Cronologia della trattativa Stato-mafia (terza parte)

Fine gennaio 1993
Mentre la Procura di Palermo inizia ad interrogare Vito Ciancimino, lo stesso continua ad incontrare sia Mori che De Donno in carcere. I tre concordano anche di scrivere un memoriale falso di 11 pagine (nel caso avvenisse qualche perquisizione dell’autorità giudiziaria) in cui si farà risalire il loro primo incontro ad una data successiva alla strage di Via D’Amelio. Viene concordato la data del 5 agosto 1992.

Marzo 1993

Nel marzo 1993 i parenti dei detenuti per mafia sottoposti al regime del 41 bis tentano di fare pesanti pressioni sul Presidente della Repubblica del tempo, Oscar Luigi Scalfaro. Lo fanno con una lettera, della quale riconoscono il tono “arrogante”, che si prefigge di indurre Scalfaro ad attenuare le “angherie” (così le chiamavano) nei confronti dei detenuti. Una delle richieste contenute nel “papello” mira proprio all’abolizione del 41 bis, il regime del carcere duro. Alcuni mesi dopo, in effetti, l’allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnova il regime carcerario duro nei confronti di alcune centinaia di detenuti. Conso ha sempre sostenuto che fu un’iniziativa personale.

14 maggio 1993
La reazione di Riina non si fa attendere e si preannuncia violentissima. Lui ora è in carcere, ma i suoi uomini più fedeli e sanguinari sono ancora in circolazione. Suo cognato, Luchino Bagarella, fa sua di fatto la strategia stragista ed è determinato a portarla a compimento. Gli darà una mano il suo gruppo di fuoco, capitanato dai fratelli Graviano, Filippo e Giuseppe. Ed è così che l’Italia inizia a bruciare. Un’autobomba esplode a tarda sera in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. L’esplosione avviene al passaggio di un’auto con a bordo Maurizio Costanzo e sua moglie, Maria De Filippi. Miracolosamente, nessuno rimane ferito. Coincidenza: a pochi passi dall’attentato è parcheggiata una Y10 targata Roma 7A1762. Appartiene a Lorenzo Narracci, uomo dei Servizi Segreti e braccio destro di Bruno Contrada. Coincidenza bis: subito dopo la strage di Capaci, accanto al rottame di un auto, gli agenti della Polizia Scientifica avevano ritrovato un bigliettino con l’annotazione: “Guasto numero 2. Portare assistenza settore numero 2. Gus, via Selci 26, via Pacinotti”. E poi: un numero di telefono, che corrispondeva proprio al cellulare di Lorenzo Narracci.

27 maggio 1993
Un’altra autobomba, questa volta piazzata a Firenze, in via dei Georgofili, sotto la Torre del Pulci, non distante dalla Galleria degli Uffizi, esplode provocando 5 morti.

27 luglio 1993
Nella notte, l’ennesima autobomba, piazzata in via Palestro a Milano, provoca altri cinque morti. Nelle stesse ore altre due autobombe esplodono in rapida successione anche a Roma davanti al vicariato, in piazza San Giovanni, e di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Non faranno vittime.

27 gennaio 1994

In un bar di Milano vengono arrestati Filippo e Giuseppe Graviano.

6 febbraio 1994
Secondo il pentito Antonio Scarano, questa è la data in cui gli uomini di Bagarella avevano progettato l’ennesima strage. In occasione della ventiduesima giornata del campionato di calcio, allo stadio Olimpico si disputa Roma-Milan. Una carica di esplosivo avrebbe dovuto far saltare in aria una camionetta dei carabinieri. L’intenzione era quella di ucciderne almeno un centinaio. Caso vuole che il detonatore faccia cilecca. L’attentato fallisce.

Primi mesi del 1995
Il colonnello Michele Riccio, un passato glorioso alle dipendenze del generale Dalla Chiesa nel contrasto alle Brigate Rosse, poi per vari anni al ROS insieme a Mario Mori e a un giovanissimo Sergio De Caprio, ora in servizio alla Direzione Investigativa Antimafia (DIA), sfruttando le rivelazioni di Luigi Ilardo, confidente personale, nome in codice “Oriente”, mafioso della famiglia di Piddu Madonia, fa terra bruciata attorno a Provenzano. Provenzano è alle corde, arroccato nelle campagne di Mezzojuso. Come unico intermediario gli rimane solo Ilardo, il traditore.

24 giugno 1995
Viene arrestato Leoluca Bagarella e sottoposto al regime 41 bis nel carcere dell’Aquila.

Fine ottobre 1995
Ilardo informa Riccio che Provenzano, finalmente, gli ha chiesto un incontro diretto. L’incontro è fissato per il 31 ottobre presso una masseria di Mezzojuso. Ilardo indica a Riccio il luogo esatto. È il momento che il colonnello Riccio aspettava da anni, il coronamento di tutta una carriera. La cattura di Provenzano sembra ormai cosa fatta.

30 ottobre 1995
In una riunione con i comandanti del ROS Mario Mori e Mauro Obinu, il colonnello Michele Riccio li mette al corrente della soffiata di Ilardo. C’è la concreta possibilità di catturare Provenzano. Sia Mori che Obinu però non dimostrano alcun entusiasmo, appaiono alquanto scettici. Alla fine decidono che i carabinieri si sarebbero dovuti limitare ad una semplice osservazione a distanza dell’incontro.

31 ottobre 1995
Mori invia il capitano Antonio Damiano con un gruppetto di una decina di uomini nelle campagne di Mezzojuso. Damiano è inesperto delle zone, non conosce assolutamente i luoghi e dispone i propri uomini a distanza di sicurezza dal casolare. Provenzano arriva con Ilardo, l’incontro avviene in tutta tranquillità. Gli uomini di Damiano si limitano a scattare qualche foto da lontano. Provenzano se ne va indisturbato. E sparirà nel nulla per altri undici lunghissimi anni.

27 gennaio 1996

Borsellino I (processo di primo grado)
Sulla base delle dichiarazioni di Scarantino, il 27 gennaio 1996, dopo sessantacinque ore di camera di consiglio, la Corte di Assise di Caltanissetta emette la sentenza al primo processo per la strage di via D’Amelio iniziato il 4 ottobre 1994. Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta vengono condannati all’ergastolo, a un anno e mezzo di isolamento diurno e a tredici milioni di multa ciascuno.

Il “pentito” Vincenzo Scarantino viene condannato a diciotto anni di reclusione e a 4,5 milioni di multa. Scarantino e Profeta sono accusati di aver rubato la Fiat 126 usata per l’attentato, di averla riempita di esplosivo e collocata davanti alla casa della madre di Borsellino. Orofino è accusato di essersi procurato la disponibilità delle targhe e dei documenti di circolazione e assicurativi falsi che furono apposti sulla 126 per consentirne la sicura circolazione e la collocazione sul luogo della strage. Scotto infine viene accusato di aver manomesso i cavi e gli impianti telefonici del palazzo di via d’Amelio per intercettare le telefonate della famiglia Fiore (la madre di Paolo Borsellino) così da conoscere i movimenti del magistrato.

2 maggio 1996
Ilardo decide finalmente di terminare la sua vita di infiltrato in Cosa Nostra e di collaborare ufficialmente con i magistrati. Avviene un incontro a Roma con i procuratori di Palermo Gian Carlo Caselli e Teresa Principato e il procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra. Poco prima dell’audizione, il colonnello Riccio presenta Ilardo a Mori. Non si erano mai incontrati in precedenza. Ilardo ha una reazione inconsulta. Grande e grosso com’è, gli si scaglia contro dicendo: «Certi attentati commessi da Cosa Nostra non sono stati voluti da noi ma da voi e dallo Stato!». Mori rimane esterrefatto, non reagisce, volta i tacchi e senza proferire parola esce dalla stanza. Inizia l’audizione con i tre magistrati. Ilardo non ha alcuna fiducia in Tinebra e durante il colloquio si rivolge solamente al procuratore Caselli. Dice di avere cose grosse da raccontare (i legami tra politica, mafia e massoneria) e si dice disponibile ad aiutare i magistrati ad identificare i mandanti occulti delle stragi. L’incontro termina con l’accordo che Ilardo avrebbe iniziato un’ufficiale collaborazione due settimane più tardi. Giusto il tempo di tornare a Catania e sistemare le sue faccende famigliari. Nessun verbale di questo primo colloquio con i magistrati verrà mai redatto.

10 maggio 1996
Ilardo viene ammazzato a Catania.

11 maggio 1996
Riccio prende il primo aereo da Genova e scende di nuovo a Roma. Entra negli uffici del ROS, va di getto verso il colonnello Mori e il generale Subranni e urla: «Siete voi i responsabili! Questa vostra gestione! Il vostro modo di fare! Siete stati voi a causare la sua morte! L’hanno ammazzato per impedire la sua collaborazione!». Mori appare molto colpito, tenta di confortare Riccio, concorda sul fatto che la morte di Ilardo è stata dovuta ad una più che probabile fuga di notizie sulla sua imminente collaborazione. Il generale Subranni invece non appare per nulla turbato. Anzi, sembra quasi divertito della cosa. Schernisce Riccio ridacchiando e butta lì un’oscura minaccia: «Ti hanno ammazzato il confidente, eh? Stai attento adesso che scendi in Sicilia…». Riccio non ha assolutamente voglia di scherzare: «Guardi che lei non mi spaventa…».

20 maggio 1996
Viene arrestato Giovanni Brusca, l’autore materiale della strage di Capaci. Con questo arresto (dopo quelli di Riina, Bagarella e dei fratelli Graviano) si può dire ufficialmente annientata l’ala stragista di Cosa Nostra.

(continua…)

Ettore Marini

(Movimento Agende Rosse – Pesaro e Urbino)

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