Lelio Basso: «Il mio amico e maestro Gobetti» (quarta e ultima parte)

È interessante seguire come Piero Gobetti giunga, per questa sua via, a chiarire sempre i motivi veri della lotta. Scriveva nel marzo 1923: «Non è ancora possibile parlare in sede di cultura e di obiettività storica del fascismo, il quale ha risolto prima il problema di governo che il problema della sua identità. L’interpretazione comune (reazione ai miti antipatriottici e alle ebbrezze rivoluzionarie) ha un valore pratico ed è parso sin qui destinato a far fortuna, ma non presenta alcun significato in sede politica, dove gli interessi e la retorica dovrebbero trasformarsi in situazioni storiche. Anche l’interpretazione marxistica (reazione borghese) è insufficiente». Ma nell’aprile 1924 egli dichiara di avere «una visione più rettilinea», che così si sintetizza: «Una dittatura di ceti plutocratici» unita ad «una dittatura demagogica e burocratica che controlla i cittadini persino nei mezzi di sussistenza».

Nel novembre successivo, nel pieno della battaglia aventiniana, la lotta politica assume ai suoi occhi «un’impostazione semplice e precisa: da una parte i nazionalisti, i clericali, i conservatori, gli avvocati degli agrari e degli industriali protetti, i rifiuti dei partiti vecchi e nuovi, gli avventurieri della politica; dall’altra le masse dei lavoratori con i borghesi rimasti fedeli ai loro ideali di libertà». Più tardi ancora, nel maggio 1925, sembrano cadute tutte le illusioni sulle classi dominanti. «I ceti dominanti (plutocrazia, agrari, corte, esercito, burocrazia) hanno trovato in Mussolini l’uomo in cui riporre piena fiducia. L’Aventino ha anche contato sulle classi medie. Ma queste per la loro natura equivoca sono sempre col vincitore. Sono rimasti alle opposizioni non le classi medie, ma alcuni individui che, per la loro educazione e la loro dignità, sentono esigenze di critica e di idee. Messe così le cose, deve essere acquisito che la sola riserva solida di ogni nuova politica futura è il movimento operaio. Se intorno all’Aventino si è venuta formando un’élite di giovani che capiscono la situazione, che non si fanno illusioni, essi hanno il dovere di smetterla con le inconcludenti polemiche contro i comunisti, che minacciano di diventare un utile diversivo, e di lavorare con lealtà per il fronte unico operaio, anche se questo lavoro, per le attuali condizioni di depressione delle masse, non è per dare frutti immediati».

Su questo concetto, che rappresenta il punto di arrivo del suo cammino di liberale e di antifascista, ritornerà in quella Lettera a Parigi, pubblicata in Rivoluzione Liberale nell’ottobre 1925, e che rappresenta il suo testamento politico: «Esiste in Italia, nel Nord, specialmente nel triangolo Genova-Torino-Milano, un proletariato moderno. Negli anni del bolscevismo questo proletariato non pensava alle scomposte rivolte, pensava di creare un ordine nuovo. Oggi rifiuta i vantaggi materiali che gli offrono le corporazioni fasciste, non cede, non si sottrae alle sue responsabilità e ai suoi pericoli. Bisogna vedere da vicino, come io vedo qui, alla FIAT, la tenacia di questo proletariato. Bisogna rendergli onore. Con la sua intransigenza esso ha conquistato i suoi diritti civili, è degno degli altri proletariati europei, le sue battaglie e i suoi sacrifici gli segnano il suo posto di dignità nell’Europa lavoratrice di domani. Invece le classi medie intellettuali hanno ripetuto l’esempio di inconsistenza e di mediocre fronda fiancheggiatrice che diedero nella Francia del secondo Impero».

Come ripone nel proletariato tutte le sue speranze, così Gobetti guarda con interesse ai partiti proletari e segue le vicende del socialismo. Vale la pena di ricordare una sua pagina sulla crisi socialista e il suo giudizio pieno di simpatia per il PSI. «Tutto il resto dipende dallo sviluppo della crisi socialista. Oggi la disorganizzazione dei tre partiti è connessa col disorientamento del proletariato. Le polemiche tra la Giustizia, l’Avanti!, e l’Unità rivelano la ferocia settaria e dissolvente che ha sempre animato i capi, ma sono anche un segno di vitalità, di esigenze più profonde per il futuro. Il sogno di un partito proletario unico, disciplinatamente organizzato a battaglia, appare certo lusinghiero e piacevole alle persone che amano gli schemi ordinati. Sembra a tutti incontestabile che, mentre il proletariato è travagliato dalla reazione, il battersi compatto possa consentirgli di salvare almeno le posizioni più indispensabili. Chi non è così rigido nell’illusione del blocco unico pensa che almeno i massimalisti siano una creazione artificiosa, degna di finire al più presto, decidendosi fra le due anime del socialismo: la gradualista e la rivoluzionaria. Invece sarebbe ora di accorgersi che questo linguaggio è invecchiato. La parola d’ordine dell’unità non è servita a evitare in nessun paese la costituzione di tre partiti proletari. Sono le vie e le ipotesi che si presentano alla scelta degli oppressi in cerca di liberazione. Tra la democrazia di Turati e il bolscevismo ortodosso di Bordiga, la critica dell’Avanti!, ispirata a un marxismo sospettoso della Terza Internazionale e prudentemente rivoluzionario ma francamente classista, è logica e utile. Noi non intendiamo affatto deporre le diffidenze verso quella che è stata la mentalità massimalista e comprendiamo che i rancori dei delusi possano arrivare persino alle accuse di tradimento, ma ci sembra necessario riflettere che oggi il partito massimalista è frutto di un libero sforzo proletario, cresciuto per il sacrificio degli umili. La crisi vera non è, insomma, del massimalismo più che degli unitari e dei comunisti: la crisi è di tutto il socialismo, che non è riuscito negli ultimi venti anni a rinnovare la sua classe dirigente, e non ha avuto dopo la generazione di Turati una élite di capi giovani e preparati ai nuovi tempi. Ma nella resistenza al fascismo i tre partiti proletari hanno dato una prova di vitalità e di forza, non di decadenza. La concorrenza li migliora; le polemiche, anche quelle più disgustosamente personali, li chiarificano. Certo, si tratta di una crisi di crescenza. E non bisogna guardarla con disdegno, perché vi si stanno preparando i migliori, quelli che avranno diritto di condurre il proletariato alla riscossa».

Di pari passo con questo suo avvicinamento alle posizioni di lotta del proletariato, si viene modificando anche il suo atteggiamento ideologico. Gli interessi, prima prevalentemente culturali, divengono sempre più nettamente politici, e il suo liberalismo tende a distinguersi e a polemizzare con il liberalismo del Partito Liberale. Il nome e il pensiero di Marx appaiono sempre più frequentemente sulla rivista, il valore liberale del marxismo viene apertamente riconosciuto, la lotta di classe viene affermata come una necessità. Nei primi anni della sua attività intellettuale, sotto l’influenza di maestri come Croce e Einaudi, egli aveva respinto si può dire integralmente il marxismo, mentre era ricordato con grande onore Mazzini. Nel Manifesto di Rivoluzione Liberale, Mazzini e Marx sono posti sullo stesso piano. «Mazzini e Marx pongono le premesse rivoluzionarie della nuova società, e attraverso i due concetti così diversi di missione nazionale e di lotta di classe affermano un principio idealistico o, se meglio piace, volontaristico, che fa risiedere la funzione dello Stato nelle libere attività popolari affermantisi attraverso un processo di individuale differenziazione. In questo senso Mazzini e Marx sono i più grandi liberali del mondo moderno».

Ma già pochi mesi dopo scriveva: «Preferiamo Cattaneo a Gioberti, Marx a Mazzini». E più avanti ancora: «Una democrazia vera deve nascere sul terreno storico del marxismo, e i democratici italiani che imprecano a Marx sono fior di reazionari. La cultura popolare è una sciocchezza fuori dell’iniziativa, della conquista, dell’esercizio diretto. Che il popolo legga, che ami Mazzini, può interessare i dilettanti in cerca di nuove forme di filantropia. Ma è chiaro che anche questa forma di facile filantropia è indice, come tutte le altre, di animo reazionario”. E anche più nettamente: «Quando Mazzini parla del problema sociale come di un problema di educazione delle facoltà umane egli è in una posizione reazionaria. I doveri dell’uomo di Mazzini è un libro immorale in quanto propone all’operaio un ideale che non scaturisce dal suo stesso cuore, lo persuade a tradire sé e i suoi per agire nell’atmosfera retorica della palingenesi democratica e della virtù piccolo-borghese. Perciò bisogna avere il coraggio di affermare che questa è l’ora di Marx. Il movimento operaio ha avuto uno scopo e un’organicità da quando egli levò il suo grido di battaglia. Non è vero che Marx parli alle masse il linguaggio materialistico, Mazzini il linguaggio ideale: l’ideale di Mazzini è nebuloso e romantico, quello di Marx realistico e operoso. In Italia, Marx fu messo in soffitta per l’immaturità del capitalismo e del proletariato. E’ probabile che la parentesi fascista non sia breve; ma certo sarà in nome di Marx che le avanguardie operaie e le élites intransigenti lo seppelliranno».

Abbiamo così delineato l’itinerario spirituale di Piero Gobetti, il cui valore e il cui insegnamento non si possono intendere se non in questa dinamica di sviluppo. Morendo a 25 anni egli non ci ha lasciato, né intendeva lasciarci, un corpo concluso di dottrine, un sistema elaborato di pensiero. Ma il valore essenziale del suo insegnamento, più che in determinati scritti o in determinati atteggiamenti di pensiero o d’azione, sta proprio nel fatto che egli non si tenne mai fermo alle posizioni conquistate. In un’Italia arretrata economicamente e politicamente, diseducata da secoli di cattolicesimo e da decenni di trasformismo politico, egli alzò la bandiera della libertà, della dignità e dell’autonomia, raccogliendo la migliore eredità del pensiero liberale e democratico delle precedenti generazioni. Certo egli non si rese conto delle tendenze totalitarie che erano innate nel capitalismo monopolistico, né apprezzò al suo giusto valore le tendenze democratiche all’eguaglianza e alla sicurezza. Ma, pur attraverso delle analisi provvisorie che gli erano volta a volta dettate dalla sua esperienza di combattente della libertà, egli si rese conto che i valori in cui egli credeva – i più alti valori spirituali tramandati dalla cultura borghese – non avrebbero più trovato i difensori fra le classi dirigenti, e che l’avvenire della libertà nel nostro paese era ormai affidato al proletariato. Il valore profondo del messaggio che Gobetti voleva lasciare alle generazioni future a cui pensava di rivolgersi è appunto questo, questa ideale congiunzione fra l’eredità spirituale del liberalismo da cui proveniva e il movimento operaio su cui fondava le sue speranze. Per testimoniare questa sua fede egli non esitò a staccarsi da maestri e da amici, non esitò a polemizzare aspramente con quasi tutti gli antifascisti, non esitò un istante ad affrontare le persecuzioni, le violenze e l’esilio.

Lelio Basso

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