“Potere al Popolo” (parte terza) – La nostra rivoluzione

di Geraldina Colotti –

Voi dite che Potere al popolo è l’inizio di un percorso che non si farà demotivare da una eventuale mancanza di voti sufficienti ad entrare in parlamento. Questo delinea un orizzonte e una attitudine “confederativi” che, nella sinistra anticapitalistica italiana, non ha mai riscosso particolare fortuna pratica. Perché la sinistra italiana (quella vera) è così incapace di unire le proprie forze? C’è bisogno di una rottura generazionale? C’è bisogno di una rottura linguistica? Perché tutte le soggettività che, in anni precedenti, hanno cavalcato la tigre della discontinuità sono finite nell’insignificanza politica?

Le cause di un’incapacità della sinistra ad unirsi sono molteplici e meriterebbero ben altro spazio. Certamente, l’assenza di ampie mobilitazioni politiche e sociali produce mostri anche da questo punto di vista, dando spazio ad una litigiosità di gruppi sempre più piccoli e sempre meno legati a quei soggetti che pure – a parole – tutti dicono di voler rappresentare. I progetti che la sinistra ha messo in campo negli ultimi anni sono stati sempre percepiti come progetti elettorali e basta. Non il tentativo di costruzione di un nuovo progetto, ma la sommatoria di organizzazioni preesistenti che avevano come obiettivo arrivare in parlamento. In questo è ovvio che c’è responsabilità anche da parte di chi queste “confederazioni” le ha promosse. Noi abbiamo provato a ripartire da cose banali, ma paradossalmente scomparse dall’orizzonte di una certa sinistra. Siamo tornati alle masse, per ricostruire quella connessione sentimentale che si era rotta ormai da un bel po’. Proviamo giorno per giorno a metterci in ascolto. A capire. Non siamo testimoni di Geova con un verbo da portare a masse di infedeli. “Camminare domandando”, come dicono gli zapatisti. E così facendo abbiamo imparato tantissimo; abbiamo fatto autocritica e provato a mettere quello che ci sembrava di aver imparato dalle masse a disposizione di tutti. Lo facciamo mettendo di lato la nostra identità, che non serviva a nulla se non a rassicurare noi stessi. Non la dimentichiamo, né tanto meno la rinneghiamo. Ma non la agitiamo come un’arma capace di convincere per il solo suono di parole evocative (tra l’altro sempre meno, soprattutto tra le giovani generazioni). Al disoccupato, allo studente che non ha una minima prospettiva di futuro, alla lavoratrice che è appena stata licenziata, all’abitante del quartiere che lotta contro la devastazione ambientale, non interessa che ci si proclami di “sinistra”. Anche perché è viva nella memoria di tutti ciò che coloro che si proclamavano di sinistra hanno prodotto nel paese: impoverimento, precarizzazione, emigrazione. A noi che siamo in difficoltà importa poter trovare delle soluzioni ai problemi impellenti. Interessa migliorare le condizioni materiali di esistenza, ritrovare una speranza e un orizzonte futuro. Se oggi ci limitassimo a riunire quelli che si riconoscono in una certa tradizione e che si riconoscono in una determinata etichetta, ci limiteremmo a costruire uno spazio assolutamente residuale, marginale e destinato alla scomparsa, più o meno rapida. Invece stiamo provando a costruire un progetto nuovo, fondato sulla condivisione di un orizzonte e delle pratiche più che dei simboli. Il che comporta una serie di rotture rispetto al nostro stesso passato. Se infatti vogliamo ricostruire una connessione sentimentale con le masse popolari, bisogna allora essere capaci di parlare una lingua che sia comprensibile. Che ci piaccia o meno i linguaggi cambiano, gli strumenti altrettanto e se vogliamo incidere nella realtà e non limitarci ad essere testimoniali non possiamo non prenderne atto. “Non siamo nati per resistere; siamo nati per vincere”, ripetiamo insieme ai compagni baschi.

In una delle vostre ultime assemblee è stato ascoltato e applaudito con particolare entusiasmo e rispetto il discorso di un militante palestinese. Nel vostro programma si parla di pace e disarmo e si esige la rottura dei vincoli di subalternità alla NATO. Sappiamo che pacifismo significa tante cose, e sappiamo anche che, proprio in nome di un certo pacifismo occidentale da salotto, la lotta del popolo palestinese è stata lasciata sempre più sola. Vi chiedo: che cos’è per voi l’internazionalismo? E, pensando alla Palestina, ma anche al Venezuela o alla Catalogna, vi domando: come si fa a scrollarsi di dosso un approccio al mondo contemporaneo che vede spesso i militanti europei diffidare della lotta di classe reale e dei punti di contraddizione effettiva in cui si scarica lo scontro con l’imperialismo?

Per noi un movimento popolare che voglia trasformare l’esistente e che stiamo provando a costruire con “Potere al Popolo” o è internazionalista o non è. Chi pensa che possiamo risolvere i nostri problemi stando attenti solo a ciò che si muove intorno a noi, non comprende come ciò che si muove a migliaia di km di distanza possa incidere sulla vita materiale di milioni di persone qui da noi. Non è un fatto ideologico. Quando qui volevano chiudere due fabbriche della multinazionale Indesit per delocalizzare in Turchia, si sono fermati solo davanti alle lotte in Turchia all’epoca del Gezi Park (che erano anche lotte per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e non la mera difesa di un alberello, come qualcuno l’ha voluta dipingere). E così la tutela del posto di lavoro degli operai in Italia è dipesa direttamente dal livello dello scontro che sono riusciti a mettere in campo gli operai in Turchia. Quando arrivano investitori giapponesi in Repubblica Ceca vogliono sapere dai funzionari governativi non tanto gli indici salariali – quelli li trovano senza problemi senza dover fare migliaia di km per arrivare a Praga – ma il livello di conflittualità, i mezzi di lotta implementati dai sindacati locali, il livello di “decomposizione” delle solidarietà tra lavoratori. Proviamo a capire e imparare dai processi in corso in giro per il mondo. Esperienze geografiche vicine e lontane, senza avere l’attitudine del giudice che deve decidere se dare o meno il pollice verso. E senza la ricerca spasmodica di qualche modello da poter traslare direttamente qui. Crediamo con Mariàtegui che la nostra strada non sarà “ni calco ni copia”, ma “creaciòn heroica”. Dovremmo riuscire a scrollarci di dosso una doppia attitudine. Da una parte, infatti, abbiamo chi si esalta non appena sembra che in qualche luogo del pianeta si presenti un’alternativa all’ordine esistente, tranne poi rimanere profondamente deluso, preda della più pesante depressione, non appena ci sono dei rallentamenti o, peggio, dei passi indietro; dall’altra chi guarda a ciò che accade nel mondo sempre con un’aura di superiorità: i processi in corso non sono mai sufficienti, non sono mai abbastanza “comunisti”. È con questa duplice attitudine da tifosi che dobbiamo farla finita. Nel nostro piccolo proviamo a farlo cercando di studiare, capire, sperimentare ciò che vediamo all’opera altrove. Costruendo la nostra prospettiva dalla nostra stessa storia e dalla storia dei movimenti di emancipazione in tutto il mondo. Nessuno ha cambiato il corso della storia ricalcando quello che trovava nei testi sacri. I bolscevichi, a detta di Gramsci, hanno fatto una “rivoluzione contro il Capitale” di Marx; Fidel ha messo fine alla dittatura di Batista, battendo sentieri diversi da quello leninista; Unidad Popular ha provato a costruire il socialismo in Cile su basi ben diverse rispetto a quelle del “fuochismo” guevarista; la resistenza palestinese, malgrado il “de profundis” di tanti esperti nostrani, dimostra ogni volta di poter risorgere dalla proprie ceneri; infine, il socialismo bolivariano in Venezuela non collima per nulla con una serie di “precetti” che certa sinistra veniva declamando. Se riusciamo a far comprendere la ricaduta materiale e concreta di quanto accade in un “altrove” più o meno lontano, allora forse non ci sentiremo più dire che “abbiamo così tanti problemi qui, che non abbiamo tempo e testa per pensare a quelli che assillano gli altri popoli del mondo”. Noi pensiamo ad un internazionalismo che non sia il solo gridare slogan, ma un lavoro quotidiano e certosino di costruzione di legami, di mutuo apprendimento. Senza dimenticare la lezione guevariana: riuscire a sentire sulla propria pelle la sofferenza di qualsiasi essere umano in qualsiasi parte del mondo per noi rimane la qualità più bella di un rivoluzionario.

In Italia e in Europa il capitalismo si ristruttura (come sempre) nella crisi. Ma la crisi esplosa nel 2008 ha impoverito larghissimi strati popolari. Sono venuti meno gli aspetti di supplenza sociale assunti dallo stato borghese europeo nel secondo dopoguerra. Il capitalismo abbandona le masse al destino dei mercati, amplificando la pressione oligarchica delle istituzioni sovra-nazionali, e ricattando i popoli con lo spettro del crollo della vita civile. Ecco il punto. Cosa vuol dire oggi avere un’altra idea dello sviluppo civile? Potere al popolo significa questo? E, se significa questo, come è possibile riavvalorare la dimensione della rottura in un contesto in cui gli elementi materiali dell’esistenza associata vengono presentati, e appaiono effettivamente, come indissolubilmente legati al funzionamento dell’economia basata sulla proprietà privata?

Non c’è dubbio che le condizioni materiali di esistenza siano decisamente peggiorate. In Italia, il paese con la più grande riserva di risparmio privato, forse si è manifestata inizialmente con meno irruenza, considerato che per alcuni strati della popolazione c’erano dei piccoli salvadanai cui attingere. Ma poi, mese dopo mese, chiude l’ospedale, la scuola funziona sempre peggio, il bus che ti portava a lavoro viene cancellato, le tariffe di acqua luce e gas aumentano… Insomma, i morsi della crisi si fanno sentire. E non c’è più il welfare state di prima: la rete statale è stata pian piano smantellata, pur resistendo grazie alla determinazione di lavoratori e utenti. Avanza il mercato, il privato prende spazio e guadagna lauti profitti. L’abisso viene presentato come prospettiva probabile se non si seguono i dettami delle istituzioni sovra-nazionali e dei governi. La Grecia, il paese messo peggio in Europa, viene continuamente additato come il nostro futuro se non si procederà al taglio del debito – che significa taglio di servizi, salari e pensioni – all’adozione di regole finanziarie rigide, a privatizzazioni e a un “ammodernamento” del mercato del lavoro e del mondo dell’istruzione. Per sfuggire al baratro molti accettano, si fidano. Elettoralmente si tenta la fortuna con le ultime formazioni partitiche, ma presto o tardi si capisce che non costituiscono parte della soluzione, bensì del problema. Noi crediamo che anche in Italia potremmo assistere ad una rottura, ad una “liquefazione delle tolleranze morali verso i governanti”. Un momento che in altri paesi ha avuto luogo a partire dalla propria stessa difficoltà; è stato allora che la gente ha cominciato a preoccuparsi del resto e degli altri. E, in piccolo, col lavoro mutualistico che portiamo avanti quotidianamente osserviamo questo fenomeno. La sfida è portarlo ad un livello di massa, organizzarlo, dargli una direzione e dei metodi di lotta. Non possiamo prevedere il momento della “rottura” di queste tolleranze, ma possiamo lavorare per non farci trovare impreparati. In questi sommovimenti cambia il “senso comune” delle persone. Ciò che prima era considerato come la normalità non viene più accettato. Ciò che prima nemmeno si presentava alla mente, diviene realtà. Quelli che sono pilastri delle vecchie società crollano. La proprietà privata, in quanto prodotto della storia, a meno di ritenerla un prodotto naturale, non fa eccezione. Però, ammesso che ci sia una chiave di volta, ancora non l’abbiamo. Dobbiamo – come diceva Meszaros – cercare pazientemente delle alternative, costruirle e rinforzarle. Esistono già oggi delle sperimentazioni, delle direzioni di lavoro. Lo Stato comunale di cui parla Chàvez è una di queste. Tra attacchi e difficoltà interne in Venezuela si prosegue nella sua costruzione. Vincerà nel momento in cui riuscirà a dimostrare che la logica socialista di funzionamento della società nel suo complesso, una nuova dialettica tra produzione e consumo, tra pianificazione e spontaneità, è superiore alla logica del capitale, di per sé distruttiva del genere umano. E sempre al Venezuela guardiamo – anche se di esempi altri non mancherebbero – per smentire qualsiasi visione “determinista” della storia e del nostro futuro. A Caracas la “fine della storia”, proclamata da più parti, ha in realtà significato l’inizio di un’ondata rivoluzionaria che per fortuna ancora non si arresta. C’era stata una ribellione popolare schiacciata nel sangue – “el Caracazo”, un tentativo di colpo di stato sventato, avanzavano privatizzazioni ed immiserimento. Lo stesso schema di dominazione e spartizione del potere andava avanti da decenni. Nessuno pronosticava una “rottura” rivoluzionaria. Come non era in grado di pronosticarla Lenin a pochi mesi dalla rivoluzione di febbraio e come nessuno la pronosticherebbe oggi in Italia. Nessun osservatore è stato infatti in grado di prevedere l’irruzione sulla scena di una logica diversa, quella promossa dal Comandante Chàvez e portata avanti da masse di diseredati e “invisibili”, che hanno conquistato un posto da protagonisti in quella storia da cui erano stati fino ad allora esclusi, di cui erano stati al massimo oggetto. In che modo quell’esperienza ci parla di una “rottura”? Crediamo che, così come sostiene anche Alvaro Garcìa Linera, dobbiamo innanzitutto imparare a pensare alla rivoluzione come ad un processo e non un atto. Non esiste il giorno della resa dei conti, ma costruzione di egemonia, che non è solo pratica discorsiva, come pretenderebbe qualcuno, ma capacità di costruire le proprie forze, certi che il nemico non starà a guardare e che, a seconda del contesto in cui si muove, porterà l’attacco, senza farsi scrupoli di alcun tipo, arrivando letteralmente a bruciare gli avversari politici o a portare popoli interi alla fame, a minacciare con ogni mezzo e ogni linguaggio. I momenti dello scontro si susseguono, diventano punti di biforcazione e l’esito è dovuto anche a quanto si è riusciti a costruire fino a quel momento. E poi di nuovo a lavorare per costruzione di nuova egemonia. Se dunque pensiamo alla “rottura” non come a un momento preciso, come a un atto, ma come al risultato di un processo di transizione, la cui durata non possiamo predeterminare, riteniamo che la nostra possa dirsi già oggi “politica della rottura”. [fine]

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