Il “che fare” a sinistra: il punto di vista di Claudio Grassi

di Claudio Grassi

E’ un momento particolarmente difficile per tutte le forze politiche che si collocano a sinistra del Pd. Allo stesso tempo la lista che ha visto queste forze unite presentarsi alle elezioni europee ha ottenuto un risultato positivo, superando, per la prima volta dopo il 2008, lo sbarramento del 4%. Abbiamo già avuto modo di confrontarci nei mesi scorsi sull’esito dell’ultimo Congresso del Prc, svoltosi a Perugia, e sul risultato degli emendamenti presentati dalla nostra area. Non tornerò quindi ora su quella discussione. Mi limito a sottolineare che la proposta principale contenuta negli emendamenti – e cioè la costruzione di una sinistra unita che comprendesse anche SEL – proposta non condivisa dalla maggioranza del partito (basti pensare ai fischi riservati a Fratoianni al Congresso ), si è concretizzata nella Lista Tsipras.

Le elezioni del 25 maggio

L’elemento nuovo del quale discutere e che deve indurci ad aprire una riflessione sul che fare è quello che ci viene proposto dal dato delle elezioni del 25 maggio. Parlo del dato delle elezioni del 25 maggio e non delle sole elezioni europee perché – nonostante se ne sia parlato poco – vi è stato nello stesso giorno anche un importante test amministrativo ed io ritengo indispensabile, per una valutazione corretta sulla prospettiva, ragionare di entrambe le cose e, soprattutto, confrontarle. Prima di parlare del risultato nostro e della sinistra di alternativa vorrei fare una breve riflessione sul consenso registrato delle altre forze politiche. Sottolineerei in particolare quattro elementi che ritengo significativi.

1) Lo scontro tra Pd e M5S si è risolto con un clamoroso successo di Renzi. Il segretario del Pd ha vinto poiché è riuscito a competere con Grillo sul suo terreno e contemporaneamente ad apparire più credibile. Ritengo che in questo voto al Pd (oltre il 40%, il massimo storico da sempre) vada colto anche un elemento derivato dalla grave crisi economica che il Paese sta attraversando. Una crisi che ha messo e sta mettendo in grave difficoltà milioni di lavoratori e di famiglie e che ha gettato nell’incertezza un’intera generazione. Nel voto a Renzi ci sono paradossalmente tante di queste persone in difficoltà, che hanno pensato: “forse lui ce la può fare”, “è l’ultima speranza che abbiamo”. Un voto di affidamento. Certo, non vi è solo questo. Vi è, per esempio, anche il suo sfondamento al centro con lo svuotamento di Scelta Civica. Il Pd ha quindi ottenuto un risultato importante ma, per le modalità con cui è stato conseguito, si caratterizza come un voto mobile e fluido che così come è velocemente arrivato, altrettanto velocemente potrebbe essere perso.

2) Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un buon risultato, oltre il 20% dei consensi, attestandosi come seconda forza politica. Ma avendo impostato la campagna elettorale con la parola d’ordine del “vinciamo noi”, è risultato perdente. Ha inoltre condotto una campagna elettorale troppo aggressiva. Molti elettori si sono spaventati e alla fine hanno scelto il Pd. Sta di fatto che oggi il M5S vive una fase di difficoltà. La scelta di allearsi con il razzista Farage in Europa ha determinato un forte disagio in quella parte di attivisti e di elettori che provengono dal mondo della sinistra. L’apertura di credito al Pd, dopo averlo dileggiato per mesi, ha evidenziato infine uno sbandamento politico.

3) Si conferma e si consolida la crisi del centrodestra e di Berlusconi. La sempre minore credibilità di Berlusconi stesso – collante indispensabile per la sua coalizione – apre scenari molto incerti.

4) Il successo della Lega Nord – per certi versi incredibile, visti gli scandali che avevano travolto quella forza politica – è sicuramente determinato dalla crisi del centrodestra e di Berlusconi, ma è in larga parte dovuto alla svolta praticata da Salvini, abilissimo nell’abbandonare il tema della secessione per assumere quello ben più popolare della contrarietà all’euro e all’immigrazione. Proprio su questo terreno si è prodotto l’avvicinamento con Marine Le Pen.

Il risultato della Lista Tsipras

Fatte queste considerazioni generali, è però il risultato della Lista Tsipras quello che ci interessa analizzare più da vicino. Sia per il dato in sé, sia per le prospettive.
Qui le riflessioni da svolgere sono molteplici:
1) il dato meramente numerico, rispetto alle precedenti elezioni europee, indica un ulteriore arretramento del complesso delle forze coinvolte: Sel e la Fds nel 2009 raccoglievano il 6,5%, la Lista Tsipras oggi si attesta sul 4%. Penso tuttavia che questo raffronto non sia così significativo poiché mette in rapporto dati troppo lontani nel tempo. Credo sia più utile, poiché il fatto ci aiuta a confrontarlo con il consenso reale del Prc e di Sel di oggi, l’accostamento con il dato amministrativo ottenuto sempre il 25 maggio.
Il paragone è molto interessante. Se prendiamo i 25 capoluoghi di provincia dove si è votato si possono rilevare varie cose: Rifondazione non elegge nessun consigliere e raccoglie un consenso che oscilla tra l’1 e l’1,5%. Sel in alcuni casi elegge, ma riduce complessivamente il numero degli eletti e registra un voto tra il 2 e il 2,5%. La Lista Tsipras, negli stessi comuni, si colloca attorno al 6%: un risultato nettamente superiore alla somma dei consensi ai due partiti.
Questa circostanza è d’altra parte confermata dallo studio dei flussi elettorali, effettuato sia dalla Swg che dall’Istituto Cattaneo. Entrambi i centri suddividono i voti della Lista Tsipras secondo questa ripartizione: 400.000 voti provenienti da Sel, 200.000 dal Prc, 200.000 da Pd, 150.000 dal M5S, 150.000 dall’astensione.
Il dato saliente che si ricava da questi numeri è che la Lista Tsipras riesce a raccogliere un voto di opinione – cosa che non era assolutamente riuscita a fare Rivoluzione Civile – consentendoci di superare lo sbarramento.
2) Il superamento della soglia del 4% ha fatto riapparire per la prima volta dal 2008 la presenza di una sinistra non perdente. Si tratta ovviamente di un fatto simbolico e psicologico, ma sarebbe un errore non coglierne l’importanza.
3) La lista raggiunge questo risultato nonostante un oscuramento pressoché totale dei grandi mezzi di comunicazione, potendo contare su scarsissimi mezzi economici e in un contesto di voto utile determinato da una sorta di gara all’ultimo voto, alimentata dai media, tra Pd e M5S. Ciò significa che ne va valutata in prospettiva la possibilità espansiva, sia verso l’elettorato del M5S per le difficoltà di cui prima si parlava, sia verso l’elettorato Pd, qualora le promesse avanzate da Renzi si dovessero dimostrare illusorie.
4) Il risultato è stato ottenuto in assenza di conflitto. L’Italia è l’unico Paese dell’Europa del Sud dove in questi anni di crisi – a parte le lotte promosse dalla FIOM, dalla sinistra sindacale e dai sindacati di base – è mancata la reazione dei sindacati e si è dovuto registrare una sostanziale assenza di conflitto. Tutti i provvedimenti, anche quelli più ferocemente antipopolari come la riforma Fornero, sono passati senza lotte significative. Da questo punto di vista le responsabilità della maggioranza della CGIL sono pesanti. Anche per questo va considerato favorevolmente il processo che si è avviato, subito dopo il congresso, di costituzione di una sinistra sindacale in CGIL.
5) Vanno poi considerati anche i molti limiti della Lista Tsipras. Limiti che vanno individuati, ma con la consapevolezza che l’obiettivo deve essere quello di migliorare le cose, non demolire quanto si è riuscito a fare. Il primo limite lo vediamo nella stessa composizione sociale dell’elettorato della Lista Tsipras. Esso è formato in larga misura da giovani e da un ceto medio acculturato. E’ positivo che ciò sia avvenuto, soprattutto che la lista sia risultata attrattiva per i più giovani, tuttavia va considerato criticamente il fatto che la proposta non sia risultata altrettanto attrattiva per il mondo del lavoro. Da questo punto di vista si può e si deve migliorare. Così come non ha aiutato a conseguire un buon risultato la modalità con cui è stato deciso il simbolo e la scelta non discussa di eliminare da esso un riferimento alla Sinistra. Ancora, l’esclusione dalle liste del Pdci è stata un errore privo di alcuna giustificazione. Infine la scelta di Barbara Spinelli di non mantenere l’impegno assunto in campagna elettorale di dimettersi (una scelta che peraltro era apparsa subito alquanto discutibile) e il modo con cui questa scelta è avvenuta (non discussa in nessun luogo) ha contribuito a rendere il tutto più complicato.

Ma, come dicevo, e su questo mi soffermerò nella parte conclusiva dell’intervento, occorre adesso impegnarsi affinché queste criticità vengano superate, poiché se anche l’esperienza unitaria della lista Tsipras dovesse fallire, sono convinto che tutto diventerebbe più complicato.

La sinistra di alternativa in Europa

Vorrei concludere queste considerazioni sulle elezioni europee con un breve cenno su quanto è avvenuto nel campo della sinistra di alternativa nel resto d’Europa.
Anche qui procedo per punti:
1) si conferma una forte astensione, che denota uno scarso interesse da parte di circa la metà della popolazione europea per questo tipo di consultazione, anche se non vi è un significativo incremento sulla tornata del 2009.
2) Crescono – in alcuni paesi pericolosamente, come in Francia e Inghilterra – forze razziste e xenofobe.
3) I popolari, i socialisti e i liberali diminuiscono i propri consensi, ma non crollano.
4) Va bene la sinistra di alternativa, che passa da 35 a 52 europarlamentari, ma non cresce quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Il disagio provocato dalla crisi e dalle politiche europee viene intercettato in buona parte dall’estrema destra.
5) Più nel dettaglio, per quanto riguarda la sinistra di alternativa: ci sono alcuni paesi con risultati ottimi, come la Grecia e la Spagna, ma abbiamo anche, per esempio, i tre stati principali dell’Europa (Germania, Francia e Italia) in bilico tra un risultato di tenuta (come la Germania), un lieve calo (in Francia dove, tra l’altro, si è accentuato il dibattito non semplice, già apertosi con le amministrative, tra PdG e Pcf) e una condizione di incertezza e precarietà (è il caso dell’Italia). In sintesi, il dato europeo ci conferma che vi è uno spazio a sinistra che può crescere, ma si tratta di una circostanza non ancora né stabile né acquisita. Si può affermare inoltre che nel continente europeo vi è una sinistra di alternativa con un consenso non marginale che sta attraversando un processo di ricostruzione/ridefinizione organizzativa, politica e culturale. Il successo rapidissimo di Podemos in Spagna – si tratterà di vedere se reggerà nel tempo – ci dice del fatto che nuove modalità politiche e organizzative possono rapidamente emergere e che quindi con le loro sollecitazioni bisogna fare i conti.

La situazione nella sinistra di alternativa in Italia

E veniamo ora alla situazione italiana. Del risultato della Lista Tsipras ho già detto. Si tratta adesso di capire se, pur con tutti i suoi limiti, quell’esperienza potrà trasformarsi in qualcosa di più strutturato o se ciascuna delle forze che hanno partecipato alla sua costruzione ripiegherà sul proprio percorso. Da questo punto di vista sarà importante verificare quanto accadrà nella riunione del 19 luglio.
La situazione è molto problematica. Tutti a parole dicono di voler proseguire, ma l’interesse particolare di ciascuno rischia di vincere. Sullo sfondo abbiamo anche la partita delle elezioni regionali (12 regioni nella prossima primavera, la Calabria già in autunno) dove potrebbe riproporsi quanto accaduto in Piemonte e in Abruzzo il 25 maggio: il Prc fuori dalla coalizione e Sel dentro. Se questa situazione dovesse ripetersi in tutte le regioni dove si voterà, anche un bambino capisce che l’esperienza Tsipras si chiuderebbe. Forse sarebbe il caso di ripristinare il metodo che è stato usato da Rifondazione almeno fino al 2006: nelle coalizioni non si sta dentro o fuori a prescindere, si fa piuttosto il confronto programmatico, aperti a qualsiasi esito: se ci sono contenuti condivisi si sta in alleanza, se non ci sono si sta fuori. La scelta viene presa alla fine del confronto, non prima di iniziarlo. Né in un senso, né in un altro. È un tema questo che va discusso rapidamente altrimenti il rischio che quanto avvenuto alle regionali del Piemonte si ripeta in tutta Italia è molto concreto. Dobbiamo lavorare per evitare che ciò accada.
Anche perché a me pare evidente che le forze organizzate a sinistra del Pd (Sel, Prc, Pdci), seppure in forme e con una consistenza diversa e con tempi diversi, abbiano esaurito o stiano esaurendo la loro funzione. Per “funzione” intendo la capacità/credibilità di costruire sulle proprie forze residue un partito politico di una certa consistenza, credibile e in grado di essere punto di riferimento così come lo sono diventate le aggregazioni della sinistra di alternativa in Europa. Per quanto riguarda il Prc la difficoltà persiste ininterrottamente dal 2008, e cioè dalla disfatta prodotta dalla micidiale accoppiata Sinistra Arcobaleno/Congresso di Chianciano. Da allora ad oggi tutti i tentativi messi in campo per ripartire non hanno funzionato: rilancio del Prc, Federazione della Sinistra, Rivoluzione Civile. E tutti gli indicatori sono in costante calo: iscritti, consenso elettorale, presenza territoriale, feste, percezione di esistenza nel popolo della sinistra. Cito tutti questi elementi non a caso poiché, per esempio, potrebbe esserci un calo degli iscritti o del radicamento territoriale (questo è un aspetto che riguarda tutti i partiti) ma, come è avvenuto per Lega e Pd, una ripresa del consenso elettorale. Per noi, purtroppo, non è così: tutti gli indicatori sono in calo costante e continuo da sei anni.
Dobbiamo riconoscere che anche i nostri tentativi come Area, prima in maggioranza, poi all’opposizione all’interno del partito, non sono riusciti a modificare la situazione. Per la verità un allarme lo avevo già lanciato al congresso di Chianciano quando dissi che se Rifondazione si spaccava in due difficilmente sarebbe riuscita a riprendersi: è ciò che, drammaticamente, a distanza di sei anni, è avvenuto. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anche il progetto politico di Sel infatti è fallito. L’obiettivo per cui Sel era nata – e cioè costruire un nuovo partito della sinistra agendo sulle contraddizioni del Pd, spaccandolo anche attraverso le primarie – si è risolto nel suo contrario. È il Pd che è entrato in Sel e l’ha spaccata. La conferma di ciò l’abbiamo dalle vicende di queste ultime settimane, che oltre ad essere la rappresentazione plastica della sconfitta di un progetto politico, stanno indebolendo la forza organizzata e la credibilità residua di Sel.
Ciò che va messo a valore, pur in questo quadro, è la scelta del gruppo dirigente rimasto di sostenere la Lista Tsipras. Vedremo come evolverà la situazione, ciò che è importante è che questa scelta venga confermata e che la annunciata conferenza programmatica del prossimo autunno non sia un ripiegamento, ma una apertura vera a tutte le forze che con questa Sel vogliono avere una interlocuzione.
Infine, anche per il Pdci la situazione appare molto compromessa. Non solo perché dal punto di vista della consistenza i ranghi sono più ridotti rispetto a quelli di Sel e del Prc, ma perché anche quel partito, all’indomani dell’insuccesso di Rivoluzione Civile e delle conseguenti dimissioni di Diliberto, è entrato in un processo ulteriormente disgregativo. Lo confermano la fuoriuscita di un gruppo di compagni di Roma (Nobile) e di Milano (Rizzati) e soprattutto la divaricazione che si è creata nell’ultimo Comitato Centrale tra il neosegretario Procaccini e Diliberto. Al fondo di questa crisi mi pare vi sia – come per Sel e per il Prc – il fallimento della propria ragione originaria. Il Pdci, dopo la scissione del 1998, aveva cercato di ritagliarsi uno spazio, distinguendosi in ciò dal Prc, attraverso il binomio internità al centrosinistra e eredità della tradizione comunista. Come è evidente questo progetto non ha funzionato e i recenti tentativi di ridefinire un nuovo impianto politico non trovano più la massa critica sufficiente per procedere.

Se queste considerazioni hanno un fondamento, sarebbero già esse più che sufficienti per indurci a insistere nel sostegno alla Lista Tsipras, cercando naturalmente di correggerne i limiti. All’interno di quella esperienza le tre forze (Prc, Sel, Pdci) potrebbero mettere a valore le risorse politiche, umane e organizzative che ancora hanno e che sono importanti. Viceversa, in un processo di autonomizzazione di Sel, Prc e Pdci, e con i movimenti, i comitati ed Alba che procedono per conto proprio, il fallimento generale diventerebbe assai probabile. Concretamente, se la Lista Tsipras dovesse naufragare ci troveremmo di fronte ad una situazione come quella che si è determinata in Piemonte alle elezioni regionali che, probabilmente si estenderebbe in tutto il Paese. (…)

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