Marx aveva ragione

 

 

Nel riflettere su cause, conseguenze e soluzioni di questa crisi economica,
ritengo che non sia il capitalismo a dover avere i sensi di colpa
bensì piuttosto il moralismo perduto. Ciò perché l’origine vera della crisi
è di ordine morale (…) essa risiede nel pensiero
nichilista che ha confuso le ultime generazioni dissacrando l’uomo.

Ettore Gotti Tedeschi, Il virus nichilista che contagia il capitalismo,
«Il Sole – 24ore», 13 febbraio 2010

Non c’è stato periodo di prosperità in cui essi [gli stregoni ufficiali]
non abbiano approfittato dell’occasione per dimostrare che
“questa volta” la medaglia non aveva rovescio, che questa
volta il fato era vinto. Il giorno in cui la crisi scoppiava,
si atteggiavano a innocenti e si sfogavano contro il
mondo commerciale e industriale con banalità moralistiche,
accusandolo di mancanza di previdenza e di prudenza.

Karl Marx, The European crisis,
«New York Daily Tribune», 6 dicembre 1856

Dovrebbe bastare questo giudizio così attuale espresso da Marx più di 150 anni fa sugli economisti ufficiali per riaccendere l’interesse sul pensiero economico e politico del rivoluzionario di Treviri. Il capitalismo e la crisi, a cura di Vladimiro Giacchè, è un lavoro che agisce in questa direzione. Un testo di indubbia utilità ed efficacia. Come sappiamo, non esiste nelle opere marxiane una trattazione organica del tema della crisi. Il capitolo progettato nel primo indice del capitale (1857) sul Mercato mondiale e la crisi non verrà mai scritto. Eppure il tema della crisi attraversa tutta l’opera “matura” del filosofo tedesco, da Il Manifesto ai tre libri de Il Capitale, dai Grundrisse ai manoscritti poi pubblicati con il titolo Teorie sul plusvalore. Giacchè prova a ricomporre i “frammenti” di questa elaborazione progressiva, sia ritraducendo i testi essenziali che utilizzando anche gli articoli apparsi sul «New York Daily Tribune» scritti a cavallo della recessione del 1857-58, consegnandoci in forma sintetica un vero e proprio affresco dell’elaborazione marxiana sulla crisi. Il testo appare come una preziosa “cassetta degli attrezzi” che Giacchè utilizza nel bel saggio introduttivo interpretando i fenomeni economici dell’oggi attraverso un’attualizzazione delle categorie marxiane. Il testo si fa largo, passo dopo passo, tra le nubi ideologiche e le vulgate speculative che continuano a propinarci “gli stregoni ufficiali”, a partire dalla critica delle varie versioni della vecchia tesi dell’eccesso di speculazione e all’abuso del credito” a cui viene contrapposta la tesi marxiana della crisi come espressione della contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalistici.

La crisi non è un virus prodotto da un capitalismo malato e speculativo contrapposto a uno buono e produttivo. Il rapporto è completamente rovesciato. È la crisi produttiva a “definire le forme” del sistema finanziario. L’esplosione della crisi in questo ambito non è nient’altro che la superficie del problema.

La finanza è uno strumento per posticipare ed estendere il limite che ciclicamente definisce le crisi capitalistiche di sovraproduzione. In altri termini, le crisi capitalistiche sono determinate da un eccesso relativo di capitale e di merci, un eccesso relativo alla valorizzazione del capitale e non ai bisogni sociali inevasi.

«Non vengono prodotti troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (…) vengono prodotte troppe merci per poter, nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo peculiari alla produzione capitalistica, realizzare il valore e il plusvalore in esse contenuti e riconvertirli in nuovo capitale»1.

«Difatti i lavoratoridevono essere sempre sovraproduttori, produrre al di là del loro bisogno per poter essere consumatori o compratori entro i limiti del loro bisogno»2.

A conferma della dimensione sovraproduttiva della crisi, Giacchè utilizza le parole di Sergio Marchionne: «Primo grande problema del settore è quello della sovracapacità produttiva (…) a livello mondiale è di oltre 90 mln di vetture l’anno, almeno 30 mln in più (…)»3. La stessa OCSE l’11 luglio del 2009 afferma che un problema di eccesso di offerta precede lo scoppio della crisi finanziaria, segnalando un rapporto più complesso del semplice contagio della crisi finanziaria all’economia reale4.

La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto

La costante tendenza alla sovraproduzione è, per Marx, determinata da un doppio “movimento” del capitale:

1) lo sviluppo tecnologico e della produttività del lavoro è sospinto dalla possibilità da parte dell’azienda innovatrice di “accaparrare” plus-profitti determinati dal monopolio della nuova composizione produttiva;

2) con l’estensione progressiva dell’innovazione il capitale complessivo dovrà produrre molte più merci per estrarre lo stesso plusvalore da uno stesso numero di lavoratori.

È a partire da questo movimento duplice e contraddittorio del processo di accumulazione capitalistico che Marx sviluppa la trattazione più ampia e importante sulla crisi: la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, collocata nel terzo libro del Capitale. Una legge utilizzata spesso polemicamente contro Marx per dimostrare la fallacità della sua elaborazione. Se i profitti tendessero realmente a diminuire, quale sarebbe la ragione giustificante la persistenza del capitalismo? E come è possibile che nel secondo dopoguerra esso abbia addirittura vissuto la sua età dell’oro?

Basterebbe il titolo di questa sezione per rispondere a tali domande. La parola tendenziale (movimento non lineare) e soprattutto il termine saggio (rapporto) dovrebbero chiarire come Marx non stia parlando dei profitti assoluti, ma del rapporto tra capitale investito e profitto. La caduta del saggio tendenziale di profitto è un aspetto molto rilevante nell’economia reale, perché indica il grado di profittabilità di un investimento. Una forte caduta del saggio di profitto blocca gli investimenti e riduce la domanda di beni capitali. Conseguentemente, essa riduce l’occupazione, la quale, a sua volta, spinge ancora più giù la domanda. È la spirale della crisi, nascente da un comportamento economicamente razionale dei singoli capitalisti, a sfidare la razionalità umana.

A conferma di una tale dinamica Giacchè espone i dati sul saggio di profitto statunitense (prima del prelievo fiscale) degli ultimi decenni, calato dal 28% nel periodo 1941-1956 al 14% del 1981-2004, passando per un 20% del periodo 1957-19805.


Le controtendenze

La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, come già detto, non è per Marx una semplice dinamica lineare. I suoi effetti sono pragmaticamente contrastatati dall’azione del capitale attraverso alcuni “fattori di controtendenza” che rallentano senza fermare – nel lungo termine – la caduta del saggio di profitto. È straordinario notare come le controtendenze descritte da Marx siano tutte “in gioco” nel periodo che dalla crisi del 1973-1974 ci porta alla crisi dei nostri giorni. Proviamo a elencarle sinteticamente:

1) Aumento del grado di sfruttamento del lavoro, attuato attraverso l’allungamento della giornata lavorativa, la riduzione del salario al di sotto del suo valore, l’allargamento dell’esercito di riserva e la competizione sul lato della domanda di lavoro. Risulta facile segnalare come dal 1993 al 2006 all’1% della popolazione mondiale più ricca sia andato oltre il 50% della crescita del reddito. In Italia i salari reali hanno subito una flessione del 9% nel periodo 1980-2005, interamente recuperati dal monte profitti6;

2) Ricerca costante della riduzione del prezzo degli elementi che compongono il capitale costante. Basterebbe, a conferma di questa tesi, citare i conflitti militari di questi ultimi decenni che hanno caratterizzato la rincorsa alle materie prime e alle fonti energetiche a basso costo, ma l’elenco sarebbe veramente troppo lungo;

3) Intensificazione del commercio internazionale come strumento per favorire le economie di scala e, contemporaneamente, sviluppare uno scambio ineguale tra paesi a diversa “composizione organica del capitale”. La novità, sottolinea Giacchè, è che questa controtendenza alla lunga riduce la sua efficacia: a tal proposito, basti pensare ai recenti sviluppi produttivi e tecnologici dei paesi del cosiddetto BRIC7. L’espansione del mercato è emersa non solo sul piano geografico, ma nella ricerca di nuovi settori di valorizzazione del capitale, a partire dalla privatizzazione dei beni comuni.

4) Ricerca continua di posizioni produttive di monopolio che garantiscano sovraprofitti. Anche qui basterà ricordare la centralità e l’estensione raggiunta dal mercato dei brevetti, o l’incredibile impennata di fusioni tra grandi colossi bancari e produttivi che ogni giorno ci viene descritta nelle pagine economiche di un qualsiasi quotidiano.

La funzione del credito e il sistema finanziario

Infine, e non da ultimo, Marx accenna all’effetto del capitale produttivo d’interesse. Giacchè sottolinea come il credito abbia avuto un ruolo centrale quale fattore di controtendenza non solo nella funzione descritta nel Capitale, ovvero di una allocazione produttiva permanente di qualsiasi capitale a rischio di immobilizzazione. Il credito e il sistema finanziario ad esso collegato, dalla fine degli anni ’70, ha implementato come non mai le sue tre funzioni:

1) Il credito alle famiglie ha permesso di mitigare gli effetti del calo del reddito sulla domanda: «Il tenore di vita delle persone con redditi medio bassi ha cominciato a essere almeno in parte sganciato dall’andamento del reddito da lavoro»8.

2) Il credito alle imprese e l’aumento del debito pubblico ha permesso di ritardare la crisi, sia in termini di liquidità, sia per l’effetto riflesso sugli investimenti pubblici e privati;

3) Il credito ha infine permesso la costruzione di un immenso sistema finanziario a suo sostegno. In questo ambito specifico, i capitali hanno cercato “profittabilità” a breve termine determinando un’incredibile incremento di capitale fittizio, il quale ha permesso una gran produzione di profitti nominali fino a quando il gioco delle tre carte è rimasto in piedi: «Da questo ramo di attività […] la General Electric ha tratto più del 50% dei suoi profitti […]. Se si esamina l’andamento dei profitti negli Stati Uniti si osserva che a partire dalla fine degli anni novanta quelli da attività finanziarie cominciano a crescere vertiginosamente perdendo ogni rapporto tanto con l’andamento del Pil quanto con i profitti provenienti da altre attività»9.

La stessa Ford avrebbe prodotto profitti negli ultimi anni solo grazie al suo settore finanziario, mentre il ramo produttivo dell’auto ha segnato importanti perdite.

Questa dinamica era in fondo già stata descritta nel 1977 da Magdoff e Sweezy:

«I cicli caratteristici del credito continuano ad alternarsi, ma con una differenza significativa: i livelli di ricorso al credito continuano a crescere da una recessione all’altra, da un massimo di ciclo economico all’altro»10.

Per Giacchè non è dunque una novità che il capitalismo agisca “con i soldi degli altri”. La novità è semmai nella dimensione del fenomeno finanziario, la quale rende visibile la natura sistemica e profonda della crisi produttiva.

La distruzione del capitale

Per Marx la crisi si risolve in «una diminuzione reale della produzione, del lavoro vivo, allo scopo di ristabilire la giusta proporzione tra lavoro necessario e pluslavoro, su cui in ultima istanza tutto si fonda»11.

La caduta dei prezzi, la disoccupazione, i macchinari e le materie prime che giacciono inutilizzati, i fallimenti, sono gli aspetti più evidenti della distruzione violenta del capitale. La guerra ne rappresenta una variante estrema, la più esplicita e diretta. Tale processo è in corso e si sovrappone alle politiche degli stati che possono riassumersi in uno straordinario trasferimento del debito privato al debito pubblico. «È proprio bello che i capitalisti, che gridano tanto contro il diritto al lavoro, ora pretendano dappertutto pubblico appoggio dai governi (nella forma della sospensione della legge), facciano insomma valere il diritto al profitto a spese della comunità»12.

La crisi del debito pubblico potrebbe così divenire una seconda fase, un nuovo volto della crisi più generale apertasi nel 2007-2008, a partire dalle politiche di distruzione dello stato sociale come strumento di contenimento del deficit. I governi vorrebbero dunque uscire dalla crisi radicalizzando le stesse politiche che l’hanno prodotta. Per Giacchè sarà su questo versante e sul terreno della disoccupazione che si giocherà lo sviluppo dei conflitti sociali, del ciclo produttivo e dello stesso futuro del capitalismo: «La distruzione violenta di capitale, non in seguito a circostanze esterne a esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più evidente in cui gli si rende noto che ha fatto il proprio tempo che deve far posto a un livello superiore di produzione sociale»13.

Danilo Corradi

[1] K. Marx, Il Capitale, libro III, in Gesamtausgabe, Dietz Verlag, Berlino 1992, II/4, pp.2.285-340

[2] K. Marx, Teorie sul plusvalore, II, cap.17, in K. Marx, F. Engels, Opere complete, (d’ora in poi Meoc), Editori Riuniti, Roma 1986, pp.35.567-569 (traduzione riveduta da V. Giacchè).

[3] La frase di Marchionne è tratta dalla sua relazione all’incontro tra Fiat, sindacati e governo del 18 giugno 2009 ed è citata da Giacchè a p.38 del libro oggetto della presente recensione.

[4] La ricerca è scaricabile sul sito www.oecd.org .

[5] V. Giacchè (a cura di), Il capitalismo e la crisi, scritti scelti di K. Marx, DeriveApprodi, Roma 2009, p. 25.

[6] V. Giacchè (a cura di), op. cit., p.29.

[7] Brasile, Russia, India, Cina.

[8] J. Plender, Mind the gap, «Financial Times», 8 aprile 2008.

[9] V. Giacchè (a cura di), op. cit., p.39.

[10] H. Magdoff e P. M. Sweezy, La fine della prosperità in America (1977), Editori Riuniti, Roma 1979, p.190.

[11] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-58, in Meoc, p.29.383.

[12] K. Marx, The Financial crisis in Europe, in «New York Daily Tribune», n. 5202 del 22 dicembre 1857. Da V. Giacchè op. cit., p.74.

[13] K. Marx Teorie sul plusvalore, II, cap. 17, in Meoc, pp.35.542-543.

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