Lelio Basso: «Il mio amico e maestro Gobetti» (parte terza)

Piero Gobetti sognava una società articolata, ricca di iniziative autonome, in cui ogni classe ed ogni ceto esprimessero liberamente le proprie esigenze attraverso partiti politici ben distinti, senza attendere dallo stato concessioni o favori, e dove l’equilibrio scaturisse dal gioco dialettico delle forze in contrasto, senza indulgenze verso il paternalismo e il burocratismo.

Se di questa futura società vedeva negli operai i primi suscitatori, auspicava però anche la formazione di una nuova classe di industriali coraggiosi, capaci di iniziativa autonoma e non legati alle avariate forme di parassitismo economico. Per ora, ammoniva, «la nuova borghesia produttrice appena nascente nelle grandi industrie delle città settentrionali deve ancora provare le sue virtù di conduttrice della libera lotta e nel gioco autonomo delle iniziative, ma la democrazia nascerà in Italia come conseguenza della maturazione capitalistica e della lotta dei partiti politici», e «la politica italiana non avrà un ritmo di serietà prima che siano nate le avanguardie del movimento proletario e borghese. Anche se queste forze saranno una minoranza basteranno per rompere il blocco dei parassiti e costringerli a differenziarsi secondo responsabilità precise».

Ed egli si proponeva il compito di preparare i quadri della nuova classe dirigente, della borghesia come anche degli operai e dei contadini. Tuttavia questo compito, ch’egli stesso definiva illuministico, non era solo un compito teorico: «La nostra teoria diventa una pratica in quanto aderisce a tutte le esperienze di autonomia, proponendosi di chiarire, aiutare, rinnovare secondo la logica dello sviluppo empirico il movimento di redenzione del popolo. Compito nostro preciso diventa dunque l’elaborazione delle idee della nuova classe dirigente e l’organizzazione di ogni pratico sforzo che a ciò conduca».

Ma anche se consideriamo utopistico l’ideale che egli si proponeva di raggiungere, non possiamo non considerare profondamente validi i motivi che egli concretamente svolgeva e le esigenze che poneva ogni giorno, che lo condurranno ad un atteggiamento esemplare nei confronti del fascismo fin dal primo momento. La sua apologia dell’intransigenza era una reazione al paternalismo della Chiesa e dello Stato, all’educazione cattolica, allo spirito di compromesso. Indubbiamente, perché in Italia potesse nascere una lotta politica moderna era necessaria una più robusta coscienza morale, e a questo scopo era diretto lo sforzo pratico di Gobetti. E poiché egli ben sapeva distinguere dove questa coscienza morale veniva formandosi, dove si lottava veramente per la libertà, non poteva esservi dubbio che egli si sarebbe trovato sempre più vicino alle forze di avanguardia.

Ciò apparve con tutta evidenza nel suo atteggiamento di fronte al fascismo. Egli aveva salutato come un fatto positivo la lotta violenta dei primi anni del dopoguerra. «Dopo secoli di compromessi e di riformismi, dopo cinquant’anni di pace sociale, la guerra ci precipita in una crisi disordinata che è finalmente operoso esercizio di libertà. La guerra civile, ponendo a cimento tutti i partiti e tutte le forze, è l’espressione massima di nuovi bisogni e di nuove attività», aveva scritto nel Manifesto. E poco dopo: «Pensammo e pubblicammo La Rivoluzione Liberale con un senso di gioia, per salutare auguralmente una lotta politica che attraverso tante corruzioni, pur nasceva. In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse!». Potrebbe sembrare l’atteggiamento di uno spettatore, indifferente alle vicende della lotta. Ma «la lotta politica nel mondo moderno ha la sua premessa necessaria nella libertà»: chi offende la libertà rende più difficile, o addirittura impossibile la lotta. E la libertà non si offende soltanto con l’esercizio violento della dittatura, ma anche con la corruzione e con il paternalismo burocratico.

Se in passato Gobetti aveva considerato il regime giolittiano come l’espressione tipica dell’anti-libertà, ora non vi è dubbio che il fascismo ha superato di gran lunga tutti i difetti del giolittismo. «Giolitti corrompeva i partiti e li lasciava vivere. Mussolini ha superato tutti gli esempi di trasformismo, d’insincerità, di compromessi, di ricatti. Ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavitù liberali, democratici, popolari. Passa sopra tutte le differenze. Costringe operai e industriali a far coesistere i loro interessi antitetici. Spezza le distinzioni, le responsabilità precise, la fermezza dei caratteri e l’intransigenza onesta delle idee. La dittatura giolittiana aveva un linea, una tenacia piemontese, tendeva ostinatamente a fare di questo paese infelice e chiacchierone una nazione ricca ed europea. Il romagnolo ha l’istinto del condottiero di ventura, la pregiudiziale che gli uomini devono servire lui, il gusto per l’umanità cortigiana. La sua politica verso i partiti ha la teatralità di tutti i deboli e ignora che i grandi statisti hanno sempre saputo dominare le differenze della realtà senza sopprimerle».

L’opposizione di Gobetti al fascismo fu perciò prima di tutto un’opposizione morale, un’opposizione, come egli disse, “di stile”, e perciò stesso un’opposizione assoluta e intransigente. «Il nostro antifascismo non è l’adesione a un’ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo dirlo fisiologicamente innato». Questo suo atteggiamento derivava dalla concezione ch’egli ebbe del fascismo fin dal primo momento come di una continuazione e di un’esasperazione di quella Italia tradizionale a cui ripugnava la sua natura morale. Il fascismo, scriveva all’indomani della marcia su Roma, «è l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco». E ancora alla vigilia del delitto Matteotti: «Il fascismo è l’erede della democrazia italiana, eternamente ministeriale e conciliante, paurosa delle libere iniziative popolari, oligarchica e paternalistica». Ciò lo portava a due conseguenze: da un lato a un’insufficiente valutazione dei motivi profondi del fascismo, dall’altro a una continua polemica con le opposizioni antifasciste che non si ponevano sul terreno della radicale, assoluta, intransigente opposizione morale. Dal suo punto di vista chiedere al fascismo di “normalizzarsi”, di diventare legalitario, di rispettare la costituzione, significava accettare il fascismo, fiancheggiarlo, entrare praticamente nei gioco; la critica parziale era una forma di collaborazione. Per parte sua preferiva l’aperta violenza del fascismo senza maschera, anziché una forma di dittatura paternalistica e corruttrice.

Nel celebre “Elogio della ghigliottina” scritto dopo la marcia su Roma, egli così conclude: «C’è stato in noi, nel nostro opporsi cieco, qualcosa di donchisciottesco. Ma nessuno ha riso, perché ci si sentiva una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo. E bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenere tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro». E nell’aprile 1924: «Di fronte alla marcia su Roma nacquero immediatamente almeno due antifascismi. Il primo era la resistenza dei battuti dal colpo di Stato: l’antifascismo, per intenderci, dei vecchi democratici e liberali che erano stati ministri o ministeriali nel dopoguerra e dei filo-fascisti delusi. L’impostazione di questi oppositori era squisitamente parlamentare. Essi non sentivano una ripugnanza di natura verso i vincitori, erano assolutamente alieni dal lavorare per un’altra generazione, provavano soprattutto ira e dispetto perché i loro calcoli erano stati sventati e si vedevano sfuggir di mano il potere. Era uno stato d’animo generale che persino Salandra e Giolitti condividevano. Nessuno dei cosiddetti democratici e liberali aveva capito che Mussolini non si poteva legare con i programmi, che egli avrebbe tradito tutti gli accordi e dominato tutte le competizioni sul terreno dell’astuzia; che occorreva smascherarlo con un’intransigenza feroce, preparando con l’esempio una situazione storica, in cui l’effettiva lotta politica rendesse impossibili i costumi del paternalismo e le dittature plutocratiche, mascherate di dittature personali. Questo era il vero antifascismo, la vera politica dell’opposizione. Ma nessuno ci contraddirà, se affermiamo che soltanto la Rivoluzione Liberale seppe porsi sin da principio su questo terreno. Non ci fu nel primi mesi altra opposizione così disperata e inesorabile al regime e a Mussolini. Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistemmo sui lamenti per la mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare. Offrimmo una diagnosi della immaturità economica italiana che si accompagna e determina la immaturità della lotta e la scarsa dignità personale».

L’assassinio di Matteotti – di questo irriducibile e intransigente oppositore del fascismo, il cui più bell’elogio fu scritto proprio da Gobetti – fece definitivamente cadere la maschera del fascismo, e l’Aventino, cioè la frattura totale e definitiva fra le due Italie, fu in un certo modo la conferma degli atteggiamenti di Gobetti. Fu in questo periodo ch’egli incominciò ad inserirsi anche attivamente nella lotta pratica, ad assumere più precise responsabilità, fondando anche i “Gruppi di Rivoluzione Liberale”. Ancora una volta il profondo fervore morale portava Gobetti più addentro nella lotta politica, a più diretto contatto con i problemi dell’azione. Poco più di un anno prima aveva scritto: «Mai giovinezza fu condannata a più chiusa e severa austerità. Abbiamo dovuto abbandonare la letteratura per diventare paladini e quasi rappresentanti della civiltà e delle tradizioni».

Ora continuava più che mai ad essere “disperato sacerdote” della religione della libertà; più che mai metteva in guardia le opposizioni contro le facili illusioni; più che mai si affannava a sostenere che il fascismo avrebbe avuto lunga vita, che non si sarebbe lasciato liquidare dalle congiure e dagli intrighi e che il compito degli oppositori era quello di educare la generazione futura, «la generazione dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta». Ma vedeva sempre più chiaro quale dovesse essere la nuova classe dirigente, in quale direzione si dovesse lavorare per preparare all’Italia un domani di libertà.

(continua)

Lelio Basso

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