Il tradimento degli “intellettuali di sinistra”

di LEONARDO MARZORATI

«La sinistra ha perso il contatto con i ceti popolari». Questa frase è diventata quasi un mantra oramai. La si può sentire in tv, come leggerla sui social o su importanti quotidiani e riviste. A pronunciarla, spesso sono intellettuali di sinistra. Si tratta di uomini e donne che hanno passato il giro di boa della mezza età. Negli anni giovanili hanno militato nel PCI o in formazioni della sinistra radicale, poi, man mano che si avvicinavano all’establishment che prima contestavano, hanno mutato la loro posizione politica. Da sinistra sempre più verso il centro, questi intellettuali sono entrati nei “salotti buoni”, addolcendo il loro pensiero verso il capitalismo.

Hanno continuato a definirsi di sinistra e molti militanti li considerano tutt’ora tali. Si tratta perlopiù di militanti provenienti dal ceto medio, quello che va dai pensionati ai dipendenti privati di livello medio, passando per il pubblico impiego e la scuola. La base di quella che era una volta sinistra si è ristretta e gli elettori sono calati. Sempre più persone hanno abbandonato una sinistra, o presunta tale, troppo impegnata ad autocompiacersi e a giudicare male il povero che non si sente rappresentato da lei.

Gli intellettuali “di sinistra” hanno deciso di schierarsi dalla parte, ritenuta vincente, della loro fazione politica. Quindi, prima con Occhetto contro i “nostalgici” comunisti, poi con D’Alema e il blairismo, con Veltroni e il PD e infine con Renzi. Sempre più verso il centro, non mancando di pizzicare il leader di turno con una satira ficcante, ma in fin dei conti benevola. Non è nello stile il grande tradimento di questo ceto pensante: la scelta più deleteria è stata quella di sostenere a prescindere ogni apertura della sinistra al liberismo economico. Quindi abbiamo visto delle ottime penne di questo Paese criticare sì il bullismo di Renzi, ma valutare al tempo stesso come imprescindibili lo stravolgimento della Costituzione o l’abolizione dell’articolo 18; criticare l’ingerenza cattolico-conservatrice nel Pd, ma appoggiarlo comunque e attaccare la sinistra, definendola estremista; fare mugugni contro i bombardamenti della Nato su Belgrado, ma sostenere il governo D’Alema che partecipò all’azione militare. Il loro agire è stato un buon modo per mascherare la loro subalternità a una sinistra borghese sempre più distante dalle istanze dei ceti popolari.

Mentre il loro pensiero si spostava al centro, questi intellettuali hanno ottenuto promozioni nei rispettivi giornali, contratti televisivi, pubblicazioni di libri con le maggiori case editrici. Come la classe politica di sinistra abbracciava sempre più il mondo del capitale, loro facevano altrettanto, ripagati da un benessere che non avevano visto prima.

Il Pci e la sinistra hanno sempre avuto un occhio di riguardo verso il ceto medio riflessivo e gli intellettuali. La loro classe di riferimento restavano però i lavoratori. Oggi abbiamo un Pd e un LeU (o quello che ne rimane) che hanno come punto di riferimento proprio quel ceto medio riflessivo con il quale non si possono vincere le elezioni, ma cercare di ottenere fette di potere con alleanze, come facevano i piccoli partiti laici di centro nella Prima Repubblica. Da eredi del Pci a eredi del Psdi o del Pri. Questa è la sinistra parlamentare di oggi.

Gli intellettuali che ne fanno parte sono complici di questa caduta in basso. Hanno vissuto a stretto contatto per anni con i loro leader politici e non hanno saputo porre dei veti. I loro nomi sono noti: si parte con il più anziano Eugenio Scalfari, per passare a Gad Lerner, Michele Serra, Nanni Moretti, Concita De Gregorio, Michele Salvati, Paolo Mieli e molti altri.

I loro nomi sono noti al grande pubblico e sono diventati sinonimo di “radical chic”, con un abuso del termine coniato da Tom Wolfe, in quanto chic lo sono davvero, ma radical per nulla, dato che appoggiare il Pd, +Europa o Liberi e Uguali è tutto fuorché sinonimo di estremismo. Occorre una nuova leva di intellettuali che sia da stimolo alla sinistra di popolo e che non si lasci affascinare dai luccichii che la subdola borghesia progressista metterà sulla loro strada.

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Il vecchio e il nuovo “impero”: entrambi al servizio del capitale

di LEONARDO MARZORATI

La storia ha spesso riproposto l’esigenza delle élite di identificare un nemico contro cui scagliarsi e raggruppare le masse attorno a sé. Le più grandi tragedie dell’età moderna e contemporanea nacquero così. In democrazia possono esserci diverse fazioni di élite in lotta tra di loro. Lo si è visto negli Stati Uniti delle ultime elezioni presidenziali, lo si vede ora in Europa e, in particolar modo, nel nostro Paese. Si sono formate in Italia opposte propagande avverse, che finiscono per alimentarsi a vicenda e rafforzare lo spirito identitario della propria base.

Da un lato abbiamo tutta la galassia “sovranista”, al momento la fazione dominante. Lega, CasaPound, neofascisti, una fetta di Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, pezzi del vecchio centrodestra (che a livello locale continua ad esistere e a vincere elezioni), nazionalisti e intellettuali fino a ieri fuori dagli schemi. Su tutti i social, con una propaganda incessante, questi soggetti attaccano il “pensiero dominante”, quello che fino a ieri era il braccio armato del potere esecutivo. Si spacciano per nemici delle élite, ma, in verità, sono loro la nuova élite. Le recenti promozioni di alcuni di loro a capo di istituzioni nazionali ne sono la prova. Anche quando si presentano in rete con profili anonimi, senza avere il coraggio di mostrarsi, molti di questi nuovi influencer od opinion leader hanno migliaia di follower e riescono persino a condizionare la loro classe politica di riferimento. Il loro successo ha visto ex politici e giornalisti riciclarsi a traino di questa cordata.

La strategia di questa fazione è semplice: attaccare alcuni dei poteri forti, mostrandosi come interpreti delle esigenze delle masse popolari. Il consenso ottenuto dai loro leader, Matteo Salvini in testa, dimostra come abbiano ben saputo metterlo in pratica. Queste forze non vogliono rivoluzionare l’ordine esistente, ma vogliono invece preservarlo, limitandosi a sostituire una fetta di classe dirigente legata al precedente potere politico con una a loro fedele. La nomina di Marcello Foa alla Rai, di Paolo Savona alla Consob e i continui attacchi al presidente Inps Tito Boeri sono l’emblema della loro azione politica.

La fazione opposta è quanto di più speculare ai cosiddetti sovranisti. Sono le élite fedeli al vecchio regime, orfane di un Pd non più al potere e impaurite dall’avanzare dei nuovi uomini forti. Questi hanno risposto all’ondata populista con altrettanti influencer, anonimi o identificati e molto noti al grande pubblico (Roberto Saviano su tutti), che attaccano ogni giorno l’attuale governo e, in particolar modo, il ministro dell’Interno, divenuto ormai un baricentro politico su cui è obbligatorio schierarsi. Gli oppositori di Salvini sono spesso però cinghie di trasmissione delle vecchie élite decadute. Da parte loro c’è un banale attacco al leader leghista, definito razzista o fascista, e nessuna critica all’ordine precedente e al servilismo delle élite “europeiste” rispetto ai poteri forti internazionali. I sovranisti hanno quindi gioco facile nell’accusarli di sudditanza al capitale.

Le forze popolari devono sapersi inserire tra i due fronti, per sottrarre consenso a entrambe le fazioni. I sovranisti sono avversari del liberismo solo a parole. In realtà sostengono il capitalismo e hanno tra i suoi supporter anche feroci speculatori, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, dirigenti televisivi. Il loro obiettivo primario è sostituirsi alla vecchia élite, sfruttando la forza politica di Salvini e l’ingenuità dei 5 Stelle. Tra di loro troviamo il banchiere Corrado Sforza Fogliani, l’economista di famiglia nobile e altolocata Antonio Maria Rinaldi, ex parlamentari come Daniele Capezzone o Gianni Alemanno, giornalisti in cerca di rilancio come Maurizio Belpietro, Giovanna Maria Maglie o Mario Giordano, intellettuali come Diego Fusaro, cantanti come Povia, più una serie di ambiziosi influencer in cerca di visibilità o poltrone, come Francesca Totolo, Cesare Sacchetti, Ilaria Bifarini, Francesca Donato, Luca Donadel.

I più veementi tra loro postano quotidianamente contro Soros e la bufala del piano Kalergi. Sono bravi a portare consenso alle forze reazionarie e a spargere il germe della xenofobia, sperando di essere ripagati nel futuro prossimo con una carica politica.

Di contro ci si deve smarcare dalla cordata dei #facciamorete. Non ci si deve confondere con i difensori di quello che oggi appare un ancien régime, ma lavorare per convincere tanti ancora legati a quel mondo che esistono nuove forze politiche pronte a difendere i loro interessi. Cosa che il Pd e i suoi alleati non hanno fatto. È un lavoro difficile e faticoso, ma in una società fluida, come spiegò bene Zygmunt Bauman, si deve lavorare sui social per scardinare queste due propagande al soldo di élite contrapposte. Nessuna di loro punta al superamento dell’alienazione delle masse dal capitalismo e dal consumismo. Nessuna di loro è veramente rivoluzionaria. Sono due imperi servi del capitale. Sono come la Prussia di Bismarck e la Francia di Napoleone III: spetta alle forze popolari approfittare del loro scontro e lavorare per una nuova Comune di Parigi.

5 febbraio 1944: muore Leone Ginzburg, ucciso dal nazifascismo. Il dolore e i sacrifici della moglie Natalia, grande scrittrice

di SARA FABRIZI

La mattina del 20 novembre 1943, in via Basento 55 a Roma, ci sono alcuni uomini che lavorano a un giornale. Si chiama “L’Italia libera”, è il giornale del Partito d’azione, un organo di stampa clandestino che propaganda valori democratici e antifascisti. Per un periodo brevissimo, a partire dal 25 luglio 1943, il giorno in cui Mussolini è stato arrestato e il fascismo è caduto, sono riusciti a stamparlo alla luce del sole, senza doversi nascondere.

Ma è stato soltanto un momento. L’8 settembre, dopo l’annuncio dell’armistizio di Cassibile e la conseguente calata dei tedeschi su Roma, sono tornati nell’ombra. Costretti a nascondersi da un nemico che occupa completamente la città e non lascia spazio all’espressione del dissenso. Anche soltanto una parola può costare la vita.

A dirigere il giornale, è stato chiamato un uomo che conosce bene questa realtà, fatta di carcere, botte, confino, privazione dei propri diritti civili. Sui suoi documenti c’è scritto che si chiama Leonida Gianturco. Lo stesso nome è riportato sulla tessera annonaria, che usa per procurarsi da vivere nella Roma della fame e dell’occupazione. Le iniziali sono vere, il nome no. È Leone Ginzburg, grande letterato, antifascista, ebreo, animatore della nascente casa editrice Einaudi. Ha aderito al movimento Giustizia e Libertà e, per questo, il 13 marzo 1934 lo arrestano e lo condannano a quattro anni di carcere. Ne sconta soltanto due, grazie a un’amnistia. Come ebreo, con la proclamazione delle leggi razziali nel 1938, perde la cittadinanza. Diventa un apolide, un uomo senza patria. Poi nel 1940, quando l’Italia entra in guerra, lo mandano al confino a Pizzoli, in Abruzzo, come “internato civile di guerra”. Una definizione per dire che Leone è uno straniero, un indesiderato oltre che un pericoloso antifascista da tenere sotto controllo. Ne esce soltanto tre anni dopo. Non appena viene a sapere della fine del regime parte: viene qui, a Roma, per riallacciare contatti e riprendere da dove si era fermato. Poi manda una lettera a Natalia, sua moglie, la grande scrittrice che nel 1963 pubblicherà “Lessico famigliare”. Le scrive di raggiungerlo a Roma oppure di andare a L’Aquila, dove c’è qualcuno che può offrirle un rifugio sicuro. Lo racconterà Natalia stessa in un’intervista rilasciata a Oriana Fallaci: «Venne l’8 settembre e Leone mi scrisse di andare all’Aquila dove c’era uno bravo che nascondeva gli ebrei, oppure di raggiungerlo a Roma».

E Natalia, con tre bambini al seguito (Carlo di 4 anni, Andrea di 3 e la piccola Alessandra, nata da pochi mesi), fa le valigie e viene a Roma, viaggiando su un camion di tedeschi ai quali racconta di essere una sfollata di Napoli e di non avere documenti. In città, la famiglia Ginzburg abita in un piccolo appartamento in viale delle Province. Leone e Natalia usano documenti e nomi falsi, dicono di essere fratello e sorella e i figli piccoli devono chiamare Leone zio. Soltanto così si può sperare di riuscire a mantenere la copertura.

Leone “Leonida” esce spesso, viene qui, nello scantinato di via Basento, dove è stata allestita una tipografia. Ogni volta che lo vede andare via, Natalia non sa se tornerà e si sente completamente perduta. Un giorno Leone si ammala, deve mettersi a letto con la febbre alta. Una mattina, però, è di nuovo in piedi. Dice che deve andare. È il 20 novembre 1943.
Ma quando varca la soglia e mette il piede sull’ultimo gradino della scala che scende nello scantinato, i fascisti gli saltano addosso. La polizia ha fatto irruzione e ha preso tutti quelli che ha trovato.

In queste ore terribili di incertezza, Natalia non sa che fare. In viale delle Province all’improvviso squilla il telefono, qualcuno dall’altro capo la chiama “Signora Ginzburg”, poi attacca bruscamente.

All’alba, alla sua porta bussa Adriano Olivetti, con la notizia che non avrebbe mai voluto sentire: Leone è stato arrestato. Lei deve nascondersi in un convento di monache, non può fare altro che cercare almeno di mettersi in salvo e di tenere anche i bambini al sicuro.

Inizialmente i fascisti non sanno chi sia l’uomo a cui hanno fatto scattare le manette ai polsi. Sui suoi documenti c’è quel nome, Leonida Gianturco, che nessuno ha mai sentito nominare, e per questo lo portano a Regina Coeli, lo imprigionano nel braccio italiano. Poi, però, all’inizio di dicembre, viene fuori la sua vecchia scheda, compilata al tempo in cui lo hanno arrestato e marchiato come antifascista. Lo riconoscono e lo spostano al braccio controllato dai tedeschi.

È il 9 dicembre 1943, l’inizio della fine. Lo picchiano più volte, vogliono strappargli delle informazioni, dei nomi. I segni di queste violenze li vede Sandro Pertini, anche lui catturato dalle SS, che lo incontra in corridoio, subito dopo l’ultimo interrogatorio. La mano dei tedeschi è stata pesante: Leone ha il viso pesto, coperto di sangue, gli hanno persino fratturato la mascella.
Da lontano, Natalia segue il suo calvario e torna a sperare di poterlo riabbracciare, di poter sentire ancora una volta il suono della sua voce in due occasioni: quando gli americani sbarcano ad Anzio e quando, grazie ad alcuni compagni, Leone viene spostato in infermeria. Da lì vorrebbero organizzare la sua fuga. Ma, la sera del 4 febbraio, Leone si sente male. Forse è il cuore, indebolito da una malattia che lo ha colpito in passato. O almeno così pensa Natalia. Chiede aiuto, ma l’infermiere si rifiuta di chiamargli un medico per dargli soccorso. Nel buio della notte, alla luce fioca della sua lampadina, scrive una lettera a sua moglie. Una lettera che comincia nella speranza che non sia l’ultima e che prosegue confortando Natalia.

Scrive Leone: «Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia? Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa».

Leone, però, non tornerà mai. La mattina del 5 febbraio lo trovano morto. E quel dolore terribile, Natalia Ginzburg lo porterà sempre inciso nel cuore, scrivendo per l’uomo che ha amato una poesia struggente le cui ultime parole suonano così:

«Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;
allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa».

Sinistra o socialismo?

di JEAN DE MILLE

Com’è relativamente noto la disposizione delle forze politiche sull’asse destra-sinistra risale alla rivoluzione francese, e precede quindi il marxismo e la presenza organizzata del movimento operaio.
In accordo col resto d’Europa, anche la storia dell’Italia post-unitaria fu caratterizzata dalla competizione tra una cosiddetta Destra storica, continuatrice delle politiche di Cavour, e una Sinistra storica, di matrice più liberale e progressista. Una tale suddivisione dell’arco politico non aveva radici di classe, non era basata sulla rappresentanza di gruppi sociali nettamente autonomi. Diciamo piuttosto che Destra e Sinistra rappresentarono le differenti articolazioni produttive delle classi egemoni, e ne furono il luogo di composizione e di sintesi, fino a consolidare quel coagulo di interessi economici che Gramsci definirà come il blocco agrario-industriale.

Lo scenario mutò radicalmente con l’irruzione del movimento operaio nell’arena politica, e con la nascita delle sue rappresentanze partitiche. La fondazione del PSI nel 1892 e quella del PCd’I nel 1921 segnarono il punto di frattura dell’asse destra-sinistra: erano finalmente sorti i partiti della classe operaia e del proletariato agricolo, che si ponevano come espressione e rappresentanza delle classi subalterne. Non è casuale che da quel momento nessuno, all’interno della nostra area di riferimento, si definirà “di sinistra”. Ma socialista o comunista.

Il termine “sinistra” si ripresenterà invece molti anni dopo, fino a diventare generalizzato in seguito alla caduta del Muro. La circostanza mi sembra estremamente significativa: di nuovo, come nel corso dell’Ottocento, le classi subalterne non sono rappresentate. Di nuovo la lotta politica è ridotta a composizione compromissoria tra le diverse articolazioni e le diverse esigenze delle classi egemoni.
Per questa ragione, passando al presente, contesto le definizioni di “falsa sinistra”, o gli instancabili appelli a “rifondare la sinistra”. La sinistra attuale è esattamente ciò che afferma di essere, e ciò vuole essere. Non le si può attribuire nessuna falsa coscienza: è semplicemente “sinistra”, qualcosa che per l’appunto non ha nulla a che spartire col socialismo e col comunismo.

Emma Bonino: radicalissima in liberismo, antisocialismo e filoamericanismo

di LEONARDO MARZORATI

I maggiori giornali italiani, quelli partecipati dalla grande industria e dalla finanza, hanno elevato a ruolo di “grande vecchia” dell’opposizione al governo pentaleghista Emma Bonino.

Senza cadere nel più becero complottismo, che la vuole serva fedele del Satana George Soros (della cui Open Society Foundations è comunque membro del cda), c’è da chiedersi che Italia e che Europa vuole Bonino. Il suo partito, che in sostanza ha preso le redini del vecchio Partito Radicale, si chiama +Europa. Bonino difende non tanto l’Europa, quanto questa Unione Europea, di fatto un’organizzazione politica sovranazionale che impone a governi e parlamenti democraticamente eletti dei vincoli di bilancio. Emma Bonino difende l’impostazione liberista dell’Unione Europea. D’altronde, lei liberista lo è sempre stata.

Con il Partito Radicale di Marco Giacinto Pannella, si è sì contraddistinta per le grandi battaglie laiche, dal divorzio all’aborto, ma anche per l’appoggio a tutte le misure liberiste, antisindacali, a vantaggio dei datori di lavoro e a svantaggio dei lavoratori. In politica estera Bonino è stata un’accanita supporter dell’imperialismo americano, non intervenendo mai ogni volta che Washington stritolava una cosiddetta “Repubblica delle Banane” (San Salvador, Nicaragua, Honduras), pilotava golpe sanguinari (Cile), appoggiava governi autoritari e corrotti (Perù).

Bonino è stata in prima fila per il Tibet, per i Degar del Vietnam, per i dissidenti cinesi, cubani o sovietici. Se il “cattivo” è comunista, allora ecco i Radicali in piazza, come nel 1979 contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Curiosamente però, poco più di vent’anni dopo, Bonino sull’Afghanistan cambia opinione, sostenendo i bombardamenti su Kabul. Solo che qui la coalizione interventista era guidata dalla bandiera a stelle e strisce. Se gli invasori sono statunitensi, il pacifismo dei radicali si stempera. L’interventismo di Bonino a fianco dell’imperialista George W. Bush prosegue in Iraq, dove arriva addirittura a criticare le masse scese in piazza per la pace. Bonino se la prende pure col medico Gino Strada, accusandolo di vetero-pacifismo. Le offese a un eroe, quale il fondatore di Emercengy è, difficilmente si cancellano.

Il sì di Bonino alla guerra arriva anche in occasione dei bombardamenti alla Siria e alla Libia, in nome dell’esportazione della democrazia. Sempre dalla parte delle aggressioni israeliane e mai dalla parte del patriottismo palestinese, perché Israele è una democrazia, mentre i paesi arabi sono illiberali; sempre dalla parte del “democratico” governo di Kiev del reazionario Poroshenko e mai dalla parte della popolazione russofona del Donbass, perché l’Ucraina deve entrare nella sua amata Unione Europea, mentre i russi sono al soldo del tiranno Putin; dalla parte del governo turco membro della Nato piuttosto che da quella dei comunisti curdi del Pkk. Questa è la linea attuale in politica estera di Emma Bonino. L’anziana deputata può anche spendersi a favore dei migranti umiliati dall’attuale governo, ma non la sentirete mai condannare i trafficanti di esseri umani o fare un mea culpa per le guerre criminali alla Libia e alla Siria, principali cause, oltre alla precedente guerra all’Iraq, dell’exploit del terrorismo islamista di Daesh.

La carriera politica di Emma Bonino è lunga. Con l’avvento della Seconda Repubblica è sempre riuscita a entrare in parlamento, vuoi con il centrodestra (nel 1994 fu eletta addirittura con la Lega Nord), vuoi con il centrosinistra. Ogni riforma a sfavore dei lavoratori dipendenti, dal superamento della scala mobile allo smantellamento dell’articolo 18, ha avuto da lei un appoggio incondizionato. Oggi è leader di +Europa, partito che difende a spada tratta l’attuale Unione Europea. La sua idea d’Europa è molto lontana da quella delle forze socialiste, comuniste e popolari. La sua difesa a spada tratta dell’austerità la pone agli antipodi di un’Europa popolare e solidale.

Bonino resta una convinta liberista, ma anche una sincera libertaria. Questo elemento ha confuso tanti militanti di sinistra, che hanno deciso di appoggiarla, anche alle ultime elezioni politiche, convinti che le lotte libertarie siano solo ad appannaggio di radicali e limitrofi. Non è così, si può essere anche socialisti, comunisti e al tempo stesso libertari. Il grande anarchico Michail Bakunin era un convinto libertario. I diritti civili non hanno il costo e l’impatto economico di quelli sociali e, in teoria, non dovrebbero portare allo scontro, dato che non tolgono a nessuno. Sappiamo bene che così purtroppo non è. Possiamo scendere in piazza a difesa delle unioni civili, delle adozioni ai single, del testamento biologico, della laicità dello stato o contro la violenza domestica; ciò non toglie che +Europa ed Emma Bonino siano lontani anni luce dal socialismo libertario. Emma Bonino è ostile al socialismo libertario e schierata dalla parte del mercato e dei grandi capitali. La sua presenza nel board della fondazione di Soros ne è la prova. Lo speculatore miliardario ungherese in questi anni ha foraggiato non solo Ong e associazioni benefiche, ma anche partiti politici di tutto il mondo. Partiti che si sono sì impegnati in battaglie civili sacrosante, ma hanno anche dovuto piegarsi alle più spregiudicate regole del mercato, quelle che hanno permesso allo stesso Soros di edificare il suo impero. Sono state così tradite le classi lavoratrici, in nome di un liberismo spacciato per liberalismo obbligatorio. Per tutte queste ragioni, Emma Bonino rimarrà sempre nostra avversaria.

Cambiare noi, per cambiare il mondo

di Salvatore Prinzi

Spesso ci chiediamo: perché davanti a tutte queste ingiustizie la gente non si ribella? In questa pagina il grande filosofo Jean-Paul Sartre ci dà una possibile risposta.

Di solito pensiamo che una situazione di sofferenza produca di per sé una presa di coscienza. In altre parole, che uno stato di fatto oggettivo determini un cambiamento soggettivo.

Dopodiché non ci spieghiamo perché in Africa non ci sia la rivoluzione. Perché al Sud accettiamo di dover emigrare o lavorare a nero. Perché quella nostra amica che le prende dal marito non lo lascia mai. Perché proprio le classi popolari votino uno che fa gli interessi opposti ai loro come Salvini…

Sartre dice: perché è solo quando si attua un mutamento soggettivo che siamo in grado di capire e trasformare lo stato di fatto. E’ la nostra capacità di negare il dato, è l’immaginazione e la possibilità tutta umana di trascendere il presente, a farci vedere le cose in un altro modo.

La situazione di sofferenza in sé è un puro contenuto affettivo, fa tutt’uno con il nostro essere. Non è messa a distanza, valutata, sottoposta a giudizio: finché non succede questo, non c’è trasformazione, solo abbandono alla passività.

Come si arriva allora a negare e trasformare il dato?

Non quando aumenta la sofferenza ("quando avremo tutti le pezze al culo, allora l’italiano si ribellerà!"), ma quando nella nostra vita incontriamo qualcuno che ci fa vedere una cosa diversamente, facendoci apparire un altro modo d’essere, quando viaggiamo, quando viviamo esperienze differenti dal solito, quando ci imbattiamo in una storia del passato che ci fa capire che non è sempre andata così…

Quando percepiamo la SPROPORZIONE fra la grandezza di ciò che potremmo essere e la miseria di quello che siamo ora.

Quando accade questo, noi DECIDIAMO che quella cosa è intollerabile – prima sapevamo che ci faceva soffrire, ma non avevamo deciso che era intollerabile – e solo allora una luce diversa illumina la nostra storia e la nostra attualità.

Un frammento di non essere irrompe nell’essere e inizia a corroderlo, a trasformarlo. Una volta che questa trasformazione trova un primo risultato, per quanto piccolo sia, si inizia a prendere gusto, si diventa liberi.

Possiamo trarre qualche indicazione da quello che dice Sartre? La butto lì.

1. Dobbiamo misurarci con tutte quelle esperienze che ci mettano in contatto con il non essere. Non rifiutarle, come purtroppo oggi molti, e spaventosamente i più giovani, tendono a fare. In ogni caso le incontreremo – morti, abbandoni, sorprese -, allora facciamoci i conti fino in fondo. E’ comprensibile che davanti alla crisi si cerchino rassicurazioni e tranquillità. Ma è sbagliato. Non possiamo ripiegare per paura sull’essere che ci offrono: la famiglia, l’autorità, il lavoro salariato. Non possiamo pensare che il nostro riparo siano le telecamere, la polizia, le leggi e gli avvocati, i protocolli su come lavarsi le mani, quel mondo bianco, insapore e politicamente corretto che ci offrono. Più Vasco, più "vita spericolata": che cazzo ci conserviamo a fare una vita che tanto non saprebbe di niente? Vivere non è un valore in sé, come ci stanno facendo credere, conta quello che ce ne facciamo della vita.

2. Dobbiamo incoraggiare tutte le trasformazioni, anche piccole. Ma saper bene distinguere ciò che è trasformazione – gesto che per quanto piccolo apre una dimensione di non essere, di nuovo essere – da quello che non lo è – mutamento apparente che può essere anche grande e però nascondere la continuità dell’esser così…
Un ex carcerato che raccoglie consapevolmente abiti per i senza tetto, interiorizzando un elemento di solidarietà di classe che può essere contagioso, è una trasformazione piccola, più piccola quantitativamente di una misura come gli 80 euro di Renzi o il reddito dei 5 Stelle, ma qualitativamente del tutto superiore. Fottercene molto più della prima che della seconda.

3. Su queste linee di frattura esistenziali, su queste interruzioni, va costruito non solo un immaginario, canzoni, film e romanzi di cui abbiamo disperato bisogno (ormai si ascolta gente che sa solo ripetere il presente, che – nel migliore dei casi – crede che l’arte sia un semplice specchio!), ma anche un’organizzazione politica.
Un partito tradizionale in questa fase è troppo o troppo poco: ci serve innanzitutto un dispositivo che permetta di scartare dalla presunta naturalità di quello che ci accade, dall’esser-così, un modo di vivere un’altra esperienza, una formula per generalizzare e stabilizzare le piccole trasformazioni, qualcosa che permetta di conservare quella memoria che illumina il presente, che faccia apparire agli occhi di tutti quella trasformazione individuale come meritevole di essere seguita. Che sappia cioè ricostruire il terreno sociale senza cui non si può dare ipotesi collettiva.

Forse non c’è, al momento, altro modo di essere che negando quest’essere – così misero, così meschino. Allora proviamoci.

Cambiare l’Europa. Ma sul serio!

di LEONARDO MARZORATI

L’Unione Europea usa due pesi e due misure nel valutare il rapporto deficit/PIL di Italia e Francia. La prima, partita col chiedere il 2,4%, si ritrova con un governo che esulta, per voce del suo quasi invisibile premier, per aver strappato un 2,04%. Mica il 2%, ma un 2,04%. Come quando al supermercato troviamo offerte da 9,90 euro, altro che spendere 10 euro!

Tempo fa l’attuale ministro dell’interno Matteo Salvini definì il premier greco Alexis Tsipras un falso rivoluzionario, perché dopo le roboanti frasi contro la UE urlate in campagna elettorale, era sceso a compromesso con la troika, accettando le misure di austerity. Il governo italiano, di cui Salvini fa parte, ora fa qualcosa di molto simile. Bruxelles intanto dà il suo OK a un rapporto deficit/PIL francese al 3,4%. Molti esperti ci fanno sapere che i due Paesi vivono situazioni diverse e che Emmanuel Macron con le sue riforme sta andando sulla strada giusta, a differenza dell’Italia. Ma chi stabilisce quale dev’essere la strada giusta da percorrere? La Commissione Europa? Confindustria? Il Sole 24 Ore e Repubblica? Il blog di Grillo? Gli stessi economisti sono divisi.

È chiaro che l’attuale Commissione Europea popolar-liberal-socialista non vede di buon occhio il governo gialloverde, a differenza del loro beniamino, oggi caduto in disgrazia dopo le proteste dei gilet gialli, Macron. Ma è anche vero che il rapporto tra il presidente della Commissione Jean Claude Juncker e il commissario economico Pierre Moscovici e il loro corrispettivi romani Giuseppe Conte e Giovanni Tria è molto diverso rispetto a quello tenuto verso i leader dei due partiti di governo.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno contribuito, grazie anche a un uso spregiudicato dei social, a inimicare agli occhi di una vasta fetta di popolo non tanto la Ue, quanto il concetto stesso di Europa. Se da un lato Lega e Movimento 5 Stelle hanno alimentato un odio verso Bruxelles, dall’altro lato il premier e il ministro del Tesoro italiano nella capitale belga ci sono andati a elemosinare concessioni per l’Italia. Almeno Tsipras nella sua narrazione ha sempre inserito un’idea, tradita, di solidarietà europea. Salvini e Di Maio hanno fatto i bulli antieuropei, per poi mandare in Europa i loro soci "moderati" a trattare con il potenti della Ue.

La stessa Lega di Salvini, in ascesa nei sondaggi, valuta di scaricare i grillini per tornare da Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (con cui governa già a livello locale) dopo le europee. Elezioni che potrebbero vedere il Movimento 5 Stelle confluire nel gruppo dei Verdi all’Europarlamento, uno dei più europeisti. Alla faccia del sovranismo tanto sbandierato.

Se si vuole giocare a fare gli antieuropeisti, almeno lo si faccia per davvero. Siamo passati da un Matteo Renzi che citava impropriamente Altiero Spinelli e Piero Calamandrei, per poi rimuovere le bandiere a 12 stelle dalla sua scrivania e andare con il cappellino alla mano in Europa, a Salvini e Di Maio, che a parole sono sovranisti, ma nei fatti non sono poi così diversi dal tanto odiato Pd.

Prima di insultare l’Europa, per poi andarci a piangere, sarebbe il caso di domandarsi che Europa si vuole. Non questa; né ora che è in mano alle forze centriste fedeli ai grandi capitali, né domani, quando sarà gestita dai finti rivoluzionari nazionalisti. Questi ultimi vanno sbugiardati, perché non vogliono una redistribuzione delle risorse (basti pensare alle leggi liberiste sul lavoro volute del primo ministro ungherese Viktor Orban) e mettono i diversi stati europei gli uni contro gli altri (basta vedere gli attacchi all’Italia del popolar-populista premier austriaco Sebastian Kurz). Gramsci scriveva che i nazionalismi finiscono per forza per scontrarsi tra loro. L’attuale Europa ne sta dando la prova.

Il domani purtroppo è dei nazionalisti, dalla Spagna di Vox all’est Europa dei governi reazionari, passando per l’Italia di Salvini. Guardiamo al dopodomani e ragioniamo per renderlo migliore.