Dove siete finiti ragazzi di Firenze?

Però ricordo chi voleva al potere la fantasia
erano giorni di grandi sogni sai, eran vere anche le utopie
ma non ricordo se chi c’era, aveva queste facce qui
non mi dire che è proprio così, non mi dire che son quelli lì.

Vasco Rossi
Stupendo

di Fabio Monti, SEL Teramo (n.d.r. che ringraziamo per averlo condiviso con noi)

Ieri mattina Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera dei deputati di Sel ha detto testualmente che: “L’energia della Leopolda mi ricorda il social Forum che si fece anni fa proprio nello stesso luogo. Un’energia che vuole interrompere il flusso di quanti vogliono mantenere lo status quo”.
In considerazione di queste dichiarazioni, non intendo né commentarle – anche perché si commentano da sole -, né provare ad analizzare le differenze (o forse dovrei dire: le antitesi) che contraddistinguevano il movimento di Firenze del 2002, che nasceva sull’onda del movimento globale di Seattle e di Porto Alegre, rispetto al giovanilismo qualunquista di Renzidietro cui si cela soltanto, neppure troppo velato, un ritorno al blairismo degli anni ’90 e all’apologia del liberismo.
Vorrei invece soltanto abbandonarmi per un momento all’onda dei ricordi, perché io c’ero quel 9 novembre 2002, insieme a tantissimi amici ed amiche, avevo 21 anni e la vita non mi era mai sembrata così bella. Sento il dovere di farlo per lasciare una piccola testimonianza alle compagne e i compagni più giovani, che di quel movimento hanno solo sentito parlare senza averne potuto assaporare in pieno la magia, la speranza contagiosa e l’allegria travolgente.
Quella domenica mattina d’autunno Firenze sembrava una città in guerra: non si trovava un bar aperto neppure a pagarlo oro, né si vedeva un fiorentino in giro; soltanto poliziotti e celerini in tenuta antisommossa; tutti i negozi erano celati dietro a spesse protezioni di compensato; i bidoni della spazzatura erano spariti dalle strade. Con il treno non ci fecero neppure arrivare a Santa Maria Novella, quella stazione che offre lo spettacolo unico al mondo della visione dell’omonima basilica, e neppure a Campo di Marte, ma soltanto alla stazione periferica di Rifredi, lontana dal centro.
I Mass Media avevano diffuso per settimane intere la psicosi della guerriglia urbana che, secondo loro, avrebbe rischiato di mettere a repentaglio l’inestimabile patrimonio artistico e culturale di una delle città più belle del mondo. Ma ovviamente a nessuna delle 700mila persone che raggiunsero il capoluogo toscano in quel giorno di novembre, passava neppure per l’anticamera del cervello di scatenare la guerriglia, perché eravamo un popolo di pace, perché quel giorno era stata indetta la “manifestazione internazionale contro tutte le guerre”, degna conclusione del social forum europeo.
No, non eravamo certo andati a Firenze per oltraggiare la memoria di Giotto, di Leon Battista Alberti, di Brunelleschi, di Michelangelo; al contrario, eravamo tutti fieri ed onorati che tanta bellezza fungesse da scenario al nostro passaggio. Ci sembrava quasi che ci fosse un filo rosso che univa il Rinascimento con la rinascita della speranza di un mondo più equo e più giusto che dalle periferie globali si era diffusa in tutto il continente europeo. Ci sembrava davvero che nessuna città come quella che da sempre è stata la culla delle arti potesse essere più adatta per un corteo come quello. Eppure, la mattina c’era la paura: il ricordo dell’orribile mattanza di Genova dell’anno precedente era ancora vivo nel cuore di ognuno di noi, come dei cittadini fiorentini.
Ma appena il corteo partì, la paura svanì all’improvviso; Firenze si trasformò in pochi minuti in una meravigliosa oasi di felicità, di gioia, di canti e balli per le strade. I colori di mille bandiere diverse dipinsero il cielo grigio autunnale. C’erano i partiti della sinistra radicale (rifondazione, i comunisti italiani, i verdi) c’erano i sindacati, cerano centinaia e centinaia di associazioni provenienti da ogni angolo della penisola e anche da fuori Italia. C’erano i migranti (tanti) che allora non erano ancora clandestini come sono divenuti in seguito ad una legge vergognosa che offende la civiltà oltre che la memoria storica del nostro paese; c’erano i centri sociali con i loro furgoncini scassati e rumorosi; c’erano pure i boy scout e i frati francescani. C’erano soprattutto tantissimi uomini e donne senza alcuna tessera in tasca ma con la speranza dipinta sul volto, giovani madri col passeggino e anziani compagni che orgogliosamente alzavano ancora il pugno chiuso. Nessuno chiese la carta d’identità a nessuno: non interessava il percorso politico che ognuno di noi aveva alle spalle. Interessava soltanto essere lì, felici di aver ritrovato una dimensione collettiva che pareva smarrita.
Eravamo tanti. Ed eravamo belli. Eravamo diversi ma stavamo tutti insieme, uniti sotto lo stesso cielo e con una certezza comune, che in quei giorni sembrava poter prendere forma davanti ai nostri occhi: un altro mondo era possibile.
E’ difficile raccontare a chi non c’era quel che accadde davvero quel 9 novembre 2002: è difficile spiegare l’emozione che provammo tutti quanti quando Firenze si accorse di colpo di tutte le bugie che gli erano state raccontate dai giornali e dalle televisioni berlusconizzate, e si strinse a noi in un caldo abbraccio pieno d’amore e di condivisione. Dalle finestre dei palazzi, non più sprangate, cominciarono ad apparire tanti cartelli scritti a mano col pennarello in un batter d’occhio :
“ No global? Si grazie” “Tornate anche domani” “Benvenuti a Firenze”.
Dai balconi che si affacciavano sui viali che circondavano il centro cittadino, uno scrosciare di applausi commossi accompagnavano il passaggio del corteo. Tante casalinghe che abitavano al pianoterra ci aprirono le loro case permettendoci di pisciare nei loro bagni e offrendoci caffè, biscotti e tutto quello che avevano in dispensa. Furono momenti di condivisione spontanea: a tutti pareva che quel giorno (come diceva Giorgio Gaber) si potesse essere felici perché lo erano anche gli altri. Persino i celerini, tolti i caschi e riposti i manganelli, ci mostrarono il loro viso offrendoci sigarette e fumando insieme a noi. A sera, Firenze mostrava un volto opposto a quello della mattina: la guerriglia non c’era stata, c’era stata invece una gigantesca festa che aveva unito centinaia di migliaia di persone che in comune avevano il sogno grande di poter costruire una società più equa e più libera, nella quale le guerre, le angherie, le prevaricazioni e i soprusi fossero banditi per sempre.
Qualcuno mi ha detto che c’era anche Gennaro Migliore quel giorno; ma io non ricordo di averlo visto. O forse è lui che non ricorda più di esserci stato.
Tante volte poi, nel corso di anni lunghi e tristi, mi sono chiesto che fine avessero fatto tutte le sorelle e i fratelli che erano con me in quel giorno d’autunno. So che sono affogati anche loro nel tunnel della precarietà, nella solitudine disperata di chi non ha più rappresentanza, nello smarrimento dell’identità collettiva che ha segnato il trionfo della più bieca reazione neoliberista. Mentre i cacciabombardieri hanno continuato imperterriti a scaricare missili e bombe ai quattro angoli del globo, i migranti sono diventati clandestini lasciati affogare a centinaia, al largo di Lampedusa
Ma io so che il nostro tempo verrà.
Che un giorno e vi riabbraccerò tutti, sorelle e fratelli di Firenze e che insieme ritroveremo la speranza che ci è stata tolta, la voglia di futuro e di giustizia e che riprenderemo il cammino che è stato interrotto dal trionfo della reazione liberista.
E forse, chissà, anche Gennaro Migliore si ricorderà di essere stato a Firenze, quel 9 novembre 2002.

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