Immaginare il socialismo è… anti-riduzionista (animali sì, ma non solo)

di ALFREDO AGUSTONI

RIDUZIONISMI CANNIBALI… Quelli che pensano che un certo livello della realtà possa essere spiegato a partire da un altro, sottostante, livello della realtà, tanto da rendere superfluo quel livello stesso… Di solito sono biologi, spesso geniali (vedi Edward Wilson, Desmond Morris, Richard Dawkins & c.) che praticano questo "riduzionismo cannibale" ai danni di noi cultori delle scienze sociali (della serie che noi non serviamo a niente, perché la biologia umana spiega già tutto… è tutto nel DNA ).

Confrontiamo, a questo proposito, due famigerati "riduzionisti cannibali", appunto Dawkins e Wilson. Dawkins, genetista molto sottile, teorizza il principio del "gene egoista", della serie che l’egoismo non appartiene all’individuo o alla specie, ma al gene (per cui il comportamento è più o meno egoistico o altruistico a seconda di quello che è più favorevole alla diffusione di un certo gene). Oscar Wilson, grande entomologo, confronta le società umane a formicai o alveari, ma forse gli sfugge qualcosa, proprio alla luce della genetica egoistica del sottile collega Dawkins: le api e le formiche, che vivono "in società" come gli umani, non si riproducono individualmente; è il formicaio o l’alveare a riprodursi, per il tramite della regina, e questo spiega l’estrema abnegazione, da decine di milioni di anni, delle api e delle formiche, alla luce del principio del "gene egoista": bravo Rickie Dawkins, l’hai azzeccata!!! Ma qualcosa, Rickie, ancora ti manca… Nulla di simile tra gli umani, che si riproducono individualmente, sono vissuti per centinaia di migliaia di anni in bande di pochi individui e poi hanno cambiato registro, hanno domesticato il fuoco e imparato a parlare, perché avevano un cervello abbastanza flessibile, così come il loro cavo orale; hanno cambiato nel tempo le proprie condizioni di vita, perché sono diventati capaci di comunicare; i suoni del loro linguaggio sono diventati i simboli del loro pensiero, per cui sono diventati capaci di pensare e immaginare mondi impossibili (il socialismo libertario a noi caro?) e il loro cervello molto flessibile li ha resi mitopoieti, diversamente da tutti gli insetti sociali che popolano il creato. Naturalmente non siamo egoisti come una mantide che divora il suo compagno (che si fa divorare egoista e tranquillo, nel nome dell’egoismo genetico), né altruisti come un’ape che muore pungendo chi assale il suo alveare… Siamo bestiacce individualmente egoiste, ma siamo diventate capaci di parlare, di esprimere le nostre emozioni e di creare universi simbolici, di concepire la nostra vita e di decidere a quali condizioni valga la pena di essere vissuta (una mosca scapperà sempre da un ragno, una vespa da una libellula, per riflesso condizionato… Anche io se vedo una tigre scappo: sono pur sempre parte del mondo biologico).

Vale la pena di amarci, non di farci la guerra come formicai rivali; vale la pena di appassionarci tutti insieme a capire il mondo che ci circonda e il senso della nostra vita…

Perché il nostro DNA ha fatto di noi qualcosa di più degli insetti??? Il nostro DNA ci poteva relegare al ruolo di primati senza parola, eppure abbiamo imparato ad usare il nostro cervello e il nostro cavo orale… Parliamo e le nostre parole sono i nostri pensieri … Geneticamente egoisti? Quante persone, incluso il sottoscritto, hanno scelto di non avere figli o non hanno scelto di averne? Oppure ci hanno rinunciato perché gli dicevano tutte che erano troppo grassi (come il sottoscritto: 1.83 per 60 kg di peso)… Eppure i cinesi di età imperiale erano sessualmente eccitati dai piedi deformati delle donne, come gli europei del XVIII secolo dalle donne con vite di vespa…. Bene: proprio il contrario del riduzionismo cannibale, che vorrebbe gli uomini attratti da quello che è più adeguato alla sopravvivenza e alla riproduzione!

Valesse per noi uomini il principio del gene egoista, tutti sceglieremmo di riprodurci, cosa che io non feci… Non va contro il principio del gene egoista? Eppure sto BENE così, con buona parte dei tanti cannibali che mi insegnano che NON SONO ALTRO che un animale… Ebbene… io sono ANCHE un animale, ma la mia natura animale mi consente di essere qualcosa di più… parlare con i miei simili, stabilire cosa va e cosa non va, stabilire che perché tutto vada è forse necessaria una lotta, fare riferimento ad una storia ed una tradizione (diciamo il socialismo e la Comune di Parigi)… Dio mio, quanto sono più fortunato di uno scarafaggio e di un ragno! Dio mio, quanto sono più fortunato dei miei fratelli del Pleistocene, dei tempi dei tartari o delle invasioni vichinghe!

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TESTA O CROCETTE? I tanti dubbi sui test di ammissione all’università

di VALENTINA PENNACCHINI

La farsa dei test d’accesso alle facoltà universitarie. Anche quest’anno il test d’accesso alla facoltà di medicina fa il pieno di candidati e polemiche. Lasciando da parte il giudizio (negativo) sui test somministrati allo scopo di garantire l’accesso ai “migliori”, stabilire che qualcuno sia adatto alla professione medica con questo tipo di domande genera quanto meno qualche perplessità…

Ma veniamo al dunque. La pianificazione dei numeri di accesso a determinate facoltà-professioni non è in sé sbagliata. Appare evidente che non tutti possano fare il medico e se gli accessi fossero liberi, come da molti invocato per una sorta di “azione-reazione”, avremmo “fiumi” di dottori (l’Italia detiene il primato in Europa per numero di laureati) frustrati e a spasso come già ahimè succede per molte altre categorie. Tutti liberi, nessuno libero.

Pensare che il mercato si autoregoli è una fesseria già sentita e risentita. Ci vorrebbe una seria programmazione ma, ovviamente, l’Italia non è un Paese per giovani medici e nemmeno per vecchi malati. Nei prossimi 2/3 anni andranno in pensione 47.000 medici di base e di questo passo, tra numeri chiusi in accesso alla facoltà e a seguire alle specializzazioni, ci troveremo presto senza medici di famiglia. Come diceva Chomsky: «Questa è la strategia standard per le privatizzazioni: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e tu consegni al capitale privato».

È evidente che i test c’entrino ben poco con la meritocrazia (una parola che, sebbene pericolosa, non dispiace ai più). Essi sono solo uno degli strumenti atti a ridurre la spesa pubblica per l’università e ad “edificare” il progressivo smantellamento della sanità pubblica. Servono anche a tener inchiodati due anni, se non più, molti studenti che hanno motivazione, tempo ma soprattutto soldi per aspettare e ad impedire l’accesso ai livelli più alti d’istruzione a chi, invece, non si può permettere corsi (altro business privato sorto a margine) e tanto meno di aspettare anni per progettare un’ipotesi di futuro.

Non si capisce, infine, a cosa serva il voto finale all’esame di Stato e la passerella dei “maturi” con voto 100 e 100 lode: tutti premiati in Provincia come se avessero conquistato la Luna… L’ennesima buffonata prima di affidarsi alla roulette dei quiz: tanto a decidere della propria attitudine alla professione medica e/o del proprio futuro non sarà la carriera scolastica ma una serie di crocette nello spazio di pochi minuti.

Capitalismo: impedire che la crisi strutturale diventi barbarie e macerie

di ANSELM JAPPE

Perché il sistema capitalistico non è ancora completamente crollato? Principalmente grazie alla "finanziarizzazione", vale a dire, la fuga nel "capitale fittizio" (Marx). Dopo che l’accumulazione reale è arrivata quasi a fermarsi (la decisione degli Stati Uniti di abbandonare, nel 1971, il gold standard per il dollaro, è stata una sorta di data simbolica per questo) il sempre maggiore ricorso al credito ha permesso di perpetuare un’accumulazione simulata. Nel sistema creditizio, gli attesi profitti futuri, che non verranno mai realizzati, sono già stati consumati per tenere a galla l’economia. Com’è ben noto, il credito e le altre forme di denaro fittizio (come i valori azionari e i prezzi immobiliari) hanno raggiunto proporzioni astronomiche ed hanno foraggiato una gigantesca speculazione che potrebbe avere, come nel 2008, terribili ripercussioni sull’economia "reale".

Comunque, lungi dall’essere la causa delle crisi capitaliste e della crescente povertà, la speculazione è servita a permettere di rinviare la grande crisi. Essa è causata dal fatto che, sebbene proliferino in quantità sempre maggiori, tutte le merci e i servizi addizionali rappresentano una quantità sempre più bassa di valore. Questo implica anche che una gran parte del denaro nella circolazione globale, è "fittizio" perché non rappresenta più il lavoro che viene speso per la "produttività". Tutte le misure per "rimettere in moto", prese dai governi dopo la crisi del 2008, sono quindi solo acrobazie contabili, per cui viene aggiunto un altro zero a dei numeri che sono già delle complete fantasie. Non ci può essere nessuna nuova prosperità capitalista dal momento che le tecnologie che hanno rimpiazzato il lavoro non possono essere eliminate dalla produzione capitalista.

Altrettanto inutile sarebbe aspettarsi dalla Cina o da qualsiasi altro "paese emergente" un salvataggio del capitalismo. I loro supposti successi economici sono in parte basati su una crescita del costo delle materie prime ed in parte su un’esportazione unilaterale verso i paesi ricchi che durerà solo fino a quando questi stessi paesi riusciranno a rimandare a casa loro l’irruzione reale della crisi. Non è perciò questione di predire un qualche futuro crollo del capitalismo, ma si tratta di riconoscere che la crisi ha già avuto luogo e che andrà sempre peggio, nonostante i recuperi a breve termine. E’ una crisi che è lontana dall’essere solamente economica. Essa comporta tutta una serie di sconvolgimenti, dalle nuove forme di guerra fino agli effetti devastanti sulla psiche a livello individuale (le sparatorie nelle scuole costituiscono una manifestazione particolarmente vivida della "pulsione di morte" nel cuore del capitalismo).

La critica del valore è dunque una critica radicale dell’intero capitalismo e non solo della sua fase neoliberale (anche se gli autori della critica del valore ne sono stati i più virulenti critici negli anni ’90, mentre la sinistra sembrava o paralizzata o affascinata). E’ impossibile ritornare al pieno impiego e alle politiche keynesiane, ai grandi interventi di Stato e al sistema di welfare di un tempo. Sono stati abbandonati perché l’intera dinamica capitalista era col fiato corto, e non a causa di una cospirazione guidata dagli economisti neoliberisti e dai capitalisti più avidi. Inoltre, un ritorno a tali politiche non sarebbe nemmeno auspicabile. Il capitalismo deve essere superato abolendo le sue fondamenta, non ritornando a forme apparentemente più tollerabili di schiavitù e di alienazione.

Ovviamente, rimane la questione su come uscire dal capitalismo. Si è spesso rimproverato alla critica del valore il suo rifiuto a cedere alle pressioni a venir fuori con azioni pratiche. Allo stesso tempo, la critica del valore ha sempre rifiutato l’etichetta di "torre d’avorio". Non è tanto questione di "sconfiggere" il capitalismo, quanto di impedire che il suo crollo, già in corso, finisca in barbarie e rovine. I movimenti sociali contro le sole banche sono senza dubbio una falsa risposta, dal momento che scambiano il sintomo per la causa. Fanno rivivere i vecchi stereotipi degli "onesti" lavoratori sfruttati dai "parassiti". In generale, il ricorso alla "politica" (in particolare allo Stato) è impossibile, dal momento che la fine dell’accumulazione, e quindi del denaro "reale", priva le pubbliche autorità di ogni mezzo di intervento. Per riuscire a trovare un’alternativa al capitalismo, è necessario prima mettere in discussione la natura della merce e del denaro, del lavoro e del valore, categorie che sembrano "teoriche", ma le cui conseguenze ultimamente determinano quello che noi facciamo quotidianamente.

Anselm Jappe (Gruppo Krisis)

I miei figli, io li vaccino!

di VALENTINA PENNACCHINI

Io vaccino i miei figli… L’obbligo vaccinale non rappresenta alcuna violazione della libertà individuale. La libertà soggettiva finisce laddove comincia quella altrui. Le vaccinazioni servono a preservare la salute della comunità.

Io son stata vaccinata per il vaiolo. La malattia è scomparsa e i miei figli non si vaccinano. Se "io" non mi fossi vaccinata, i miei figli…

L’antipolio ha salvato milioni di bambini. I miei genitori convivevano con coetanei che portavano le pesanti conseguenze della malattia. Ma torniamo ai confini della libertà. Un immunodepresso ha diritto a vivere? Non credo nessuno abbia dubbi. Immunodepressi prima o poi, ahimè, lo diventeremo quasi tutti…. Immunodepressi sono i malati oncologici sottoposti a chemioterapia, i trapiantati, i diabetici, alcuni cardiopatici ed altre categorie con patologie polmonari, oltre ai soggetti sottoposti a terapia cortisonica. Queste persone, se dovessero contrarre una di quelle malattie per cui ci si vaccina, rischierebbero la pelle.

Il problema oltrepassa le aule scolastiche. La Ministra pensa di risolvere il problema istituendo "classi speciali" di vaccinati, però purtroppo nessuno può impedire negli spazi comuni i contatti tra bambini immunodepressi e gli altri. Il provvedimento ovviamente fa acqua da tutte le parti nel tentativo di conciliare le istanze no-Vax e pro-Vax. Tuttavia ad esser immunodepressi non son solo i bambini e per tutelarli bisogna vaccinare i bimbi. Gli adulti sani hanno peraltro una percentuale più bassa di contrarre le malattie per cui è prevista la vaccinazione.

Ci si può interrogare sul numero e sui tempi dell’obbligo ma certe cose è meglio lasciarle alla scienza e non al fai da te. L’immunità di gregge – sebbene non ci piacciano le pecore – non è roba da pecoroni ed ha un suo perché. Se poi nell’era dell’informazione ci si sente scienziati per aver letto qualcosa in rete… meglio una doccia fredda.

Per i "gomblottisti" è bene chiarire: per le case farmaceutiche un malato è "un affare migliore" di mille vaccinati. Che poi la presa di coscienza sia di fatto preferibile all’imposizione… è ovvio. Che sia meglio premiare chi assolve l’obbligo piuttosto che sanzionare chi non lo assolve… pure. Intanto, e a prescindere, per senso civico, io i miei figli li vaccino.

(Valentina Pennacchini – insegnante)

Ma questi l’hanno capita o no la lezione???

di MARCO TRAVAGLIO

Chi riesce a seguire le cronache sulle mosse di quel che resta del centrosinistra, e a rimanere sveglio, non può non domandarsi: ma questi signori l’hanno capito perché hanno perso le elezioni? A cinque mesi dalla disfatta del 4 marzo, la risposta è no. Anzi, l’impressione è che non si siano neppure posti la domanda. Continuano a comportarsi come dinanzi non a una catastrofe epocale, ma a un incidente di percorso, a un’afflizioncella passeggera: aspettano fischiettando che passi la nuttata, o il cadavere del nemico giallo-verde, che peraltro non fanno nulla per capire chi sia e perché continui a guadagnare consensi. Un premier semisconosciuto come Conte, stando ai sondaggi, gode del 69% di popolarità, di poco superiore a quella del suo governo e dei dioscuri Di Maio e Salvini. Eppure la maggioranza Frankenstein nata due mesi fa passa gran parte del suo tempo a litigare, a commettere errori puerili e gaffe plateali, ad annunciare cose che non potrà mai fare, a smentire le voci dal sen fuggite a questo o quel ministro, in una cacofonia incoerente e pasticciona che dovrebbe gonfiare le vele delle opposizioni. E invece porta altro fieno in cascina ai governativi. Possibile che a sinistra, fra una maglietta rossa e un appello antifascista, nessuno capisca quel che sta accadendo?

Eppure è tutto molto chiaro: il ricordo dei disastrosi governi precedenti è talmente vicino, vivido, incombente che nessun errore dei nuovi arrivati può suscitare un rimpianto per i partiti sconfitti alle elezioni. Ci si accontenta che i nuovi arrivati facciano ogni tanto il contrario dei vecchi: qualche freno al precariato, qualche nomina per merito e non per tessera (dall’ad Rai ai nuovi vertici Fs), lo stop all’ultima svuotacarceri e al bavaglio sulle intercettazioni, la rimessa in discussione di grandi opere assurde come il Tav Torino-Lione. Anche perché né il Pd, né Leu (o come diavolo si chiama ora) né tantomeno FI fanno assolutamente nulla per distaccarsi da quel passato e poter dire agli italiani: “Ora siamo un’altra cosa, voltiamo pagina e ripartiamo da zero”. FI non può per una dannazione genetica: è nata con B. e morirà con B. Ma il Pd e la sinistra non dovrebbero avere problemi a trovare nuovi leader: oltretutto ci sono abituati, avendone cambiati una trentina in vent’anni. Però un conto sono i nuovi leader, un altro sono i leader nuovi. Gente, cioè, capace di parlare un linguaggio diverso, portare contenuti diversi e raggiungere elettori diversi: perduti e mai avuti. Finora, invece, lo scouting pidino si è concentrato su leader nuovi, o seminuovi, o di seconda mano, o di seconda fila.

Dirigenti che stavano al governo e vorrebbero dirigere il partito, come se il partito non avesse perso proprio per i disastri fatti al governo. Martina e Gentiloni sono brave persone, ma chi li ha mai sentiti prendere le distanze da Renzi su questioni sostanziali come lavoro, povertà, precariato, nomine, casta, corruzione, tasse? Le ultime cartine al tornasole sono due casi all’apparenza minori, almeno per l’impatto sui conti pubblici (non sull’immaginario collettivo): i vitalizi e l’Air Force Renzi (gemello dei Rolex d’Arabia). Per farla finita con i privilegi pensionistici dei parlamentari bastava – come scrisse il Fatto due anni fa in un appello con centinaia di migliaia di firme – una delibera degli uffici di presidenza di Camera e Senato. I 5Stelle, appena Fico s’è seduto a Palazzo Madama, hanno subito provveduto, trascinandosi dietro una Lega riottosa. La casta confidava nella rivincita al Senato grazie alla santa patrona Maria Elisabetta Casellati Alberti Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare. Che ha chiesto pareri a tutti nella speranza che qualcuno le rispondesse che no, tagliare i vitalizi non si può. Invece persino il Consiglio di Stato ha detto che sì, si può. Così ora anche il Senato sarà costretto a imitare la Camera. E chi se ne gioverà? Il M5S.

Sarebbe bastato che un anno fa il Pd facesse altrettanto, anziché presentare la legge Richetti e poi bocciarla, per poter vantare almeno quel successo. Ora, per cancellare quel pessimo ricordo, non basta piazzare Martina, o Gentiloni, o Calenda al posto di Renzi: ci vuole qualcuno che negli ultimi anni facesse altro. L’Air Force Renzi, monumento supremo al superego provincialotto del capo, fu svelato dal Fatto due anni fa: si sapeva fin da subito che era una boiata pazzesca. Ora che il nuovo governo disdice il contratto-capestro Alitalia-Etihad da 150 milioni (e per il leasing, mica per l’acquisto, che sarebbe costato meno; e per fortuna ci siamo risparmiati i 15 o 16 che sarebbe costato il nuovo arredamento sognato dal megalomane di Rignano), nessun pretendente al trono del Nazareno può dire alcunché. Erano tutti lì attorno a Renzi a fischiettare e a parlar d’altro, oppure a salire a bordo (da Gentiloni a Scalfarotto). Casi come questo ne verranno fuori molti altri, ora che i vincoli di solidarietà-omertà si allentano dopo l’uscita del Pd dalle stanze dei bottoni. Qualcuno lo svelerà la nuova maggioranza, aprendo i cassetti e gli armadi. Qualcuno altro magari lo scopriranno le procure. È così difficile capire che il Pd può avere un futuro solo facendo subito tabula rasa del passato e affidandosi a qualcuno che non c’era? Alla festa della Versiliana (30 agosto-2 settembre), abbiamo invitato alcuni esponenti della sinistra che rispondono all’identikit: amministratori di lungo corso, ma estranei alla stagione renziana, come Zingaretti; e giovani molto meno noti che meriterebbero la ribalta nazionale per essere messi alla prova. Se fossero già stati in pista dopo il 4 marzo, avrebbero evitato il capolavoro di un partito che si dice di sinistra e prima spinge i 5Stelle tra le braccia di Salvini, poi comincia a strillare al governo fascista. […]

“IN FONDO A SINISTRA”, di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano – 5 agosto 2018

Perché continuiamo a vivere come schiavi volontari?

di PIERLUIGI RAINONE

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni che esulano dalla politica, o almeno da quello che è diventata la politica negli ultimi decenni cioè un mero strumento per conquistare voti, consensi, potere e, tramite questi affari.

La situazione politica attuale conferma molte delle teorie di studiosi che hanno concentrato la loro attenzione su quello che potremmo definire la servitù volontaria (espressione coniata dal filosofo De la Boetiè, amico di Montaigne); questo modo di pensiero è la base fondamentale per la nascita, l’accettazione e la continuazione di ogni forma di potere che, come sosteneva giustamente M.Foucault, attraversa i corpi e le menti plasmandole al servizio del capitale e del sistema di dominio.

La maggioranza delle persone, superata l’infanzia, vivono seguendo la volontà di uno o più "pastori" comportandosi come se fossero all’interno di un gregge, più o meno grande a seconda delle dimensioni del gruppo (politico, religioso) al quale fanno riferimento.

La concezione del potere classica, sia essa di matrice giuridica, sia essa marxista risulta totalmente fallace nell’analisi e nella comprensione di molti comportamenti umani che, di fatto, sono inspiegabili razionalmente; l’autoritarismo politico, che si sta diffondendo sempre di più in Europa (e non è un caso) è il risultato e la fonte di questa servitù volontaria.

Ho pubblicato nel 2016 un saggio intitolato Riflessioni critiche sulla contemporaneità dedicando il primo capitolo al tema del rapporto tra la nonviolenza e la rivoluzione (da intendere come trasformazione radicale e totale della società in tutti i suoi aspetti); ho sottolineato, in questo testo, l’importanza di rinnovare profondamente la teoria socialista innestando in essa l’approccio nonviolento (con la teoria del potere che si basa principalmente sul consenso volontario e non sulla repressione) e la teoria verde e pacifista (cito solo per fare un esempio la straordinaria figura di Alex Langer).

Il sistema capitalistico è un sistema totalitario visto che è riuscito ad entrare in ogni settore ed in ogni aspetto della nostra vita, nulla riesce a sottrarsi ad esso finanche le relazioni umane e interpersonali mai così misere come in questo periodo storico.

I rapporti e le relazioni umane sono oggi quasi tutte all’insegna di quella che i principali esponenti della c.d. teoria critica (Adorno e Horkheimer) definirono la razionalità strumentale, che è l’unica razionalità presente nel continente europeo); di ragion critica kantiana neanche a parlarne!!

La mia esperienza di vita mi ha convinto sempre di più che la miseria affettiva e sessale è alla base di gran parte dei problemi che attanagliano la nostra società malata, tutto ciò non fa che confermare molte delle analisi di W. Reich, pensatore mai preso sul serio a sinistra dato che, si era allontanato dal marxismo denunciandone tutti i limiti.

Pochi giorni fa è morto Sergio Marchionne, persona che, al di là dell’umana pietas per la sua morte, non può essere rimpianta considerando come ha vissuto la sua vita; la mia attenzione, però, si sofferma sulle modalità che hanno portato poche persone (la famiglia Agnelli) a dettare i tempi di vita di migliaia di uomini, se non di milioni (dato che il folle sistema di trasporti in Italia è stato imposto dalla FIAT).

Come è possibile che si sia accettato un modo di produzione (come quello fondato sulla catena di montaggio) che schiavizza i lavoratori e li rende delle semplici appendici delle macchine con tutte le malattie del caso?

Come è possibile non aver capito che il capitalismo, una volta entrato a fare parte delle nostre vite, non se ne sarebbe più andato?

Come è possibile che continuiamo a vivere come animali in gabbia senza il desiderio di uscirne?

Come è possibile che la specie umana è l’unica tra quelle viventi che si sta suicidando con le proprie mani accettando di vivere in un modo sempre più alienante ed autodistruttivo?

Come è possibile che la Terra sia sempre più saccheggiata e depredata?

Le risposte le lascio ai lettori, ai simpatizzanti ed agli iscritti del vostro movimento che, con tutti i limiti del caso (l’adesione a Potere al Popolo è stato un grave errore politico) sta cercando di ricostruire una valida opzione socialista in questo disgraziato e dannato paese.

Ringraziandovi per l’attenzione,

spero che questo mio contributo al dibattito possa essere pubblicato nel vostro sito al fine di dare il là ad un confronto aperto.

Un saluto cordiale

Pierluigi Rainone

(Terni)

Chi è stato Marchionne? Un’analisi marxista

di GIORGIO CREMASCHI

Sergio Marchionne è stato un funzionario del capitale ed in particolare della famiglia Agnelli, in assoluta continuità con la storia dell’azienda e della sua proprietà. Così vanno giudicati la sua opera e gli effetti di essa, oltre il rispetto che sempre si deve di fronte alla morte dolorosa e prematura di una persona.
Nel dopoguerra il gruppo Fiat e la famiglia Agnelli hanno usufruito di tre manager che hanno fatto la storia dell’azienda e segnato quella del paese. Il primo fu Vittorio Valletta, che assunse il potere assoluto in Fiat nel 1945, dopo che il proprietario dell’azienda e capostipite della famiglia, il senatore del regno Giovanni Agnelli, fu epurato per la sua smaccata identificazione e collaborazione col regime fascista.
Valletta fu il primo dei manager che salvarono la Fiat e soprattutto la famiglia proprietaria. La salvò dall’esproprio per collaborazionismo coi nazisti, esproprio che invece toccò alla Renault in Francia, e poi la rilanciò facendo dell’azienda uno dei grandi motori dello sviluppo industriale del paese. Per realizzare questo obiettivo Valletta perseguì la sottomissione totale degli operai ai ritmi più feroci dello sfruttamento, usò le risorse del paese e in particolare l’immigrazione di massa al nord, ed infine fece della persecuzione contro la Fiom e i suoi militanti la propria bandiera. Con le discriminazioni, i reparti confino, i licenziamenti ed anche con strumenti eversivi, come le schedature e lo spionaggio delle persone, usando persino apparati dello stato deviati che poi sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione degli anni 70. Per questa sua scelta ferocemente antisindacale e autoritaria Valletta divenne un emblema della politica e dei governi degli anni 50.
Nel 1966 Valletta fu destituito da Gianni Agnelli, il nipote di Giovanni che voleva riprendere le redini dell’azienda dopo una lunga esperienza di playboy internazionale, e solo un anno dopo morì. Le celebrazioni sui grandi giornali di allora furono uguali a quelle attuali per Marchionne.
Alla fine degli anni 70 la Fiat era di nuovo in crisi, perché di fronte alla sfida delle grandi lotte operaie e alla conquista da parte del lavoro di diritti e dignità, non era stata in grado né di rispondere con adeguata innovazione ed investimenti, né con un vero cambiamento nella gestione aziendale e nelle relazioni con i dipendenti. I fratelli Agnelli, Gianni ed Umberto, si fecero da parte nella gestione diretta del gruppo che fu affidata a Cesare Romiti. In una intervista a La Repubblica nell’estate del 1980 Umberto Agnelli preannunciò licenziamenti di massa per rendere l’azienda competitiva e ricevette il sostegno del ministro del tesoro Andreatta. Romiti condusse l’attacco frontale al sindacato e alla fine di trentacinque giorni di lotta vinse, mettendo decine di migliaia di dipendenti in cassa integrazione. E così negli anni 80 l’impresa assunse nella società italiana quella centralità che prima aveva conquistato il lavoro. La sconfitta operaia di fronte alla Fiat di Romiti aveva indicato la direzione di marcia a tutto il potere politico, la svolta liberista che avrebbe conquistato tutto il paese cominciava in fabbrica. Craxi colpì il salario con il taglio e l’avvio della distruzione della scala mobile e poco dopo Prodi, da presidente IRI, donò l’Alfa Romeo alla Fiat, che così divenne il solo produttore italiano di automobili.
Ma la cura Romiti, se aveva risanato i profitti della famiglia Agnelli, non aveva fatto crescere adeguatamente la forza industriale del gruppo, che già all’inizio degli anni 90 era di nuovo in crisi. Nel 1994 la Fiat colpiva con la cassa integrazione la massa di quegli impiegati e capi che nel 1980 avevano organizzato una decisiva manifestazione contro gli operai in lotta. La gratitudine non è mai stata una caratteristica aziendale.
La Fiat aveva ancora una volta bisogno di investimenti e ricerca e ancora una volta la proprietà si mostrava assolutamente sorda a questo richiamo. Anche perché in quegli anni la famiglia Agnelli aveva tentato di creare una seconda corporation , entrando nella Telecom, in Banca Intesa e in tante altre imprese che con la produzione di auto nulla avevano a che fare. Fu un’operazione fallimentare, la seconda conglomerata Fiat crollò e la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutte le aziende che credeva conquistate, mentre nel frattempo la prima Fiat, quella industriale, perdeva posizioni per mancanza di adeguati prodotti.
Nel 1998 Cesare Romiti lasciò l’azienda, e anche per lui, per sua fortuna vivente, ci furono pubblici elogi come salvatore dell’azienda e come manager che aveva saputo indirizzare non solo la Fiat, ma tutto il paese verso la via della competitività, distruggendo i vincoli e lacciuoli dei contratti e dei diritti del lavoro.
La gestione Fiat tornò alla famiglia Agnelli e a vari manager avvicendati e l’azienda precipitò verso il fallimento. Nel 2004 la Fiat era di proprietà delle banche, che si erano svenate per un piano di salvataggio senza precedenti nel paese, e al suo capezzale venne chiamato il vice presidente dell’Unione Banche Svizzere, Sergio Marchionne.
Marchionne ha salvato la Fiat come azienda industriale italiana? Sicuramente no. Seguendo la traccia dei suoi predecessori, Valletta e Romiti, Marchionne ha lavorato prima di tutto per gli interessi della famiglia Agnelli, oramai assai numerosa e fermamente interessata in tutte le sue componenti ad una quota certa di profitti. Se nel passato era stato ancora possibile far parzialmente coincidere gli interessi della proprietà familiare con quelli dello sviluppo industriale dell’azienda, ora questo non si poteva più fare. La proprietà, che addirittura aveva cercato di sbarazzarsi della produzione di automobili rifilandola a General Motors, non aveva certo intenzione di svenarsi per recuperare l’enorme gap tecnologico e di prodotti accumulato dal gruppo. Ci sarebbero voluti almeno 20 miliardi di investimenti, quelli che Sergio Marchionne avrebbe promesso successivamente, quando decise di abolire il contratto nazionale. Di quei 20 miliardi, che avrebbero dovuto rilanciare quella che Marchionne chiamò la Fabbrica Italia, si sono perse tutte le tracce in azienda e anche sui giornali di questi giorni.
La Fiat è stata salvata in un altro modo, con l’intervento dello stato non di quello italiano ma di quello statunitense. Fu il salvataggio pubblico della Chrysler voluto da Obama a permettere alla Fiat di evitare il fallimento e di questo va dato merito alla intelligenza politico finanziaria di Marchionne, che seppe vedere l’affare là dove la Mercedes era fuggita. La Fiat salvò la Chrysler e fu salvata, naturalmente al prezzo di essere assorbita nella multinazionale americana, di cui ora è la succursale povera. Non esiste più una industria automobilistica italiana e non solo perché la sede fiscale del gruppo FCA, nel quale la Fiat è assorbita, sta a Londra e quella legale in Olanda. Dove si è localizzata anche la finanziaria della famiglia Agnelli, la Exor. Anche la famiglia Agnelli, ora guidata da John Elkann, non è più una famiglia imprenditorialmente italiana. Essa è diventata una famiglia del capitalismo globale proprio durante la gestione Marchionne, anche se il progetto probabilmente veniva da lontano. Perché tra i soci fondatori del gruppo Bildenberg, la famigerata lobby finanziaria internazionale, figurava proprio Vittorio Valletta.
Oggi la produzione di auto in Italia è ridotta al lumicino, con l’occupazione dimezzata da quando Marchionne divenne amministratore delegato della Fiat. Progettazione e ricerca sono state smantellate e non vi sono nuovi modelli in arrivo, tanto è vero che in tutti gli stabilimenti residui dilaga la cassa integrazione. Certo resta la gallina delle uova d’oro Ferrari, che non a caso è stata scorporata dalla Fiat e val più di essa. Ma anche essa oramai è stata finanziarizzata all’estero e in ogni caso non potrà mai avere una produzione industriale di massa.
Il lascito industriale di Marchionne è quello della trasformazione della Fiat in una multinazionale americana con l’Italia come sede marginale, quello finanziario è l’esternalizzazione delle proprietà della famiglia Agnelli, e quello sociale e politico?
Qui c’è il tratto più comune tra i tre manager che hanno fatto la storia della Fiat dal 1945 ad oggi: il rifiuto del sindacato solidale e di classe e la lotta feroce per eliminarlo dagli stabilimenti Fiat. Tutti e tre gli amministratori delegati si sono ispirati a modelli esteri in questa loro opera. Valletta alla violenza antisindacale di Henry Ford e alla costruzione di sindacati di comodo in azienda con cui stipulare contratti al ribasso. In realtà Valletta realizzò tutti i suoi obiettivi, la messa al confino della Fiom, la costituzione di un sindacato aziendale giallo da una scissione della Cisl con il Sida oggi Fismic, la soppressione di ogni libertà dei lavoratori; tutti tranne uno: la realizzazione di un contratto solo per i lavoratori Fiat. Obiettivo che fu invece raggiunto da Marchionne, quando con il ricatto della chiusura degli stabilimenti, con la complicità di Cisl Uil e di tutta la politica ufficiale, impose ai lavoratori la rinuncia al contratto nazionale, mentre la Fiat abbandonava la Confindustria.
Romiti avrebbe invece voluto che nelle sue fabbriche si applicasse il modello giapponese di collaborazione e valorizzazione di un lavoro capace di essere fedele all’azienda. Dopo la dura repressione antisindacale degli anni 80, di cui elemento fondamentale fu l’uso discriminatorio della cassa integrazione, Romiti tentò di introdurre il modello di lavoro giapponese in particolare nello stabilimento di Rivalta a Torino e nella nuova fabbrica insediata a Melfi negli anni 90. Ora però Rivalta è chiusa, ciò che resta di essa non è più Fiat, mentre a Melfi, sotto la gestione Marchionne è stato introdotto il sistema di tempi chiamato Ergo Uas, cioè il più brutale e faticoso metodo taylorista di lavoro.
In un certo senso dunque Marchionne ha portato a compimento il modello di Valletta, con una differenza fondamentale. Nel secolo scorso quel modello autoritario e discriminatorio si realizzava in un gruppo ed in un paese in grande espansione, tanto é vero che allora i salari Fiat erano più alti rispetto alla media del paese. Oggi invece il salario di un operaio Fiat è tra i più bassi, ed il gruppo riduce progressivamente occupazione e produzioni in Italia.
Sia con Valletta, che con Romiti che con Marchionne la persecuzione dei lavoratori ribelli o scomodi ha prodotto drammi e tragedie. I licenziati per discriminazione politica e sindacale degli anni 50 subirono sofferenze enormi. I cassaintegrati degli anni 80 pure e decine di essi si suicidarono, così come accadde di nuovo recentemente. Maria Baratto si uccise pochi anni fa a Pomigliano dopo anni di cassa integrazione discriminatoria. E cinque operai che protestavano contro quel suicidio furono licenziati per offese a Marchionne.
Non è una questione di essere buoni o cattivi, è che non si governa la Fiat innocentemente.
Oggi Sergio Marchionne viene presentato come un innovatore a cui il paese avrebbe dovuto dare maggiore ascolto. Ma in realtà lo ha fatto: il Jobsact, come ha affermato lo stesso Renzi, è stato ispirato dalle posizioni sindacali e contrattuali di Marchionne. Come nel passato, le vittorie contro i diritti dei lavoratori dei manager Fiat sono diventate l’esempio da seguire per tutta la società. Un esempio regressivo.
Marchionne, come tutti i suoi predecessori, non ha difeso gli interessi del lavoro o del paese, ma quelli della proprietà. Una proprietà, quella della famiglia Agnelli, sempre più gaudente ed avara, della quale tutto si può dire tranne che faccia gli interessi di tutti.
È questa proprietà che periodicamente i grandi manager Fiat hanno salvato, ultimo Marchionne. Era la loro missione e questa hanno realizzato.