Il… cuore socialista di Edmondo De Amicis (prima parte)

Quattro anni dopo il celeberrimo “Cuore”, uscito nel 1886, Edmondo De Amicis (1846-1908) scrive un appassionato, commovente romanzo intitolato Primo maggio, che suggella la sua adesione al nascente socialismo italiano. Un libro molto bello ma rimasto incredibilmente inedito (e sconosciuto) per quasi un secolo: è stato pubblicato infatti solo nel 1980. In esso, lo scrittore mette davvero tutto il suo… cuore, insieme ai tumultuosi studi sulla teoria marxista ed ai frutti di una sincera autocritica a proposito del melenso patriottismo che aveva caratterizzato Cuore. Non si può infatti amare la patria senza amare tutte le patrie, né esaltare la propria a spese di quelle altrui, «come se l’amor di patria fosse qualche cos’altro che l’amore dei milioni di creature umane che hanno diritto a goder di qualche bene sulla terra dove lavorano e soffrono». Ma le ragioni del cuore, quelle no, De Amicis non le rinnega affatto. Se molti padri del socialismo si adoperano alacremente per dare al materialismo storico marxiano – fin troppo “scientifico”, “razionale”, “necessario” ed anche impersonale – un “motore” in più, una indispensabile spinta propulsiva proveniente dalla volontà, in Primo maggio la spinta viene dai sentimenti: in primis, dalla bontà e dall’amore. Parole di cui forse qualcuno si vergogna: De Amicis no. E il suo socialismo “del cuore” ne risulta tutt’altro che intenerito o edulcorato; niente affatto pallido e… riformista. Ma prima di ripercorrere, attraverso le parole del romanziere, questo caldo socialismo dell’etica e del sentimento, ecco la trama del libro: Alberto, giovane insegnante torinese, si “converte” al socialismo il primo maggio del 1889, spinto dal carattere onesto e generoso e dalle più alte aspirazioni della sua anima, unite alla sconvolgente scoperta della povertà estrema e della denutrizione in cui versano milioni di proletari a cominciare dai bambini (ed il romanzo offre uno spaccato agghiacciante della miseria delle plebi italiane anche in una grande città del nord, insieme alla testimonianza del vero e proprio abisso sociale e culturale esistente tra borghesia e popolo).

Per il solo fatto di manifestare pubblicamente le nuove idee egualitarie, il borghese Alberto viene visto come un traditore dagli esponenti della sua classe sociale – compresi amici e parenti, con poche “illuminate” eccezioni – ed in breve tempo si ritrova “disonorato”, emarginato dalla società-bene di Torino, allontanato dalla famiglia stessa (la moglie Giulia, almeno inizialmente, non riesce a capire la sua “testarda ostinazione” nel “rovinarsi la vita”), sospeso e infine licenziato dalle autorità scolastiche, dileggiato, insultato e minacciato (anche di morte) da decine di incarogniti “gentiluomini”. Rimasto solo e senza lavoro, decide con coraggio di dedicare tutto se stesso alla causa dei poveri e degli oppressi, nonché all’unità del movimento rivoluzionario. Ed il successivo primo maggio (1990), proprio per impedire agli anarchici di rompere con i socialisti scegliendo la via dell’insurrezione violenta, viene colpito da una fucilata sparata sulla folla dai soldati inviati dal governo liberale a sedare inesistenti “tumulti di piazza”, e dunque muore eroicamente per la causa dei lavoratori, proprio mentre il suo amore per l’umanità e la forza della sua fede avevano indotto suo padre, sua moglie ed il figlio adolescente a riavvicinarsi a lui, comprendendone la grandezza e nobiltà d’animo.

Fin qui la vicenda personale; ma nella “teoria” messa coralmente in bocca ai vari personaggi del libro, in un turbinio in cui non è facile capire esattamente con chi (tra i “buoni”) si identifichi fino in fondo lo scrittore, De Amicis affronta tutte le tematiche presenti e future del socialismo nascente, dalla prospettiva rivoluzionaria a quella riformista, senza tacere dubbi e perplessità, specie per quanto riguarda i metodi di lotta e le modalità della conquista del potere (ad esempio la questione della violenza), ed abbozzando persino una critica assai profetica del futuro “capitalismo di stato” che circa trent’anni dopo verrà inaugurato in Russia. Il tutto a partire da una scrupolosa, sincera, accorata denuncia delle colossali ingiustizie del capitalismo e della miserabile grettezza, ignoranza, egoismo e cinismo della classe borghese, specie nell’arretratissima Italia di fine Ottocento.

Alberto, dunque, conosce il socialismo e subito se ne “innamora”: «Anche la sola idea d’una creatura umana che, in mezzo a una grande città, non ha un tozzo o un pugno del più vile alimento da cacciarsi in corpo per non morire, gli era insopportabile come un dolore fisico acuto; e per poter vivere e lavorare doveva cacciar di continuo dalla mente, con uno sforzo faticoso, il pensiero che siffatte miserie esistevano intorno a lui, che gli passavano accanto non viste per la via, che si nascondevano forse nella sua medesima casa, sopra il suo capo. Fino allora egli non aveva sentito che la pietà della indigenza e dei dolori individuali. Ma quando, nelle nuove letture, vide per la prima volta la miseria delle classi inferiori studiata in tutti i paesi, esposta in tutti i suoi svariatissimi aspetti, esaminata in tutte le sue conseguenze funeste, provata con cifre spaventevoli; quando conobbe tutte insieme le forme più miserande e inumane della fatica, gli orrori delle cave, delle risaie, degli opifici avvelenati, delle terre miasmatiche, le moltitudini condannate all’ozio forzato e alla fame, le generazioni infantili falciate dalla morte, che sta in agguato dietro al lavoro, le tane immonde dove milioni di uomini s’ammontano e s’ammorbano e si imbestiano, e ritto davanti a sé, come una montagna di sozzume, il cumulo immenso di alimenti ripugnanti e mortiferi di cui si pasce quotidianamente una moltitudine innumerevole di gente che lavora per un consorzio civile da cui par segregata e reietta; allora tutta l’anima sua ne fu sconvolta, come dalla rivelazione d’un nuovo mondo. Per la prima volta egli vide scorrere davanti a sé l’enorme fiume nero della miseria, a onde di sangue, di sudore e di pianto, ciascuna delle quali travolge una vittima e manda una maledizione e un singhiozzo, e sentì tutte le angosce dell’umanità pesare sulla sua fronte e schiacciare il suo cuore».

«Ora – esclama il giovane – vedo che il mondo è la moltitudine quasi relegata fuor del progresso, che alla società dà tutto e non ne riceve pressoché nulla, che suda sopra la terra, e sotto la terra, e si logora nelle officine e copre delle sue ossa i campi di battaglia, senza cavarne altro frutto che di non morire di fame; che per miseria è costretta a vendere la carne e l’anima, l’onestà delle donne, il sangue dei fanciulli, e per miseria minaccia, ruba, si dispera, impazzisce, uccide, s’uccide, fa del mondo un inferno; mentre un piccolo numero, in disparte, canta degli inni alla patria e alla civiltà, e trova che la vita è bella. Ma io mi son persuaso che a tutto questo c’è rimedio, come altri milioni d’uomini se ne son persuasi. Questa convinzione m’è entrata nell’animo come un raggio di sole. Comunque sia, la prima cosa da farsi per guarire un male, per sopprimere un’ingiustizia, è quella di riconoscerla, è di proclamare il buon diritto di chi si lamenta. Non posso far altro; faccio questo; faccio eco alla voce degli oppressi, degli sfruttati, dei miserabili; rifiuto la complicità del mio silenzio all’oppressione, e protesto. Non posso più aver pace e dignità di coscienza che nell’adempimento di questo dovere. E lo adempirò a qualunque rischio e a qualunque costo!».

«E un’altra idea gli entrò nella mente, la lucida comprensione di un’altra causa di mali infiniti: il disordine immenso nella produzione di tutto ciò che alla società è necessario, l’anarchia dell’industria ridotta un gioco d’azzardo, di cui scontano le perdite le moltitudini che non hanno parte nei profitti, una libera concorrenza che mette in perpetuo contrasto l’interesse personale con l’interesse collettivo, che fa della vita civile una guerra combattuta con le armi dell’astuzia e della frode, che mette il lavoro, funzione sociale, senza protezione e senza diritti, in balìa della cupidigia e dell’egoismo, che sperpera un tesoro enorme di tempo, di forze e di ricchezza, trascurando ogni cosa utile che non frutti a chi la produce, arricchendo gli uni con le spoglie degli altri, mantenendo la società in uno stato perpetuo di affanno e di violenza, in cui si logorano le più nobili facoltà e si scatenano le più tristi passioni umane. E infine egli comprese per la prima volta, nella sua origine e nei suoi effetti, il grande fatto, che non aveva mai meditato, della ricchezza: intuì l’ingiustizia che presiede alla sua formazione nella apparente, non reale, libertà di contratto tra chi compra il lavoro e chi lo vende, la filiazione mostruosa del denaro che mantiene delle dinastie di parassiti, vittoriosi fin dalla nascita nella lotta per l’esistenza; e riconobbe la grande feudalità finanziaria che, non contenuta da alcun freno né di legge né di morale, posta quasi al di sopra del diritto e dello stato, fornita di tutti i privilegi delle antiche classi spodestate, allaccia nella sua rete il commercio, l’industria, l’agricoltura, incetta e gioca le ricchezze nazionali, accaparra a suo profitto tutte le invenzioni e tutti i progressi, impone ad ogni cosa un balzello enorme che fa duplicare a tutti il lavoro, perturba coi suoi monopoli giganteschi le condizioni dell’esistenza dei popoli, e raccogliendo a poco a poco nelle proprie mani tutti i mezzi di produzione, con essi costringe una sempre maggiore moltitudine di uomini a chiederle il pane e a subire le sue leggi, tende a dividere la società in una piccola schiera di dominatori che hanno tutto e in una folla immensa che non ha nulla, separate l’una dall’altra da una diseguaglianza più odiosa, da un’avversione più feroce, da una contrarietà di interessi più inconciliabile e più funesta di quella che separava la servitù e la signoria nel medio evo».

Riassume Alberto: «Ecco quello che penso. Penso che la parte che è data ai lavoratori sul prodotto generale della ricchezza non è proporzionata alla parte che essi rappresentano nell’opera generale della produzione della ricchezza medesima. Penso che non è giusto che quella parte della società che fa il lavoro più faticoso e più necessario per nutrire, vestire, alloggiare e dare all’altra parte i mezzi e l’agio di educarsi, non guadagni abbastanza da nutrirsi, vestirsi e alloggiarsi umanamente, e sia esclusa dalla possibilità di istruirsi. Penso, insomma, che il lavoro non raccoglie i benefici che arreca il progresso della civiltà, perché questi benefici gli sono intercettati da un difettoso ordinamento sociale. Perché si debbono tenere nelle condizioni peggiori quelli che lavorano di più? Perché ci dev’essere tanta gente che lavora troppo e non mangia abbastanza, e tant’altra gente che lavorando la metà vive nell’agiatezza, e tant’altra che non lavorando punto nuota nell’abbondanza?».

Pur avendo imparato, da Marx, che non è questione di colpe individuali ma di meccanismi economico-sociali, la stessa persecuzione sorda e velenosa che è costretto quotidianamente a subire nella sua vita personale fa crescere in lui un’aperta ostilità per «tutta quell’orda capitalista che alla borsa, nell’industria, nel commercio, nella finanza, specula, inganna, sfrutta, ruba, accumula e sperpera i prodotti del lavoro altrui»; ma anche «un’ira contro l’ignoranza e la stupidità delle classi popolari italiane. Ah! Era una trista cosa esser l’apostolo d’una idea nuova in un popolo non ancora maturo a riceverla, abbrutito dalla servitù, dalla cortigianeria, rassegnato a tutto». E l’insoddisfazione per i limiti, le pecche e i ritardi storici del «socialismo italiano, non unito, frantumato e perso in piccoli rivoli regionali, disseccati dal sole, frazionato in tanti piccoli nuclei, non coordinati fra loro, incomposto, appoggiato a istituzioni vecchie, disperso in cento giornaletti impotenti, sprecante in cento sforzi separati forze, attività, denaro». Ma, sopra tutto, lo sdegno per il vero e proprio muro opposto alle giuste, umanissime rivendicazioni della stragrande maggioranza del popolo: «Mi fa pena una società che, quando quelli che la fanno vivere domandano un po’ meno di lavoro e un po’ più di benessere, per tutta risposta, mostra loro le baionette».

E di pari passo con l’indignazione, aumenta in lui il bisogno di conoscere meglio i meccanismi economici della diseguaglianza sociale: «L’ingiustizia patente è che la ricchezza, che è prodotta tutta dal lavoro, invece d’esser ripartita equamente tra i lavoratori che la producono, si riduce in poche mani, nelle quali resta e si moltiplica, formando nella società una classe privilegiata, che dispone di tutti i mezzi di sussistenza del maggior numero, e perpetua in sé la facoltà d’arricchire, d’istruirsi e di godere, mentre tutte le altre rimangono forzatamente povere e ignoranti». «Cagione prima d’ogni male, il possedimento concesso a un piccolo numero d’uomini di quella che è l’origine di tutti i prodotti e di tutte le ricchezze e il grande serbatoio di quanto è necessario alla vita comune; la proprietà privata della terra, su cui tutti nascono e muoiono, l’uso della quale è supremo interesse di tutti. L’ingiustizia e il danno d’una tal legge gli apparvero con la stessa evidenza luminosa che avrebbe l’assurdità d’un monopolio dell’aria che respiriamo».

E rivolto amorevolmente al figlio, che si sforza di capire la “follia” di cui Antonio è accusato anche in famiglia: «Giulio, tu vedi quanta gente c’è intorno a te, che suda al lavoro per tutta la vita e non ne cava tanto da vivere umanamente, quanti milioni di ragazzi lasciati nell’ignoranza e nell’abbrutimento, e quante famiglie ridotte alla fame senza loro colpa; vedi quante diseguaglianze ingiuste, quante ire, quanti odi. Ora, c’è modo di far sì che questa grande miseria sparisca tutta o in gran parte, che il lavoro non manchi a nessuno e diventi più umano per tutti, che tutti i ragazzi siano istruiti e educati, che le disuguaglianze ingiuste scompaiano, che gli odi cessino, che la società diventi quasi un’immensa famiglia, in cui ciascuno, per interesse proprio, desideri il bene di tutti gli altri».

(fine prima parte)

Giancarlo Iacchini

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