La storia di Maria, testimone di giustizia

mafia-uccide-silenzio-pureHanno subìto crimini e soprusi sulla propria pelle, oppure hanno visto e sentito. Ma hanno rifiutato la vergogna morale dell’omertà e coraggiosamente hanno deciso di parlare, dando un contributo determinante alle inchieste e facendo arrestare esecutori e mandanti di ricatti, estorsioni, delitti di mafia; con tutti i pericoli del caso. Sono i testimoni di giustizia, eroi del nostro tempo. Maria C., calabrese, è una di loro, particolarmente attiva e decisa a far valere i diritti suoi e di tutti coloro ai quali lo Stato aveva promesso, in cambio della loro preziosa testimonianza, il massimo della sicurezza e della protezione.

Maria, chi sono i testimoni di giustizia?

«Sono normali cittadini, onesti, che mossi da un alto senso civico hanno denunciato gli uomini delle mafie esponendosi al rischio della vendetta. L’adempimento del loro dovere ha comportato un radicale stravolgimento della loro vita. In cambio dallo stato ricevono – o meglio: dovrebbero ricevere – protezione e la possibilità di vivere dignitosamente».

Cosa prevede la legge e cosa accade in realtà?

«Il programma di protezione previsto dalla legge n. 45 del 2001 ha la finalità di salvaguardare la vita del testimone garantendone alcuni importanti diritti, nell’ottica di un suo reinserimento nel tessuto sociale una volta terminato il pericolo. Ma in pratica la legge attuale non tutela pienamente i diritti dei testimoni, presentando due paradossi lampanti: il primo, il più grave, attiene alla perdita di un diritto fondamentale come il lavoro. Durante il programma di protezione al testimone non è permesso di portare avanti la vita lavorativa, che viene interrotta e compromessa in maniera irrimediabile. Il secondo paradosso riguarda il cambio di città e generalità. I problemi maggiori si incontrano nel momento in cui termina il programma di protezione, quando questi cittadini che si sono messi a disposizione dello stato dovrebbero tornare alla “vita normale”: la rete di sostegno per la famiglia del testimone viene meno immediatamente, cosicché è disatteso il diritto a riavere lo stesso tenore di vita. E’ assolutamente necessario e indispensabile assicurare ai testimoni il reinserimento effettivo nel mondo del lavoro, nei territori dove sono stati trasferiti».

Puoi parlarci della tua vicenda personale?

«Avevo 18 anni quando mi trovai, con i miei familiari, a compiere una determinante scelta di giustizia. Era il 1991: in quegli anni nel crotonese morirono molti giovani, vittime di una faida interminabile. 80 morti in 10 anni. La meglio gioventù di degli anni Ottanta oggi riposa in un cimitero. Passi e vedi l’età dei morti: venti, ventuno, venticinque anni. Uno dei miei fratelli, coinvolto in questa guerra, perse la vita nel ’90: aveva 26 anni. Un anno dopo fu ucciso un altro mio fratello, di 23 anni, che non faceva parte dell’organizzazione criminale: fu ucciso per vendetta. Subito dopo le stragi dei giudici Falcone e Borsellino fu approvato un decreto legge per proteggere chi denunciava i mafiosi, un decreto fortemente voluto da Falcone. Ci sentivamo protetti, così decidemmo di raccontare tutto all’autorità giudiziaria. Decidemmo di rompere la regola del silenzio e di parlare, fummo i primi ad esporci in Calabria. Iniziarono le nostre deposizioni presso la corte d’assise di Catanzaro».

E quali furono, per te e i tuoi familiari, le conseguenze di questa scelta?

«Le testimonianze ci stravolsero la vita: non potevamo più vivere nel nostro paese, nella nostra casa. Il giudice ci disse che la nostra vita sarebbe cambiata, che saremmo stati trasferiti in una località segreta del nord, con nuovi documenti di identità che ci avrebbero permesso almeno un tenore di vita simile a quello precedente, con la certezza di non dover tornare più nel nostro paese. Ma questa certezza svanì appena finirono i processi. Ci sfrattarono, comunicandoci di ritornare nel nostro paese perche non eravamo più in pericolo di vita. Con la fine dei processi, secondo lo stato italiano, finisce anche il pericolo di una vendetta. Presto il programma di protezione si rivelò inadeguato alle nostre esigenze di vita quotidiana: i documenti di copertura erano fasulli, non ci permettevano di avere un’assistenza sanitaria, vitale per i miei genitori anziani, né di svolgere un’attività lavorativa. Intanto nel paese perdemmo le amicizie, i contatti con i parenti finirono. Fu la gente del paese, gli amici, gli zii, i parenti a chiudere ogni rapporto con noi; avevano paura persino di salutarci. Il paese si schierò con i mafiosi, non capì che avevamo denunciato anche per salvare tutti loro dalla mafia. Fu terribile. Il lungo periodo di protezione ha condizionato gli anni della mia giovinezza confinandomi in un mondo di solitudine, di mancanza di rapporti sociali ed affettivi, emarginandomi dalla vita sociale e lavorativa. Si vive con la paura, col disagio psicologico, con l’angoscia. L’aiuto dello stato viene a mancare. Eppure basterebbe poco per far ritornare alla normalità la vita del testimone: basterebbe un emendamento alla legge che gli garantisse di lavorare e rifarsi la propria vita. Ma questo ai politici non interessa».

Che fare per colpire sul serio il potere mafioso?

«Innanzitutto capire che la mafia non è soltanto un sistema criminale, non si combatte solo sul piano repressivo, ma è un sistema culturale con una specifica mentalità e determinati codici di comportamento. Perciò incentivare le testimonianze è fondamentale: significa tagliarne le radici. Questo purtroppo i politici non l’hanno capito, come non lo capisce chi gestisce i programmi di protezione, la commissione centrale del ministero dell’Interno. E’ assurdo che dopo 20 anni i testimoni siano diventati relitti da buttare, eppure se penso ai risultati ottenuti grazie a noi, ai giovani di Strongoli che oggi vivono nel fresco profumo di libertà, andrei ancora a testimoniare, la rifarei quella scelta di giustizia, perché è servita ed è stata utile. Ma non vorrei che altri patissero quello che è capitato a me».

Perché hai deciso di raccontare la tua storia di testimone di giustizia?

«Perché è fondamentale far conoscere queste storie, far sì che esse diventino di tutti e non solo dei cittadini del sud, che riguardino tutti, che escano dal limbo del silenzio e dell’indifferenza. Ogni volta che qualcuno pensa “tanto si ammazzano tra di loro, sono storie lontane che non ci toccano”, fa un regalo alle mafie. Per usare la frase di don Peppe Diana, “perché il male trionfi, basta che gli uomini del bene non facciano niente”».

Oltre ad avere accettato, per mettere in risalto la tua causa, l’elezione a portavoce del Movimento RadicalSocialista, hai appena contribuito a creare un’associazione specifica…

«Sì. Si chiama Comitato Testimoni di Giustizia e i suoi obiettivi sono chiari: rappresentare tutti i testimoni di giustizia, uomini e donne che si ribellano alle mafie e che continuano a subirne i soprusi; creare un clima di giustizia attraverso percorsi di educazione alla legalità, affinché si diffonda una coscienza collettiva che elimini alla radice la cultura omertosa; incentivare i cittadini alla denuncia, affinché la testimonianza diventi un mezzo efficace per sconfiggere le organizzazioni criminali. Quanto a MRS, in questo movimento ho trovato tanta solidarietà e valori che sento profondamente miei: giustizia, libertà, bene comune».

Intervista di Giancarlo Iacchini (pubblicata nel n.2 della rivista Barricate – l’informazione in movimento – marzo/aprile 2013)

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