Il nostro “che fare” dopo il fallimento del Brancaccio

Il nostro Movimento è nato 11 anni fa per contribuire a “unire e rifondare” la sinistra italiana intorno alle idee libertarie – radicali e socialiste – della tradizione storico-politica del marxismo libertario, del liberalsocialismo di Gobetti e Rosselli, di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione, in una sintesi che unisse civismo e sinistra politica, diritti sociali e diritti civili, in alternativa alle politiche neoliberiste avviate dal centrosinistra dei vari Prodi, Bersani, D’Alema e Veltroni, sfociate poi nel volgare e ridicolo “bullismo” renziano.

Abbiamo perciò salutato con interesse e speranza il tentativo del Brancaccio, guidato da due validi esponenti della società civile (Anna Falcone e Tomaso Montanari) ma aperto al contributo delle residue forze politiche della sinistra (SI, Possibile, Rifondazione). L’irruzione in questo scenario dei fuoriusciti del Pd, organizzati in un partito – Mdp – interessato soprattutto a vendicare la rottamazione renziana e a riprendersi la “ditta”, ha rappresentato il primo sbandamento del progetto di rinascita a sinistra, così come l’improbabile scelta di un amico del Pd come Pisapia quale autoproclamato leader della cosiddetta sinistra alternativa. La seconda e decisiva forzatura è stato il repentino convergere di Civati (unico esponente del suo partito monopersonale) e dei vertici di Sinistra Italiana (nella cui base c’è invece un ricco e significativo dibattito) sul terreno di un Mdp che non perdeva occasione di rilanciare ogni giorno “il centrosinistra” e “l’Ulivo”, contro Renzi ma se fosse possibile anche con lui (il famoso “perbacco!” esclamato da Bersani alla domanda se anche il segretario del Pd fosse un suo interlocutore): la scelta di Pietro Grasso come possibile leader è stato il miglior collante per un’operazione di vertice che ha lasciato interdetta buona parte della base di SI, come dimostra la discussione in corso, 24 ore su 24, nel gruppo facebook “Sinistra Italiana – L’Alternativa”, creato da combattive compagne, “pasionarie” di una sinistra radicale che sembra sempre una irraggiungibile chimera.

Il resto è cronaca degli ultimi giorni: l’accelerazione del trio partitico che arriva a convocare assemblee bypassando il Brancaccio, documenti preconfezionati non si sa bene da chi, insomma il completo aggiramento e svuotamento di quell’assemblea del 18 che avrebbe dovuto decidere TUTTO sul percorso unitario. Di qui la decisione a sorpresa (ma non più di tanto), da parte di Montanari e Falcone, di annullare l’appuntamento, anche per il timore di identificare il progetto “civico e di sinistra” con il solo partito di sinistra che vi aveva partecipato con piena convinzione: Rifondazione Comunista, guidata ora dal socialista libertario Maurizio Acerbo.

Districarsi nel fiume di polemiche che ne sono seguite – fra il trio Mdp-SI-Possibile e Rifondazione – e che hanno coinvolto i due stessi promotori “civici”, forse non più in sintonia nemmeno fra loro (Montanari ha diretto i suoi strali verso il trio, mentre la Falcone si è accanita piuttosto impietosamente su Rifondazione, che invero col suo uno per cento era l’unica a non potersi permettere diktat o veti), non sembra però così difficile: basterebbe chiedersi per quale motivo Mdp e soci, sempre alla spasmodica ricerca di un leader, non si siano rivolti proprio a Montanari e Falcone anziché al più recente fuoriuscito dal Pd, il presidente del Senato Pietro Grasso. In certi ambienti moderati e partitici, il ruolo dei due esponenti civici (già protagonisti televisivi della battaglia referendaria del 4 dicembre) è stato sempre palesemente snobbato oppure mai riconosciuto fino in fondo, mentre a un certo punto (volenti o nolenti) rappresentava di fatto l’unico possibile percorso unitario. Questo a prescindere dalle legittime posizioni di chi (noi compresi) non vedeva certo di buon occhio la presenza, in una lista antiliberista, di quei dirigenti ex Pd che hanno votato tutte le perle del renzismo dopo aver avviato in prima persona le politiche neoliberiste di assalto allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Ma ripetiamo: sarebbe bastato riconoscersi tutti – chi ci voleva stare – nella leadership “morale” dei due portavoce per disinnescare ogni possibile veto. Ed invece è risultata fin troppo chiara la volontà, da parte degli esponenti della “sinistra di governo”, di blindare privilegi e candidature per confermare nelle istituzioni un personale politico che andrebbe al contrario rinnovato da cima a fondo.

Adesso che fare? “Confluire tutti in Rifondazione”, come suggerisce tout-court qualche compagno, col risultato di determinare le comprensibili resistenze psicologiche di chi aveva scelto altre militanze e non ha ancora perso la legittima speranza di poter contare qualcosa e farsi sentire nel proprio partito? La soluzione dovrebbe essere molto più ampia e coraggiosa: proseguire – nelle forme e nei modi opportuni ed assolutamente democratici e partecipati – l’esperienza e lo spirito del Brancaccio; provare a creare una forza, un movimento dal basso ed eventualmente una lista radicalmente nuova e alternativa, anticapitalista nella misura in cui ha un senso oggi, e cioè socialista, keynesiana, antiliberista (questo anche in risposta alla surreale intransigenza di compagni pur esperti e intelligenti, come il leader del Pcl Marco Ferrando); una lista che unisca il civismo di comitati e associazioni con quegli ideali forti – socialisti e comunisti appunto – che può apportare al progetto un partito comunista libertario, marxista ma aperto ad altre influenze culturali (nonostante tutti i limiti che hanno portato il Prc in questi anni, e non solo per sua colpa, ad un così drastico calo di consensi).

Ma più dei voti (e per conquistarli, i voti) conta la coerenza dell’impegno: c’è forse ancora l’occasione – e non sarebbe affatto un ripiego – di coagulare un’area alternativa, grande o piccola che sia, che dichiari fin da subito la sua totale indisponibilità a collaborare con il Pd (anche “derenzizzato”) sia sul piano nazionale che a livello locale, che non abbia paura a confrontarsi con il M5S su temi di sinistra come il reddito “di cittadinanza” (o per meglio dire “minimo garantito”), la difesa dei beni comuni, la ricostruzione dello Welfare, un piano di investimenti pubblici e di lavoro sociale, la ristrutturazione ecologica del territorio, le possibili forme di democrazia diretta o la fine dei privilegi delle “caste”: tutte, non solo quella politica. Questo è il vero modo per “battere la destra”: affrontare e risolvere da sinistra quei problemi concreti, materiali che rappresentano il brodo di coltura del neofascismo e del razzismo. Portare in Parlamento un gruppo anche piccolo di deputati e senatori di questa sinistra sociale alternativa costituirebbe, nel farsesco scenario configurato dall’ignobile Rosatellum (che toglie agli elettori il principio democratico fondamentale, quello di scegliere i propri rappresentanti e governanti) l’unico vero, autentico voto utile.

Movimento RadicalSocialista

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