Lelio Basso: «Il mio amico e maestro Gobetti» (parte seconda)

Nel suo rifiuto dell’Italia reale, il criterio discriminatore che guidava Piero Gobetti era sempre dettato dalla sua personalità morale; era un giudizio etico quello che esprimeva sinteticamente il suo atteggiamento verso uomini o situazioni. Chi scorra la galleria di ritratti che egli venne pubblicando nel corso degli anni vedrà che l’accento – sia che parli di Matteotti o di Einaudi, di Amendola o di Croce – è posto in ultima analisi sull’insegnamento morale, sul valore di esempio che si può ricavare da questi uomini. E a sua volta questo giudizio morale si fondava sui valori di libertà, intesi come autonomia della persona, come rifiuto del conformismo, come capacità di esprimere se stessi anche contro un mondo ostile, anche in mezzo a difficoltà di ogni sorta. Questa capacità di eresia, anche solitaria e anche disperata, rappresenta per Gobetti un eroismo doveroso, e il suo ideale rimarrà fino alla fine un ideale eroico.

Fu in questo suo ardore morale, ch’era tutt’uno con il culto della libertà, ch’egli possedette un metro, se non infallibile, certo assai sicuro, per giudicare gli uomini nella loro intima essenza. Fu soprattutto grazie ad esso che egli, a misura che maturava, si venne separando da molti che in un primo tempo aveva amato e i cui insegnamenti aveva accettato; così a poco a poco respinse Gentile, Prezzolini, Missiroli, ed anche in coloro che continuò a riconoscere come maestri, Einaudi, Croce e Salvemini, seppe discernere quelli che erano i valori da salvaguardare dalle scorie reazionarie che bisognava recisamente rifiutare. È da questo punto di partenza – il culto della libertà come valore morale primordiale – che noi dobbiamo considerare anche i suoi atteggiamenti politici. Era inevitabile che in quegli anni di tumultuose passioni e di profondi rivolgimenti, mentre milioni di uomini urgevano per assurgere a un più alto livello sociale e quindi anche a una più intensa partecipazione alla vita statale, i suoi interessi morali si concentrassero sulla vita politica, che in sé racchiudeva tutti i più profondi bisogni degli uomini. Pur occupandosi di studi assai disparati, il suo interesse fondamentale rimase sempre quello etico-politico. L’interesse politico lo portava a considerare più le masse che gli individui, più i problemi generali che i casi particolari, e l’obbligava non solo ad un ripensamento del bagaglio spirituale accumulato nel primi anni della sua tumultuosa formazione, ma ad un ampliamento e ad un approfondimento dei suoi temi. Nel già ricordato articolo “I miei conti con l’idealismo attuale”, egli così descriveva la propria svolta: «Nel 1920 io interruppi le Energie Nove perché sentivo il bisogno di un maggior raccoglimento e pensavo ad una elaborazione assolutamente nuova, le cui linee mi apparvero di fatto nel settembre, al tempo dell’occupazione delle fabbriche. Devo la mia rinnovazione dell’esperienza salveminiana da una parte al movimento dei comunisti torinesi (vivi di un concreto spirito marxista) e dall’altra agli studi sul Risorgimento e sulla rivoluzione russa, che ero venuto compiendo in quel tempo».

Gli studi sul Risorgimento, da cui son nati il libro postumo Risorgimento senza eroi e il suo saggio su La filosofia politica di Vittorio Alfieri edito da lui stesso, han servito a dare più adeguata espressione alla sua visione del Risorgimento come rivoluzione mancata, a mettere in rilievo tutti i motivi libertari e autonomistici soffocati dal processo di sviluppo che aveva condotto all’Italia giolittiana. In definitiva, come egli stesso rilevò in risposta ai critici del suo metodo storico, più che vera e propria opera storica egli intese compiere un lavoro pratico, che doveva servire a riprendere la battaglia della libertà e dell’autonomia contro lo stato paternalista e accentratore, la battaglia dell’Italia eretica contro l’Italia ufficiale, per giungere alla formazione di un nuovo stato che anche le masse finora escluse sentano come propria conquista, in cui si armonizzino – non per opera corruttrice e diseducatrice dall’alto, ma per il libero gioco dell’aperto contrasto – classi e ceti diversi. E gli studi sulla rivoluzione russa lo condussero a vedere la rivoluzione proprio da questo punto di vista, cioè come il risultato di uno sforzo di liberazione proveniente dal basso – e quindi squisitamente liberale – attraverso cui gli operai e i contadini vengono edificando il loro stato.

L’occupazione delle fabbriche e la battaglia dei comunisti torinesi in favore dei consigli di fabbrica gli apparvero in questa stessa luce: libere iniziative popolari in cui si esprime l’energia autonoma e creatrice del proletariato moderno e da cui deve nascere una nuova organizzazione della produzione, adeguata alle esigenze della produzione moderna e aderente al nuovo spirito di libertà. Pur senza essere comunista o socialista, e tanto meno marxista, anzi aderendo ancora intimamente ad un’ideale società borghese che non è mai esistita e mai esisterà, egli sentì tuttavia il fascino promanante dagli sforzi e dalla volontà di questi uomini che rompevano con le tradizioni riformiste, con il paternalismo e il conformismo, dando vita a nuove forme di lotta politica suscettibili di aprire anche per l’Italia una nuova fase di vita moderna. A proposito dell’occupazione delle fabbriche, scriveva in una lettera del 7 settembre 1920: «Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un mondo nuovo. Non sento in me la forza di seguirli nell’opera loro, almeno per ora. Ma mi par di vedere che a poco a poco si chiarisca e s’imposti la più grande battaglia del secolo. Allora il mio posto sarebbe necessariamente dalla parte che ha più religiosità e volontà di sacrificio. La rivoluzione oggi si pone in tutto il suo carattere religioso. Certo l’ora è difficile anche per gli operai… Il movimento è spontaneo e tutt’altro che diretto a scopi materiali. Si tratta di un vero e proprio grande tentativo di realizzare non il collettivismo, ma un’organizzazione del lavoro in cui gli operai o almeno i migliori di essi siano quel che sono oggi gli industriali».

E a proposito dei consigli di fabbrica, scriverà più tardi: «Di fronte al grandioso movimento dei consigli, un liberale non può assumere la posizione meramente negatrice di Einaudi. Il liberale ha dinanzi uno dei più caratteristici fenomeni schiettamente autonomisti che siano sorti nell’Italia moderna. Chi, fuori di ogni pregiudizio di partito, pensoso della crisi presente che è crisi di volontà, di coerenza, di libertà, spera in una ripresa del movimento rivoluzionario del Risorgimento, che entri alfine nello spirito delle masse popolari e le faccia aderire creativamente a uno Stato, a buon diritto ha potuto credere, per un momento, che la nuova forza politica di cui l’Italia ha bisogno sarebbe sorta da queste aspirazioni e da questi sentimenti. I comunisti torinesi avevano superato la fraseologia libertaria e demagogica e si proponeva problemi concreti. Contro la burocrazia sindacale affermavano le libere iniziative locali. Movendo dalla fabbrica, si assumevano l’eredità specifica della tradizione borghese e si proponevano non già di creare dal nulla una nuova economia, ma di continuare il progresso della tecnica della produzione raggiunta dagli industriali».

Da questi studi e da queste riflessioni nacque nel febbraio 1922 la nuova rivista, Rivoluzione Liberale, il cui Manifesto di presentazione, contenuto nel primo numero, rappresentava il punto d’arrivo degli studi gobettiani a quel momento. Esso conteneva un’ampia analisi della storia recente d’Italia, i cui risultati erano riassunti in queste proposizioni, in cui l’influenza di Salvemini, di Einaudi e di Mosca appare evidente: «L’incapacità dell’Italia a costituirsi in organismo unitario è essenzialmente incapacità nei cittadini di formarsi una coscienza dello Stato e di recare alla realtà vivente dell’organizzazione sociale la loro pratica adesione. L’indagine storica che qui riassumeremo deve spiegare: 1) la mancanza di una classe dirigente come classe politica; 2) la mancanza di una vita economica moderna ossia di una classe tecnica progredita (lavoro qualificato, intraprenditori, risparmiatori); 3) la mancanza di una coscienza e di un diretto esercizio della libertà. Privi di libertà, fummo privi di una lotta politica aperta. Mancò il primo principio dell’educazione politica ossia della scelta delle classi dirigenti, mentre la vitalità dello Stato – presupponendo l’adesione, in qualunque forma, dei cittadini – si fonda precisamente sulla capacità di ognuno di agire liberamente e di realizzare proprio per questa via la necessaria opera di partecipazione, controllo, opposizione».

Ma le sue conclusioni pratiche andavano al di là dell’insegnamento dei suoi maestri. «Il movimento operaio è stato in questi anni il primo movimento laico d’Italia, il solo capace di recare alla sua ultima logica il valore rivoluzionario moderno dello Stato, e di esprimere la sua idealità religiosa anticattolica, negatrice di tutte le Chiese. L’impulso non ebbe sinora sistemazione perché la parte sana della nostra classe dirigente non seppe riconoscere il valore nazionale del movimento operaio». E più avanti: «È nostra ferma convinzione che l’ardore e l’iniziativa che condussero gli operai all’episodio dell’occupazione delle fabbriche non siano spenti per sempre e non si possano in ogni modo acquetare con le lusinghe della legislazione sociale. La base della nuova vita italiana deve trovarsi nella costituzione di due partiti intransigenti, di opposizione ai programmi riformisti, rivoluzionari nella loro coerenza: il partito operaio e il partito dei contadini. I nuclei iniziali di queste due tendenze stanno operando nella realtà della nazione anche se ancora non si esprimono in termini di parlamentarismo: e sono il partito comunista e le prime organizzazioni agricole del sud sostenute dal partito sardo d’azione, che si sta estendendo ad altre regioni mature ad accoglierlo. Queste sole forze si scorgono oggi capaci di accettare l’eredità della piccola borghesia, ormai burocratizzata in tutte le sue manifestazioni. Il franco riconoscimento di questa realtà non ci può condurre ad aderire a una delle due formule, appunto perché noi crediamo alla validità di tutte e due e nella nostra rivoluzione liberale comprendiamo le visioni dei due elementi contendenti. Il nostro è un liberalismo potenziale che non ci deve suggerire un’opera di conciliazione (che allora negheremmo le premesse autonomiste), ma deve farci aderire alla doppia iniziativa. Un compito tecnico preciso ci attende: la preparazione degli spiriti liberi capaci di aderire, fuor dei pregiudizi, nel momento risolutivo, all’iniziativa popolare: dobbiamo illuminare gli elementi necessari della vita futura (industriali, risparmiatori, intraprenditori) ed educarli a questa libertà di visione».

(continua)

Lelio Basso

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