Il centrosinistra è morto, costruiamo la sinistra (partendo dai movimenti)

Alfonso Gianni (da Micromega)

Il dibattito sulle sorti della sinistra o autodefinendosi tale era finora insabbiato sotto le speculazioni attorno alle quotidiane interviste di Matteo Renzi o le proposte, più facete che serie, avanzate da alcuni esponenti di Sel, di congressi paralleli e convergenti fra grandi e piccole forze di una coalizione, Italia Bene Comune, che dopo avere perso di fatto le elezioni si è trovata, senza ancora avere ben compreso il perché, divisa fra governo e opposizione. Essendo il primo pessimo oltre l’immaginabile, mentre del tutto inadeguata la seconda, se non altro per mancanza di referenti e di insediamento sociali.

D’altro canto, dopo un primo sbandamento, la visibilità dell’opposizione nelle istituzioni spetta indubbiamente al Movimento 5 stelle che giustamente ha imparato presto ad usare tutte le armi di quello che una volta si chiamava il filibustering parlamentare lungamente praticato durante la cosiddetta prima repubblica dalle forze di opposizione di sinistra e di destra.
Siamo cioè di fronte ad un paradosso: il Movimento 5 stelle, dato precipitosamente per morto nelle recentissime elezioni amministrative, riprende fiato proprio in e grazie a quel parlamento che a parole Grillo dichiara di disprezzare tanto. Anche se questo non basta certo a frenare l’astensionismo, che dilaga anche tra i ceti “forti” orfani anch’essi di una qualche rappresentanza politica solida e affidabile, costretti quindi a oscillare di elezione in elezione tra il voto occasionale e il non voto.

Malgrado che questo quadro deprimente sia quello assolutamente prevalente, si possono manifestare fatti e parole in controtendenza. Quando succede non bisogna perdere l’occasione per tentare, attraverso questi, di rivivificare una sinistra d’alternativache pare anch’essa “in sonno”.

Mi riferisco ad esempio all’esito di un’elezione paradigmatica, quella di Messina, su cui così poco si è ragionato. Ed è un peccato perché non si tratta di una tarda propaggine dei successi elettorali atipici – alcuni già un po’ ingialliti – come quelli di Milano, di Genova, di Cagliari o di Napoli, ma di un risultato nuovo e originale, accaduto in una città di non trascurabili dimensioni e con una tradizione difficile alle spalle, costruito completamente al di fuori del quadro politico dato e fondato sulla capacità di aggregazione dei movimenti, delle loro nuove pratiche di democrazia diretta, o, meglio, deliberativa e delle intelligenze politiche presenti al loro interno. Naturalmente una vittoria elettorale al ballottaggio non permette di vivere di rendita neanche per un minuto. Sarà quindi interessante seguire l’esperienza del sindaco Accorinti e della sua Giunta e costruire attorno ad essa una rete di solidarietà, di simpatia e di partecipazione come conviene fare nei confronti di un’esperienza pilota particolarmente significativa.

Sull’altro lato, quello del dibattito vero è proprio, vorrei qui ricordare – non per dovere di ospitalità, ma per l’effettiva importanza che ha avuto – in primo luogo la discussione promossa da un supplemento all’ultimo numero di Micromega. Si è trattato come è noto di una discussione a cinque, fra Maurizio Landini, Marco Revelli, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky e Paolo Flores d’Arcais cui si deve il merito principale dell’iniziativa. Come quest’ultimo riconosce nelle pagine conclusive del libretto (Il futuro dell’altrapolitica), l’esito della discussione non è stato positivo: “Sembra proprio che dovremo aspettare una futura e imprevedibile congiunzione astrale – scrive Paolo Flores d’Arcais – per dare vita ad un nuovo soggetto”. Per quanto quest’ultimo sia messo tra molte virgolette, di questo si tratta. Della costruzione di una nuova soggettività politica della sinistra in connessione con lo sviluppo della sinistra diffusa nella società. Obiettivo in quel caso fallito, forse anche perché si chiedeva troppo ad alcuni interlocutori, già sovraccarichi di altre responsabilità che sarebbe un delitto abbandonare.

Tuttavia non è stato un tentativo inutile. Mi sentirei di correggere un poco il pessimismo di Flores d’Arcais. Infatti nei giorni successivi il dibattito ha ripreso forza e nuovi protagonismi.
Innanzitutto vi è stato un articolo di Marco Revelli sul Manifesto che, in coerenza con quanto affermato nella discussione di Micromega, ribadisce l’insufficienza di una azione dal “basso” e della necessità di un ente “catalizzatore”, ovvero “di qualcuno – un gruppo di donne e di uomini – che dall’’alto’ dia un segnale con pochi semplici denominatori comuni”, dalla difesa intransigente della Costituzione, al primato del lavoro, passando per la difesa dei beni comuni, per imporre all’Europa un cambio radicale della sua politica economica e al nostro paese una bonifica politica e morale.

Un compito tanto più urgente se si registra che anche Casaleggio, il guru di Grillo, seguito dall’insospettabile ministro Del Rio – quali novelli J.G. Ballard ( il famoso scrittore inglese scomparso pochi anni fa, autore di Crash) – prevedono rivolte sociali per il prossimo autunno. Per la verità c’è solo da stupirsi che non ci siano state finora. Ma, se così accadrà, queste rischiano di consumarsi in esplosioni isolate se non incrociano almeno un abbozzo di forza alternativa dotata di un programma, di una ferma determinazione per un radicale cambiamento e di coraggio politico, dote completamente passata nel dimenticatoio.

Poco dopo anche da Sel si è alzata qualche voce. Per la precisazione da due indipendenti del gruppo parlamentare, Giorgio Airaudo e Giulio Marcon che in un articolo hanno posto la questione della totale inadeguatezza dello stato della sinistra a fronte del deperimento della situazione del nostro paese e della necessità di dare vita a un “campo del cambiamento” capace di impegnare le forze della sinistra attorno a un numero limitato ma enormemente significativo di questioni, quali l’uscita dalla crisi su posizioni antiliberiste; la costruzione di un blocco sociale postliberista sulla base di nuovi tipi di relazioni; la promozione su questi temi di “cento” iniziative pubbliche; una campagna per le elezioni europee per un’altra Europa.
Ce ne è a sufficienza, peraltro mi sono fermato solo ad alcuni esempi, per non dare per defunto il dibattito aperto da Micromega.

Una discussione di questo genere non può venire isolata in un resort, ma tanto meno lasciata all’equivoco delle primarie o delle tante promesse di cantieri della sinistra che mai si aprono e, nei pochi casi in cui lo fanno, tantomeno si chiudono con un qualcosa di fatto. C’è bisogno di un’assunzione precisa di responsabilità di quel quadro pensante, diffuso e privo di contorni partitici, ma pure esistente e resistente, che è variamente intrecciato con esperienze di movimento, di ricerca intellettuale, di militanza sindacale, di costruzione di un nuovo senso di sinistra nella società.

Non saprei dire quale è il numero delle questioni da porre per dare concretezza ad una simile discussione. Probabilmente qualcuna di più di quelle cui fanno riferimento Revelli, Airaudo e Marcon, anche se già costituirebbero un ottimo punto di avvio. Ciò che conta infatti è il punto di partenza e la linea di direzione verso un possibile approdo, pur da verificare e rettificare quanto si vuole e quando si rende necessario strada facendo.

E’ quindi inevitabile introdurre da subito alcuni elementi per incanalare e guidare questa discussione. La premessa non può non essere altro che la constatazione della morte dell’attuale centrosinistra. Il suo rapido deperimento è cominciato con il governo Monti, contando già su solide premesse; è stata ispirato, sostanziato e guidato dalle scelte della nuova governance europea, il cosiddetto “pilota automatico”, secondo le famose parole di Draghi, che rendeva del tutto indifferenti i colori dei singoli governi; è approdato a quell’’odore marcio del compromesso” di cui ha scritto Barbara Spinelli, che è tale proprio perché a lungo covato. Solo il “non esito”, questo non del tutto prevedibile, delle ultime elezioni politiche ha fatto sì che Sel, contrariamente alla retorica governista sviluppatasi al suo interno particolarmente negli ultimi tempi, si trovasse all’opposizione e invece il Pdl per intero al governo. Il tutto è avvenuto senza che nella prima venisse avvertita la necessità di un riposizionamento strategico, (per questo non tanto la data, quanto il senso e l’asse del prossimo congresso sono così incerti) mentre per il secondo si è trattato di ribadire una pratica di continuità seppure in tono minore di occupazione del potere.

Ma la Grosse Koalition non è un’invenzione dell’ultima ora. Parafrasando Giulio Bollati – che in quel caso parlava del fascismo, che è cosa diversissima da ciò cui abbiamo a che fare, per dire che questo non era improvviso né imprevedibile – si potrebbe oggi affermare che “il fenomeno può essere condensato in una formula: nulla è (nelle larghe intese) quod prius non fuerit nella società, nella cultura, nella politica italiana, tranne che (le larghe intese) stesse” da almeno 25 anni a questa parte. Infatti questa forma di governo a-democratica, prima ancora che tecnocratica, è la più congrua al capitalismo finanziario nel quadro europeo, con particolare evidenza dall’inizio della grande crisi, cioè dal 2007 in poi.

Il Pd è diventato il pivot di questa politica. Sta assumendo le caratteristiche che i sociologi che studiavamo un tempo avrebbero definito di partito “pigliatutti” o catch all, se più piace la formula inglese. Un partito cioè che si pone al centro del quadro politico per cercare di afferrare l’inafferrabile centro della società che nel frattempo si è frantumata e polarizzata, al fine di rendersi garante di una presunta “pacificazione” e di una assai più concreta politica di austerità.
Non vedo successi nel proporsi di modificare il Pd dall’interno. Oltretutto tutti – dai giovani turchi ai redivivi Bettini – lavorano per Renzi e solo la bulimia dichiaratoria e l’impazienza della vittoria di quest’ultimo lo può far perdere. Né ha senso, se mai ne ha avuto, attenderne la possibile implosione. Tante sono ormai le occasioni nelle quali sarebbe potuta accadere e non è avvenuta. Segno che vi è all’interno di quel partito un collante, dato da un complesso e non banale sistema di potere, che lo rende abbastanza elastico agli urti interni ed esterni.

Il “campo del cambiamento” va organizzato fuori, in alternativa e a volte contro il Pd, o quantomeno alle scelte dei suoi gruppi dirigenti. La caduta del governo Letta – che comporta la sconfitta del Pd – è il primo compito di un’opposizione di sinistra che si rispetti e non può essere messo in ombra da calcoli congressuali. Se entro l’anno si giungesse a una grande manifestazione nazionale contro il governo, capace di raccogliere tutte le forze che ad esso si oppongono, quale esito di un vasto lavoro nei territori, questo sarebbe l’unico modo per cambiare tutte le agende politiche e forse riaprirebbe, pur tra terribili incertezze e contrasti, un nuovo percorso democratico.

Coerentemente lo sbocco europeo deve essere ricercato nel campo della sinistra di alternativa su scala continentale. Serve una campagna di massa, capace – e non sarebbe difficile – di unire i temi della concreta sofferenza sociale con le cause che la provocano e che stanno nelle politiche di austerità di Bruxelles. E’ possibile condurla senza che si precipiti immediatamente nella divisione fra chi vuole stare nell’euro e chi no. Anche nel primo caso bisognerebbe – ed è esattamente la cosa più urgente da fare – unire i paesi in difficoltà e le sinistre di alternativa per imporre alla Germania – pena la fine dell’Eurozona che altrimenti imploderebbe in ogni caso – un cambiamento radicale di politiche e la revisione dei trattati europei da Maastricht all’insostenibile fiscal compact. Lo stesso Wolfgang Munchau sul Financial Times ha sostenuto che per salvare l’euro bisogna che i paesi come l’Italia minaccino concretamente di uscirne. A una battaglia come questa non si potrebbe però poi dare una rappresentanza politica scelta nell’ambito di quel socialismo europeo che, a partire dal paese tedesco, si attrezza a essere garante e continuatore di quelle politiche di austerità comunque mascherate..

Insomma l’invito alla discussione progettuale, alla costruzione contemporanea di pensiero alternativo e di elementi di nuovo blocco sociale, all’esaltazione del ruolo della sinistra diffusa e dei movimenti con la contemporanea valorizzazione della altrettanto diffusa intellettualità pensante, vanno raccolti da subito senza timidezza o pretese di primogenitura, ma avendo subito il coraggio di produrre scelte politiche di campo nette e riconoscibili. Senza di ciò non è possibile rispondere positivamente, o quantomeno cercare di farlo, a quella “dirimente assenza” che, nelle parole di Flores d’Arcais, è “la condizione soggettiva, la mancanza della volontà delle forze esistenti (movimenti, associazioni, personalità) di unirsi in una massa critica sufficiente”.

 

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