La “dalemanìa” che ha rovinato Liberi e Uguali

di MAURIZIO ACERBO

Avevamo ragione: le biografie contano. Lo scopre Civati su il manifesto: «Ho passato la campagna elettorale a rispondere a domande su D’Alema (…) non eravamo considerati abbastanza alternativi (…) il sospetto era che quelli che ci avevano messo tanto a uscire dal Pd fossero già pronti a rientrarci».

Per mesi abbiamo ripetuto inascoltati che per fare una sinistra nuova e radicale bisognava darsi 1) un profilo di netta rottura col Pd e quindi l’impegno a nessuna alleanza; 2) un programma radicale di alternativa alle politiche del centrosinistra degli ultimi 25 anni a partire dal no a legge Fornero, tav ecc.; e 3) liste senza D’Alema, Bersani e gli altri esponenti dei governi di centrosinistra. Abbiamo ripetuto che non era credibile contrapporre il “centrosinistra autentico” (quello del governo Monti, della legge Fornero o della guerra in Jugoslavia) al Pd renziano.

Ci rispondevano in coro che “le biografie non contano”, come se si potessero rivendere per dei Corbyn gli imitatori italiani di Tony Blair!!! E senza nemmeno un programma alla Corbyn! Tranne Tomaso Montanari, il ceto politico e intellettuale dei professionisti della “sinistra” ci ha trattato come matti, settari e estremisti che si autoescludevano dalla possibilità di ricostruire un grande soggetto politico sotto la guida di D’Alema.

Quando andai al forum del manifesto rimasi impressionato da come Nicola Fratoianni e Norma Rangeri pendevano dalle labbra di D’Alema (spero non si offendano). Ho girato per non so quanti dibattiti e assemblee ripetendo queste elementari esigenze di discontinuità ma scontrandomi con un muro di presunto realismo o di autentica avversione alle mie tesi (non tra il pubblico devo dire).

Tra le poche eccezioni Francesca Fornario e Marta Fana, che in un articolo su Il Fatto mettevano in fila considerazioni analoghe alle mie (non ci conoscevamo ancora).

I più consapevoli dicevano che certo c’era qualche problema ma che non si poteva dire no alle candidature dei “big”. Nei mesi scorsi era esplosa una vera e propria dalemanìa, una fascinazione tra i professionisti della “sinistra” davvero incredibile. Ovviamente in molti sapevano che l’accozzaglia era poco credibile ma hanno preferito da ignavi assicurarsi un seggio sicuro (poi per molti non si è rivelato tale).

Tutto il resto – compresa la candidatura di Grasso – è stata conseguenza della rassegnata, entusiastica o opportunista convinzione che la classe dirigente piddina meritatamente rottamata da Renzi (l’unica cosa buona che ha fatto) fosse il quartier generale di una nuova grande formazione della sinistra. Solo gente fuori dal mondo e che scambia il proprio giro per il mondo poteva pensare che si potessero togliere voti ai grillini o recuperare voti degli astenuti con una tale compagine. Persino gli elettori in fuga dal Pd si sono direttamente indirizzati verso M5S.

Qualcuno mi dirà: e voi che avete messo insieme i “duri e puri” (o amenità simili) quanto avete preso? Non farei questo paragone. Noi eravamo invisibili e inesistenti per milioni di persone. Da 10 anni fuori dal parlamento e dai talk show. A noi proprio non ci conoscevano. LeU ha goduto di una visibilità enorme, non è stata votata proprio perché la conoscevano.

Avevamo scritto “come unire la sinistra senza farsi male” (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=31564). Non ci hanno dato retta.

Maurizio Acerbo (segretario di Rifondazione Comunista)

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