I nostri maestri: Paolo Volponi

di Giuseppe Scherpiani

Paolo Volponi (1924 – 1994) è sicuramente uno degli scrittori più inclassificabili del Novecento perché, tanto per la sua vicenda artistica quanto per quella umana, non può assolutamente essere incluso in alcuna corrente, gruppo, cenacolo, accademia o circoli vari di cui il ’900 italiano fu ricco. Si dice che Flaubert, a chi gli domandava chi fosse Madame Bovary, usasse rispondere: «Madame Bovary c’est moi». Allo stesso modo l’urbinate Paolo disegna in quasi tutte le sue opere una serie di autoritratti propri. I quali possono riconoscersi sia nei luoghi che descrive, sia nei protagonisti dei suoi lavori: individui ora spigolosi e ispidi, ora generosi e volitivi; animati da tensioni verso mete altissime, duri e secchi come le crete appenniniche ma pervasi da furori cosmici; afflitti da spleen urbinate o languori metropolitani, in perenne conflitto fra Rinascimento e computer era; spesso contadini feltreschi ma anche ceti medi urbani industrializzati e postfordisti, tutti costantemente angosciati dalla catastrofe incombente ma ugualmente contaminati dal consumismo, irrevocabilmente solitari e arrovellati al pari di Amleto. E, sotto le loro sembianze, l’autore si pone come polo catalizzatore di un trapasso epocale che avanza in un cielo tetro e anticipatore di sventura.

La sua vicenda umana, invece, si snoda molto semplicemente, almeno fino al 1950. Si sa che frequentò il liceo classico Raffaello, riportando una bocciatura in quinta ginnasio, e che superò l’esame di maturità nel luglio del 1943 con altri dieci compagni. Proprio nell’anno della bocciatura aveva cominciato a leggere avidamente, soprattutto, le opere del siglo de oro spagnolo e dell’Ottocento russo. Ma il libro che gli fece riconoscere la sua vocazione di poeta e scrittore fu la Divina Commedia, i cui versi più volte ritorneranno citati nei suoi romanzi. All’università invece, secondo i suoi compagni di allora, non si distinse tanto per gli exploit negli studi, quanto per quelli con le ragazze di Urbino e del resto d’Italia. Qualche eco autobiografico in questo senso riecheggia nel suo notissimo La strada per Roma, uscito nel 1991 ma scritto tra il 1954 e il 1956. Nel 1947, in ogni modo, conseguì la laurea in giurisprudenza.

A quel tempo, per i giovani di buon reddito e pari istruzione, era quasi un obbligo il misurarsi con la poesia. Così accadde anche per Paolo. Un giorno, dopo la laurea, pensò di sottoporre i suoi versi, vagamente ungarettiani, al giudizio del rettore Carlo Bo, eminente critico, il quale gli scrisse una breve prefazione. Nacque così la sua prima opera, Il ramarro. La benevolenza di Bo fu poi la migliore credenziale per consentirgli la frequentazione dei salotti letterari di Milano, dove trovò Montale, Vittorini, Sereni, Fortini e altri. Ma l’incontro che decise della sua vita fu quello con Adriano Olivetti, industriale illuminista e illuminato, con il quale stabilì un sodalizio affettivo, culturale e professionale di lunga durata (1949) . Così cominciò subito a lavorare per la Olivetti, visitando gran parte dell’Italia meridionale. Fu una rivelazione per lui il contatto con quelle realtà così arcaiche, depresse, desolate e diverse da tutto ciò che aveva conosciuto fino a quel momento. Quattro anni dopo fu trasferito a Roma, dove conobbe Pier Paolo Pasolini, il quale lo rese consapevole delle sue grandi potenzialità di scrittore. Da quel momento Paolo entrò nella storia della letteratura italiana, prima vincendo il Premio Viareggio di poesia con Le porte dell’Appennino (1960), poi pubblicando il suo primo romanzo, Memoriale (1962), seguito nel 1965 da La macchina mondiale (I Premio Strega).

Per me leggerlo la prima volta, nel 1966, fu una dura prova. La sua scrittura era assolutamente inusuale, ostica e ridondante, fatta di invenzioni lessicali, salti logici, intersezioni di piani temporali, cambi di ritmo e illuminazioni linguistiche abbaglianti, come le luci radenti e rivelatrici del suo caro Barocci. Negli anni ’90, quando mi rivelò la sua passione per questo pittore, non potei fare a meno di rilevare le grandi affinità fra i due: quadri di grande vastità e ampiezza contro libri lunghissimi, in entrambi capacità narrativa di eccezionale vigore, trasfigurazione visionaria del contesto e una partecipata afflitta vicinanza all’umanità scura, derelitta e dolente delle loro opere.

Nel 1974 scrisse Corporale, romanzo solenne di sperimentazioni assolutamente audaci, in cui si fondevano temi psicanalitici, angosce esistenziali, crisi di identità generate dalla volatilità degli stili di vita e commistioni spregiudicate di stilemi urbinati e italiani. Ora non era più a Ivrea ma a Torino. L’aveva chiamato la Fiat, prima per un incarico dirigenziale, poi per affidargli la conduzione della sua prestigiosa Fondazione. Nel giugno 1975, però, Paolo rese pubblica la sua intenzione di votare PCI alle amministrative. La proprietà non gradì la decisione e lo pregò di dimettersi. Lui lo fece senza rimpianti. Era un timido orgoglioso, scontroso, testardo, brusco fino alla cattiveria, nemico di ogni forma di meschinità. Non avrebbe mai sconfessato una scelta che sapeva giusta. Neppure se lo avesse richiamato l’Avvocato in persona. E andò proprio così.

Ma in quel momento era nato l’uomo politico. Più precisamente si era stabilito un nesso inscindibile fra l’intellettuale impegnato civilmente, il manager olivettiano intento ad una politica di grandi riforme sociali e il parlamentare che avrebbe lottato per portarle a compimento. Ed è proprio in questo periodo che escono dalla sua penna due opere di felicissima fattura: Il sipario ducale (1975), delicato e malinconico affresco di una Italia in crisi dopo la strage di Piazza Fontana sullo sfondo di una brumosa Urbino invernale, e la sfolgorante favola de Il pianeta irritabile (1979), forse il suo capolavoro assoluto, polo magnetico dove si fondono felicemente fantasie barocche, invenzioni linguistiche, lampi di profetica utopia, ogni cosa governata da una tecnica narrativa di rara eccellenza. Nel 1981 scrisse Il lanciatore di giavellotto, storia di un’educazione sentimentale negli anni del fascismo. Bello, ma ormai come scrittore aveva già dato il meglio di sé.

Io lo conobbi più tardi, verso il 1984. Capitò un giorno a Colbordolo con un pittore suo amico per ritirare alcune opere prestate per una mostra. Da un anno era un deputato indipendente del PCI; lo accolsi come assessore alla cultura. Mi fece capire subito che parlavamo lo stesso linguaggio e caratterialmente ci somigliavamo. La prima volta che ascoltai un suo discorso in un convegno pubblico ne fui emozionato. Era come sentire la voce delle sue pagine, prose e versi che si scioglievano in periodi lunghi, ricchi di incisi, similitudini, immagini, sinonimi e metafore, grappoli e cascate di parole. Però tutti lo capivamo e lo ammiravamo, proprio perché ci sembrava di ascoltare una sinfonia con le sue pause, i suoi andamenti, i forte e piano, la rotonda e meditata gestualità del maestro. Tutto così lontano, diverso e più facile della fredda carta scritta. Ci vedevamo ogni tanto, quando mi capitava di passare per Urbino. Allora, seduto a uno dei tavoli del bar d’angolo fra la Piazza e il Corso, ti salutava rumorosamente insistendo per offrirti il caffè. Partecipava a convegni, comizi, manifestazioni, incontri, dibattiti e a ogni altra cosa che sapesse appena lontanamente di politica e cultura, dissipando le sue scarse energie con un entusiasmo infantile, inseguendo il suo sogno di poeta politico: replicare Ivrea. Fare della provincia di Pesaro e Urbino un tutto unico, armonico, continuo, collegato, intercambiabile, osmotico e circolare fra scuola, università, agricoltura, paesaggio, industria e città. Fluire semplice della storia: ieri è oggi e poi sarà domani. Dicevano che era un utopista. Invece era semplicemente il marinaio che stava in alto sulla coffa dell’albero maestro e per primo vedeva la terra. Noi solo le nebbie. Nel 1989 scrisse l’ultimo suo romanzo, Le mosche del capitale, in cui raccontò la sua negativa rapida esperienza in Fiat. Sempre un bel libro, con trenta pagine memorabili, struggenti e liriche, di una Torino notturna sotto la pioggia vista dagli uffici ai piani alti della Grande Azienda.

Il 1991 fu l’ultimo suo anno di grazia. Ormai, vecchio e malato, era tornato a calpestare i selciati della sua città come ai tempi giovanili della laurea. Si iscrisse al PCI per partecipare al congresso, polemizzò col giovane Fassino, e quando vide che la storia gloriosa del partito si spegneva per mano dell’odiato Occhetto («Un che en n’ha mèi studièt…») partecipò alla fondazione del Movimento di Rifondazione con Garavini, Libertini, Cossutta e altri. Quell’anno rivinse anche il Premio Strega con La strada. Lui solo c’era riuscito. La cosa finì sui giornali. Il socialista Intini inveì contro la cultura stalinista che lo premiava. Fra i due vi fu anche un faccia a faccia televisivo. Ma prima di recarsi negli studi, Paolo telefonò a Fulvio, una specie di Popeye della Gadana, segretario del Circolo di Rifondazione urbinate. «Fulvio, com m’ho da comportè?». «Mena dur Pavlìn, en fè tant manich!». Aveva trent’anni meno di lui, Fulvio, ed era il solo a chiamarlo Pavlìn. Perché, avendone percepita la fragilità fisica, si sentiva in dovere di rassicurarlo e proteggerlo come avrebbe fatto il più tenero dei padri.E gli spettatori di quella sera videro che l’ordine era stato eseguito. Concluse l’anno con un gesto da principe rinascimentale, donando un’intera collezione di quadri alla città di Urbino.

Ma ogni giorno che passava lo vedevamo sempre più debole e spento. Anche se potevamo godere del bene incommensurabile della sua compagnia, della sua inesausta sete di vita nonostante tutto, del suo umorismo sottile, fulmineo e improvviso come la zampata del gatto. Si facevano riunioni su riunioni al Circolo di Urbino, in una stanzetta dalle parti di via Pozzo Nuovo. Aveva una fiducia immensa nelle possibilità del nuovo movimento, credeva nella libertà e nella vitalità creatrice che da essa si poteva irradiare: «Noi dobbiamo essere un partito anarchico!», concludeva spesso in modo perentorio. Poi si finiva sempre al Circolo ARCI, un poco più su, verso la Piazza, ed erano aneddoti, battute, risate, progetti. E lui così, maieuticamente, ci faceva capire che ciascuno di noi era in realtà molto meglio di quel che credeva di essere.

Una sera, verso la metà di luglio del ’92, nel corso di una delle solite birre post riunione, si rivolse a Fulvio dicendogli: «Perché en n’organissi ‘na festa de Rifondasion?». Quello si alzò come se la sedia fosse stata bollente, poi ci guardò e disse: “Tu… e tu… e tu… e tu!”. In cinque minuti le responsabilità erano state divise e il comitato organizzatore pronto. Paolo aveva anche coniato un suo slogan, che doveva valere per tutti noi, da quel momento in avanti, come una divisa di vita: “Liberamente comunista”. Il giorno della festa i compagni urbinati indossavano tutti una maglietta rossa con quel motto stampigliato sul petto. Ogni cosa andò nel migliore dei modi. Ci sembrava di avere preso il Palazzo d’Inverno.

Passavamo con lui sempre bei momenti, pur vedendo di giorno in giorno avvicinarsi sempre più rapidamente la fine di questa lunga meravigliosa giornata, alla fine della quale tutti ci eravamo scoperti cresciuti. E il 1993 si aprì con le sue dimissioni da parlamentare per motivi di salute. Poi a giugno il Movimento si tramutò in partito e lui sentì questa delusione aggiungersi pesantemente all’oppressione delle sue tante malattie. Qualche settimana dopo, mentre pronunciava il suo intervento nel congresso provinciale, a Mazzaferro di Urbino, fu colto da una crisi cardiaca. Lo soccorremmo io e altri due, poi sulla sua auto lo accompagnammo fino a casa. Lì prese un farmaco e recuperò un po’ di vita. Era molto deluso da come la situazione di Rifondazione si stava evolvendo. Amaramente e con un filo di voce inveì contro uno dei massimi dirigenti del partito con un colorito epiteto in dialetto urbinate. Era l’estremo colpo ai suoi progetti, al suo pensiero, al suo lavoro. In una delle sue ultime interviste dichiarò: «Le rappresentanze parlamentari prive dei rapporti con le culture di base, servono a poco. Il partito finisce per avere una salute propria, una ragione propria e pensa a se stesso e cura se stesso e così pensa di fare la migliore delle politiche» (sta in Scritti dal margine, 1994, Manni, Lecce). Il 14 agosto 1994 pronunciò l’ultimo suo discorso pubblico, contro il PRG di Urbino e l’architetto De Carlo, alla festa di Rifondazione, su alla Rocca, l’anima scricchiolante tra i denti e i capelli d’argento svolazzanti nel sole, il Pincio e i Torricini per sfondo. Il suo ultimo ritratto, quasi pierfrancescano. Un filo di voce in un corpo ormai piegato dai tanti dolori. Pochi giorni dopo, il 23, ci sentimmo tutti più soli.

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One thought on “I nostri maestri: Paolo Volponi

  1. Per cortesia firmate tutti la petizione sulla decadenza del Pregiudicato di Arcore che ho condiviso in bacheca di FB e passate parola. Grazie da maurizio

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