Cronologia della trattativa Stato-mafia (prima parte)

30 gennaio 1992

La Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Gli ergastoli comminati alla cupola di Cosa Nostra diventano definitivi.

12 marzo 1992

L’eurodeputato democristiano Salvo Lima, proconsole del primo ministro Giulio Andreotti in Sicilia, viene assassinato a Mondello (Palermo).

24 aprile 1992

Cade il governo. Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, travolto dalle polemiche seguite all’omicidio Lima, rassegna le sue dimissioni al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

26 aprile 1992

Due giorni dopo, lo stesso Cossiga si rivolge alla nazione con un discorso televisivo a reti unificate e si dimette pubblicamente. Lo Stato è in ginocchio.

23 maggio 1992

Falcone torna da Roma e ad attenderlo allo svincolo di Capaci c’è una carica di tritolo che uccide lui, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Rocco Di Cillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani.

25 maggio 1992

Dopo innumerevoli votazioni nulle viene eletto il nuovo Presidente della Repubblica: contro tutti i pronostici che vedevano Giulio Andreotti favorito, viene scelto a sorpresa Oscar Luigi Scalfaro.

28 maggio 1992

In occasione della presentazione di un libro, il ministro Vincenzo Scotti candida pubblicamente Paolo Borsellino al vertice della Superprocura Nazionale Antimafia. Borsellino non la prende bene. Esporlo in quel modo equivale a metterlo al centro del mirino mafioso. Infatti, uno dei possibili moventi per la strage di Capaci era proprio la volontà di impedire la nomina di Falcone a Superprocuratore Nazionale Antimafia.

30 maggio 1992

Massimo Ciancimino e il capitano del ROS Giuseppe De Donno si incontrano casualmente nell’area del check-in dell’aeroporto di Fiumicino. Entrambi devono prendere lo stesso volo Roma-Palermo. Parlando della strage di Capaci, Massimo Ciancimino rivela a De Donno che il padre Vito è rimasto molto scosso e gli ha riferito: «Questa non è più mafia. Questo è terrorismo!». De Donno chiede a Ciancimino se suo padre sarebbe disposto a fare una chiacchierata con lui e con il suo superiore Mario Mori. Non in veste ufficiale ovviamente, ma in veste confidenziale. Gli lascia il suo numero di cellulare perché lo ricontatti al più presto.

1 giugno 1992

Massimo Ciancimino torna a Roma dopo il weekend passato a Palermo e riferisce al padre il contenuto del colloquio con il capitano De Donno.

Prima settimana di Giugno 1992

Bernardo Provenzano passa a trovare nella sua abitazione romana Vito Ciancimino, che gli chiede consigli su come muoversi e vuole da lui un’autorizzazione ufficiale a parlare con i Carabinieri. Il boss dà il via libera a trattare. Provenzano infatti non ha digerito le morti di Salvo Lima e Giovanni Falcone. Si è convinto ormai che Riina sia un pazzo da fermare a tutti i costi o porterà alla dissoluzione di Cosa Nostra in breve tempo. Nonostante le diffidenze verso l’Arma, considera la trattativa come l’unica strada percorribile: «Va bene, facciamo un tentativo, prova a trattare, prova a proporti come mediatore tra Riina, Cinà e i Carabinieri e vediamo cosa succede». (Provenzano da quel momento in poi seguirà l’evolversi della trattativa dall’esterno e verrà costantemente informato da Vito Ciancimino dell’evolversi degli eventi). Ottenuto il via libera, Ciancimino ordina a suo figlio Massimo Ciancimino di contattare il capitano De Donno per stabilire immediatamente un appuntamento. Il giorno successivo, Ciancimino jr e De Donno si incontrano a Roma in zona Parioli. De Donno gli dice che lo richiamerà il giorno dopo. E così fa: il capitano del ROS spiega a Ciancimino jr che la loro idea è quella di costruire «un canale preferenziale e privilegiato» per poter interloquire con i vertici di Cosa Nostra tramite una persona stimata come suo padre. La proposta messa sul piatto dai Carabinieri è la resa totale e incondizionata di Cosa Nostra e l’auto-consegna dei superlatitanti. In cambio, lo Stato avrebbe assicurato agevolazioni alle famiglie dei mafiosi (mogli e figli), avrebbe avuto un occhio di riguardo per i loro patrimoni e lo stesso Vito Ciancimino ne avrebbe tratto vantaggi personali in termini di agevolazioni processuali. Alla fine Massimo Ciancimino si convince e organizza l’incontro con il padre a Roma in via San Sebastianello 9. La trattativa è ufficialmente avviata.

8 giugno 1992
Il Consiglio dei Ministri approva il decreto antimafia Scotti-Martelli con cui si introduce nell’ordinamento penitenziario l’articolo 41bis, il regime di carcere duro riservato ai detenuti per reati di mafia.

Seconda settimana di giugno
Arriva il giorno fatidico del primo incontro, che dura circa un’ora e mezza. De Donno ribadisce la richiesta dei Carabinieri: resa incondizionata dei super-latitanti in cambio di agevolazione per le loro famiglie.

Vito Ciancimino fa capire immediatamente che, con queste premesse, non è possibile andare avanti. Rimangono dunque d’accordo che egli si sarebbe attivato per aprire un canale di contatto con i vertici di Cosa Nostra per riuscire a capire quali fossero le loro richieste in cambio della cessazione della strategia stragista.

Terza settimana di giugno 1992
E infatti dopo qualche giorno arriva anche il colonnello del ROS Mario Mori, in abiti civili. Insieme a lui, il capitano De Donno. Massimo Ciancimino è lì ad attenderli, come al solito, sotto casa e li accompagna di sopra dal padre, in camera da letto. L’incontro dura un paio d’ore. Mori e De Donno spiegano a Vito Ciancimino di essere mandati per conto del generale Antonio Subranni. Vito Ciancimino però ha grosse perplessità. Non ritiene che Subranni né Mori o De Donno possano avere il potere di garantirgli agevolazioni processuali. Paradossalmente, è convinto di avere più chances lui con il procuratore capo a Palermo Pietro Giammanco (che era stato in diretto contatto con Salvo Lima e che, secondo Vito Ciancimino, aveva contribuito a insabbiare l’inchiesta mafia-appalti del ROS) rispetto agli stessi Carabinieri. Ciancimino però, prima di proseguire nella trattativa, vuole avere garanzie a più alto livello. Per questo contatta l’unica persona in grado di fornirgliele, ovvero il famigerato “signor Franco” che infatti lo tranquillizza e gli assicura che, dietro ai Carabinieri, le istituzioni sono al corrente della trattativa. In particolare gli fa due nomi: il ministro della Difesa Virginio Rognoni e il senatore democristiano Nicola Mancino. Vito Ciancimino in realtà non pare molto entusiasta. Vorrebbe avere in mano qualcosa di ancora più grosso. Il suo sogno sarebbe che la trattativa venisse portata avanti direttamente da Luciano Violante, che Ciancimino considera l’uomo politicamente più potente in quel periodo. Ha il timore infatti che sia Rognoni che Mancino possano cadere da un momento all’altro nella rete di Mani Pulite: «Se Di Pietro non lo fermano…». In ogni caso, Vito Ciancimino si fida delle parole del “signor Franco”, che rappresentano la condicio sine qua non per proseguire nei colloqui con i Carabinieri.

17 giugno 1992
Provenzano e Vito Ciancimino, come concordato tramite pizzino, si incontrano in un istituto parabancario in piazza Unità d’Italia a Palermo. Subito dopo, Vito Ciancimino manda suo figlio Massimo Ciancimino da Pino Lipari per richiedere un contatto ufficiale con Riina. Lipari però è appena stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta mafia-appalti e Ciancimino jr viene ricevuto dalla moglie. Le chiede di poter aprire un canale preferenziale con Riina. La moglie di Lipari gli organizza un incontro con il dottor Antonino Cinà, l’emissario in pectore di Totò U’ Curtu.

21 giugno 1992
Massimo Ciancimino incontra il dottor Cinà e lo mette al corrente delle richieste dei Carabinieri. Riina viene subito informato della cosa ed è euforico: «Si sono fatti sotto!». Si mette immediatamente a scrivere un papello di dodici contro-richieste e lo consegna, redatto a penna in stampatello, a Cina’. È scritto in modo molto preciso e ordinato, senza errori di grammatica. E’ quindi verosimile che sia stato scritto da qualcuno molto vicino a Riina, che «per quanto si sforzasse, non sapeva mettere insieme un soggetto e un predicato».

Quarta settimana di giugno 1992
Dopo la missione compiuta a Palermo, i due Ciancimino tornano a Roma. E’ in quei giorni che avviene il secondo incontro tra Vito Ciancimino e Mori. È presente, come al solito, anche De Donno. Si parla verosimilmente del canale ben avviato con Totò Riina, per tramite del dottor Cinà.

23 giugno 1992

Liliana Ferraro, al tempo Capo degli affari penali di via Arenula e stretta collaboratrice di Giovanni Falcone, durante la messa del trigesimo anniversario della morte del giudice a Roma, viene avvicinata dal capitano De Donno che le riferisce dei contatti presi con Vito Ciancimino tramite suo figlio Massimo Ciancimino. La Ferraro, lì per lì, invita De Donno a riferire quelle circostanze direttamente al giudice Paolo Borsellino. Contatta immediatamente anche il ministro della Giustizia Claudio Martelli e gli riferisce l’accaduto. Poi, secondo il racconto dello stesso Martelli, la Ferraro, il giorno stesso, chiama anche Borsellino per metterlo al corrente della situazione.

24 giugno 1992
Vito Ciancimino torna a Palermo. Nella sua abitazione, posizionata sulla prima curva del monte Pellegrino, incontra di nuovo Bernardo Provenzano. Parlano della trattativa in corso con i Carabinieri. Provenzano dimostra nuovamente perplessità sull’operato di Riina. Non riesce proprio a comprendere perché abbia deciso di intraprendere la strada dell’uccisione di Lima, paradossalmente proprio nel momento in cui Cosa Nostra poteva controllare la procura di Palermo grazie a Pietro Giammanco. E poi, Lima era il loro punto di riferimento a livello istituzionale. Nemmeno Provenzano riesce a trovare un filo logico a questa strategia di Riina.

25 giugno 1992
Mori e De Donno incontrano Paolo Borsellino, in gran segreto, nella caserma di Carini. Ufficialmente, secondo quanto dichiarato più volte dagli stessi Mori e De Donno, si parla del dossier mafia-appalti che Borsellino sarebbe intenzionato a riprendere in mano. Si parla anche della trattativa in corso con Vito Ciancimino? La sera stessa, Borsellino partecipa ad un incontro pubblico (l’ultimo della sua vita) organizzato da Micromega. Nella sala stracolma di gente della biblioteca civica di Palermo, con voce lenta, quasi sofferente, dirà: «In questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immeDIAtezza di questa trageDIA, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita». Sono parole pesanti che, rilette alla luce dei fatti sopra esposti, assumono un significato tremendamente illuminante. Cosa aveva capito Borsellino? Di cosa si era ormai convinto il giudice?

28 giugno 1992
Si insedia il nuovo governo Amato. Alla Difesa, Salvo Andò (PSI) subentra a Virginio Rognoni (DC). Vincenzo Scotti (DC), ex-Interni, viene spostato momentaneamente agli Esteri. Gli subentra Nicola Mancino (DC), colui che era stato indicato dal “signor Franco” come la persona che sapeva della trattativa insieme al ministro Rognoni. Vito Ciancimino ne è certo: percepisce in questa scelta di sostituire in tutta fretta Scotti con Mancino un chiaro segnale di conferma di quanto garantitogli dal “signor Franco”. Nelle stesse ore, Paolo Borsellino si trova all’aeroporto di Fiumicino, di ritorno da una conferenza tenutasi a Bari, ed è in attesa del volo per Palermo insieme alla moglie Agnese. Insieme a loro viaggia Liliana Ferraro. Hanno parlato della trattativa in corso? Nella saletta vip dell’aeroporto, Borsellino viene avvicinato dal ministro Salvo Andò che gli comunica: «E’ arrivata una lettera bruttissima di minacce contro di lei, di morte, oltre che un rapporto del ROS dei Carabinieri. E c’è anche una minaccia per me». Borsellino cade dalle nuvole, si infuria: il suo capo Giammanco l’ha tenuto all’oscuro di tutto. La moglie Agnese, nella deposizione del 23 marzo 1995 a Caltanissetta, confermerà sia l’incontro tra il marito e Andò che la presenza della stessa Liliana Ferraro all’aeroporto.

29 giugno 1992
Come da accordo preso, Cinà incontra Massimo Ciancimino al Bar Caflisch di Mondello e gli consegna il papello scritto da Riina, in busta chiusa, da consegnare immediatamente al padre. Nel pomeriggio, un pm della procura di Agrigento, Fabio Salamone, si reca a casa di Paolo Borsellino. L’incontro è di quelli assolutamente riservati. I due si chiudono nello studio privato del giudice. Nemmeno il suo più fidato collaboratore, un giovanissimo Antonio Ingroia, è ammesso al colloquio. Cosa si siano detti, resta tuttora un mistero. Al termine dell’incontro – ricorda la moglie Agnese – Paolo Borsellino, sul pianerottolo di casa, consiglia a Fabio Salamone di andarsene dalla Sicilia.

30 giugno 1992
Massimo Ciancimino rimane ancora per qualche giorno a Palermo. Ha un’altra incombenza da sbrigare. Prende in consegna da un parente di Pino Lipari un altro pizzino di Provenzano indirizzato al padre. Il pizzino fa esplicito riferimento all’incontro tra i due del 24 giugno e alla consegna del papello avvenuta il giorno prima: «Carissimo ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta dal caro dottore. Credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo. Come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico è molto pressato. Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo. Se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme. Io so che è buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo. Si ricorda? Me ne parlò lei. Potremmo vederci per rivolgere insieme una preghiera a Dio o come l’altra volta, per comodità sua, da nostro amico [OMISSIS]. Bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per organizzarci». Il contenuto criptato del messaggio è fin troppo chiaro: “la ricetta” si riferisce al papello, “il caro dottore” è il dottor Cinà e “il nostro amico” è Totò Riina. Tutto torna. La frase è pesantissima. Secondo Provenzano c’è qualcuno che “pressa” Riina affinché porti avanti la sua strategia folle di attacco frontale allo Stato. Chi sta pressando Riina? Chi gli sta riempiendo la testa di minchiate? Provenzano è in ansia: “Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo”. Vuole capire se da parte dei Carabinieri c’è spazio per trattare sulla base del papello presentato da Riina. Spera in una loro risposta prima che sia troppo tardi, prima che Riina vada avanti con altre stragi. Spinge per un nuovo incontro con Vito Ciancimino. Gli dà un luogo e una data ben precisi: nel cimitero dei Cappuccini, il giorno del compleanno del padre, che cade il 12 luglio. Le date coincidono perfettamente. È il secondo pizzino che conferma in modo inequivocabile come la trattativa sia iniziata ben prima della strage di Via D’Amelio. E dalle date non si può scappare.

1 luglio 1992
Massimo Ciancimino torna a Roma e consegna al padre il papello. Vito Ciancimino lo apre in camera da letto con la solita precauzione dei guanti per non rischiare di lasciare impronte digitali. Lo legge e dà disposizione al figlio di contattare immediatamente sia il “signor Franco” che il capitano De Donno per avere degli appuntamenti separati. Nelle stesse ore, Borsellino sta interrogando a Roma il pentito Gaspare Mutolo. L’interrogatorio viene interrotto da una chiamata del ministro dell’Interno Nicola Mancino. Borsellino si reca al Viminale. Secondo quanto riferirà Mutolo, nell’ufficio del ministro, Borsellino si troverà di fronte Bruno Contrada e Vincenzo Parisi. Si parla della trattativa in corso con Vito Ciancimino? Mancino nega tutto e dice che a quel tempo non sapeva nemmeno che faccia avesse Borsellino.

Prima settimana di luglio 1992
Vito Ciancimino convoca il “signor Franco” a casa sua e gli consegna il papello ricevuto da Riina. Massimo Ciancimino ritroverà, tra tutta la documentazione conservata dal padre, anche cinque audiocassette Sony con l’indicazione “INCONTRI MORI-DE DONNO”. Queste cassette sono ora nelle mani dei magistrati di Palermo. Il “signor Franco” prende in consegna il papello e probabilmente lo mostra a chi di dovere. Il giorno seguente, il “signor Franco” ritorna, come al solito in Mercedes blu con tanto di autista. Restituisce il papello a Vito Ciancimino, il quale si lascia andare ad un commento poco edificante su Riina: «La solita testa di minchia!». Esterna il suo disappunto in modo plateale di fronte ad entrambi i figli, Massimo Ciancimino e Giovanni. Le richieste di Riina sono oggettivamente irricevibili. Quella di Riina sembra più che altro una provocazione, solo un modo per alzare il prezzo della posta in gioco. Uno dei punti del papello è la possibilità per i mafiosi della “dissociazione da Cosa Nostra”, ossia un pentimento ideologico ma non sostanziale, così come era avvenuto con le Brigate Rosse. Proprio in quei giorni escono sui giornali delle interviste al ministro Martelli che parla di “dissociazione” per i mafiosi, criticando fortemente questa possibilità.

10 luglio 1992
A Palermo viene denunciato il furto di una FIAT 126.

12 luglio 1992
Dopo la visita al Cimitero dei Cappuccini alle ore 14:00 per il compleanno del padre, come concordato tramite pizzino Vito Ciancimino incontra Provenzano nei pressi di Via Pacinotti, all’interno del negozio Mazzara. Chiede a Provenzano di fare un sforzo di mediazione e di convincere Riina ad ammorbidire le richieste impresentabili del papello. I due stabiliscono di incontrarsi di nuovo il 23 luglio.

13 luglio 1992
Il giorno seguente, Vito Ciancimino torna a Roma insieme al figlio Massimo. Dà subito disposizione al figlio di contattare il capitano De Donno. Si organizza un altro incontro. E’ il terzo in ordine cronologico con il colonnello Mori (il quarto con De Donno). Vito Ciancimino mostra loro il papello redatto da Riina. I Carabinieri ritengono le richieste inaccettabili. La trattativa si interrompe bruscamente.

14 luglio 1992
Provenzano viene immediatamente informato da Vito Ciancimino dell’interruzione della trattativa. Inizia un lavorio frenetico per tentare di riallacciare i contatti con i Carabinieri. Provenzano è convinto che si possa ancora fare uno sforzo per venire incontro alle richieste del ROS. Tenta di convincere Ciancimino a non desistere nella trattativa.

17 luglio 1992
In seguito all’insistenza di Provenzano, Vito Ciancimino decide di mettere mano al papello. L’idea è quella di riscriverne una versione più ammorbidita: una serie di contro-richieste indirizzate espressamente a Nicola Mancino, Virginio Rognoni e al Guardasigilli Claudio Martelli. E’ l’ultimo tentativo di far ragionare Riina. Vito Ciancimino infatti cancella alcune richieste del papello originale (come per esempio l’abolizione del 41bis e delle misure di prevenzione) e ne aggiunge altre (come l’idea di portare il maxiprocesso dinanzi alla corte di Strasburgo). Aggiunge anche degli appunti, intesi più come programmi per il futuro che vere e proprie richieste da presentare allo Stato, come la costituzione di un “Partito del Sud” e la riforma della giustizia all’americana. E’ questa la versione del papello, riveduta e corretta, consegnata da Massimo Ciancimino ai magistrati di Palermo e che uscirà sui giornali nel mese di ottobre 2009.

19 luglio 1992
Alle 16:58 una Fiat 126 carica di Semtex esplode in Via D’Amelio a Palermo. Muoiono inceneriti il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Walter Cosina.

(continua…)

Ettore Marini

(Movimento Agende Rosse di Pesaro e Urbino)

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