12 motivi per dire NO

di VALENTINA PENNACCHINI

– La Riforma è proposta da un Parlamento eletto grazie al Porcellum, legge elettorale dichiarata incostituzionale.

– E’ illeggibile ed incomprensibile. La legge fondamentale dello Stato deve esser chiara. (L’Art.70 da solo basta e avanza: da 9 parole si passa ad un lunghissimo sproloquio, fatto di rimandi a commi, senza capo né coda).

– Modifica pesantemente il testo vigente: ben 47 articoli (un terzo della Costituzione). Non è necessario modificare la prima parte della Costituzione per snaturarla e stravolgere l’idea di Stato che l’ha ispirata. Le modifiche attuano un deciso rafforzamento dell’esecutivo a scapito della rappresentatività.

– Nessun superamento del bicameralismo paritario: a parte la fiducia, la legge di bilancio e poco altro le Camere dovranno continuare a far le stesse cose ma in modo confuso. Se in materia di disposizioni comunitarie è prevista l’attività delle due Camere, è chiaro che il bicameralismo sopravvive complicandosi, perché è molto difficile che vi sia una materia regolata dalla legge nazionale che non sia toccata da una direttiva comunitaria.

– Nessuna semplificazione: il procedimento legislativo si complica moltiplicandosi in un imprecisato numero di iter legislativi – c’è chi dice 13, chi 9, chi 7… il governo parla di 4 (???) – dai confini poco chiari e destinati a generare conflitti di competenza tra le Camere, e tra Stato e Regioni: il trionfo delle controversie procedurali darà lavoro a non finire alla Corte Costituzionale.

– Non c’è alcuna esigenza di velocizzare l’iter legislativo: dati alla mano in Italia si fanno troppe leggi, purtroppo fatte male. Sarebbe auspicabile legiferare meno ma in modo più efficace. Se alcune leggi non vengono approvate in tempi rapidi (sempre che sia un bene) non dipende dal famigerato ping-pong tra le Camere ma dalla mancanza di accordo politico.

– Tagli dei costi della politica irrisori: la riduzione del numero dei Senatori produce un risparmio di 50 milioni di euro secondo la Corte dei Conti (appena lo 0,001% della spesa corrente). Si poteva far meglio con il dimezzamento del numero dei parlamentari delle due Camere o con il passaggio al monocameralismo e con il dimezzamento delle indennità e i tagli agli stipendi e pensioni d’oro dei parlamentari, ma soprattutto con l’abolizione delle Regioni a statuto speciale che, allo stato attuale, non hanno più ragione di essere.

– Mortificazione della volontà popolare: l’elezione dei senatori compete alle Regioni che dovranno nominare, con meccanismi e criteri tutt’altro che chiari, consiglieri regionali e sindaci che si vedranno regalare l’immunità per una sorta di dopolavoro mensile. Un Senato di nominati dalle segreterie di partito e, per di più, dalla composizione in divenire visto che il mandato dei senatori deve coincidere con quello dei consigli regionali dai quali son eletti (politiche ed amministrative non coincidono).

– Per proporre un referendum serviranno 800mila firme, contro le 500mila attuali, mentre per la presentazione di progetti di legge di iniziativa popolare il numero di firme necessarie è triplicato da 50mila a 150mila: più che favorire la partecipazione dei cittadini l’intento è quello di scoraggiarla. I referendum propositivi e di indirizzo sono solo promessi e rimandati a successiva legge costituzionale (non ordinaria) per cui sono destinati a restar sulla carta.

– Si passa al Senato “delle Regioni” ma le materie nell’ambito della legislazione concorrente tornano di competenza statale e si introduce la “clausola di supremazia” che prevede che lo Stato possa legiferare su materie di competenza regionale quando «lo richieda la tutela dell’interesse nazionale». Detto in altri termini: ogni volta il Governo lo riterrà opportuno (salvo prevedibili ricorsi alla Corte Costituzionale).

– L’elezione del Presidente della Repubblica diventa questione di Governo: dal settimo scrutinio si potrà eleggere il Presidente con i 3/5 dei votanti (una maggioranza più ristretta di quella necessaria per la fiducia al Governo). Dal settimo scrutinio (raramente non ci si arriva) il Presidente sarà in parole povere nominato dal Governo.

– Assicura stabilità di governo: forse sì, ma di quale governo? Un governo scarsamente rappresentativo soprattutto se la riforma sarà abbinata all’Italicum, legge elettorale che consente ad una minoranza (o maggioranza molto relativa visto l’astensionismo dilagante), di poter contare su una solida maggioranza parlamentare. Sempre che la stabilità sia un valore aggiunto; e a guardare i recenti dati sulla crescita del PIL nella zona euro qualche perplessità sorge spontanea (vedi Spagna).

Valentina Pennacchini (MRS)

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