Il cubo di Rubik della politica italiana

di GIANCARLO IACCHINI

La politica italiana si è completamente incartata. E’ un cubo di Rubik, un’equazione al momento irrisolvibile. Tutti i soggetti in campo sono su un binario morto o, se preferite, in un vicolo cieco, alla vigilia di elezioni tanto agognate quanto presumibilmente inutili.

Il PD è ostaggio di Renzi e delle sue contraddizioni. Il bullo di Firenze finora ha fatto tutto da solo, portando con sé al potere un gruppo di inconsistenti yes-men (e yes-women) il cui unico compito è quello di non fargli ombra e di suffragare la strombazzata teoria dell’«uomo nuovo» al comando che «rottama» la vecchia classe politica. La prima volta gli è andata bene, ma dopo 4 anni di governo fallimentare c’è un buon 60% di elettorato che sopporta sempre meno la sua arroganza ed un altro 20% (metà di quelli che inizialmente avevano creduto in lui) che gli ha voltato le spalle. Il clamoroso autogol del referendum è stata la sua pietra tombale, ma lui come uno zombie redivivo si è rialzato e vorrebbe riprendere a camminare come niente fosse. Solo che si trova di fronte a un bivio paralizzante: o continua a fare il “pierino” contro tutto e contro tutti, ancora più spavaldo e vendicativo, e allora va a schiantarsi un’altra volta; oppure prova a cambiare stile (ammesso e non concesso che sia capace di passare da quell’infantile egocentrismo a virtù squisitamente politiche come l’ascolto, la condivisione e la mediazione) e perde anche i voti dei superficiali “rottamatori” che lo credono ancora il salvatore della patria. Pertanto nella prossima campagna elettorale la sua forza persuasiva sarà pari a quella di un piazzista di pentole al mercato rionale; e alle elezioni rischia di arrivare terzo dietro i 5Stelle e la destra (se si unisce).

A sinistra, i fuoriusciti dal PD conservano di quel partito tanto la paralizzante “moderazione” quanto la totale mancanza di idee. L’unica (presunta) alternativa a Renzi è la nostalgia per quel centrosinistra il cui misero fallimento è proprio la principale causa del renzismo. Il bonaccione delle finte liberalizzazioni (Bersani) e il cattivone dell’ultima guerra balcanica (D’Alema) non possono rappresentare nessuna alternativa a Renzi, e di certo nessuna “sinistra”. Tra l’altro la loro inconsistenza politica si è subito palesata nell’affidare la guida del “progetto” al vanesio Pisapia, uomo del sì al referendum (sic) che alla festa del PD renziano, abbracciato alla Boschi, ha detto di sentirsi proprio “a casa sua” (sic), talmente incauto da bruciarsi politicamente nel giro di poche settimane e il cui sbandierato “campo progressista” esiste solo nella fantasia sua, di Gad Lerner e della stampa compiacente. Ma anche nell’improbabile ipotesi che una prospettiva “ulivista” attragga ancora qualcuno, il problema di “Articolo 1” è sempre Renzi: infatti senza il PD renziano il “centrosinistra” non ci sarebbe, ma insieme all’erede politico di Berlusconi non avrebbe alcun senso. Insomma, la nuova aggregazione della “sinistra governista” è sbagliata in partenza (“lasciate ogni…Speranza o voi ch’entrate!”), almeno finché alla guida del PD rimane Renzi. Il che vale di riflesso anche per quest’ultimo: mettersi con Bersani e D’Alema dopo averli rottamati gli farebbe perdere i voti “nuovi” senza fargli recuperare quelli “vecchi”.

L’unico progetto che avrebbe senso è una rifondazione civica e movimentista imperniata sui valori socialisti e libertari: “libertà eguale”, diritti civili e sociali, ecologia, democrazia dal basso, lotta ai privilegi della casta politica e della cricca economica che tiene in pugno il Paese, denuncia dei trattati-capestro con la UE (vedi l’assurdo “pareggio di bilancio”) e riconquista della sovranità economica e monetaria: una sorta di nuovo comitato di liberazione nazionale! Ciò implica una lotta decisa contro il PD e l’idea stessa del “centrosinistra”. Il movimento del Brancaccio, ispirato dalle facce pulite e credibili di Anna Falcone e Tomaso Montanari, si muove in quella direzione, sia pure con qualche incertezza ed esitazione (e nel totale silenzio dei media ufficiali), ma è forte e fondato il timore che sia troppo tardi, almeno per questo giro elettorale.

Il centrodestra è in risalita nei sondaggi ma condivide la stessa impasse: Lega e Forza Italia hanno progetti diversissimi (ad esempio sull’Europa) che forse nemmeno l’eterno Berlusconi (che a differenza di Renzi è un maestro nell’arte di mediare e di unire l’inconciliabile, vedi ai tempi la Lega secessionista di Bossi e il partito fascionazionalista di Fini) potrà riuscire a far incastrare. Se poi ci riuscisse, non è detto che la “lista unica” faccia il pieno dei voti, rischiando di perdere sia metà dei “moderati europeisti” che metà dei “sovranisti” alla Salvini e Meloni. E andando divisi, gli spezzoni destrorsi finirebbero dietro 5Stelle e PD, e magari con la Lega avanti su Forza Italia; al che allo scafato Berlusca non resterebbe che virare su Renzi per quell’inciucio centrista che la legge elettorale proporzionale da sempre favorisce.

Infine il Movimento 5 Stelle, che nonostante le sue ben note contraddizioni ha condotto in questi anni con grande decisione la lotta ai privilegi della “casta” politica e dei potentati economici, e che mette sul tavolo la riforma più radicale degli ultimi decenni: quel “reddito di cittadinanza” (in realtà un reddito minimo o “di base”) che porterebbe tutti gli italiani oltre la soglia di povertà, secondo l’antica proposta di Ernesto Rossi di «abolire la miseria e non la ricchezza». Ma al di là delle prove di governo più o meno valide fornite dai suoi sindaci (circostanza che vale ovviamente per ogni forza politica, con buona pace della maniacale attenzione mediatica – ormai grottesca nella sua palese strumentalità – alle vicende della giunta capitolina) quel che blocca le chances di governo del M5S è ovviamente la sua politica isolazionista, almeno con questa legge elettorale proporzionale. I “grillini” obietteranno (non a torto) che non esistono in parlamento forze politiche con cui allearsi, ma l’errore fondamentale (e… fondamentalista) è il sentirsi gli unici depositari di quei valori di onestà, giustizia, ambientalismo e democrazia diretta che da sempre sono stati portati avanti con impegno e sacrificio da comitati, associazioni e movimenti politici, anche ai tempi in cui Grillo faceva ancora la pubblicità dello yogurt in tv. Poi, bisogna dargliene atto, è stato lui a inaugurare le campagne contro i monopoli economici e finanziari (Fiat e Telecom, Cirio e Parmalat, banche e assicurazioni) mentre la sinistra aveva il Cavaliere come unico (e comodo) spauracchio, ma evidentemente l’opposizione sociale in Italia non è cominciata col Vaffa-day, quindi una salutare apertura verso il buono che c’è altrove sarebbe giusta ed anche utile.

Per finire, quel patetico imbroglio che è la legge elettorale. L’Italia è uno dei pochi paesi democratici (?) in cui si alternano allucinanti sistemi di voto che non permettono ai cittadini di scegliere niente e nessuno: né il capo dello Stato, né il presidente del Consiglio, né il partito o la coalizione che deve governare e nemmeno il proprio deputato in Parlamento! Una vergogna senza pari, di cui sono corresponsabili sia i fautori del “maggioritario” che le anime belle del “proporzionale”, le quali riducono le elezioni ad un “democraticissimo” sondaggio, senza porsi il problema basilare della democrazia, ossia la scelta dei governanti da parte del popolo “sovrano”. Una inutile hit parade politica ogni 5 anni, e poi lasciamo fare ai partiti (maggioranza, governo, premier, presidente della Repubblica e tutto il resto)! Il secondo turno, che poteva far quadrare il cerchio, è stato bocciato dalla Corte Costituzionale, che dell’Italicum ha incredibilmente eliminato l’unico lato positivo; e sistemi di “preferential vote” come quello australiano, indiano o londinese – che permetterebbero di fare l’eventuale ballottaggio già nel primo turno, assegnando all’elettore l’ulteriore diritto di indicare una seconda scelta – sono sconosciuti o troppo astrusi per la nostra classe politica. Per cui le prossime elezioni, se le cose restano così, produrranno solo caos e ingovernabilità, e l’ennesimo “inevitabile” pateracchio centrista senza carne né pesce, fino ad ulteriori nuove elezioni (ovviamente con una “nuova legge elettorale”) in un avvitamento verso il basso che sarebbe deleterio. Insomma un rebus di cui non si verrà a capo facilmente, visto che le attuali forze politiche, così deboli in fatto di idee da legittimarsi reciprocamente solo nella polemica spicciola quotidiana, hanno paura perfino di accordarsi sulle regole del gioco: che sarebbe adesso, a fine legislatura, l’unica cosa da fare.

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