona pace della maniacale attenzione mediatica – ormai grottesca nella sua palese strumentalità – alle vicende della giunta capitolina) quel che blocca le chances di governo del M5S è ovviamente la sua politica isolazionista, almeno con questa legge elettorale proporzionale. I “grillini” obietteranno (non a torto) che non esistono in parlamento forze politiche con cui allearsi, ma l’errore fondamentale (e… fondamentalista) è il sentirsi gli unici depositari di quei valori di onestà, giustizia, ambientalismo e democrazia diretta che da sempre sono stati portati avanti con impegno e sacrificio da comitati, associazioni e movimenti politici, anche ai tempi in cui Grillo faceva ancora la pubblicità dello yogurt in tv. Poi, bisogna dargliene atto, è stato lui a inaugurare le campagne contro i monopoli economici e finanziari (Fiat e Telecom, Cirio e Parmalat, banche e assicurazioni) mentre la sinistra aveva il Cavaliere come unico (e comodo) spauracchio, ma evidentemente l’opposizione sociale in Italia non è cominciata col Vaffa-day, quindi una salutare apertura verso il buono che c’è altrove sarebbe giusta ed anche utile.

Per finire, quel patetico imbroglio che è la legge elettorale. L’Italia è uno dei pochi paesi democratici (?) in cui si alternano allucinanti sistemi di voto che non permettono ai cittadini di scegliere niente e nessuno: né il capo dello Stato, né il presidente del Consiglio, né il partito o la coalizione che deve governare e nemmeno il proprio deputato in Parlamento! Una vergogna senza pari, di cui sono corresponsabili sia i fautori del “maggioritario” che le anime belle del “proporzionale”, le quali riducono le elezioni ad un “democraticissimo” sondaggio, senza porsi il problema basilare della democrazia, ossia la scelta dei governanti da parte del popolo “sovrano”. Una inutile hit parade politica ogni 5 anni, e poi lasciamo fare ai partiti (maggioranza, governo, premier, presidente della Repubblica e tutto il resto)! Il secondo turno, che poteva far quadrare il cerchio, è stato bocciato dalla Corte Costituzionale, che dell’Italicum ha incredibilmente eliminato l’unico lato positivo; e sistemi di “preferential vote” come quello australiano, indiano o londinese – che permetterebbero di fare l’eventuale ballottaggio già nel primo turno, assegnando all’elettore l’ulteriore diritto di indicare una seconda scelta – sono sconosciuti o troppo astrusi per la nostra classe politica. Per cui le prossime elezioni, se le cose restano così, produrranno solo caos e ingovernabilità, e l’ennesimo “inevitabile” pateracchio centrista senza carne né pesce, fino ad ulteriori nuove elezioni (ovviamente con una “nuova legge elettorale”) in un avvitamento verso il basso che sarebbe deleterio. Insomma un rebus di cui non si verrà a capo facilmente, visto che le attuali forze politiche, così deboli in fatto di idee da legittimarsi reciprocamente solo nella polemica spicciola quotidiana, hanno paura perfino di accordarsi sulle regole del gioco: che sarebbe adesso, a fine legislatura, l’unica cosa da fare.

Via crucis burocratica (a 40 gradi), ovvero la selezione darwiniana degli anziani

di VALENTINA PENNACCHINI

Che l’Italia non sia un Paese per giovani – di figli se ne fanno sempre meno e quelli che ci sono se ne vanno – è ormai risaputo, ma il “Bel Paese” non è nemmeno un posto per vecchi. Pensioni a parte (meglio andarsene in Portogallo) la sanità è quello che è o meglio quello che una classe dirigente senza colore – in senso politico e non solo – vuole farla diventare; il cancro della burocrazia poi, alla faccia della semplificazione amministrativa sbandierata a destra e a sinistra e mai attuata, avvelena la vita di tutti e colpisce ancor di più gli anziani. I vecchi (non solo purtroppo) muoiono. E’ una legge di natura. E’ invece legge – e in questo la natura c’entra poco – tutto ciò che comporta morire soprattutto per chi resta, specie se c’è un immobile di mezzo. Andiamo a narrare per sommi capi l’epopea della pratica per la successione di una povera vedova residente nel comune di Urbino.

La prima tappa è il sindacato: la via più economica. Alla signora viene consegnato un prestampato indicante i documenti necessari per istruire la pratica. Una bella lista densa di cose da fare e di uffici da visitare. Non importa che sia la prima e unica casa e che sia in comunione dei beni: deve pagare. Carte alla mano, frutto di lunghe file in Comune, in banca, al catasto ecc., la povera settantenne torna al sindacato per la consegna e attende una chiamata. Dopo quindici giorni il sindacato le comunica gli importi da versare: 517 euro circa in banca (con agevolazione prima casa) e 437 per la pratica, questi ultimi da pagare dopo esser passata all’ufficio delle entrate del comune di residenza con 3 marche da bollo da 16 euro ed aver effettuato un versamento di euro 12.40 tramite F24 in triplice copia consegnato dall’ufficio delle entrate. Totale 1.014 euro circa (non male per una pensionata e per una casa – non una villa – in comunione dei beni).

Seconda tappa: banca. Il male minore: paghi e con la ricevuta ti spediscono all’ufficio delle entrate che però guarda caso è stato trasferito in una frazione ad alcuni chilometri (6 per la precisione) dalla città di residenza.

Terza tappa: Ufficio delle entrate. Un posto comodo… con i mezzi pubblici soprattutto perché dalla fermata dell’autobus c’è da fare un bel tratto di strada a piedi e per di più in salita; l’ideale con le temperature di questi giorni specie per un’anziana signora. Dopo aver consegnato la documentazione e compilato l’ennesima domanda la poveretta viene spedita a pagare l’F24 in posta.

Quarta tappa: ufficio postale. Dov’è la posta? “Vicino! Un Km”, ma coi mezzi pubblici neanche a parlarne perché non si sa quando passano e dove fermano. Meglio a piedi… tutto lungo la trafficata strada provinciale e sotto il sole cocente. Il ritorno è in salita tanto poi all’ufficio delle entrate c’è il condizionatore a -15. Tutta salute!

Quinta tappa: ufficio delle entrate. Dopo l’ennesima fila (ogni volta bisogna munirsi di numero e aspettare il proprio turno) la signora deve produrre un’altra domanda in marca da bollo e le viene restituito un documento da consegnare in banca per sbloccare i pochi spiccioli sul conto corrente cointestato e bloccato da mesi.

Sesta tappa: banca. Ultima fila. Missione compiuta.

No! C’è l’ultima tappa, la settima: sindacato. La povera donna paga il sindacato e consegna gli ultimi documenti felice di esser sopravvissuta alla “pratica darwiniana”.

Ogni commento è superfluo. L’Italia non è un paese per giovani, non è un paese per immigrati e nemmeno per vecchi. Ognuno può definirlo come meglio crede.

(Valentina Pennacchini)

Intervista ad Anna Falcone

Avvocata Anna Falcone, la vostra Coalizione civica, nome provvisorio, dà appuntamento nelle città per il week end del 30 settembre e primo ottobre. Per fare cosa?

Abbiamo convocato assemblee simultanee, non necessariamente cittadine ma anche regionali. Saranno le nostre 100 piazze per il programma. Si discuterà dei filoni usciti dall’assemblea del Brancaccio (18 giugno scorso, ndr): lavoro, diritto al reddito, pensioni, equità di genere e intergenerazionale, diritti e doveri – welfare, istruzione, sanità, giustizia, assistenza sociale – e il ruolo dello stato nell’economia. Ovvero art.3 della Costituzione, il cuore del nostro modello democratico: lo stato ha un ruolo attivo nella rimozione delle diseguaglianze ma anche nell’economia. Solo così si esce dalla crisi. Non siamo nostalgici statalisti, è la precondizione per far ripartire l’economia anche privata. E infine: Europa. Le spese per gli investimenti siano escluse dal fiscal compact.

Questo lo dice anche Renzi.

Renzi agita slogan. La politica è costruzione e alleanze.

Anche in Italia la politica è alleanze?

Sì, ma fra chi ha gli stessi obiettivi.

Alleanze ma non con il Pd.

Non con il Pd. Se il Pd cambiasse, il discorso sarebbe diverso. Oggi il Pd non è di sinistra: ha abbracciato il blairismo quando era già fallito. Si è allontanato dal suo statuto e dal suo Dna. Ha deluso le speranze.

Qualcuno di voi aveva sperato nel Pd, creduto in Renzi e nelle sue Leopolde?

Io no, ma altri sì. E non vanno criminalizzati.

Torniamo alle assemblee.

Così costruiremo il programma. Porteremo le proposte all’assemblea nazionale successiva. Verranno presentate e implementate tramite il sito. Quelle che avranno più consenso entreranno nel programma. Proporremo un metodo democratico e inclusivo agli iscritti. Il percorso è importante: a sinistra sui programmi siamo d’accordo, ma sui percorsi democratici no.

Parliamo del percorso allora. Dall’assemblea del Brancaccio che passi avanti ci sono?

C’è una grande partecipazione alle assemblee territoriali. Sono confronti aperti e sereni, basati sul reciproco riconoscimento di tutti. Molti giovani.

Non sempre sereni. A Milano si sono sentite di nuovo le distanze con Pisapia.

Ognuno è libero di fare il suo percorso. Pisapia dice che abbiamo obiettivi diversi. Noi non abbiamo capito il suo. Noi vogliamo costruire una lista unitaria di sinistra con un percorso partecipato. Io e Montanari non intendiamo entrare in beghe personali o partitiche, dentro e fuori dal Pd. La nostra è un’esigenza di responsabilità e serietà.

Non le chiedo di parlare delle beghe ma delle distanze politiche. Esclude la convergenza con Pisapia?

Il personalismo è un errore grave della politica. È un modo per degradarla, mortificarla e per allontanare le persone.

Intende gli scontri personali?

La politica ha smesso di aprire la discussione alle persone e concentrato i luoghi decisionali a pochi. Habermas ne ha scritto di recente. Anche Corbyn ci invita a “non far tornare la politica nelle scatole”. Il modo migliore per contrastare i populismi è tornare alla partecipazione. Contesto ai partiti della sinistra di non essere riusciti a costruire un fronte unitario. Oggi, verificato che sulle proposte siamo d’accordo, la divisione non è più tollerabile.

Ce l’ha con Mdp e Campo progressista?

Ribadisco, di Cp non ho chiari gli obiettivi. Se vogliono fare la stampella del Pd avrei difficoltà a immaginarli nel fronte unitario. L’unico modo per condizionare il Pd è costruire qualcosa di serio a sinistra. Le alleanze si cercheranno dopo aver preso il consenso. Oggi c’è una maggioranza invisibile di persone che chiedono l’attuazione della Costituzione. Non capisco perché si continuano a fare tatticismi.

Insomma l’errore della sinistra è non unirsi.

Sinistra italiana ha proposto a Mdp di lavorare insieme in parlamento. Io vado oltre: vadano verso gruppi comuni.

Puntate a riunirli?

Noi non siamo nelle condizioni di determinare la loro unità, vogliamo costruire un’area civica e promuovere una convergenza fra una sinistra coerente e la partecipazione civica. I battibecchi allontanano le persone. Io e Montanari non siamo leader di niente e non ci candidiamo a niente. Vorremmo contribuire alla discussione su quello che condiziona le vite di tutti i cittadini.

Al Brancaccio avete messo sotto accusa il vecchio centrosinistra. Non era una “bega”, era un’obiezione politica.

Sì, e non era una polemica sulle persone. Anzi facciamo un upgrade: smettiamola di fare l’analisi del sangue ai singoli. L’analisi del passato serve solo a evitare gli errori già fatti. Per questo sbaglia chi parte dalle architetture politiche, tipo il centrosinistra. Parliamo del paese che vogliamo costruire. Probabilmente non andremo subito al governo. Ma mai come in questo momento tutto può succedere al voto. Lo abbiamo visto il 4 dicembre.

E se nella legge elettorale rientrasse il premio di coalizione a sinistra cambia tutto?

La legge elettorale dovrebbe cambiare ed essere davvero costituzionale: deve avere una soglia di sbarramento uguale fra camera e senato, senza nominati. Ed essere proporzionale. Oggi serve il proporzionale perché le riforme vanno fatte trovando in parlamento la convergenza. Siamo in una fase rifondativa, il rilancio del costituzionalismo dei cittadini. Dobbiamo restituire centralità al parlamento. Se negli anni passati il pentapartito ha potuto fare riforme poi durate trent’anni, perché oggi si insiste con modelli che danno potere a una minoranza di fatto?

È l’elogio della Dc e del pentapartito?

No, è l’elogio della responsabilità istituzionale. Pensi alla riforma della sanità del ’78, votata da partiti anche molto diversi fra loro. Che avevano trovato una convergenza su una riforma fondamentale del paese. Per questo serve rappresentanza, non maggioritarismo.

Daniela Preziosi (il manifesto)

“Unità della sinistra”: l’inganno della lista unica

di LORIS CARUSO

Si può amare un film così tanto da non stancarsi mai di rivederlo. Ha meno senso riguardarlo a scadenza periodica dopo aver dichiarato di non sopportarlo. Ma la trama è nota, i personaggi familiari, alcuni passaggi accattivanti, e ancora una volta ci si siede a guardarlo: ciò che è noto rassicura.

La coazione a ripetere funziona è così: si rifà all’infinito la cosa che si giura di non voler fare. Si sa che non funziona, ma non si riesce a evitarlo.

Ogni volta che si avvicinano le elezioni succede la stessa cosa. Si apre un dibattito, di settimane o mesi, fatto di interviste, articoli, assemblee, incontri privati, messaggi incrociati, incentrato sulle forme in cui costruire una lista elettorale e sui rapporti tra partiti della sinistra. Si invoca l’unità. Si dice che si deve parlare di contenuti e non di tattica, ma non si avvia un confronto sui contenuti. Si accusa di minoritarismo chi non crede che parlare alle maggioranze sociali significhi unire diversi partiti in una lista elettorale.

Questa volta la situazione è anche più complessa che in passato.

I partiti e gruppi politici a cui viene chiesto di costruire una lista unitaria sono diventati sei: Campo progressista, Mdp, Possibile, Sinistra Italiana, Rifondazione, L’Altra Europa, per citare i principali. Tra questi c’è una parte rilevante del ceto politico responsabile delle principali scelte di governo degli ultimi vent’anni. Rispetto al passato, l’asse si è spostato in senso moderato.

I partiti alla sinistra del Pd si sono presentati insieme alle elezioni molte volte, dal 2008. Non è mai andata bene, a parte le europee del 2014. Perché, come se il passato non esistesse, si centra ancora una volta il dibattito sulla necessità di “unire la sinistra”?

Rimescolare l’esistente non fa guadagnare voti, non costruisce nuovi inizi, non apre orizzonti, non diffonde entusiasmi, non spiazza gli avversari, soprattutto quando tra i protagonisti ci sono volti che l’elettorato conosce da 20 anni. Siamo il paese in cui un partito che si è posto ‘da solo contro tutti’ e che non fa alleanze è arrivato al 25%. A sinistra si fanno ancora le somme sui risultati dei sondaggi.

Le nuove esperienze di sinistra cresciute in America Latina, Europa e Usa (da Chavez a Corbyn), sono nate come forze esterne, almeno nei loro leader, al circuito del ceto politico esistente.

Si pongono, soprattutto nella fase iniziale, come movimento di opposizione a tutto il sistema politico. Possono rivendicare di non aver mai gestito il potere, di non aver contribuito alle scelte di governo degli anni precedenti e di avere un nitido passato di opposizione a quelle scelte. Individuano una o più chiavi programmatiche e identitarie su cui impostare un discorso politico in grado di raccogliere e dare forma a domande fondamentali presenti nella società. Sono connesse a processi sociali reali. Si organizzano e comunicano in forme originali. Rappresentano visibilmente una rottura radicale rispetto alle politiche precedenti, a partire dalle biografie dei promotori.

Sono tutte caratteristiche che si sono dimostrate non sufficienti, ma necessarie, per costruire nuove forze dotate di consenso. E sono caratteristiche molto poco diffuse tra le formazioni alla sinistra del Pd.

L’iniziativa che più si avvicina a questi modelli è quella lanciata di Falcone e Montanari. Per sviluppare le sue potenzialità dovrà però smarcarsi con più forza possibile dal dibattito sull’”unità della sinistra” intesa come unità tra i partiti della sinistra, e soprattutto dagli attendismi e i politicismi che ne derivano.

Una lista unitaria da Pisapia a Rifondazione non è realistica. Prima di tutto perché non la vogliono gli interessati. Pisapia non vuole fare una lista con la sinistra radicale, ha già lanciato segnali molto chiari in questa direzione. Di suo, escluderebbe anche Sinistra Italiana. Per D’Alema il nucleo della lista (e futuro soggetto politico) è Campo Progressista-Mdp, chi vuole ci stia a queste condizioni.

Buona parte di chi ha partecipato all’assemblea del Brancaccio, dall’altra parte, non vuole stare nella stessa lista di chi ha fatto la guerra nei Balcani e di chi rivendica, come Bersani, la globalizzazione dal volto umano, l’economia di mercato come valore e il pareggio di bilancio come principio.

Queste distanze, e il rischio di avvitarsi ancora per settimane su un discussione che riguarda più i mezzi che i fini e che non sembra avere una chiara via d’uscita, sono emerse anche nel forum organizzato dal manifesto.

Prendere atto di questo significa guadagnare tempo, perché chi si avvicina di più ai modelli che si sono rivelati efficaci in Europa e nel mondo riesca a costruire un progetto all’altezza delle sue intenzioni.

(Il manifesto – 18/07/2017)

I disastri della “scuola-lavoro” e lo scaricabarile della… fedele ministra Ponzio Pilato

di VALENTINA PENNACCHINI

L’abuso sessuale su minori è un’atrocità. Se ad esserne vittima sono 4 studentesse impegnate in uno stage di alternanza scuola-lavoro – reso obbligatorio dalla Buona scuola e dal prossimo anno parte integrante dell’esame di Stato – una qualche riflessione critica da parte della Ministra Fedeli sarebbe stata quanto meno doverosa e invece, a parte la solita frase di rito («Inammissibile che le nostre ragazze e i nostri ragazzi possano esser oggetto di simili violenze mentre stanno svolgendo un pezzo della loro formazione») che "puzza" di caustico burocratese, scarica le responsabilità sulla Regione poiché le studentesse in oggetto sono iscritte ad un corso professionalizzante regionale.

In sintesi il Fedele-pensiero è il seguente: io sono estranea ai fatti, la Buona scuola è una "figata", gli unici responsabili sono le istituzioni scolastiche che, dotate di autonomia, stipulano convenzioni con aziende e professionisti e hanno pure la responsabilità dei controlli sulle attività di alternanza. Ponzio Pilato! E ci sarà certo qualcuno che coglierà la palla al balzo per denunciare l’incompetenza di docenti e dirigenti responsabili primi del degrado della scuola italiana, alimentando la ormai consolidata ondata di esterofilia…

E no cara Ministra! Non ci siamo proprio! Questa è solo la punta dell’iceberg (un caso limite) di una politica scolastica sbagliata. L’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro ha di fatto aperto la porta allo sfruttamento del lavoro minorile (lavoro a titolo gratuito spesso poco qualificante e qualificato, scarsamente o per nulla formativo) e a nuove forme di lavoro nero: invece di far 4 ore di alternanza ne fai 8 e racimoli pure una miseria in nero ma, mi raccomando, zitto, muto e pure contento! Il tutto a danno della formazione scolastica ritenuta ormai inutile e pure dannosa visto che le ore curricolari devono lasciar posto a quelle destinate all’alternanza, perché è di fatto impensabile che 400 ore per i tecnici e i professionali e 200 nei licei possano esser svolte tutte in orario extra curricolare. Messaggio: quello che si fa a scuola non serve… meglio coltivare i "talenti" (Gelmini docet).

Con tassi record di disoccupazione giovanile il governo che fa? Svende la dignità della scuola al privato (che ringrazia) contribuendo ad una ulteriore contrazione del mercato del lavoro. Alla faccia della buona scuola e della buona governance!