Cambiare l’Europa. Ma sul serio!

di LEONARDO MARZORATI

L’Unione Europea usa due pesi e due misure nel valutare il rapporto deficit/PIL di Italia e Francia. La prima, partita col chiedere il 2,4%, si ritrova con un governo che esulta, per voce del suo quasi invisibile premier, per aver strappato un 2,04%. Mica il 2%, ma un 2,04%. Come quando al supermercato troviamo offerte da 9,90 euro, altro che spendere 10 euro!

Tempo fa l’attuale ministro dell’interno Matteo Salvini definì il premier greco Alexis Tsipras un falso rivoluzionario, perché dopo le roboanti frasi contro la UE urlate in campagna elettorale, era sceso a compromesso con la troika, accettando le misure di austerity. Il governo italiano, di cui Salvini fa parte, ora fa qualcosa di molto simile. Bruxelles intanto dà il suo OK a un rapporto deficit/PIL francese al 3,4%. Molti esperti ci fanno sapere che i due Paesi vivono situazioni diverse e che Emmanuel Macron con le sue riforme sta andando sulla strada giusta, a differenza dell’Italia. Ma chi stabilisce quale dev’essere la strada giusta da percorrere? La Commissione Europa? Confindustria? Il Sole 24 Ore e Repubblica? Il blog di Grillo? Gli stessi economisti sono divisi.

È chiaro che l’attuale Commissione Europea popolar-liberal-socialista non vede di buon occhio il governo gialloverde, a differenza del loro beniamino, oggi caduto in disgrazia dopo le proteste dei gilet gialli, Macron. Ma è anche vero che il rapporto tra il presidente della Commissione Jean Claude Juncker e il commissario economico Pierre Moscovici e il loro corrispettivi romani Giuseppe Conte e Giovanni Tria è molto diverso rispetto a quello tenuto verso i leader dei due partiti di governo.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno contribuito, grazie anche a un uso spregiudicato dei social, a inimicare agli occhi di una vasta fetta di popolo non tanto la Ue, quanto il concetto stesso di Europa. Se da un lato Lega e Movimento 5 Stelle hanno alimentato un odio verso Bruxelles, dall’altro lato il premier e il ministro del Tesoro italiano nella capitale belga ci sono andati a elemosinare concessioni per l’Italia. Almeno Tsipras nella sua narrazione ha sempre inserito un’idea, tradita, di solidarietà europea. Salvini e Di Maio hanno fatto i bulli antieuropei, per poi mandare in Europa i loro soci "moderati" a trattare con il potenti della Ue.

La stessa Lega di Salvini, in ascesa nei sondaggi, valuta di scaricare i grillini per tornare da Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (con cui governa già a livello locale) dopo le europee. Elezioni che potrebbero vedere il Movimento 5 Stelle confluire nel gruppo dei Verdi all’Europarlamento, uno dei più europeisti. Alla faccia del sovranismo tanto sbandierato.

Se si vuole giocare a fare gli antieuropeisti, almeno lo si faccia per davvero. Siamo passati da un Matteo Renzi che citava impropriamente Altiero Spinelli e Piero Calamandrei, per poi rimuovere le bandiere a 12 stelle dalla sua scrivania e andare con il cappellino alla mano in Europa, a Salvini e Di Maio, che a parole sono sovranisti, ma nei fatti non sono poi così diversi dal tanto odiato Pd.

Prima di insultare l’Europa, per poi andarci a piangere, sarebbe il caso di domandarsi che Europa si vuole. Non questa; né ora che è in mano alle forze centriste fedeli ai grandi capitali, né domani, quando sarà gestita dai finti rivoluzionari nazionalisti. Questi ultimi vanno sbugiardati, perché non vogliono una redistribuzione delle risorse (basti pensare alle leggi liberiste sul lavoro volute del primo ministro ungherese Viktor Orban) e mettono i diversi stati europei gli uni contro gli altri (basta vedere gli attacchi all’Italia del popolar-populista premier austriaco Sebastian Kurz). Gramsci scriveva che i nazionalismi finiscono per forza per scontrarsi tra loro. L’attuale Europa ne sta dando la prova.

Il domani purtroppo è dei nazionalisti, dalla Spagna di Vox all’est Europa dei governi reazionari, passando per l’Italia di Salvini. Guardiamo al dopodomani e ragioniamo per renderlo migliore.

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