Pace, ambiente e diritti: il “Sereno Regis”

Il grande filosofo Immanuel Kant fondava la sua morale illuministica su un “imperativo categorico” che, sia pure formulato in modi diversi, diceva in sostanza questo: agisci sempre come se tutti gli altri potessero e dovessero fare la tua stessa azione, quasi a fondare col nostro comportamento una “legislazione umana universale”. Una gran bella responsabilità, non c’è che dire! Gandhi invece, nel suo “messaggio del talismano”, era più… selettivo ma non meno esigente: agisci sempre nell’interesse dell’uomo più povero e più debole che esista sulla terra! Un ammonimento altrettanto “pesante”, che Nanni Salio ama molto citare nei suoi discorsi sulla pace e la nonviolenza. Questioni che insieme a quelle dell’ambiente e dei diritti sono i temi forti del Centro Studi “Sereno Regis, fondato oltre 30 anni fa (nell’82) a Torino proprio da Giovanni Salio – per tutti Nanni – (oggi 70enne) insieme a Piercarlo Racca, Franco Sgroi e a quel Domenico Sereno Regis che morì appena 3 anni dopo la nascita del Centro, ora intitolato alla sua memoria.

L’incontro tra pace e ambiente fu suggerito dallo stesso Gandhi, alla cui figura e insegnamento si ispira costantemente Salio, che oggi presiede il “Sereno Regis”: «In uno scritto del 1909, Gandhi muove una critica durissima alla moderna civiltà occidentale, indicando profeticamente i limiti fisici del consumo di risorse naturali. In quegli anni non si parlava ancora di questione ambientale, ma lui aveva chiara la visione di un modello economico alternativo, autenticamente sostenibile. Dopo di lui tanti altri, tra i quali ad esempio Ivan Illich: nei suoi libri, molto letti già negli anni Settanta, si trovano tutte le premesse ai problemi odierni. Oggi il nostro Centro opera in modo sistematico su questo rapporto tra sostenibilità e nonviolenza, che appare ovvio solo pensando al devastante impatto ambientale di una guerra nucleare».

Il “Sereno Regis”, che dispone di una ricca biblioteca sui temi della pace e dei diritti, ha promosso moltissimi iniziative, sempre cercando di “guardare il mondo con gli occhi di Gandhi”, come dice Nanni Salio, e ricorrere a strumenti di lotta rigorosamente nonviolenti. Ad esempio il digiuno («non lo sciopero della fame, che è cosa diversa perché esercita una forte pressione sulla controparte»): pratica semplice che aiuta a liberare la mente e ad acquisire consapevolezza: ad esso hanno fatto ricorso a turno molti aderenti e simpatizzanti del Centro durante le manifestazioni in piazza Castello contro la Tav, all’insegna dello slogan: “Digiuno perché ho fame di verità, di giustizia, di democrazia”. «La lotta nonviolenta va portata avanti con determinazione e continuità. La nonviolenza non può tutto, ma certamente può molto. Se si pensa allo stato della nostra democrazia, si comprende che c’è bisogno di nonviolenza: il dialogo tra le diverse componenti etniche, culturali, religiose della società è merito degli strumenti nonviolenti: condivisione, comprensione, reciprocità. Ma il dialogo non è cosa facile: implica la disponibilità a ricercare insieme la verità. Gandhi invita a non aver paura del conflitto (che non bisogna demonizzare confondendolo con la violenza) ma a dialogare con chiunque, senza nessuna pretesa di superiorità. Lui applicò sempre questo metodo, ottenendo grandi risultati».

Ma nei discorsi e negli scritti di Salio (che ha più volte espresso il suo apprezzamento per il «lavoro straordinario» svolto negli anni Cinquanta da Aldo Capitini, precursore del pacifismo nonviolento in Italia e ideatore della celebre Marcia per la Pace Perugia-Assisi, nonché di rivoluzionari esperimenti di democrazia diretta in terra umbra e non solo), ricorre continuamente un altro nesso: quello tra la questione ambientale e quella sociale, riassunte nel diritto ad una vita sana e dignitosa per ogni persona: «Tutti gli esseri umani devono poter soddisfare i bisogni essenziali. L’obiettivo fondamentale non è la crescita, ma lo sradicamento della povertà. Nella società più ricca che la storia umana abbia conosciuto, la questione sociale è sempre più all’ordine del giorno. Stiamo andando verso un mondo che deve operare una transizione verso un altro modello di sviluppo, una diversa concezione della vita comune. La questione energetica (il picco del petrolio e tutto il resto) ci dimostrano con sempre maggiore evidenza che una crescita continua è incompatibile con i limiti della biosfera. Per non dire che gli aspetti della nostra interiorità, poiché non fanno crescere il PIL, vengono rimossi dal modello economico dominante, eppure sono ciò che determina la nostra felicità o infelicità».

Il dogma della crescita e dell’incremento della produttività esercita una pressione simultanea tanto sui limiti naturali quanto su quelli sociali dello sviluppo: «I governanti ci dicono che è necessaria la crescita, ma non ci dicono perché e in che modo. Dovrebbero invece adoperarsi per ridurre la miseria e le disuguaglianze, garantendo a tutti un lavoro dignitoso (da quest’ultimo punto di vista è intollerabile la situazione dei giovani, stretti tra precarietà e disoccupazione). Gandhi un secolo fa ebbe la lungimiranza di capire che il processo tecnologico legato all’industrializzazione conduceva non solo allo sfruttamento dei paesi poveri, ma anche alla creazione di enormi masse di disoccupati nei paesi ricchi, perché le macchine eliminano il lavoro umano senza che il sistema abbia convenienza a redistribuire equamente il lavoro che resta. Qualcuno ha scritto che quando Gandhi entrerà a pieno diritto nei manuali di economia, potrebbe essere già troppo tardi per le sorti dell’economia stessa».

Fondamentale diventa allora la questione della democrazia, impostata in modo radicale: «L’obiettivo politico di Gandhi è l’autogoverno di milioni di persone. Qualcuno l’ha definito “un anarchico gentile”. Gentile perché nonviolento, anarchico perché sogna una libera federazione di comunità autogestite e decentralizzate, che adottino uno stile di vita volutamente semplice, sobrio, capace di utilizzare in maniera intelligente le risorse della Terra. E lento: come dice lui, dobbiamo imparare a vivere ad un ritmo più ampio, non più veloce!». Ha scritto ancora Salio: «La questione ecologica richiede una totale revisione del nostro sistema socioeconomico: insediamenti urbani e produttivi su piccola scala; risparmio energetico sia nella produzione che nella progettazione di qualsiasi bene; fonti rinnovabili decentrate di piccola potenza, ecc. Sta a noi scegliere, e quanto prima opteremo per questa transizione, tanto meglio sarà, per evitare di cadere in una situazione fuori controllo che produrrebbe un collasso di proporzioni inimmaginabili».

La nonviolenza, che per Salio «non è un’utopia ed anzi sta alla base di tutte le altre forme di impegno» (il Centro ha seguito con grande interesse le questioni dell’alimentazione e dell’acqua bene comune), rappresenta una leva ben più potente di quanto normalmente si creda, l’emblema «di una nuova tappa evolutiva dell’umanità, il collante e la base di questa evoluzione futura». Ma c’è bisogno di educare consapevolmente ad essa: «Occorre un impegno ancora maggiore di ricerca, educazione e azione per creare e diffondere una cultura della nonviolenza che ci permetta di vivere in modo più armonioso e ricco interiormente». Con l’attenzione rivolta al mondo della scuola, dunque, ma anche per esempio a quello dell’arte e in particolare del cinema: istituendo il premio “Gli occhiali di Gandhi” in occasione del Torino Film Festival, il centro intitolato a Domenico Sereno Regis assegna ogni anno un pedagogico riconoscimento «al film con il maggiore contenuto di cultura sulla nonviolenza».

Giancarlo Iacchini («Barricate» n.3)

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