Il vergognoso Poletti e la vergogna del lavoro che non c’è

di DOMENICO DE MASI

«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché certamente questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi». Con queste parole il Ministro del Lavoro Poletti ha commentato la fuga dei giovani che egli stesso ha costretto a espatriare con la sua scellerata politica del lavoro. Dopo averli ingannati, ora li offende.

Venti anni fa la scrittrice francese Viviane Forrester pubblicò L’horreur économique, un libro sul declino del lavoro che destò una forte impressione e provocò una discussione accanita in tutta Europa. Poi, come il libro stesso aveva previsto, le sue accuse caddero nel dimenticatoio e si tornò a parlare di lavoro con le menzogne di sempre.

In cosa consiste questo orrore? Consiste nel fatto che tutta la nostra ricchezza, il nostro prestigio, la nostra rispettabilità, le nostre opportunità, le nostre tutele, qualsiasi forma di sopravvivenza, derivano dal nostro lavoro. Ma il lavoro viene negato a un numero crescente di persone che, per questa deprivazione, sono gettati nella disperazione. La mancanza di lavoro non dipende da chi non ce l’ha, e tuttavia gli viene imputata come se fosse colpa sua. Una colpa di cui vergognarsi.

Ogni giorno ci viene raccontato che la disoccupazione è effetto di una crisi passeggera ma, nei fatti, la crisi non passa e, anche se passasse, nessuno ci assicura che, con essa, cesserebbe anche la disoccupazione. E mentre vengono contrabbandati come rimedi i più astrusi sotterfugi (come il Jobs Act o i vaucher) di cui conosciamo in anticipo l’inefficacia, mentre vengono esibite statistiche ridicole (come un incremento dello 0,2%) di cui è lampante la futilità, milioni di persone si macerano in una sofferenza sorda, acuita dalla vergogna per il fallimento, benché incolpevole. Una vergogna che coinvolge, insieme al disoccupato, anche i suoi familiari: la madre che si umilia ad implorare un lavoro purchessia per la propria figlia; il padre che inventa scuse penose per nascondere a se stesso e agli altri la disoccupazione del figlio.

La verità è che siamo in presenza di una mutazione epocale per cui riusciamo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano, eppure imputiamo ai disoccupati il peccato della loro disoccupazione quasi che, se avessero voglia di lavorare, tenessero a portata di mano un ottimo posto di lavoro che si ostinano colpevolmente a rifiutare. E, a furia di essere considerati colpevoli, finiscono per sentirsi colpevoli anch’essi, succubi di un’alienazione che inclina alla depressione.

Indurre alla vergogna i disoccupati e in suoi familiari è un capolavoro del capitalismo perché tramuta la rabbia in rassegnazione e garantisce pace al sistema. E’ dunque un elemento così imprescindibile del profitto, che meriterebbe di essere quotato in borsa.

Nessuno ha deciso la propria nascita e tuttavia, secondo questo sistema implacabile, dopo essere nato, ognuno deve dimostrare di meritare la vita. Non “ognuno”, a dire il vero. Perché vi è una stretta e privilegiata minoranza che detiene ricchezza, potere e sapere mentre la quasi totalità è tenuta a dimostrare giorno per giorno, attraverso il lavoro, la propria utilità al sistema, cioè al profitto. E se il sistema del profitto gli toglie il lavoro, cioè l’unica condizione necessaria alla sopravvivenza, impedendogli così di dimostrare la propria utilità, non è il colpevole sistema che deve vergognarsi ma il disoccupato incolpevole!

Domenico De Masi

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