Lelio Basso: «Il mio amico e maestro Gobetti» (parte prima)

Considero ancora un privilegio della mia generazione quello di essere uscita dalla fanciullezza ad esser giunta alle soglie dell’età della ragione proprio negli anni turbinosi della prima guerra mondiale e di quell’incandescente dopoguerra, che vide il crollo di tanti vecchi miti, il tramonto di tante ideologie, la trasmutazione di tanti valori sociali, e vide per la prima volta il proletariato protagonista sulla scena della storia su scala europea. Ma per saper trarre le conseguenze di questo privilegio di nascita, e non correre il rischio di perdersi nel caos che la decomposizione del vecchio mondo produceva così nei rapporti sociali come nelle idee, così nella vita materiale come in quella spirituale, bisognava possedere una personalità intellettuale e morale capace di intendere il senso delle vicende circostanti e di sceverare il nuovo dal vecchio senza ossequi alla tirannia del passato a senza il velo di pregiudizi, capace di resistere alle lusinghe del compromessi morali, alle seduzioni della facilità e della pigrizia, capace soprattutto di inserirsi in quella vicenda come protagonista di una lotta in favore della società nuova contro la società morente.

La nota sintetica della personalità di Piero Gobetti (che era maggiore di me di due anni e mezzo e col quale fui legato da affettuosa amicizia) mi appare appunto questa sua capacità di scuotersi di dosso la cappa del passato per aprirsi a tutte le voci nuove che si levavano sopra il fermento del mondo, e questa sua volontà di discernervi quello che era suono vuoto di retorica a quello che era invece pienezza di vita a preannuncio di futuro. Direi anzi che non s’intende il significato e il valore dell’opera sua, se non lo si esamina da questo punto di vista, come l’incontro cioè – e lo scontro – di una spiccata personalità morale e intellettuale con i problemi e le contraddizioni che la guerra metteva brutalmente a nudo nella formazione dell’Italia. Questo contrasto fra la personalità morale del giovane Gobetti e il volto dell’Italia ufficiale si manifesta in forma addirittura esasperata fin dal suo primo viaggio a Roma. «Roma politica – scrive in una lettera del 26 settembre 1919 – è un semenzaio di mascalzoni e un covo di ladrerie. È comodo perché ci si può trovare chi si vuole. Ma si prova una profonda commozione se si pensa al passato della città e al presente dell’animo nostro. Provo come una paura che la purezza nostra ne debba essere menomata e infranta. Ma la purezza non esiste se non è a queste prove salda. Qui sono naturalmente isolato. Confidenza non ho con nessuno. Non per partito preso. Sono costretto. Vedo che mi si guarda come un essere diverso dagli altri; che mi si stima, ma con quel certo atteggiamento paterno che si tiene con gli ingenui, con gli illusi. No, perdio, non sono, non siamo illusi! Tanto che vedo perfettamente il loro atteggiamento e non ne provo turbamento. Resto saldo. La purezza è intima, è forte».

Quale era dunque la sua personalità e quale era invece il volto che presentava allora l’Italia? Di lui e della sua formazione scrive Carlo Levi: «Dal paese piemontese e dall’ambiente familiare vennero a Gobetti i primi elementi di questa morale laica. Gobetti non poté certo trarne esempi di psicologia piccolo borghese, ma piuttosto immagini di quella desolata, protestante economicità del primo capitalismo, che si ritrovava poi ancora nella mentalità proletaria. Piemontesi i parenti, con dei piemontesi il realismo, l’abitudine alla sofferenza, la violenza contenuta, Gobetti passò attraverso questi interessi e sentimenti cui egli doveva dare valore universale senza rinnegarli, se poco prima della morte, nell’atto di lasciare per sempre l’Italia, si volgeva a guardare indietro: “Io sento che i miei avi hanno avuto questo destino di sofferenza e di umiltà: sono stati incatenati a questa terra che maledirono e che pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. Non si può essere spaesati”. L’importanza evidente della lotta economica, il valore formativo del contrasto sociale, il disprezzo per le idee astratte e per il dilettantismo aiutarono forse Gobetti a orientare la propria personalità verso i problemi concreti, l’economia e la politica: un’economia e una politica peraltro essenzialmente attente ai valori umani».

Aveva da poco compiuto 17 anni ed era appena uscito di liceo quando, ai primi di novembre 1918, diede vita a una rivista quindicinale, Energie Nove, che si proponeva appunto di attingere dall’esperienza morale della guerra le energie suscettibili di vivificare la cultura Italiana, di sostanziarla soprattutto di interiorità e sincerità. «Questa guerra sarebbe avvenuta invano, anzi si ridurrebbe ad un tradimento atroce perpetrato a danno del nostro popolo, se la terribile esperienza che abbiamo attraversato non ci avesse insegnato tutte le deficienze della nostra cultura e del nostro carattere nazionale, se non avesse confermato per la vita e per la morte in noi la volontà di rimediarvi nel limite del possibile, ma ad ogni costo. È finita una guerra. Ne comincia un’altra più lunga, più aspra, più spietata». Pochi mesi dopo, nel maggio 1919, aprendo la seconda serie della rivista, così esprimeva le sue esigenze morali: «Essere ad ogni momento noi, realizzare tutta la nostra possibilità di azione per noi e per gli altri in ogni istante, sentire il palpito esultante ed inebriante della vita, sempre, e non come mezzo a questa o quella pallida idealità evanescente, ma in sé e per sé come mezzo e fine alla idealità stessa che sprigiona dal suo intimo. Attingere in tale fede la capacità e la forza di rinnovarsi ad ogni istante, vedere la vita come umanità che si svolge e si supera, debolezza che si vince senza arrestarsi mai, concretezza in cui ogni umile atto acquista la sua consacrazione perché è atto nostro: ecco la gioia ed il significato dell’essere, la divinità del tempo, che è progresso in cui muore l’ostacolo! Non può essere morale chi è indifferente. L’onestà consiste nell’avere idee, credervi e farne centro e scopo di se stesso. L’apatia è negazione di umanità, abbassamento di se stessi, assenza di idealità. Può essere in molti affettazione di superiorità e pretesa di originalità, ma a tutta la massa di assenti e di vigliacchi c’è da preferire gli uomini feroci di parte, pervasi di odio che non cessa. Questi prendono posizione e non sfuggono la lotta».

Qualche anno dopo, in un articolo di Rivoluzione Liberale, di se stesso diceva: «Non ho mai chiesto alle idee da me professate di servirmi come pratico ufficio di collocamento: ho preferito non essere riconosciuto neanche nei miei sforzi; nascondere i miei sacrifici; soffrire in silenzio e senza amarezza ciò che avrei forse avuto il diritto di non soffrire. Non ho mai chiesto a nessun sistema di salvarmi dal dubbio tragico del pensiero, di offrirmi soluzioni comode anche se fittizie, di darmi le penne del pavone e la pace della pigrizia». L’autonomia della persona morale, la volontà di realizzare se stessi senza compromessi costituiscono il fondamento di quella ch’egli chiama la “religione della libertà”, e che così definisce: «Non più conforto per i deboli, ma sicurezza dei forti; non più culto di un’attività trascendente, ma attività nostra; non più fede, ma responsabilità. È la religione di una coscienza più ampia che si sostituisce a una religione rudimentale. Contro il dogma, nasce l’autonomia».

Se queste erano le sue premesse morali, quale fu la sua presa di coscienza dell’Italia che usciva dalla guerra mondiale? La storia dell’Italia risorgimentale e postunitaria era stata una storia di problemi non risolti (Mezzogiorno, analfabetismo, ecc.) e di squilibri non superati. L’arretratezza economica aveva rallentato anche lo sviluppo della lotta politica, sostituendo all’aperto conflitto di classi e ceti e alla chiara polemica politica le soluzioni più facili di compromesso e di trasformismo. Lo Stato era diventato un consorzio di privilegiati e un dispensatore di favori e protezioni, alla cui vita le masse non partecipavano attivamente e da cui tutt’al più ricevevano paternalistiche elargizioni. Su questa base la vita politica non poteva che svilupparsi in forme corruttrici sul terreno pratico, e retoriche sul terreno delle idee. Il giolittismo, con il favore di una relativa prosperità, aveva accresciuto l’aspetto riformistico del regime, attenuando le punte più aspre della situazione precedente; pareva che l’amministrazione burocratica si avviasse a diventare la forma definitiva del regime, e che la lenta evoluzione delle cose, il “pacifico progresso”, dovesse ulteriormente consolidare il sistema, spegnendo ogni fermento critico. Ma la guerra aveva rappresentato la fine dell’esperienza giolittiana. I problemi che non erano stati risolti, ma soltanto dilazionati e mascherati con il paternalismo, apparivano di nuovo – scomparsa la precaria prosperità e distrutto il manto dell’ottimismo progressista – in una tragica crudezza che non avevano mai prima rivelato. L’irrompere di nuove ingenti masse sul terreno della lotta politica scuoteva dalle fondamenta il fragile equilibrio e l’edificio statale metteva a nudo crepe e lacerazioni profonde. Era naturale che la personalità di Gobetti reagisse con tutta l’energia del suo carattere intransigente all’Italia positivista e giolittiana, di cui era portato a vedere solo gli aspetti negativi. Quasi d’istinto egli riconobbe per suoi maestri spirituali tutti coloro che erano stati in contrasto con questa Italia, nei suoi aspetti morali, culturali e politici, e da ciascuno venne raccogliendo gli elementi di una polemica che gli permettesse di contrapporre la sua Italia, l’Italia da costruire, l’Italia del futuro, all’Italia del passato. Attraverso i suoi scritti si può seguire la progressiva scoperta di questi diversi aspetti, con cui veniva preparando volta a volta delle sintesi provvisorie.

La prima serie della sua rivista Energie Nuove era centrata essenzialmente su problemi culturali. Contro il positivismo ottimisticamente evoluzionista, che era stata la dottrina dominante del passato, egli accettava la cultura idealistica: «In quei tempi si può scorgere una certa mia indulgenza e quasi adesione alle dottrine gentiliane, che io chiamavo però sin d’allora più volentieri spaventiane: è chiaro e giusto che io non mi potessi sottrarre all’influenza formidabile della logica hegeliana». Ma i suoi interessi non erano filosofici in senso tecnico, e i problemi etico-politici vennero rapidamente in prima linea. E Croce, ma soprattutto Salvemini, apparvero i maestri preferiti. Accanto ad essi si notano le influenze di Einaudi, di Fortunato e di Mosca. Pur nella loro estrema diversificazione, questi uomini rappresentavano tutti in qualche modo un’antitesi a determinati aspetti dell’Italia passata. Salvemini era stato l’oppositore per eccellenza dell’Italia di Giolitti, e al dilettantismo facilone della vita italiana aveva opposto il gusto del problema concreto e la severità della ricerca. Croce aveva combattuto la grande battaglia dell’idealismo contro la filosofia positivistica imperante nella vecchia Italia, e con la signorile larghezza della sua cultura aveva umiliato la vuota superficialità e la retorica. Einaudi aveva polemizzato contro il protezionismo e contro lo stato-provvidenza in nome delle sue concezioni liberistiche e aveva esaltato la concorrenza. Fortunato aveva chiarito, contro le menzogne e le illusioni più o meno volute, la tragica serietà del non risolto problema meridionale. Mosca aveva denunciato la demagogia del vecchio regime e la corruttela parlamentare, opponendo la teoria aristocratica delle élites al trasformismo di Depretis. Anche la Voce prezzoliniana con il suo idealismo militante, anche Missiroli con la sua dialettica funambolesca, avevano espresso a un dato momento esigenze nuove o eretiche rispetto alle posizioni dell’Italia ufficiale. E se da questi maestri direttamente conosciuti Gobetti era portato a risalire più indietro, si volgeva a Oriani, esaltatore della lotta politica, a Sorel, teorico del mito intransigente d’azione, a Cattaneo, il grande critico del Risorgimento. E come la guerra, con il terremoto che aveva provocato nella società italiana, portava tutti gli squilibri e tutte le contraddizioni al punto critico, così Gobetti, raccogliendo l’insegnamento di tutti questi uomini, cercava di contrapporre una sua Italia all’Italia ufficiale. L’immagine di questa nuova Italia nasceva in lui a misura che estendeva i suoi interessi e prendeva coscienza del nuovi problemi, e si configurava esattamente come l’antitesi dell’Italia reale: serietà contro retorica, intransigenza contro compromesso, libertà contro servilismo. (fine prima parte)

Lelio Basso

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