Veri liberali e falsi liberisti

Vi è una ricca e autorevole tradizione, all’interno del pensiero e della pratica del liberalismo italiano e internazionale, che si colloca inequivocabilmente a sinistra e poco o nulla ha a che fare con il liberalismo conservatore e con la sua principale espressione economica, che è il liberismo. L’espressione “liberale di sinistra” contiene dunque una contraddizione solo apparente, con buona pace delle antiche ironie (l’ircocervo…) di Benedetto Croce nei confronti del suo allievo “ribelle” Piero Gobetti. Qualunque facile schematismo destra-sinistra che pretenda di dividere e separare due valori entrambi fondamentali quali l’eguaglianza (o giustizia sociale) e la libertà, collocando la prima “a sinistra” e la seconda “a destra”, nasconde un grave fraintendimento della storia politica reale, che ha visto una parte almeno della sinistra – nettamente maggioritaria nei paesi occidentali – battersi accanitamente per la conquista di spazi sempre maggiori di libertà, sul piano individuale e su quello sociale. Tutta la storia del radicalismo italiano si colloca naturalmente su questo fronte “libertario”, e larga parte del liberalismo progressista europeo e americano da Mill a Russell a Rawls.

Ma la questione del rapporto di questo liberalismo radicale e progressista da un lato con il tradizionale liberismo economico, e dall’altro con le istanze socialiste e socialdemocratiche, è tutt’altro che risolta da questa petizione di principio. In realtà non ci sono ricette preconfezionate e buone per tutti gli usi: la lotta per la “libertà eguale”, anche nella sfera economica, può certo incontrare nemici nel potere statale invadente e accentratore, ma anche nei poteri altrettanto soffocanti (e certamente meno “democratici”) rappresentati dai monopoli privati. Basti dire che in Italia, per fare solo un esempio, l’alternativa sul tappeto non potrebbe certo identificarsi in una scelta tra la difesa del monopolio statale dell’economia esercitato negli anni della prima repubblica e del potere democristiano, da un lato, e dall’altro il monopolio privato rappresentato dalla corporazione berlusconiana, nel suo intreccio perverso tra economia, informazione, spettacolo e dominio politico. La sfida sarebbe anzi quella di “liberalizzare” non solo lo stato – come si sono proposti di fare tutti i governi degli ultimi 20 anni (di centrodestra e di centrosinistra), con esiti peraltro fallimentari – ma anche il settore privato, sottoposto nella storia italiana ad ogni tipo di vincolo e parassitismo familista, corporativo e oligarchico.

A questo proposito, ci sembra interessante notare come il più noto esponente del radicalismo libertario americano, Noam Chomsky, imposti il problema a livello mondiale, tracciando una netta linea di demarcazione tra il libertarismo progressista ed il liberismo dogmatico dei “neocons” statunitensi. Nel libro Presidente Bush, dedicato per la maggior parte alla critica della politica estera di Washington prima dell’avvento di Obama, Chomsky non manca l’occasione di attaccare il reaganismo e i suoi ottusi epigoni. Riferendosi nel caso specifico alle privatizzazioni messe in atto in America Latina – ed in particolare al delicato compito che si è sobbarcato in Brasile il presidente Lula, stretto tra le aspettative sociali del suo popolo e i diktat fissati dal potere finanziario e dalle multinazionali – Chomsky esprime con chiarezza concetti che hanno una valenza generale e possono essere riferiti anche alla realtà italiana. «La rivoluzione neoliberale – scrive il grande intellettuale statunitense di origine lituana – è fondamentalmente un attacco alla democrazia. Prendiamo il caso delle privatizzazioni. Le privatizzazioni non sono supportate da alcuna motivazione economica, semplicemente permettono a un gruppo di gangster corrotti di comprare azioni statali per due soldi. Però sortiscono l’effetto di immiserire l’arena pubblica. Rimettono le decisioni su questioni cruciali (come la gestione dell’acqua e simili) nelle mani di tirannie private che non sono responsabili né davanti alla popolazione, né davanti al paese. Ciò mutila la democrazia».

E in un’opera di più ampia impostazione sociologica, Bene comune, Chomsky è ancora più esplicito, come si evince da una serie di inequivocabili osservazioni che si possono così assemblare: «Il nostro pensiero liberale e radicale è l’esatto opposto del neoliberismo. I neoliberisti sono i più fanatici sostenitori del dispotismo e del monopolio, di quelle grandi corporations che minano la democrazia e il libero mercato. E’ ridicolo parlare di libertà in una società dominata da enormi corporations. Che tipo di libertà esiste all’interno di una corporation? Sono istituzioni totalitarie. C’è tanta libertà quanta ce n’era sotto lo stalinismo! Qualunque diritto abbiano i lavoratori, viene garantito dalla limitata autorità pubblica che ancora esiste. Noi liberali difendiamo il ruolo del settore pubblico, che per quanto da migliorare e da democratizzare rappresenta l’unica difesa della gente contro le tirannie private. Nel regime delle multinazionali, il “libero mercato” non esiste. Nessuna corporation vuole il libero mercato. La verità è che le corporation insistono per avere governi forti che le proteggano dal mercato, e la loro stessa esistenza è un attacco al mercato. Il neoliberismo, fondamentalmente, non è nient’altro che la tradizionale regola imperiale: libero mercato per te, protezione statale per me! Noi radicali contrastiamo con decisione i fanatici sostenitori del dispotismo privato, che si servono di belle parole come “libertà” per minare la democrazia e la libertà stessa. Ciò che realmente intendono è che dobbiamo avere una tirannia e uno stato forte per garantirla. Non siamo certo statalisti, ma sappiamo che quando si elimina l’unica struttura istituzionale alla quale la gente può partecipare in una certa misura, ossia lo stato, non si fa altro che consegnare il potere a inaffidabili tirannie private che sono molto peggiori».

Si tratta di affermazioni significative, sulle quali dovrebbero meditare innanzitutto quanti a sinistra, avendo riscoperto con secoli o decenni di ritardo l’abc del liberalismo classico, si sono messi a rivaleggiare con la destra in una gara alle privatizzazioni più forsennate e antieconomiche, con il pretesto di risanare il deficit pubblico aprendo però un ben altro “deficit” nel sistema economico (e democratico) nel suo complesso. Anziché impegnarsi a democratizzare, razionalizzare e rendere efficiente e produttivo il ruolo dello stato, questi neofiti del liberalismo à-la-page (alla vigilia peraltro della crisi più rovinosa conosciuta dal capitalismo liberista dopo quella del ’29) hanno preferito imboccare la scorciatoia di una svendita dei beni pubblici ai migliori offerenti privati, diventando complici, nel migliore dei casi, della formazione di monopoli assolutamente antidemocratici, per nulla trasparenti, impermeabili a qualunque controllo pubblico e, nei casi peggiori, ad una vera e propria accumulazione criminale del capitale, poiché anche la piovra mafiosa con tutti i suoi tentacoli fa parte integrante, purtroppo, di quel privato apparso così nuovo e allettante ai maldestri parvenu del neoliberalismo italiano. Non è evidentemente “liberalismo di sinistra” quello di tali “sinistri” liberali che si sono resi artefici o complici di un così inutile e scriteriato smantellamento del sistema pubblico e dello stato sociale, per quanto finora poco efficiente e profondamente da riformare.

Circolo Polverari – Fano

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