Contro il totalitarismo della merce – Intervista a Diego Fusaro

– Nel tuo ultimo saggio descrivi il mondo che viviamo come il regno del "capitalismo assoluto-totalitario", una sorta di nuovo culto religioso. Conosciamo gli effetti di questo dominio dell’illimitatezza, la domanda però un’altra: "tutto ciò è davvero ineluttabile"?

Il capitalismo è oggi assoluto, in due sensi: a) si è perfettamente realizzato, poiché tutto – a livello sia simbolico, sia reale – è merce (debiti e crediti nelle scuole, “capitale umano”, privatizzazioni su ogni fronte, ecc.); b) è absolutus nel senso di “sciolto” da ogni limite residuo: come ho cercato ampiamente di argomentare in Minima mercatalia, oggi non vi è più, di fatto, alcuna istanza che lotti contro il capitale o ne freni lo sviluppo onnipervasivo. Ciò non significa che tutto sia perduto e che non vi sia più nulla da fare. Al contrario: si tratta di far tornare a balenare il senso della possibilità – il marxiano “sogno di una cosa” –, l’ideale in grado di mettere in movimento la prassi trasformatrice anticapitalistica. Il mondo può essere trasformato solo se gli attori sociali pensano che sia trasformabile. Con la Dialettica negativa di Adorno, solo se ciò che c’è si lascia pensare come trasformabile, ciò che c’è non è tutto.

– La presenza così invasiva di una ideologia giustificherebbe anche l’esistenza di un sistema di pensiero che ad essa si oppone. E’ in questo senso che in un tuo libro hai salutato il "ritorno di Marx"?

Bentornato Marx! è un tentativo di riabilitare la ragione dialettica, ma poi soprattutto quell’arsenale di passioni emancipative legate al nome e al progetto di Marx: in particolare, la passione della critica dell’esistente e il perseguimento di futuri alternativi, meno indecenti della miseria oggi dominante su tutto il giro d’orizzonte del mondo ridotto a merce. Occorre, con Marx, spezzare la dilagante mistica della necessità che santifica la barbarie capitalistica presentandola non come giusta e buona, bensì come un destino intrascendibile a cui occorre adeguarsi passivamente.

– Recentemente abbiamo assistito alla ennesima "folata" di proteste di piazza, inevitabilmente destinate a spegnersi ben presto. Perché da così tanto tempo i movimenti finiscono sempre per svanire così velocemente, senza lasciare traccia?

Perché – io credo – manca oggi una koiné, una sintassi condivisa della rivolta, quale era quella di Marx e della tradizione che, nel bene e nel male, a lui si è richiamata. Oggi microlotte in sé anche nobili (per i diritti delle minoranze, per la difesa dell’ecosistema, ecc.) tendono a disperdersi nel vuoto proprio perché non si unificano nella forma della passione durevole dell’anticapitalismo. È di qui, credo, che occorre partire oggi, nell’epoca dell’assenza del conflitto. Dove il conflitto da parte dei dannati della terra si spegne, allora lì il capitale si prende tutto.

Minima Mercatalia rivela una affinità, dichiarata, col pensiero del filosofo marxista Costanzo Preve. Preve spesso è stato oggetto di attacchi dall’establishment politically correct non solo per la sua volontà dialogica con intellettuali di opposta estrazione, ma anche per aver affermato in tempi non sospetti lo svuotamento dei concetti di "destra" e "sinistra". Tu credi che queste categorie possano ancora descrivere qualcosa?

Minima mercatalia è un testo totalmente previano, come peraltro lo stesso Preve ha più volte riconosciuto. Ne approfitto, qui, per ricordare il mio maestro e amico Preve, recentemente scomparso. È un gigante della filosofia contemporanea e, nel mio piccolo, cercherò di rendere giustizia alle sue idee, vergognosamente silenziate e diffamate. Destra e sinistra oggi – Preve docet – non dicono nulla, proprio perché si tratta di due schieramenti che, contrapposti apparentemente su tutto, di fatto condividono la stessa visione del mondo, quella del capitalismo assoluto e della subordinazione totale dell’Italia alla potenza militare uscita vincitrice dalla Guerra Fredda. E dove gli opposti dicono la stessa cosa, allora non sono più opposti, ma coincidono.

-Una tua intervista al "Corriere della Sera" nella quale affermavi l’importanza dello studio della filosofia, proprio in tempo di crisi ha sollevato un ampio dibattito. Sposto la discussione su un livello successivo e ti chiedo: "chi è il filosofo, oggi"?

Il filosofo, oggi, è per me colui che sa mantenere uno sguardo perennemente critico sull’esistente, senza perdere di vista la storicità e la valenza trasformativa del sapere filosofico. Il filosofo non è colui che parla in astratto degli altri filosofi e delle loro opere: è colui che si occupa della realtà, apprendendo – come diceva Hegel – il proprio tempo nel pensiero e ponendolo in relazione con ciò che è giusto e vero. Per questo, nell’odierna epoca della peccaminosità compiuta, in cui il capitale è ubiquitariamente dominante, il filosofo non può non essere dissonante rispetto all’esistente. Occorre, di conseguenza, diffidare dei filosofi conciliati con lo status quo: sono ideologi, appunto, e non filosofi. Anche per questo, credo che Costanzo Preve ci abbia offerto – con la sua vita e con le sue opere – la più splendida prova di cosa significa essere filosofi nell’epoca del fanatismo dell’economia.

Intervista di Antonello Crestihttp://ideeinoltre.blogspot.it/2013/12/diego-fusaro-uniti-contro-il.html

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