Marx e i “sottoconsumisti” (keynesiani)

di Sebastiano Isaia

Insieme alla tesi che individua nella maligna speculazione finanziaria la causa ultima della crisi economica, la tesi sottoconsumista è senz’altro quella che gode dei maggiori suffragi negli ambienti economici e politici orientati “a sinistra”. E fin qui nulla da dire. Il fatto è che la vulgata economica progressista da sempre (da Karl Kautsky a Conrad Schmidt) cerca inopinatamente di arruolare il barbuto di Treviri nel triste partito sottoconsumista. Scrive ad esempio Robert Skidelsky, emerito professore di economia politica alla University of Warwick, nonché illustre biografo di Keynes: «Hobson sostiene che a causa della distribuzione diseguale del reddito e della ricchezza le famiglie rimangono con troppo poco potere d’acquisto per acquistare i prodotti che contribuiscono a produrre. Per dirla più precisamente, il gap eccessivo tra consumo e produzione o, che è lo stesso, “l’eccesso di risparmio” fa sì che si produca di più di quanto il reddito disponibile per il consumo possa acquistare a prezzi che garantiscono un profitto ai produttori. Quindi la società si ritrova periodicamente con troppo capitale, e la conseguenza è la crisi. Questo punto di vista ha diverse affinità con la teoria della crisi del capitalismo di Karl Marx, o almeno con una delle sue teorie. Marx sostiene che poiché la classe dei lavoratori è privata di una parte della crescita della produttività, non possiede i mezzi per acquistare una quantità sempre crescente dei beni prodotti dal suo lavoro. Quindi, come nell’economia di Hobson, in quella di Marx ci sono periodiche “crisi di realizzazione”» (1).

E per chiarire il concetto, il nostro professore cita «Un’analisi tipicamente sotto-consumista della Grande Depressione fornita da Marriner Eccles, governatore della Federal Reserve dal 1934 al 1948: “Un’economia di produzione di massa deve essere accompagnata dal consumo di massa. A sua volta, il consumo di massa richiede una distribuzione della ricchezza che fornisca agli uomini il potere d’acquisto. Invece di raggiungere quel tipo di distribuzione, una gigante pompa idrovora fino al 1929 ha portato in poche mani una proporzione crescente della ricchezza prodotta. Questo è servito all’accumulazione di capitale. Ma togliendo potere d’acquisto dalle mani della massa dei consumatori, i risparmiatori hanno negato a sé stessi il tipo di domanda effettiva per i loro prodotti che giustificherebbe il reinvestimento in nuovi impianti dei loro capitali accumulati. Di conseguenza, come nel gioco del poker, quando le chips sono concentrate sempre in meno mani, gli altri giocatori possono rimanere nel gioco solo prendendo a prestito. Quando il credito si esaurisce, il gioco si ferma”».

L’analisi però non spiega perché solo a un certo punto il circolo che appariva virtuoso diventa improvvisamente (almeno secondo l’apparenza fenomenologica della cosa) vizioso: perché il capitalista si ritira dalla feconda (per il Capitale, beninteso) sfera dell’investimento produttivo, e inizia a tesaurizzare capitale o a investirlo in ardite speculazioni finanziarie? Perché l’esiguo (rispetto alla produttività sociale del lavoro) potere di consumo delle masse solo a un certo punto diventa un problema?

Come scrive Nicolò De Vecchi sintetizzando la teoria marxiana della crisi, «la sovrapproduzione di merci ha luogo, non perché la produzione non può essere realizzata, ma perché non deve essere realizzata. Infatti, alle mutate condizioni di organizzazione del lavoro (di tecnica e di sfruttamento) non è più possibile ottenere un determinato saggio di profitto, non perché si producono troppi mezzi di produzione e troppi mezzi di consumo rispetto alla capacità di spesa di capitalisti e di salariati in assoluto, ma perché si producono troppi mezzi di produzione e troppi mezzi di consumo rispetto a una possibilità d’impiegarli “come mezzo di sfruttamento degli operai a quel saggio di profitto” (Marx)» (2).

L’origine della «pletora di capitale», ossia della formazione di un capitale in eccesso rispetto alle reali possibilità di un suo investimento redditizio, il solo capitalisticamente concepibile, va insomma ricercata, in ultima analisi, nel processo di valorizzazione originaria (industriale) del capitale, processo colto nella sua dimensione sociale (che oggi ha la dimensione fisica del pianeta), e non in quello della sua realizzazione, processo che viene a imbattersi sulla crisi, aggravandola e rendendo più accidentato e socialmente costoso il percorso di risanamento, come sua causa secondaria.

«La soluzione di Reagan e Thatcher al problema del capitalismo ha ricreato il problema hobsoniano del sottoconsumo. A partire dagli anni 80 i ricchi, nei paesi occidentali, sono stati in grado di appropriarsi della fetta del leone della crescita della produttività. Ecco perché crisi future sono inevitabili. Per evitarle dobbiamo riequilibrare la nostra vita economica: dal consumo verso il tempo libero, dalla finanziarizzazione verso la sostenibilità, dalla globalizzazione verso la comunità, dall’amore per il denaro verso l’etica. Come farlo è una questione politica, a cui ora dovrebbero dedicarsi i post-keynesiani».

Mentre i «post-keynesiani» si dedicano alla chimera del capitalismo equo e solidale, ecologicamente e umanamente sostenibile [sic!], nel mio infinitamente piccolo provo a mettere in discussione la triviale tesi del Marx sottoconsumista, la quale ben si presta a fare del comunista rivoluzionario tedesco un progressista riformista con una forte coloritura statalista («Da Marx ricaviamo una spiegazione del perché la disuguaglianza della ricchezza e dei redditi è inerente a un’economia capitalistica non regolata»: e se fosse «regolata»?). Ripromettendomi di ritornare sull’argomento, pubblico alcune pagine del mio Dacci oggi il nostro pane quotidiano, scaricabile dal mio blog; rinvio anche a Sviluppo e crisi nel capitalismo. Il respiro dell’economia fondata sul profitto (vedi nei testi scaricabili).

Ho scritto che la natura dell’economia capitalistica è così altamente contraddittoria (differenza tra tempi di produzione e tempi di circolazione, sproporzione tra sfera della produzione e sfera del consumo, sproporzione tra i diversi rami produttivi, autonomizzazione del credito nei confronti della produzione, e via di seguito), che una crisi può svilupparsi in ogni momento del ciclo economico a causa di una sola delle tante contraddizioni immanenti al vigente sistema economico. Più che stupirci per l’insorgere della crisi, sempre latente sulla base del modo capitalistico di produzione, dovremmo piuttosto stupirci per il suo carattere transitorio e, paradossalmente, risanatore.

La crisi che catturò l’attenzione di Marx è soprattutto quella che prende corpo a partire dal processo di valorizzazione originario del capitale, perché è in essa che si mostra in maniera dispiegata la peculiarità storica e sociale del Capitalismo, e perché essa può degenerare in catastrofe, portando al parossismo tutte le normali «magagne» del ciclo economico. Per Marx si trattava di capire il meccanismo per cui le normali «magagne» del ciclo economico allargato (produzione-circolazione), a un certo punto, degenerano in concause delle crisi più devastanti. […]

Scrive Jeremy Rifkin nel più famoso dei suoi saggi: «Nel primo volume del Capitale, pubblicato nel 1867, Karl Marx argomentava che i produttori tentano continuamente di ridurre il costo del lavoro e di guadagnare un maggior controllo sui mezzi di produzione attraverso la sostituzione dei lavoratori con le macchine in ogni situazione che lo consenta […] Marx prevedeva che i progressi dell’automazione della produzione avrebbero potuto giungere alla completa eliminazione del lavoro come fattore di produzione. Il filosofo tedesco si riferiva a ciò che definiva eufemisticamente “la metamorfosi finale del lavoro”, con la quale “un sistema automatizzato di macchine” avrebbe alla fine sostituito gli esseri umani nel processo produttivo […] Marx era convinto che il continuo sforzo dei produttori per sostituire il lavoro umano con quello delle macchine si sarebbe dimostrato, alla fine, autolesionista. Eliminando direttamente il lavoro umano dal processo di produzione e creando un esercito di riserva di disoccupati – la cui pressione sui salari contribuisce alla riduzione del costo del lavoro – il capitalista scava la propria fossa, dal momento che riduce progressivamente il numero di consumatori che detengono un potere d’acquisto sufficiente a sostenere la domanda dei beni che produce» (3).

Delle due l’una: o il prestigioso scienziato sociale americano non ha letto Marx di prima mano, come del resto capita alla gran parte dei suoi colleghi che affettano di saperla più lunga del barbuto di Treviri, ma ha sbirciato qua e là in qualche manualetto economico degli epigoni; ovvero il poverino si è sorbito il palloso «filosofo tedesco» capendo assai poco – e vogliamo essere eufemistici – dei suoi scritti «economici». In primo luogo, per Marx il capitale non cerca, fondamentalmente, «un maggior controllo sui mezzi di produzione», bensì sulla capacità lavorativa vivente, perché il capitalismo moderno, quello basato innanzi tutto sull’uso sistematico di mezzi tecnologici sempre più sofisticati, e non sulla mera divisione del lavoro – come accadeva nel suo periodo manifatturiero –, si fonda sul dominio reale, e non semplicemente «formale», del Capitale sulla capacità lavorativa. La macchina rappresenta lo strumento fondamentale attraverso cui il Capitale esercita il suo dominio sul lavoro vivo. Ecco come assai più chiaramente si esprime l’eterno travisato: sulla base della «sottomissione formale, cioè della subordinazione diretta del processo lavorativo, si erge un modo di produzione tecnologicamente specifico che trasforma la reale natura del processo lavorativo e le sue condizioni – il modo di produzione capitalistico. Solo quando questo inizia, si verifica una sottomissione reale del lavoro al capitale […] La sottomissione reale del lavoro al capitale viene sviluppata in tutte le forme che sviluppano il plusvalore relativo a differenza di quello assoluto … Si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scala, si sviluppa l’applicazione di scienze e macchine nel processo di produzione immediato» (4).

In secondo luogo, la teoria marxiana del valore-lavoro esclude in radice che il Capitale possa «estorcere» il vitale plusvalore dalle macchine. Il plusvalore è vitale in un duplice senso: esso è il motore dell’iniziativa capitalistica, essendo la base della ricchezza sociale nell’odierna forma capitalistica; esso origina unicamente dall’uso della capacità lavorativa vivente nel processo di produzione immediato. Questo processo media l’accaparramento di plusvalore da parte del capitale, perché «la produzione capitalistica non è soltanto produzione di merci, è essenzialmente produzione di plusvalore» (5).

Avendo compreso le radici del modo di produzione capitalistico, Marx non poteva certo soggiacere alle suggestioni delle visioni tecno-utopistiche che proprio ai suoi tempi iniziarono a diffondersi, quasi sempre sotto forma di «utopie negative» – in quanto proiettavano sul futuro la «merda capitalistica» (Marx docet) del presente. Quando i detentori di capitali affermano che i loro «collaboratori» (cioè i loro lavoratori) rappresentano «il capitale più prezioso», essi non affettano alcun ipocrita «buonismo», ma confessano la più assoluta delle verità, e cioè che la loro ricchezza si fonda interamente sullo sfruttamento dei loro «collaboratori». Sotto questo aspetto la Costituzione Italiana è esemplare, quando nel suo primo articolo ammette che «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro» (salariato).

In terzo e ultimo luogo, Marx non solo non fece alcuna concessione alla concezione sottoconsumista cui fa riferimento Rifkin, ma ne svelò piuttosto il fondamento inconsistente, facendo rilevare, ad esempio, come i momenti di bassa congiuntura del ciclo economico hanno come loro retroterra (non come loro causa) l’espansione del consumo delle masse, il quale con il sopraggiungere della crisi deve necessariamente contrarsi. Non con il consumo delle masse Marx mette in relazione l’introduzione delle macchine nel processo produttivo, bensì con l’aumento del grado di sfruttamento della capacità lavorativa vivente, alla sua svalorizzazione – ottenuta attraverso la diminuzione dei prezzi delle merci che entrano nel consumo dei lavoratori, frutto appunto della produzione basate sull’impiego massiccio delle macchine –, e, soprattutto, al saggio del profitto. Naturalmente a Marx non sfuggiva il fatto (poteva sfuggirgli un aspetto politicamente così importante nelle contraddizioni capitalistiche?) che «la capacità di consumo dei lavoratori è limitata in parte dalle leggi del salario, in parte dal fatto che essi vengono impiegati soltanto fino a quando possono essere impiegati con profitto per la classe dei capitalisti»; egli non ignorava, cioè, come «la povertà e la limitazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società» (6), crei la condizione, per così dire ideale, dell’insorgere della crisi.

Lo sviluppo, nel capitalismo avanzato, di tutta una serie di strumenti creditizi tesi a favorire il consumo di massa anche di prodotti non «strettamente necessari» alla riproduzione della capacità lavorativa (concetto, quello di «strettamente necessario», che comunque va accolto solo con mille cautele, e solo in senso relativo, perché la qualità del consumo dipende sempre dalle condizioni generali d’ogni paese), sorge proprio su questa base, ha cioè come motore la necessità del Capitale di espandere la capacità di consumo anche delle «larghe masse». (E ciò, fra l’altro, confuta l’idea luxemburghiana, esposta ne L’accumulazione del capitale del 1913, secondo la quale i lavoratori non possono realizzare il plusvalore).

La scottante vicenda dei titoli subprime, che ha come base non solo la speculazione, ma anche il sostegno offerto alla capacità di consumo di centinaia di migliaia di famiglie americane già indebitate e insolventi nei confronti dello Stato e dei privati, la dice lunga sulla tendenza del capitale produttivo ad allargare oltre ogni limite «naturale» il consumo di massa. Solo nei momenti di crisi, quando il processo di compravendita esige alla stregua di un imperativo categorico la comparsa sul mercato del «vecchio e caro» denaro contante, ci si rende conto della gran massa di merci e servizi passata da una mano all’altra, dalla produzione al consumo, senza la mediazione di reale denaro, bensì mercè i suoi mille surrogati cartacei ed elettronici.

La formazione della malthusiana classe improduttiva e consumatrice ha la stessa origine: «La sua (di Malthus) più grande speranza – che egli stesso indica come più o meno utopistica –, è che si accresca in grandezza la classe media e che il proletariato (operaio) costituisca una parte relativamente sempre più piccola della popolazione totale (anche se cresce in linea assoluta). Questo è in realtà il cammino della società borghese» (7). La lettura di questi passi ci fa ancora una volta comprendere quanto poco fondata sia l’accusa rivolta a Marx di aver misconosciuto l’esistenza delle «terze» e «quarte» classi, in virtù del suo schema sociale duale basato sulle due canoniche classi antagoniste: borghesia e proletariato. Ma qui il punto da evidenziare è un altro.

La ristretta capacità di consumo delle masse operaie in rapporto alle straordinarie capacità produttive del Capitalismo è un dato naturale e permanente, non è qualcosa che si realizza a un dato momento del ciclo economico provocandone la crisi. Se quella contraddizione fosse, «in sé e per sé», la causa della crisi economica, non si avrebbe mai alcuna espansione del ciclo, mai alcuna accumulazione, e la crisi sarebbe il dato «strutturale» del vigente modo di produzione. Il che evidentemente non è, non può essere. Solo a date condizioni, come abbiamo visto sopra, quella necessaria «disarmonia» tra consumo e produzione diventa patologica. «È pura tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare […] Il fatto che merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati per esse dei compratori in grado di pagare, cioè consumatori. Ma se a questa tautologia si vuol dare una parvenza di maggior approfondimento col dire che la classe operaia riceve una parte troppo piccola del proprio prodotto, e che al male si porrebbe quindi rimedio quando essa ne ricevesse una parte più grande, e di conseguenza crescesse il suo salario, c’è da osservare soltanto che le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce e la classe operaia realiter riceve una quota maggiore della parte del prodotto annuo destinato al suo consumo. Al contrario, quel periodo – dal punto di vista di questi cavalieri del sano e “semplice” buon senso – dovrebbe allontanare la crisi. Sembra quindi che la produzione capitalistica comprenda delle condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volontà, che solo momentaneamente consentono quella relativa prosperità della classe operaia, e sempre soltanto come procellaria di una crisi» (8).

Marx fa notare come nei momenti di prosperità «non cresce soltanto il consumo dei mezzi necessari di sussistenza; la classe operaia (in cui è entrato ora attivamente il suo intero esercito di riserva) partecipa anche momentaneamente al consumo di articoli di lusso, che in generale le sono inaccessibili». E tuttavia, a un certo punto, subentra la crisi.

«Quanto agli Stati Uniti, mai come negli anni venti del XX secolo il paese sembrava così prospero e la società così sana. Il prodotto reale saliva, ma soprattutto i titoli azionari scalavano altezze vertiginose, contesi da avidi investitori, che speravano di farsi la loro parte nel nuovo meraviglioso gioco di ricavare qualcosa dal nulla. Le fabbriche non riuscivano a soddisfare con la loro produzione l’insaziabile domanda di automobili, frigoriferi, apparecchi radio, stufe e bruciatori a petrolio; i treni erano sovraccarichi; a centinaia di migliaia sorgevano nella periferia delle grandi città o nelle nuove cittadine industriali del Sud e dell’Ovest nuove case in stili bizzarri. Cinematografi affollati, vendite di articoli sportivi per gli uomini, di cosmetici per le donne; spettacolo, jazz, canzoni. Era la “Nuova Era” del sogno americano … Ma nell’ottobre del 1929 fu il crollo; il 24 del mese fu la catastrofe» (9).

Come fu possibile passare, quasi senza soluzione di continuità, dall’opulenta e spensierata «Nuova Era» all’immane catastrofe sociale che conosciamo? Se la produzione di «beni e servizi» faceva fatica a tenera dietro alla domanda, perché all’improvviso tutta la struttura economica del paese capitalisticamente più avanzato del mondo andò in frantumi? «Non è qui che daremo la risposta. Quel che è certo è che il “sistema” nel suo insieme non resse, travolto dalle forze che lo avevano generato» (p. 139). Non c’è dubbio. Però occorre spiegarne il senso: come accadde che le stesse forze che avevano reso possibile lo straordinario circolo virtuoso della «Nuova Era», a un certo punto, innescarono il circolo vizioso che portò il sistema alla catastrofe?

Diversi economisti mettono in relazione la scarsa capacità di consumo delle masse con la crisi economica (teoria sottoconsumista). Coloro che invocano un generalizzato rialzo dei salari come mezzo per espandere la domanda, e per questa «virtuosa» e «politicamente corretta» via superare la «bassa congiuntura», evidentemente non sanno che per il Capitale industriale il problema non è in primo luogo vendere le proprie merci, ma soprattutto venderle con profitto, con un profitto che giustifichi largamente il suo sforzo d’impresa. Se la produzione cessa di essere profittevole per il Capitale, non c’è «capacità di spesa» che tenga, ed esso preferisce di gran lunga mandare in malora le merci già prodotte e il macchinario che le ha prodotte, piuttosto che continuare a sfornare merci esangui, anemiche di plusvalore. Si tratta di quella svalorizzazione o «distruzione di capitale» che secondo Marx, alla fine, contribuisce in modo essenziale al ristabilimento delle condizioni di profittabilità. L’anoressia del saggio di profitto, non del mero flusso di liquidità, è la chiave del «fenomeno-crisi», e scambiare la causa con l’effetto – il quale ovviamente agisce a sua volta come concausa interagendo su altri fattori e momenti del ciclo economico allargato – è tipico dell’economia «volgare».

Il mitico «boom economico» del secondo dopoguerra, che raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni Sessanta (soprattutto in Giappone, Germania e Italia) si realizzò, non nonostante, ma anche grazie al basso livello dei salari reali, che garantirono ai capitali industriali un elevatissimo saggio del plusvalore, mentre il declino di quel lungo ciclo espansivo fu caratterizzato proprio dall’ascesa continua di quel livello. Mentre la «capacità di spesa» delle masse cresceva a ritmi mai visti in precedenza, inaugurando la cosiddetta «civiltà dei consumi» – in realtà civiltà della merce, della universale mercificazione –, la redditività del capitale si contraeva, fino a toccare i livelli critici nei primi anni Settanta, quando la crisi economica internazionale mise all’ordine del giorno un profondo processo di innovazione tecnologica e organizzativa, il quale diede i suoi primi risultati nella seconda metà degli anni Ottanta (prima in Giappone, poi in Inghilterra e successivamente negli Stati Uniti, che tra il 1994 e il 2000 conobbero un «piccolo boom»). Il livello dei salari venne violentemente strattonato verso il basso, sia mediante l’azione rivoluzionaria del Capitale (ristrutturazione dei processi produttivi e riorganizzazione nella divisione del lavoro, innalzamento della produttività ed espulsione di capacità lavorativa divenuta eccedente); sia con l’ausilio della politica chiamata a rendere più efficace (ad esempio attraverso la riforma dello «Stato sociale») il lavoro “sporco” dei capitalisti.

Scriveva Galbraith a proposito della crisi economica degli anni 1929-33: «L’elevata produzione degli anni venti non aveva superato, come certi hanno sostenuto, i bisogni della popolazione. Durante quegli anni, a questa si era in effetti fornito un crescente volume di beni. Ma non è affatto provato che il suo desiderio di automobili, di oggetti di vestiario, di viaggi, di divertimenti, o anche di prodotti alimentari, fosse completamente sazio. Al contrario, i fatti successivi hanno dimostrato una capacità di ulteriore forte aumento nel consumo. Una depressione non era necessaria perché i bisogni della gente si mettessero al passo con la sua capacità di produrre» (10). In effetti, nel Capitalismo «i bisogni della gente» sono per definizione insaturabili, anche perché esso cerca di crearne sempre di nuovi (come attesta il marketing, la vera scienza esatta di quest’epoca storica), fra l’altro dando corpo nella sofisticata testa dell’intelligenza progressista all’ingenua distinzione tra «bisogni naturali» e «bisogni artificiali» – mentre la vera distinzione nella natura sociale dei bisogni passa dal loro carattere umano o disumano, cioè dall’assetto umano o disumano della società che è chiamata a soddisfarli e a promuoverli sempre di nuovo. Nel seno di questo peculiare modo di produzione la «capacità di produrre» non deve armonizzarsi con i bisogni, ma con le vitali esigenze della valorizzazione.

«Agli agricoltori – americani – il credito fu esteso in cambio della riduzione della produzione. Ed è strano parlare di sovraproduzione quando, di fatto, il cibo è negato ad una popolazione più che disposta a consumarla. Eppure, derrate alimentari di ogni genere venivano gettate via e coperte di calce viva e tossico per impedire agli affamati di servirsene» (11). Il progressista Stato degli Stati Uniti finanziò la distruzione dei prodotti agricoli per sostenerne il prezzo. La fame di profitti ebbe la meglio sulla fame propriamente detta, com’è necessario sulla base del Capitalismo.

Naturalmente Roosevelt e i teorici del New Deal interpretarono la crisi in chiave «sottoconsumista», secondo l’ideologica inversione di causa ed effetto. «Bisogna far crescere a tutti i costi il potere d’acquisto della gente» fu il mantra più recitato in quei duri anni di depressione – non solo economica, per la verità. La spesa pubblica come indispensabile volano per «l’economia reale» diventò il cavallo di battaglia della scienza economica del tempo, ma non solo del tempo, considerato che quel principio «indiscutibile» rimase in auge fino alla seconda metà degli anni Settanta. In realtà, la politica di sostegno ai redditi «delle larghe masse» ebbe più che altro una valenza politico-sociale, più che economica in senso stretto, dal momento che allora bisognava assolutamente scongiurare una «deriva rivoluzionaria» come quella che si era verificata soprattutto in Germania nei primi anni Venti. D’altra parte è facile constatare come praticamente tutte le politiche economiche adottate dai maggiori paesi capitalistici per far fronte alla Grande Crisi fossero in gran parte simili, al di là di alcune sfumature che risentivano delle peculiarità storiche e sociali delle diverse nazioni.

Quando, alla fine del 1937, la crisi ritornò a mordere, dopo un breve periodo di allentamento, apparve chiaro che il volano della spesa pubblica era una chimera, sotto il rispetto della ripresa della redditività capitalistica, la sola cosa che conta in questa epoca storica. Non bastò più evitare la «rivoluzione sociale», bisognava ritornare a far profitti, anche per uscire dal circolo vizioso della depressione. Come ormai tutti i migliori economisti del mondo acconsentono, il «crollo del Capitalismo» iniziato nel ’29, ma preparato ancor prima nelle viscere del processo produttivo di valore, fu superato solo con la seconda guerra mondiale, con l’espansione economica che l’accompagnò e la seguì. La guerra, oltretutto, è un eccezionale mezzo di distruzione di valori, e niente meglio della svalorizzazione universale del Capitale può agire da balsamo e da tonico per una valorizzazione che soffre.

(1) R. Skidelsky, Keynes, Hobson, Marx, Keynes Blog, 2 agosto 2013.

(2) N. De Vecchi, Crisi, pp. 34-35, Bollati Boringhieri, 1993.

(3) J. Rifkin, La fine del lavoro, pp. 43-44, Mondadori, 2002.

(4) K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, pp. 62-63, Newton, 1976.

(5) K. Marx, Il Capitale, I, p.556, Editori Riuniti, 1980. «Il primo risultato delle macchine è di ingrandire il plusvalore e insieme la massa dei prodotti nella quale esso si presenta, e dunque di ingrandire, assieme alla sostanza di cui si nutrono la classe dei capitalisti le sue appendici, questi stessi strati della società» (p. 489). «Ciò che in realtà gli operai producono è il plusvalore. Finché lo producono, essi possono consumare. Non appena ne cessa la produzione, cessa il loro consumo, perché cessa la loro produzione» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 573, Einaudi, 1958).

(6) K. Marx, Il Capitale, III, p. 569.

(7) K. Marx, Storia delle teorie economiche…, III, p. 64.

(8) K. Marx, Il Capitale, II, pp. 429-430, Einaudi, 1980.

(9) Giorgio Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati, pp.138-139, Einaudi, 2008.

(10) J. K. Galbraith, Il grande crollo, p. 191, Boringhieri, 1972.

(11) P. Mattick, La grande crisi e il New Deal, in Due secoli di capitalismo USA, autori vari, p. 243, Dedalo, 1980.

Sebastiano Isaia

http://sebastianoisaia.wordpress.com/

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