MRS 10 (e lode)

Dieci anni di MRS! Il Movimento RadicalSocialista nasceva 10 anni fa, il 9 dicembre 2006, come associazione e laboratorio politico-culturale radicalmente innovativo e alternativo. Quando ancora la crisi della sinistra italiana ed europea era solo agli inizi, e pochi ne vedevano la profondità, un gruppo di idealisti “in cerca di idee e non di voti” lanciavano l’idea di una rifondazione unitaria, dei valori e degli ideali prima che dei partiti. Fossimo stati ascoltati per tempo, da chi ha preferito invece abbarbicarsi dentro i propri angusti recinti partitici, forse si sarebbe potuto invertire la china e ripartire senza arrivare a toccare il fondo del precipizio. In quest’opera di “salvataggio” abbiamo fallito, non c’è dubbio, ma eravamo piccoli e con ben poca influenza sui piani alti di quella frazione di Palazzo in cui si era trincerata la sinistra reale, capace magari di ritagliarsi e vantare qualche sporadico ruolo istituzionale ma ignara di stare perdendo il contatto con un Paese reale profondamente mutato dagli effetti della globalizzazione e della crisi industriale.

Così di fronte da un lato alla drastica involuzione del “centrosinistra” ulivista, rappresentata dalla nascita (nel 2007) del Partito Democratico, e dall’altro alla erosione inesorabile della sinistra comunista ed ecologista (Rifondazione, Verdi, Sel) barricata dietro simboli e bandiere certamente nobili ma incapaci di mordere la nuova realtà sociale del Paese (tant’è che a lungo ha coltivato la miope prospettiva di un’alleanza col Pd neoliberista e ultramoderato), il nostro Movimento ha coraggiosamente indicato la via del ritorno alle radici genuinamente socialiste e radicali della sinistra, con la scelta di rimettere al centro, come possibile terreno comune di una rifondazione prima di tutto teorica ed etica, il pensiero e l’esperienza di Gobetti, Rosselli, Basso, Pertini, Giustizia e Libertà e Partito d’Azione, in sintonia col marxismo attivistico e idealista di Antonio Gramsci e con i fermenti più creativi del pensiero libertario e anarchico; coniugando diritti sociali e diritti civili (nel solco del 68 e delle lotte comuniste e radicali degli anni Settanta), ambiente e società, democrazia ed etica, uguaglianza e individualità. In una parola, anzi due, LIBERTA’ EGUALE, e cioè l’intuizione che la sinistra non si sogna di “scegliere” l’uguaglianza lasciando la “libertà” alla destra, secondo uno schema semplicistico ma rilanciato perfino da Norberto Bobbio, bensì al contrario è l’unica vera protagonista della lotta per una libertà integrale e conseguente, per l’emancipazione e la liberazione più radicale dell’individuo, sul terreno economico-sociale come su quello politico-culturale, sul piano non solo formale ma anche sostanziale, nel lavoro e nella vita. Come pari opportunità e possibilità di partecipare direttamente ed effettivamente alla politica. Come fine di ogni alienazione e sfruttamento, da parte certo del “padrone” ma anche delle “masse”. Come libertà da ogni conformismo e subordinazione. Come valorizzazione delle differenze, in quanto ogni vera libertà è libertà di essere diversi, di essere se stessi e realizzare compiutamente le proprie attitudini e capacità. con l’unico limite del rispetto dell’analoga libertà degli altri.

Sul piano politico, pur criticando anche severamente i partiti alla sinistra del Pd, abbiamo partecipato e contribuito a tutte le loro esperienze elettorali, senza schierarci mai in quanto Movimento (sempre orgogliosi della nostra autonomia e del nostro essere associazione) ma non facendo mai mancare l’apporto dei nostri iscritti. E con una visione spesso più larga e lungimirante, come quando appoggiammo sia l’IdV, con l’ingresso in quel partito di alcuni di noi a partire dalla nostra prima sostenitrice Franca Rame (“siamo la sinistra dei valori”, dicevamo), che le prime forme ed esperienze associative del futuro M5S. A partire dalla critiche alla Fiat, alla Telecom e all’élite bancaria e industriale contenute negli spettacoli di Beppe Grillo (mentre gran parte dell’intellighenzia di sinistra viveva di solo antiberlusconismo) fino al nostro ingresso nei primi meet-up territoriali, tanto riuscito che alcuni di essi finirono per adottare il nostro statuto ed il nostro manifesto fondativo. Ci fermammo ovviamente di fronte alla trasformazione di queste assemblee locali nel nascente Movimento 5Stelle, ma continuando a collaborare sui contenuti concreti (democrazia diretta, etica politica, ecologia e difesa del territorio, reddito di cittadinanza ecc.) con una parte almeno dei militanti e dei futuri dirigenti “grillini” (anche qui con il conforto di quel ponte illustre rappresentato da un altro dei nostri maestri e ispiratori: Dario Fo), proprio mentre continuavamo a far parte delle liste della sinistra tradizionale e di fatto facevamo da trait d’union dei due “mondi” con le nostre idee di libertà, giustizia, onestà e partecipazione.

Il tutto costruito sulla base di un costante impegno nel mondo della cultura e del sociale: dalla lunga serie di conferenze e incontri sugli ideali della sinistra, sulla democrazia diretta e sull’antifascismo, fino alla mobilitazione in difesa dello stato sociale e dei beni comuni. Siamo stati parte integrante del fronte che ha vinto il referendum sull’acqua pubblica, così come oggi abbiamo contribuito a portare a casa la grande vittoria del NO di fronte all’arrogante e spudorato attacco renziano alla Costituzione. La nostra (apprezzata) presenza dentro l’ANPI, incoraggiata in ogni modo ovunque sia possibile, dimostra la coerenza e la centralità di questa antifascista.

Chiunque ci conosca, conosce i valori per i quali ci battiamo, con le idee forti di una sinistra delle origini che non teme contaminazioni e pertanto rifiuta la deriva ideologica e dogmatica (o peggio nostalgica) per adottare un pragmatismo contrario a quello che ha rappresentato l’involuzione dei cosiddetti “riformisti”: mentre questi difendono con arroganza la propria identità partitica smarrendo al contempo ogni tensione ideale, noi invece siamo intransigenti sulle idee ma ostili ad ogni “corporativismo” di setta o di club: detto in estrema sintesi, appoggiamo senza guardare in faccia nessuno ogni proposta o azione pratica coerente con le nostre idee, senza sposare nessuno ma senza pregiudizi nei confronti di chi se ne fa promotore. Nella difesa dell’acqua pubblica, della sanità pubblica, della scuola pubblica, dei beni comuni, dei diritti riguardo la casa, la pensione, il lavoro e il reddito, e nella lotta contro tutte le mafie (ricordiamo la coraggiosa testimone di giustizia che è stata per un anno la nostra portavoce), noi entriamo in qualunque comitato o fronte comune disposto a lottare per ogni buona causa (mentre certi sedicenti compagni guardano in cagnesco gli eventuali “compagni di strada”, quasi a ricordare la storiella del dito e della luna) . Così come, seguendo l’esempio degli stessi partigiani – con i loro gruppi d’azione patriottica – siamo pronti a difendere e riconquistare con le unghie e con i denti la sovranità nazionale del popolo italiano e la sua indipendenza dalle oligarchie finanziarie europee e internazionali; contro la globalizzazione delle merci e dei profitti e per la globalità dei diritti umani, civili e sociali; contro le imposizioni-capestro dei diktat della UE, da Maastricht al fiscal compact ed allo sciagurato pareggio di bilancio, inserito addirittura in Costituzione dai burattini nostrani dell’élite finanziaria transnazionale.

Difficile riassumere in un articolo sommario tutto quello che è stato MRS in questi 10 anni: lo si può almeno parzialmente ricostruire dal nostro sito e dalla nostra pagina facebook. Cercheremo tutti insieme le forme e i modi per far sentire ancor di più la nostra voce, nell’anno zero della sinistra che può però rinascere sulle ceneri del renzismo, anche assumendo le espressioni politiche ed elettorali più diverse e variegate. Noi continueremo testardamente a cercare l’unità di queste forze vecchie e nuove, sulla base delle idee, dei valori e dei fatti concreti che ne discendono.

Sempre con quella gestione orizzontale e collettiva che contraddistingue MRS, senza capi né capetti ma con il motto di “tutti militanti” e “tutti dirigenti”; e, possiamo aggiungere con orgoglio, “tutti compagni” e “tutti amici”, nonostante la varietà di sfumature politiche e di opzioni partitiche ed elettorali all’interno di un’associazione così libera e libertaria : l’esatto contrario di quella droga renzista da “uomo solo al comando” che ha portato alla deriva il Partito Democratico.

Buon compleanno a tutti i compagni e simpatizzanti, e a tutti gli oltre 5.300 amici della nostra pagina!

Dal vecchio PCI una pietra tombale su Renzi e la sua “riforma”

di Aldo Tortorella

Care compagne e cari compagni, un malanno invernale, complice l’età [90 anni, ndr], mi impedisce di essere oggi con voi come avrei desiderato per dirvi innanzitutto tutta la mia indignazione per il modo con cui si viene svolgendo questa campagna referendaria da parte di coloro che oggi hanno il governo del Paese.

Trovo scandaloso che i pubblici poteri siano impegnati ad alimentare con ogni mezzo compresi quelli meno leciti una campagna di disinformazione e di falsità. La televisione in ogni ora del giorno e della notte è occupata da questo presidente del consiglio il quale con tutti i problemi che ci sono non ha altro da fare che saltare da un programma all’altro o da un palco all’altro palco a far la sua propaganda e a propagandare se stesso. Più che un uomo di governo abbiamo un attore televisivo, oltre che uno studente bocciato dal suo professore di diritto costituzionale.

Dire che il maggiore problema della repubblica è la presunta lentezza legislativa dovuta al bicameralismo è una favola. In Italia si fanno anche troppe leggi e il guaio è che spesso sono leggi sbagliate. E molte leggi sbagliate sono state e vengono approvate anche troppo rapidamente come è accaduto e accade alle leggi governative definite decreti d’urgenza. Il primato spetta alla sciagurata legge Fornero sulle pensioni approvata in 16 giorni. Tutti i decreti-legge di questo governo sono passati in meno di 44 giorni. Il presidente del consiglio dunque mente sapendo di mentire quando dice che vuole questo stravolgimento della Costituzione per fare presto. Ha fatto anche troppo presto con molte misure dannose per i lavoratori e per il paese.

Sono le leggi di iniziativa parlamentare ad andare lentamente ma il motivo sta non nel bicameralismo ma nelle liti interne alle maggioranze. Un esempio: la legge anticorruzione d’iniziativa parlamentare ha impiegato 798 giorni per essere approvata e cioè due anni e due mesi e si capisce perché: non andava mai abbastanza bene a questo o a quel gruppo di maggioranza. Due anni e due mesi per annacquarla e sciacquarla fino a renderla la più innocua possibile.

La verità è che si vuole una Camera che conti, eletta con sistema ultramaggioritario, per dare più potere al governo di imporre la propria volontà sopra e contro la rappresentanza popolare. Questa controriforma della Costituzione stabilisce che il governo ha la priorità su tutte le leggi del suo programma e non più solo sui decreti d’urgenza e ha il potere di fissare il tempo massimo di discussione, 70 giorni. Con questo sistema inaudito in qualsiasi regime liberal-democratico il governo diventerebbe il padrone della rappresentanza parlamentare a sua volta truccata. Già oggi la Camera è eletta con un sistema maggioritario, quello del porcellum, che ha dato la maggioranza assoluta alla coalizione di centrosinistra arrivata di poco avanti alla destra. E la nuova legge elettorale già in vigore è ancora peggio, anche se ora si sono accorti che può essere disastrosa.

Dopo avere giurato sulla sua bontà e averla imposta con tre voti di fiducia ora dicono di volerla cambiare, ma senza toccare il maggioritario. Per difendere la loro controriforma, dicono che anche il Pci alla costituente era per una sola camera. Certo, ma con il parlamento “specchio del Paese” e cioè con la legge elettorale proporzionale. E poi il Pci accettò il bicameralismo perché intese che era una garanzia in più nel duro periodo che si veniva aprendo con la rottura dell’unità antifascista e con la guerra fredda iniziata proprio nel 1947, mentre si lavorava alla Costituzione. E comunque, secondo il Pci, il Senato doveva essere eletto dal popolo.

Dunque il presidente del Consiglio imbroglia sapendo di imbrogliare quando dice che non ha toccato i poteri del presidente del consiglio. Non li ha toccati perché ha toccato e esaltato il potere del governo e dunque del capo partito che lo guiderà. Già oggi lui governa come espressione di una minoranza del 29 per cento dei voti contro le opposizione che rappresentano il doppio. E con la sua controriforma, domani, un capo partito che può essere un qualsiasi seguace nostrano di Trump o di Le Pen o qualche altro avventuriero può ancor più di lui spadroneggiare l’Italia.

Con le mani di un partito formalmente di centrosinistra si prepara la via al peggio, come successe negli anni 20 del 900 al Parlamento della Repubblica democratica di Weimar nata dal crollo dell’impero tedesco seguìto alla prima guerra mondiale. Essendoci molti disordini di piazza, il Parlamento democratico tedesco stabilì che in caso di stato d’eccezione le garanzie costituzionali potevano essere sospese. La coalizione nazista vinse le elezioni, decretò lo stato d’eccezione e iniziò la propria criminale avventura. Diceva un proverbio antico che Dio fa impazzire coloro che vuol perdere. In questo caso, però, la colpa non è di Dio, ma di chi dà ascolto a questi scriteriati saltimbanchi del potere per il potere o a quelli che usano i soldi per il potere e il potere per i soldi.

E non è meno scandaloso dire che si sopprime il Senato, quando non lo si sopprime affatto ma lo si ridicolizza trasformandolo in una Camera di consiglieri regionali e sindaci a tempo perso, in più gravandolo di compiti cosi confusi che i costituzionalisti prevedono forieri di guai. Si dice che così si vuole dar voce ai territori: ma nello stesso tempo si stabilisce che lo stato di guerra adesso sarà deciso dall’unica Camera, cioè da un partito minoritario e dal suo capo. Si vede che in caso di guerra i territori non devono aver niente da dire.

Si sparano cifre assurde di risparmi inesistenti, smentiti dalla ragioneria generale dello Stato. Si conduce una campagna qualunquista contro quelli che non vogliono perdere le poltrone, ma io che vi scrivo adesso non ho alcuna poltrona da perdere o da conquistare. Ho solo avuto da conquistare qualche malanno aggirandomi per l’Italia a testimoniare contro questa bruttura, perché penso a chi la Costituzione l’ha conquistata e ci ha lasciato la vita o a chi ha speso tutta l’esistenza a difenderla e ora non può più farlo.

I guai dell’Italia non dipendono dalla Costituzione. Con questa Costituzione abbiamo ricostruito l’Italia garantendone, nel bene e nel male, lo sviluppo, e abbiamo conquistato diritti sociali e civili. I guai dell’Italia dipendono piuttosto dal fatto che il programma costituzionale è stato sempre combattuto e in larga misura è rimasto inapplicato. Per cinquant’anni l’Italia è stata una democrazia dimezzata dalla convenzione imposta dall’estero per escludere il più forte partito d’opposizione dal governo, anche quando nessun governo si poteva fare senza i suoi voti. Ma l’obiettivo vero era un altro, era proprio quella Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro e va oltre la eguaglianza formale, pur indispensabile, impegnando lo Stato a rimuovere “gli ostacoli economici e sociali” che limitano di fatto libertà ed eguaglianza, e così statuendo il principio dell’uguaglianza sostanziale.

Di qui viene l’affermazione del lavoro non più come una merce, ma come un diritto da garantire, viene il criterio della retribuzione da adeguare in ogni caso ad una vita libera e dignitosa, viene la indicazione del compito sociale, cioè non egoistico, della stessa proprietà privata. Ecco lo scandalo: questa Costituzione esalta il lavoro e non il capitale. E ciò avvenne perché i costituenti, pur divisi da differenti visioni politiche, venivano in grande maggioranza dalla lotta antifascista e sapevano che il fascismo era stato una creatura incoraggiata, promossa e sostenuta innanzitutto dal capitale finanziario, industriale e agrario.

Fin dai primi anni questa Costituzione fu definita “una trappola” da parte delle forze più conservatrici. E la storia dei primi cinquant’anni di vita repubblicana è segnata, come in nessun altro paese occidentale, da una ininterrotta scia di eversione e di sangue per spiantare questa possibile nuova democrazia: dallo stragismo nero al terrorismo detto rosso che con l’assassinio di Moro compì il capolavoro di portare a compimento il proposito della destra con le mani di supposti rivoluzionari di sinistra. Con quel delitto cadeva il tentativo estremo di Berlinguer e di Moro di dare compiutezza alla democrazia italiana e iniziava il declino.

Ci raccontarono un quarto di secolo fa che il sistema elettorale maggioritario avrebbe dato stabilità, risolto problemi annosi, eliminato i piccoli partiti. Ma i fatti sono stati un ventennio di berlusconismo e l’aggravamento di tutti i problemi, dal debito alla disoccupazione. E mai ci sono stati tanti partiti in Parlamento e così pochi militanti fuori, mai c’è stato un tale trasformismo tra deputati e senatori. Ora c’è l’attacco finale alla Costituzione perché, dicono, offre troppe garanzie. E dicono che si smantella la seconda parte della costituzione ma si salvano i principi della prima parte. Ma questo è un discorso per allocchi.

La seconda parte della Costituzione è l’applicazione della prima. La sovranità popolare si restringe ancora di più con l’accentramento del potere, i principi sociali già calpestati diventano sempre più carta straccia. Ma ci dicono che anche la destra dice di votare no. Certo. E noi facemmo la lotta di liberazione antinazista e antifascista anche con i monarchici. La Costituzione è di tutti, non proprietà di partito. E si dovrebbe essere lieti che proprio quelli della destra che hanno sempre attaccato la Costituzione oggi sono costretti a difenderla perché ne riconoscono finalmente il valore anche per loro, ora che si sentono in minoranza. E c’è piuttosto da temere che dicano di votare no, ma pensino e facciano il contrario, seguendo i Verdini e gli Alfano.

All’origine della stretta autoritaria, voluta non solo in Italia dai ceti più retrivi, sta il fatto che non si riesce a uscire dalla crisi: dalla lunga crisi iniziata dopo gli anni settanta e da quella che rischiava di essere catastrofica iniziata nel 2007. La vittoria globale del capitalismo non ha portato a spegnere i suoi problemi, ma a complicarli.

La globalizzazione crea nuovi squilibri e nuovamente torna la tendenza, come dopo la crisi del 29, alle chiusure nazionaliste, allo sciovinismo, alle guerre. Allora fu la Germania a imboccare la via della razza eletta, adesso il razzismo, per ora a fini interni, ha vinto negli Usa. Alle porte dell’Italia, oltre il mare, c’è la guerra generata dalla ripresa di velleità egemoniche dei paesi nostri alleati nelle terre del petrolio. Centinaia di migliaia di morti, milioni di disperati e di profughi. Ecco il motivo della stretta istituzionale, ecco il pericolo.

Il mio cammino personale è al termine, e dunque non ho nulla da temere ma temo per questi giovani di oggi. Altro che lavoro come diritto, salario dignitoso, istruzione elevata. E il rischio, in tanta frustrazione, è la possibilità che vengano cacciati in nuove avventure. Ho negli occhi le manifestazioni giovanili per la guerra in Germania e in Italia nel 39 e nel 40, pagate poi con la catastrofe loro e di tutti. Le organizzavano i fascisti, ma trascinavano i molti. E non credo eccessivo l’allarme quando al fanatismo della setta dell’ISIS si risponde con il fanatismo antimusulmano nelle manifestazioni con Trump. O con il fanatismo antiimmigrati di certi ceffi nostrani o di quel paesino di una terra che fu rossa.

Sono solo i sintomi piccoli e grandi di una malattia che si aggrava. Mai come oggi è necessario il massimo di garanzie. Salvare la Costituzione è indispensabile, anche se non basta. Si dice che chi difende la Costituzione è un passatista. E lo dicono questi nuovisti che hanno combinato solo guai. L’attacco alla Costituzione è in realtà una volontà di ritorno al passato, quando chi comandava era sicuro di non essere disturbato. Oggi dire di no è il migliore modo di dire di sì all’avvenire, è l’unico modo di tenere aperta le porte alla speranza.

(Aldo Tortorella, ex dirigente del PCI, classe 1926)

Gli italiani all’estero rispondono a Renzi

Caro Matteo Renzi,

non so proprio da dove cominciare per dirti che alla tua bellissima riforma ho deciso di votare no (essendo un’Italiana all’estero, ho già votato NO!). I motivi sono tanti e non starò qui ad elencarli. Ho deciso però di dirti che non ho per niente apprezzato la tua lettera (che rispedirò al mittente) nella quale mi chiedevi di votare sì per fare dell’Italia un paese migliore.

Per prima cosa vorrei sapere a nome di chi e con che soldi hai invitato questo inutile foglio di carta, cercando di convincermi che una riforma scritta con i piedi come la tua potrebbe rendermi orgogliosa di essere italiana. Forse, come molti hanno detto, quei soldi potevano essere utilizzati in maniera migliore (vedi terremoto e immigrati…).

Seconda cosa: non mi risulta che i dati di un cittadino iscritto all’AIRE possano essere utilizzati per questa propaganda da quattro soldi (semmai andrebbero usati per invitare a votare spiegando in maniera obbiettiva le ragioni del sì e quelle del no). Senza contare che per il referendum tenutosi pochi mesi fa, non solo non sono stati spesi gli stessi soldi, ma neanche lo stesso impegno politico a cercare di spiegarlo anche a mia nonna di 92 anni. Preferisco glissare, poi, sul fatto che i due referendum andavano accorpati per poter farci risparmiare quei quattro spicci (che proprio quattro non sono).

E ora veniamo a noi caro Matteo e al tema che mi sta più a cuore: gli italiani all’estero. Sì, perché io sono una di quei tanti italiani che se ne sono dovuti andare dal proprio paese per farne grande un altro. Perché il proprio purtroppo non aveva un futuro da offrirle, perché per 40 anni abbiamo avuto al governo gente che invece di farci crescere ha spremuto le vecchie generazioni come limoni lasciando ai giovani come me solo una possibilità: quella di andarmene. Eh sì, caro Matteo, perché quando ti rivolgi a me, chiedendomi di votare per te, mi fai proprio incazzare. Mi fai incazzare perché offendi la mia intelligenza dicendomi che votando no il mio paese resterà fermo per i prossimi 40 anni. Mi fai incazzare perché il tuo obbiettivo dovrebbe essere quello di riportarci a casa e non quello di scrivermi perché finalmente di sei ricordato di questi milioni di coglioni in giro per il mondo.

«Cara italiana, caro italiano, nessuno meglio di voi, che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali. Nessuno meglio di voi sa quanto sia importante che si parli di noi per la nostra capacità di lavorare, per la nostra creatività, per la nostra intelligenza. Ma nello stesso tempo, nessuno meglio di voi ha provato sulla propria pelle il fastidio, o addirittura la mortificazione di sentire, sull’Italia, risolini di scherno, accompagnati sai soliti, umilianti luoghi comuni».

Sai che c’è caro Matteo? Vaffanculo! Perché nessuno meglio di noi all’estero sa quanta rabbia c’è ogni volta che in Italia qualcuno ti sbatte la porta in faccia quando mandi un curriculum. Nessuno meglio di noi sa che purtroppo in Italia si va avanti solo se sei “il figlio di…”, se sei disposto ad accettare uno stipendio di merda nonostante due lauree e se il futuro di cui tu parli non te lo puoi costruire perché non si va oltre il contratto di tre mesi.

E allora caro Matteo, rimboccati le maniche e al posto di incantare gli scemi, vedi di fare qualcosa per questi italiani che se ne sono andati lontano. Non ricordarti di loro solo quando ti serve una croce nella cartella elettorale.

P.s.: E per favore la prossima volta risparmiami quel foglio di carta ridicolo. Non voglio sentire i tuoi discorsi senza senso e non voglio vedere la tua faccia.

Saluti,
la cara italiana all’estero.

Martina Gaiardi

Le nostre ragioni per votare NO

di GIANCARLO IACCHINI e VALENTINA PENNACCHINI –

1) Cambiare la Costituzione è certamente possibile, ma non dovrebbe farlo né un Parlamento frutto di una legge elettorale incostituzionale (il Porcellum), né un governo nato in seguito ad una crisi extraparlamentare – la manovra di palazzo che ha decretato la fine del governo Letta – nel modo squallido che tutti ricordano («Enrico sta sereno!», «Mai al governo senza elezioni!»). E nemmeno si dovrebbe fare a colpi di maggioranza, una “maggioranza” espressione peraltro di quella minoranza che si reca ancora alle urne.

2) I nuovi articoli sono scritti malissimo, in un burocratese prolisso e incomprensibile, con continui richiami a commi e cavilli indegni di una Costituzione (vedi l’art. 70).

3) Tra tutte le proposte di cambiamento istituzionale avanzate negli anni (riduzione dei parlamentari, abolizione pura e semplice del Senato, presidenzialismo, semipresidenzialismo, premierato forte, ecc.) questa è senza alcun dubbio la più pasticciata e incomprensibile: il Senato resta, insieme al bicameralismo (non più perfetto ma infinitamente più confuso dell’attuale: vedi ancora il delirante articolo 70) ed è abolito solo il diritto dei cittadini ad esercitare la propria sovranità attraverso il voto. Il Senato segue dunque la triste sorte delle province: in attesa della loro definitiva abolizione, il disegno di legge Delrio toglie loro poteri, ne abolisce l’elezione diretta e trasforma i consigli provinciali in assemblee “clandestine” dei sindaci (molti dei quali saranno costretti a fare di tutto tranne ciò per cui son stati eletti dai cittadini).

4) Al contrario di quel che avviene in Germania, il nuovo Senato sarà formato da sindaci e consiglieri regionali che non rappresenteranno affatto i territori di provenienza e tanto meno i cittadini (che li hanno sì eletti, ma per far altro), visto che saranno scelti dai partiti in un contesto in cui le competenze delle Regioni (tranne, chissà perché, quelle a statuto speciale) vengono di molto ridotte.

5) Il rapporto tra lo svilimento del Senato («conterà poco e si riunirà una o due volte al mese», assicura Renzi quasi fosse una consolazione) e le grandi responsabilità che la nuova Costituzione beffardamente gli attribuisce (vedi le politiche europee) appare schizofrenico e grottesco. I “dopolavoristi” dei consigli regionali non avranno il tempo materiale di occuparsi con la dovuta serietà e attenzione di argomenti così importanti e delicati, e tantomeno di sindacare su tutte le leggi sfornate dalla Camera, che in teoria possono essere emendate dal Senato; a meno che una minoranza di “un terzo” (che sembra disegnata apposta sull’attuale tripolarismo), in vena di ostruzionismo, non voglia ostacolare intenzionalmente il lavoro parlamentare: e ci riuscirebbe benissimo.

6) Una maggioranza omogenea alle due Camere non è affatto garantita da questa riforma, che paradossalmente fa della governabilità (a scapito della rappresentatività ) il proprio vessillo, mentre la pseudo-semplificazione dell’iter legislativo crea in realtà i presupposti per una serie infinita di conflitti procedurali e di attribuzione tra le due Camere e tra il Parlamento e le Regioni.

7) Una riforma del genere non solo non risolverà alcun problema reale del Paese, ma nemmeno quelli istituzionali: per evitare maggioranze diverse tra le due camere sarebbe bastata una legge elettorale uniforme (cosa che non c’è mai stata fino ad ora, per via di un malinteso concetto di “federalismo” che ha reso ingovernabile il Senato); e per accelerare l’iter legislativo (ammesso che ne abbia bisogno il Paese che sforna più leggi di ogni altro stato d’Europa!) sarebbe sufficiente far lavorare di più i parlamentari, la cui settimana di “lavoro” dura spesso 2 soli giorni effettivi! Anche col bicameralismo paritario (che è una forma di garanzia e controllo), se le maggioranze sono omogenee e compatte bastano “due giorni” per approvare una buona legge.

8) Non ha senso ridurre a 100 i senatori senza diminuire il numero abnorme dei deputati (630): così il contrasto fra le due camere risulta ancora più irrazionale. A quel punto sarebbe stato più semplice e dignitoso abolirlo del tutto, il Senato!

9) Se si vuole ridimensionare il ruolo delle Regioni, con l’abolizione della potestà legislativa concorrente e l’introduzione della “clausola di supremazia”, è illogico mantenere in vita quelle a statuto speciale. E se si vuole davvero garantire “parità di trattamento” a tutti i cittadini – attualmente divisi tra Regioni “virtuose” (magari perché ricche) e Regioni “in deficit” (magari perché povere e disagiate) – perché lasciare in capo alle Regioni la tutela del primo e fondamentale diritto, cioè quello alla salute?

10) Anche lo sbandierato contenimento dei costi della politica, peraltro difficilmente quantificabile, è comunque poca cosa rispetto a quanto si sarebbe potuto ottenere attraverso la riduzione del numero dei parlamentari (di entrambe le camere!), nonché degli stipendi e delle indennità (il rinvio in commissione della proposta di legge Lombardi la dice lunga sulla reale volontà di dare un segnale in tal senso), e appunto l’eliminazione delle Regioni a statuto speciale.

11) Se c’è un istituto ormai insopportabile è l’immunità parlamentare: ebbene, la riforma estende questo assurdo privilegio anche a consiglieri regionali e sindaci che andranno in Senato.

12) Sono stati cancellati i senatori a vita, personalità prestigiose che hanno dato lustro all’Italia. Legittimo, ma anche qui si trova la compensazione del tutto priva di senso: il presidente della Repubblica può continuare a scegliere 5 persone da mandare “temporaneamente” in Senato: perché? A quale titolo? In base a quale criterio, visto che adesso il Senato “dovrebbe” essere un’assemblea delle regioni? Quale territorio rappresenteranno quei 5 beneficiati, il cortile del Quirinale?

13) Il presidente della Repubblica, che dovrebbe essere super partes ed eletto con una larghissima maggioranza, potrà essere scelto dal solo governo al settimo scrutinio, quando cioè basteranno i 3/5 “dei votanti” (magari meno dei voti necessari al governo per ottenere la fiducia).

14) Se è vero, come dice furbescamente Renzi, che nessun articolo della riforma aumenta esplicitamente i poteri del premier, questo rafforzamento nei fatti c’è ed è innegabile, visto lo svilimento del Senato, le nuove modalità di elezione del Capo dello Stato, la “clausola di supremazia” che annienta le competenze delle Regioni, il potere di nomina dei vertici della Rai ed una legge elettorale come l’Italicum che consegna tutto il potere non più alla coalizione ma ad un unico partito (in una situazione in cui i partiti sono ormai guidati da un unico leader).

15) Sembra anzi che Renzi abbia recepito in pieno il messaggio che a più voci è stato lanciato dai “poteri forti”. Tra i grandi sostenitori della riforma, oltre all’Unione Europea e agli USA, vi è pure JP Morgan che nel 2013 faceva notare come le Carte costituzionali vigenti in alcuni Paesi siano un impaccio per il sistema finanziario globale; esso mira infatti alla “governabilità”, non alla democrazia o alla tutela dei diritti sociali. Secondo JP Morgan, i sistemi politici instaurati in Europa in seguito alla caduta del fascismo mostrano una forte influenza delle idee socialiste e sono caratterizzati da esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti e dei poteri locali, da eccessive tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e (addirittura!) dal riconoscimento del diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi al “popolo” che detiene la sovranità. La riforma ha fatto puntualmente tesoro di queste preziose indicazioni del sistema finanziario internazionale e le ha tradotte nella pessima forma che conosciamo.

16) A questo punto appare chiara la falsità della rassicurazione secondo cui “la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, cioè i principi fondamentali”: tutto l’impianto della riforma, abbinato alla nuova legge elettorale, mette pesantemente in discussione proprio l’articolo uno (“la sovranità appartiene al popolo”), visto che i cittadini non eleggeranno più né le province, né il Senato né metà dei deputati, e visto che anche regioni e comuni (dove vige l’elezione diretta di sindaci e governatori) conteranno molto meno in virtù della “clausola di supremazia”.

17) Inoltre il ricorso all’istituto referendario viene di fatto impedito: per abbassare il quorum (come invocato da molti) serviranno beffardamente 800mila firme invece delle 500mila attuali, ma se già raccoglierne 500mila è attualmente difficilissimo, arrivare a 800mila sarà quasi impossibile); e per la presentazione dei progetti di legge di iniziativa popolare le firme necessarie sono addirittura triplicate (da 50mila a 150mila) in cambio della generica promessa che saranno esaminati, ma senza fissare tempi certi né alcuna scadenza precisa (a parte il fatto che una maggioranza ostile potrebbe ovviamente bocciarli all’istante). Quanto ai referendum propositivi e di indirizzo, vengono solo promessi e rimandati ad una legge successiva, e cioè destinati a rimanere sulla carta.

18) Che il fronte del NO sia variegato e contraddittorio (come viene “accusato” di essere dai suoi avversari) è più che normale in caso di referendum, ma lo è anche l’opposizione in Parlamento (c’è quella di destra e quella di sinistra; e agli smemorati ricordiamo che nella prima repubblica comunisti del Pci e neofascisti del Msi votavano quasi sempre insieme, senza che nessuno se ne stupisse trattandosi appunto di due opposizioni).

19) Molto più strana è la schizofrenia dentro il fronte del sì, cioè il fatto che chi ha pensato e scritto questa “meravigliosa” riforma, presentata come la panacea di tutti i mali, manifesti idee così diverse sul che fare dopo un’eventuale (malaugurata) vittoria referendaria: perché c’è chi è disposto (pochi per la verità) a tenersi davvero un mostro giuridico come il nuovo Senato e chi invece vorrebbe ancora cambiare e “migliorare” ad libitum, peraltro nei modi più diversi (si vedano ad esempio le difficoltà subito incontrate nel rimetter mano ad una legge elettorale appena approvata e considerata fino a due mesi fa “la migliore del mondo”).

20) «Intanto cambiamo!», esortano gli scatenati “riformatori” del nulla, perché «altrimenti resterà tutto così com’è per almeno 20 anni». Le prove di questo ventilato immobilismo se vincerà il NO? Ovviamente nessuna. Il cambiamento in meglio lo vogliamo tutti, ma se c’è il rischio – anzi in questo caso la certezza – di cambiare in peggio (e stiamo parlando della nostra Costituzione!) tanto vale non cambiare affatto. Chi demolirebbe la casa in cui abita perché non gli piacciono più le piastrelle del bagno? Ed anche ammesso che serva una casa nuova, dovremmo acquistare la prima catapecchia che ci propongono, tanto per “cambiare”? Sulla bocca di questi ineffabili “riformisti”, la parola “cambiamento” ha perso ogni significato reale, come del resto tante altre parole a cominciare da quelle più importanti: “democratico” e “democrazia”. E per esorcizzare certe “parolacce” che meglio definirebbero fatti e azioni reali, si ricorre continuamente all’inglese: “Jobs Act”, “Bail in”, “Spending review”, “Voluntary Disclosure”, and so on. Tutta quest’ansia di stravolgere la Costituzione noi non la sentiamo affatto: le uniche cose da cambiare con urgenza sono la situazione economico-sociale del Paese e gli attuali governanti, che affrontano la crisi dell’occupazione, dei redditi e dei consumi con ricette completamente sbagliate. Non sarà certo la modifica del Senato, o l’abolizione dell’ininfluente Cnel, a contribuire anche minimamente alla ripresa dell’economia e all’aumento della giustizia sociale in Italia. E l’avere esasperato lo scontro su una“riforma” così ridicola e limitata, presentando il referendum come una sorta di ultima spiaggia (errore che fanno entrambi i fronti), è colpa in primis di chi questa sfida l’ha voluta e cominciata: per ambizione personale, ripicca contro i cosiddetti “gufi” e smisurata arroganza e sete di potere.

(Giancarlo Iacchini e Valentina Pennacchini – insegnanti di storia e filosofia)

Un appello in ricordo di Lelio Basso

di Giovanni Scirocco

Cari amici e compagni,
dopo la presentazione milanese del bel libro di Giancarlo Monina su Lelio Basso, con il figlio Piero e con Carlo Tognoli abbiamo deciso di farci promotori dell’apposizione di una lapide che lo ricordi sulla facciata della sua casa milanese di Corso Venezia 6.
A questo fine, è necessario inviare una lettera agli assessorati competenti.
Qui sotto, troverete il testo che abbiamo pensato.
Se volete sottoscriverla (più siamo e meglio è) potete scrivere direttamente a piero.basso@fastwebnet.it
Grazie fin d’ora a tutti, un caro saluto

Milano, novembre 2016

Gentile Assessore,

i sottoscritti, familiari, estimatori e amici, chiedono di poter apporre una lapide sulla facciata dell’edificio di corso Venezia 6, dove abitò dall’agosto del 1943 per oltre trent’anni, in memoria di Lelio Basso, socialista, rifondatore del Partito nel 1943, deputato alla Costituente, parlamentare di Milano per sei legislature, organizzatore di cultura, presidente del Tribunale Russell, difensore dei diritti dei popoli.

Ringraziando per l’attenzione e certi dell’accoglimento di questa richiesta, porgiamo i migliori saluti


Nota di MRS: invitiamo tutte le compagne e i compagni radicalsocialisti a inviare la mail di adesione a Piero Basso come indicato nel testo. Ricordare Lelio Basso è un atto doveroso verso un uomo che spesso ha illuminato il nostro percorso di ricerca politico.

MAI e poi MAI !

Si può passare ore a dibattere sul merito, si può scavare nelle pieghe della riforma costituzionale per cercarne i punti deboli, si può anche pensare che il CNEL sia da buttare o che meno potere a queste Regioni sia cosa buona, si può anche discutere di monocameralismo, ma mai e poi mai nessuno ci convincerà a sostenere una norma, una legge, un atto che limiti il nostro diritto di voto.

I RadicalSocialisti dicono NO perchè la Democrazia o è larga o non è !

Idee per un volantino referendario

IL SENATO NON SARÀ ABOLITO !
Il nuovo Senato sarà composto da 100 Senatori scelti in una ristretta cerchia di Consiglieri Regionali e Sindaci.
I nuovi Senatori godranno di immunità parlamentare e continueranno a percepire, non indennità, ma rimborsi spese.
SARÀ PERÒ CANCELLATO, COME PER LE PROVINCE, IL DIRITTO DEI CITTADINI DI SCEGLIERE DIRETTAMENTE I PROPRI RAPPRESENTANTI.

CHI PROPONE LA RIFORMA PARLA DI RISPARMIO MA…
Il risparmio effettivo calcolato dagli uffici parlamentari sarà di 59 milioni di euro. Il taglio del solo 10% dello stipendio dei parlamentari avrebbe superato quella cifra e non sarebbe stato necessario toccare la Costituzione.
Di recente proprio chi ha proposto la riforma ha respinto in Parlamento un progetto di legge che voleva ridurre lo stipendio dei parlamentari. È la prova che il “risparmio” è solo una scusa per farci digerire una riforma autoritaria e antidemocratica.

LA PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA DEL POPOLO ITALIANO SARÀ RIDOTTA !
Oltre a non eleggere i Senatori sarà più difficile per tutti i cittadini raccogliere le firme necessarie (aumento da 50.000 a 150.000) per proporre direttamente una legge.

CHI PROPONE LA RIFORMA PARLA DI SEMPLIFICAZIONE E MAGGIORE VELOCITÀ PER FARE LE LEGGI MA…
le procedure introdotte non semplificano il processo decisionale ma al contrario lo rendono più complesso.
Con il sistema attuale molte leggi sono state approvate in tempi rapidissimi:
NON È IL SENATO IL PROBLEMA. IL PROBLEMA È UNA CLASSE POLITICA INCAPACE, IMPREPARATA E SPESSO AL SERVIZIO DI ALCUNI E NON DI TUTTI.

CHI PROPONE LA RIFORMA PARLA DI “STABILITÀ DI GOVERNO”
Peccato che la loro “stabilità” si trasformi in un regime a causa di una recente Legge elettorale che, regalando seggi parlamentari, consegna il governo del Paese ad un partito che rappresenta molto meno del 50% dei cittadini.
UNA DEMOCRAZIA GOVERNATA DA UNA MINORANZA NON È DEMOCRAZIA.

CHI PROPONE LA RIFORMA PARLA DI UN “CAMBIAMENTO NECESSARIO E ATTESO DA ANNI”
Secondo chi propone la riforma si può cambiare solo in una direzione, la loro, e accusano gli altri di volere il passato. Noi crediamo che non esista un solo modo di cambiare le cose e che il “passato” siano coloro che vogliono trasformare la Repubblica in un luogo dove governano solo super-caste di privilegiati che non devono essere disturbate fino alle elezioni successive.
NOI VOGLIAMO DISTURBARE, VOGLIAMO CONTROLLARE E VOGLIAMO POTER DECIDERE ATTRAVERSO UNA DEMOCRAZIA SEMPRE PIÙ PARTECIPATA DALLE DONNE E DAGLI UOMINI DI QUESTO PAESE !

IL NOSTRO NO, IL VOSTRO NO PER PROTEGGERE  IL DIRITTO A CAMBIARE DAVVERO QUESTO PAESE !