La sconfitta del pensiero critico e il nuovo socialismo possibile

di GIANDIEGO MARIGO

Non può bastare a definire “pensiero altro” una vocazione agli interessi dei deboli. Ciò può essere facilmente confuso con la compassione, che sarebbe comunque una grandissima conquista in questo mondo votato all’egoismo delle leggi di mercato, ma che non può definire da sola un pensiero alternativo a quello unico e sistemico. Il potere ha ampi spazi, all’interno della cultura dominante, per “accogliere” e “controllare” quello che potrebbe apparire ad un’analisi superficiale come “pensiero altro”. La “parabola di M5S apparente focolaio d’alternativa ed in realtà coacervo di pensiero controllato e valvola di sfogo programmata… sta lì a dimostrarlo, ma non solo (infatti non si può limitare il fenomeno ad un quadrante così piccolo come una sola nazione). Molti “comportamenti conformisti” di quella che si autodefinisce opposizione (a livello globale) sono la cartina di tornasole di questo fenomeno sul quale più di un “complottista” ci ha ampiamente intrattenuti.

Si veda per esempio la difesa di Fassina della lotta contro la maternità surrogata come “spazio di sinistra”, piuttosto che il fenomeno dilagante del catto-comunismo, piuttosto che la dipendenza televisiva e l’adorazione delle icone sistemiche che essa propone di volta in volta. Si veda la pseudo passione sportiva delle tifoserie di vario tipo, che altro non sono se non forme di “educazione al gregge”. Si veda anche il graduale inaridimento delle fonti del pensiero alternativo e “sistemico”, nonché l’isolamento graduale degli intellettuali non sistemici che ne sono portatori… Si veda infine l’imborghesimento delle figure di riferimento, il gusto compulsivo per gli status symbol e la difesa trasversale dei privilegi di casta.

Sinceramente i segnali di “uniformazione e conformismo” sono tali e tanti da essere considerati preoccupanti da chi, come me, ha fatto parte ed ancora crede nei fondamenti filosofici e spirituali del “movimento” e nelle conquiste individuali e di pensiero degli anni settanta e ottanta. Oggi la “disinformazia” sta facendo scempio di questo pensiero originale, individuandolo come il nemico tangibile del sistema. Non a caso gli intellettuali di quegli anni – quelli che non hanno accettato il piatto di lenticchie e l’uniformazione in kit di montaggio della struttura originale delle proprie motivazioni – sono palesemente destinati alla dimenticanza, all’isolamento, all’impoverimento… alla definizione di alienati e folli.

L’operazione di riduzione a prodotto vendibile di un’ondata filosofica è perfettamente riuscita, con la complicità di intellettuali prezzolati e senz’anima, della struttura ecclesiale e dei media mainstream. Noi l’abbiamo permessa, anche se la “splendida minoranza” che eravamo avrebbe potuto poco, diciamolo, contro il peso determinante e schiacciante della “maggioranza silenziosa”.

Così siamo arrivati all’oggi, agli inizi di una nuova era di transizione, incapaci di rappresentare noi stessi e condannati al silenzio, perché il nostro modo di pensare e di essere viene considerato pericoloso, alienato, anormale. Resto convinto che sia a questo livello, anche e soprattutto, che debba agire il nuovo pensiero socialista, recuperando una visione progressista e progressiva; un pensiero che scardini e metta in discussione capisaldi della moralità corrente, creando una proposta altra e diversa di comunità, fondata sulla circolarità, la condivisione, l’assenza di regole restrittive, l’assenza del ruolo paternalista e repressivo. Un nuovo pensiero che prediliga il NOI all’IO, che sappia modulare il senso della libertà sessuale ed affettiva in senso positivo e progressivo. Che superi i ristretti vincoli del conformismo di maniera e d’opportunità.

Essere rivoluzionario per me significa questo e non già e non solo la predisposizione a difendere i propri diritti. E soprattutto non il trasferimento di ruoli competitivi e di potere da un piano all’altro… errore ripetuto ben più di una volta nella storia del “socialismo reale”. Farneticante utopista…. me ne rendo conto: forse molte delle mie argomentazioni possono apparire in questo solco, ma non è così. Solo se riusciremo a superare l’empasse della cultura sistemica imposta e del suo “ricatto” potremo sperare in un mondo altro, diverso, nuovo e possibile.

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