La crisi economica e il dramma della casa

di Giancarlo Iacchini

E’ una specie di Risiko questa crisi del capitalismo, che partita dai cieli nebulosi della finanza è arrivata a mettere in ginocchio la terra dell’economia reale fino a devastare l’abc della vita sociale nelle sue fondamenta: prima il lavoro e poi la casa. Perché chi si ritrova a perdere il reddito dopo il licenziamento o un fallimento aziendale non riesce più a pagare né mutui né affitti. Il “focolare domestico” torna ad essere una chimera anche per chi, pur indebitandosi a vita, pensava di averne in mano l’agognata proprietà, tradizionale vanto dell’italiano medio; a maggior ragione per gli inquilini soggetti a quella che viene chiamata “morosità incolpevole”, responsabile oggi di almeno 60 delle 70mila sentenze di sfratto emesse ogni anno in Italia. Una proporzione che ha rovesciato la situazione precedente, in cui se si era costretti a sloggiare dalle quattro mura prese in affitto era semplicemente per la fine del periodo di locazione. Oggi il problema-casa è acuto fino alla disperazione per almeno un milione di famiglie. «Ma non parliamo di emergenza per favore – avverte Massimo Pasquini, segretario dell’Unione Inquilini di Roma – perché il termine si addice a un terremoto o altro cataclisma naturale, non ad una situazione di precarietà cronica che fa comodo alla speculazione e che non si ha la volontà politica di risolvere a livello nazionale e locale».

L’Unione Inquilini è il sindacato leader del settore, catapultato dalla crisi economica ed abitativa al centro del ciclone sociale proprio mentre si avvia a tagliare il traguardo dei 40 anni di vita e di lotta per il diritto alla casa. E’ diventato nazionale dal ’74, infatti, ma la sua vera data di nascita (a Milano) è piuttosto emblematica: 1968. Niente funzionari, nessuna burocrazia e sempre più lavoro da fare, a fianco dei numerosi movimenti e realtà associative che cercano di dare sostegno a chi viene sfrattato (10 famiglie ogni giorno nella sola capitale), godendo di ben pochi agganci in un mondo politico che non sa oppure non vuole affrontare un dramma sempre più pesante, che lede uno dei diritti basilari sanciti dalla Costituzione e dai trattati internazionali sottoscritti anche dai governi italiani. «Ormai sono davvero rari i casi di sfratto perché l’appartamento serve al proprietario. O meglio, se “serve” è spesso per essere affittato in nero», continua Pasquini; che localizza in provincia, nei capoluoghi piccoli e medi, l’epicentro della precarietà abitativa: «In città come Brescia, Modena, Bergamo e tante altre c’è un numero di sfratti pazzesco, di molto superiore a quello delle metropoli in rapporto alla popolazione». Ma a fronte di tanta gente rimasta senza casa, esistono case vuote in abbondanza. «Sulla base delle statistiche ne risultano quasi 5 milioni. Anche se togliamo le seconde case e il milione che probabilmente è affittato in nero, ne restano oltre tre milioni. Negli ultimi dieci anni ne sono state costruite un milione e mezzo, con una cementificazione selvaggia che non ha risolto nessun problema e non è servita nemmeno ad abbassare i prezzi, che sono scesi di pochissimi punti percentuali nonostante un enorme invenduto. Il mercato edilizio è finalizzato alla speculazione e non a soddisfare il fabbisogno dei cittadini, con l’inerzia e la complicità della politica. E in questo non c’è differenza tra le scelte del governo nazionale e quelle degli enti locali, come non ce n’è tra centrodestra e centrosinistra. Lo stesso sindaco di Roma Ignazio Marino, all’atto pratico, non ha fatto ancora nulla per contrastare questo trend negativo».

Un piano di edilizia popolare come quello che portò il nome di Amintore Fanfani, negli anni Sessanta e Settanta, appare oggi impensabile: «La soluzione va individuata nel recupero del patrimonio immobiliare pubblico, cioè dello stato e degli enti locali, e nell’aumento della tassazione sugli appartamenti vuoti, anziché azzerare l’Imu sull’invenduto come invece è stato fatto». La soluzione vista dagli sfrattati è anche, come le cronache riportano con sempre maggior frequenza, l’occupazione delle case sfitte. Azioni storicamente appoggiate ed assistite dall’Unione Inquilini, ma che appaiono ben lontane da quella guerra tra poveri spesso mostrata in televisione, con occupazioni abusive ai danni dei regolari assegnatari di case popolari: «Sono casi rari – spiega Pasquini – perché in realtà le occupazioni si indirizzano verso immobili pubblici inutilizzati (ex uffici, scuole, cliniche, caserme, ecc.) che sono davvero tanti e non si capisce perché non debbano servire ad attenuare il dramma delle famiglie che stanno in mezzo alla strada, con lo sfratto divenuto esecutivo. Questo è intollerabile, specie in presenza di bambini. La casa è un diritto per tutti; lo stato e i comuni dovrebbero garantire, nel momento dello sfratto, il passaggio da casa a casa, ma questo non avviene. Perciò l’occupazione di alloggi vuoti diventa l’unico modo per ritrovare un tetto. Perché non avviare un monitoraggio del patrimonio pubblico inutilizzato da destinare ai senza casa? Perché non elaborare piani regolatori che incentivino progetti di autorecupero? Perché non spendere i fondi Gescal che le regioni non utilizzano? Perché non far confluire ad esempio le caparre versate dagli inquilini in un unico fondo, che disporrebbe di oltre 3 miliardi di euro, con cui lanciare un piano di nuove case popolari? Perché così tanti edifici devono restare vuoti e per così lungo tempo, quando le famiglie che non hanno la casa sono molte meno?». Un problema sociale gravissimo, eppure risolvibile, se si avesse il coraggio di contrastare gli interessi speculativi e fare politica sul serio, «recuperando un ruolo pubblico vero», con progetti ambiziosi capaci di autofinanziarsi, per il bene dei cittadini come unico obiettivo da perseguire. Invece si fa il contrario, detassando appunto l’invenduto, azzerando il contributo-affitto (governo Monti) e proponendo di rifinanziarlo con la miseria di 20 milioni (governo Letta) o pensando di introdurre la beffa dei vaucher (ministro Lupi). Ai prefetti si chiede intanto di bloccare gli sfratti, e ai comuni di intervenire con percorsi di “accompagnamento sociale” per le famiglie che subiscono il trauma di perdere il bene primario della casa.

(pubblicato su Barricate 1/2014)

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