Malatesta: perché tutti siano liberi

I nostri avversari, difensori e beneficiari del presente sistema sociale, sogliono dire per giustificare il diritto di proprietà privata che la proprietà è condizione e garanzia di libertà. E noi siamo con loro d’accordo. Non diciamo noi continuamente che chi è povero è schiavo? Ma allora perché siamo avversari? Il perché è chiaro, ed è che in realtà la proprietà che essi difendono è la proprietà capitalistica, cioè quella proprietà che permette di vivere sul lavoro altrui e che quindi suppone una classe di diseredati, di senza proprietà, costretti a vendere il proprio lavoro ai proprietari per un prezzo inferiore del suo valore. Infatti oggi in tutti i paesi del mondo la maggior parte della popolazione deve per vivere mendicare il lavoro presso coloro che monopolizzano il suolo e gli strumenti di lavoro, e quando lo ottiene è compensata con un salario, che è sempre inferiore al prodotto e spesso basta appena a non morire di fame. Il che costituisce per i lavoratori una specie di schiavitù, che può essere più o meno dura, ma significa sempre inferiorità sociale, penuria materiale e degradazione morale; ed è in fondo la causa prima di tutti i mali dell’attuale ordinamento sociale.

Affinché tutti siano liberi, affinché ciascuno possa in piena libertà raggiungere il massimo sviluppo morale e materiale e godere di tutti i benefici che natura e lavoro possono dare, bisogna che tutti siano proprietari, che tutti cioè abbiano diritto a quel tanto di terra, di materie prime e di strumenti da lavoro necessario per lavorare e produrre senza essere sfruttati ed oppressi. E perché non si può sperare che la classe proprietaria rinunci spontaneamente ai privilegi usurpati, è necessario che i lavoratori la esproprino e che tutto diventi proprietà di tutti. Questo dovrebbe essere il compito della prossima rivoluzione ed a questo devono tendere i nostri sforzi. Ma siccome la vita sociale non ammette interruzioni, bisogna nello stesso tempo pensare al modo pratico di come utilizzare i beni divenuti comuni, e come assicurare a tutti i membri della società il godimento di diritti uguali. Il regime della proprietà sarà dunque il problema che si imporrà nel momento stesso in cui si procederà alla espropriazione. Naturalmente non si può pretendere né sperare che d’un colpo si passi dal sistema attuale ad altri sistemi perfetti e definitivi. Nell’atto della rivoluzione, quando cioè che preme soprattutto è di far presto per soddisfare immediatamente i bisogni improrogabili, si farà come si potrà, secondo le volontà degli interessati e le condizioni di fatto che quelle volontà determinano e limitano. Ma bisogna avere fin da principio un’idea di quello che si vuol fare per indirizzare le cose il più possibile verso quella meta.

Dovrà la proprietà essere individuale o collettiva? E la collettività proprietaria di beni indivisi sarà il gruppo locale, il gruppo funzionale, il gruppo di affinità ideale, il gruppo famigliare – o comprenderà in blocco i membri di tutta una nazione e poi di tutta l’umanità? Quali le forme che prenderanno la produzione e lo scambio? Trionferà il comunismo (produzione associata e consumo libero a tutti), o il collettivismo (produzione in comune e ripartizione dei prodotti secondo il lavoro di ciascuno) o l’individualismo (a ciascuno il possesso individuale dei mezzi di produzione ed il godimento del prodotto integrale del proprio lavoro), o altre forme composite che l’interesse individuale e l’istinto sociale, illuminati dall’esperienza, potranno suggerire?

Probabilmente tutti i possibili modi di possesso e di utilizzazione dei mezzi di produzione e tutti i modi di ripartizione dei prodotti saranno sperimentati contemporaneamente nelle stesse o nelle diverse località, e s’intrecceranno contemporaneamente in vario modo fino a che la pratica avrà insegnato quale è la forma o quali sono le forme migliori. Intanto, come ho già detto, la necessità di non interrompere la produzione e l’impossibilità di sospendere il consumo delle cose indispensabili faranno sì che man mano che si procederà alla espropriazione si prenderanno gli accordi necessari alla continuazione della vita sociale. Si farà come si può, e purché si impedisca il costituirsi ed il consolidarsi di nuovi privilegi, si avrà tempo per cercare le vie migliori.

Ma quale è la soluzione che a me sembra migliore ed alla quale bisognerebbe cercare di accostarsi? Io mi dico comunista, perché il comunismo mi pare l’ideale al quale l’umanità si accosterà a misura che crescerà l’amore tra gli uomini e l’abbondanza della produzione li libererà dalla paura della fame e distruggerà così l’ostacolo principale al loro affratellamento. Ma veramente più che le forme pratiche di organizzazione economica, le quali devono necessariamente adattarsi alle circostanze e saranno sempre in continua evoluzione, l’importante è lo spirito che anima quelle organizzazioni ed il metodo col quale vi si arriva: l’importante, dico, è che esse siano guidate dallo spirito di giustizia e dal desiderio del bene per tutti e che vi si arrivi sempre liberamente e volontariamente. Se veramente vi è libertà e spirito di fratellanza, tutte le forme mirano allo stesso scopo di emancipazione e di elevazione umane e finiranno col conciliarsi e confondersi. Al contrario, se manca la libertà e la voglia del bene per tutti, tutte le forme di organizzazione possono generare l’ingiustizia, lo sfruttamento ed il dispotismo.

Diamo uno sguardo ai principali sistemi proposti per risolvere la questione. Due sono i sistemi economici fondamentali che si contendono il campo nelle aspirazioni degli anarchici : l’individualismo (parlo dell’individualismo come modo di distribuzione della ricchezza, senza considerare astruserie filosofiche che qui non interessano) ed il comunismo. Il collettivismo, di cui ora più poco si parla, è un sistema intermedio che riunisce i pregi e i difetti dei due sistemi predetti e forse appunto perché intermedio avrà larga applicazione almeno nel periodo transitorio tra la vecchia e la nuova società; ma io non ne parlerò in modo speciale perché ad esso si possono applicare tanto le obiezioni a cui si presta l’individualismo quanto quelle a cui si presta il comunismo. L’individualismo completo consisterebbe nel dividere fra tutti la terra e le altre ricchezze in parti pressappoco eguali o equivalenti, in modo che tutti gli uomini al cominciare della vita fossero forniti di mezzi ugual e ciascuno potesse elevarsi fin dove permettono le sue facoltà e la sua attività. Per conservare poi questa uguaglianza del punto di partenza bisognerebbe abolire l’eredità e procedere periodicamente a nuove divisioni per tenere dietro al variare del numero della popolazione. Questo sistema sarebbe evidentemente antieconomico, cioè non conveniente alla migliore utilizzazione della ricchezza; e se pure fosse applicabile in piccole e primitive comunità agrarie, sarebbe certamente impossibile in una vasta collettività ed in una progredita civiltà agrario-industriale, dove una parte considerevole della popolazione non adopera direttamente la terra e gli strumenti per produrre beni materiali, ma lavora a rendere servizi utili e necessari per tutti. E d’altra parte, come dividere la terra con giustizia almeno relativa, visto che il valore dei diversi appezzamenti è tanto vario per produttività, salubrità e posizione? E come dividere i grandi organismi industriali che per funzionare hanno bisogno dell’opera simultanea di un gran numero di lavoratori? E come stabilire il valore delle cose e praticare lo scambio senza ricadere nello stesso tempo nei mali della concorrenza ed in quelli dell’accaparramento? E’ vero che il progresso della chimica e dell’ingegneria tende ad eguagliare la produttività e la salubrità delle varie terre; che lo sviluppo dei mezzi di trasporto, l’automobile e l’aereonautica finiranno col rendere tutte le posizioni egualmente vantaggiose; che il motore elettrico discentra l’industria e rende possibile il lavoro a macchina agli individui isolati ed in piccoli gruppi; che la scienza potrà scoprire o fabbricare in ogni territorio le materie prime occorrenti al lavoro. E allora quando questi ed altri progressi saranno realizzati, la facilità e l’abbondanza della produzione leveranno alla questione economica l’importanza preponderante che ha oggi, ed il cresciuto sentimento di fratellanza renderà inutili e ripugnanti i calcoli minuti su quello che spetta all’uno e all’altro: allora il comunismo si sostituirà automaticamente, quasi inavvertitamente all’individualismo per il maggior vantaggio, la maggiore soddisfazione e la maggiore libertà effettiva di tutti gli individui. Ma queste sono cose che avverranno in un avvenire più o meno lontano; qui si tratta invece dell’oggi e del prossimo domani. Ed oggi una organizzazione sociale basata sulla proprietà individuale dei mezzi di produzione, mantenendo e creando antagonismi e rivalità tra i produttori e contrasto d’interessi tra i produttori ed i consumatori, sarebbe sempre minacciata dal possibile avvento di una autorità, di un governo che ristabilirebbe i privilegi abbattuti. In ogni modo non potrebbe sussistere nemmeno provvisoriamente se non fosse temperata ed integrata da ogni specie di associazioni e di cooperazioni volontarie.
Il dilemma innanzi al quale si troverà la rivoluzione resta sempre: o organizzarsi volontariamente a vantaggio di tutti o essere organizzati per forza da un governo a vantaggio di una classe dominante.

Parliamo ora del comunismo. Il comunismo appare teoricamente il sistema ideale che sostituirebbe nei rapporti umani la solidarietà alla lotta, utilizzerebbe nel miglior modo possibile le energie naturali ed il lavoro umano e farebbe dell’umanità una grande famiglia di fratelli intenti ad aiutarsi ed amarsi. Ma è esso praticabile nelle attuali condizioni morali e materiali dell’umanità? Ed in quali limiti? Il comunismo universale, cioè una comunità sola fra tutti gli esseri umani, è una aspirazione, un faro ideale verso il quale bisogna tendere, ma certamente non potrebbe essere ora una forma concreta di organizzazione economica. Questo s’intende, per i tempi nostri e probabilmente per parecchio tempo dopo di noi: al più lontano avvenire penseranno i nostri posteri. Per ora non si può pensare che a comunità multiple tra popolazioni vicine ed affini, che avrebbero poi tra loro rapporti di vario genere, consumistici o commerciali, ed anche in questi limiti s’impone sempre il problema di un possibile antagonismo tra comunismo e libertà. Perché, salvo restando il sentimento che, assecondato dall’azione economica, spinge gli uomini verso la fratellanza e la solidarietà cosciente e voluta e che indurrà noi a propugnare e praticare il più di comunismo possibile, io credo che, come il completo individualismo sarebbe antieconomico ed impossibile, così sarebbe antieconomico ed anti-libertario il completo comunismo, specie se esteso a un vasto territorio. Per organizzare in grande una società comunista bisognerebbe trasformare radicalmente tutta la vita economica: modi di produzione, di scambio e di consumo, e questo non si potrebbe fare che gradualmente, a misura che le circostanze obbiettive lo permettessero e la massa ne comprendesse i vantaggi e sapesse provvedervi da se stessa. Se invece si volesse, e potesse, fare d’un tratto per il volere ed il prepotere di un partito, le masse, abituate ad ubbidire e a servire, accetterebbero il nuovo modo di vita come una nuova legge imposta da un nuovo governo, ed aspetterebbero che un potere supremo imponesse a ciascuno il modo di produrre e gli misurasse il consumo. Ed il nuovo potere, non sapendo e non potendo soddisfare bisogni e desideri immensamente vari e spesso contraddittori, e non volendo dichiararsi inutile lasciando agli interessati la libertà di fare come vogliono e possono, ricostituirebbe uno Stato, fondato come tutti gli Stati sulla forza militare e poliziesca, il quale, se riuscisse a durare, non farebbe che sostituire ai vecchi dei nuovi e più fanatici padroni. Col pretesto e magari con l’onesta e sincera intenzione di rigenerare il mondo con un nuovo vangelo, si vorrebbe imporre a tutti una regola unica,
si sopprimerebbe ogni libertà, si renderebbe impossibile ogni libera iniziativa e come conseguenza si avrebbe lo scoraggiamento e la paralisi della produzione, il commercio clandestino e fraudolento, la prepotenza e la corruzione della burocrazia, la miseria generale ed infine il ritorno più o meno completo a quelle condizioni di oppressione e di sfruttamento che la rivoluzione intendeva abolire. L’esperienza russa non deve essere passata invano.

In conclusione a me sembra che nessun sistema possa esser vitale e liberare realmente l’umanità dall’atavico servaggio, se non è il frutto della libera evoluzione. Le società umane se debbono essere convivenza di uomini liberi cooperanti al maggior bene di tutti, e non più conventi o tirannie tenute insieme dalla superstizione religiosa o dalla forza brutale, non possono essere la creazione artificiale di un uomo o di una setta. Esse debbono essere il risultato dei bisogni e delle volontà, concorrenti e contrastanti, di tutti i loro membri che, provando e riprovando, trovano le istituzioni che in un dato momento sono le migliori possibili, e le sviluppano e cambiano a misura che cambiano le circostanze e le volontà.

Si può dunque preferire il comunismo, o l’individualismo, o il collettivismo o qualsiasi altro immaginabile sistema, e lavorare con la propaganda e con l’esempio al trionfo delle proprie aspirazioni; ma bisogna guardarsi bene, sotto pena di un sicuro disastro, dal pretendere che il proprio sistema sia unico ed infallibile, buono per tutti gli uomini, in tutti i luoghi ed in tutti i tempi, e che lo si debba far trionfare altrimenti che con la persuasione che viene dall’evidenza dei fatti. L’importante, l’indispensabile, il punto dal quale bisogna partire è di assicurare a tutti i mezzi per essere liberi. Abbattuto, o comunque reso impotente il governo che sta a difesa dei proprietari, spetterà al popolo tutto, e più specialmente a quelli in mezzo al popolo che hanno spirito d’iniziativa e capacità di organizzazione, il provvedere alla soddisfazione dei bisogni immediati e preparare l’avvenire, distruggendo i privilegi e le istituzioni nocive e facendo intanto funzionare a vantaggio di tutti quelle istituzioni utili che oggi servono esclusivamente o principalmente a beneficio delle classi dominanti.

Agli anarchici la missione speciale di essere vigili custodi della libertà contro gli aspiranti al potere e contro la possibile tirannia delle maggioranze.

ERRICO MALATESTA
Il Risveglio, 30 Novembre 1929

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