Il Nietzsche “libertario” di Laura Langone, seconda parte: cammello –> leone –> bambino (dalla sopportazione alla ribellione alla libertà)

«Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo. Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, più difficili a portare. Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato. Qual è la cosa più gravosa da portare, eroi? così chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza. […] Tutte queste cose, le più gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, così corre anche lui nel suo deserto. Ma là dove il deserto è più solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto. Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria. Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”. “Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”. Valori millenari rilucono su queste squame e così parla il più possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”. “Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato. In verità non ha da essere più alcun io voglio!”. Così parla il drago. Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione? Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone. Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone. Prendersi il diritto per valori nuovi – questo è il più terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda. […] Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo». (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, tr. it. di M. Montinari, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1973, pp. 23-25).

Il punto di partenza del cammino spirituale verso la libertà è quello del cammello. Il cammello rappresenta la fase in cui l’uomo conduce la sua esistenza secondo la morale, in cui nega se stesso, i suoi desideri, i suoi impulsi, le sue passioni per obbedire ad un’autorità esterna. La morale è come un peso che continuamente preme sulla sua schiena, un peso che gli impedisce di rialzarsi e occuparsi di se stesso. Essa ci impedisce di vivere, ci dice che la vita sulla Terra non è degna di essere vissuta, che la vera vita è nell’aldilà, accanto a Dio. Il mondo terreno è una valle di lacrime, un mondo falso in cui bisogna stringere i denti e sopportare estreme sofferenze per poi passare dopo la morte nel vero mondo, il regno di Dio. Il mondo terreno è il mondo del sensibile, del transeunte, dove ogni cosa nasce per poi morire, dove nulla è stabile e tutto è provvisorio. Si tratta di un luogo effimero, di un mero ponte verso la vita autentica nel regno di Dio, dove tutto è eterno e immutabile. Da una parte il sensibile e dall’altra l’incorporeo, da una parte il falso e dall’altra il vero, da una parte il caduco e dall’altra l’eterno. La morale concepisce la realtà secondo uno schema duplice che si fonda sul contrasto tra opposti. Essa prende in prestito questo schema concettuale dalla filosofia metafisica, la quale è la forma in cui la filosofia si è presentata storicamente dalla sua genesi fino alla morte di Dio. I teologi hanno assunto dalla filosofia i suoi concetti per erigere una morale ben strutturata al fine di costruire il loro dominio sugli uomini. Per via del loro schema concettuale comune, Nietzsche usa spesso metafisica e morale come sinonimi. Lo schema mondo vero contro mondo falso, incorporeità contro materialità, permanenza contro divenire appartiene alla metafisica. Questa consiste propriamente nel duplicare la realtà quotidiana in cui viviamo – fatta di corpi materiali che continuamente divengono passando dalla nascita alla morte – ponendo dietro di essa un principio a cui attribuisce il ruolo di causa. Questo principio è incondizionato, non ha bisogno di altro per sussistere – al contrario – è un essere sempre uguale a se stesso che esiste da sempre, immobile ed eterno. Invece, la realtà quotidiana in cui viviamo è una realtà condizionata in cui ogni cosa trapassa dall’essere al non essere. Per la metafisica e la morale quindi, il vero essere è qualcosa di stabile, che non cambia mai, contrariamente a quanto saremmo portati a pensare osservando la realtà in cui viviamo tutti i giorni, fatta di cose che mutano continuamente.

Come il vero essere della realtà esterna è eterno e immutabile, per la metafisica e la morale allo stesso modo è il vero essere della realtà interna dell’uomo: l’anima. La nostra natura è data una volta per tutte, è già stata fissata per sempre, come nasciamo così moriamo, non cambiamo mai. Siamo condannati a restare quell’essere che abbiamo ereditato dalla nascita, le nostre caratteristiche sono fisse, e non possiamo fare altro che comportarci sempre allo stesso modo. Appellandosi all’origine divina della morale, i teologi ci fanno credere che il nostro carattere non si può cambiare e in tal modo ci inducono a ripetere sempre lo stesso atteggiamento. La conseguenza di ciò è che le nostre azioni risultano perfettamente calcolabili, è come se aderendo alla morale avessimo fornito ai teologi una palla di vetro con cui prevedere ogni nostra azione. L’uomo che orienta la sua esistenza secondo la morale si autocondanna a vivere una vita non sua, vive credendo che la sua natura è quella che gli hanno detto i teologi, una natura che non può cambiare. A causa di ciò fa sempre le stesse cose e ottiene sempre gli stessi risultati, ogni giorno è uguale, il tedio aumenta e anche l’insofferenza per la vita sulla Terra.

Liberandosi dalla visione del mondo della metafisica e della morale grazie agli insegnamenti di Zarathustra, l’uomo può finalmente riappropriarsi di se stesso e vivere la sua vita non per conto degli altri ma obbedendo al suo sé, a quella identità individuale che gli era stata strappata dai teologi per fargli perseguire gli interessi di poche persone al vertice della piramide sociale. Per poter obbedire al suo sé, l’uomo deve essere prima in grado di scoprire la sua identità dopo secoli in cui l’aveva data per scontata, credendo che fosse un essere dal carattere già dato da sempre e che la sua vita dovesse essere una vita vissuta secondo morale. Egli dunque deve lavorare su se stesso intraprendendo un percorso che lo porterà a raggiungere un elevato stadio di autoconsapevolezza. Quest’ultimo gli consentirà di vivere estrinsecando al massimo le potenzialità del suo essere. Tale percorso verso la consapevolezza di sé designa la fase del leone. In questa fase, l’uomo diventa uno spirito libero, un uomo che si sbarazza dal peso della morale, dalla schiavitù di valori estranei a sé che schiacciano la sua personalità per dedicarsi a se stesso, allo sviluppo del suo carattere. Consapevole che la morale era stata esclusivamente concepita per rendere gli uomini dei burattini innocui da manipolare a piacimento, lo spirito libero impara a vedere il mondo per quello che è, un continuo divenire in cui tutto cambia continuamente. Egli è consapevole che tutte le cose che esistono divengono e che anche la sua natura come tutte le cose è suscettibile di cambiamento, diviene, non è fissa come sostenevano i teologi. Forte di tale consapevolezza, si dedica alla ricerca di se stesso, dei valori che effettivamente rispecchiano la sua personalità, emancipandosi da quelli che gli sono stati inculcati dalla società per mezzo dei teologi. In questo cammino alla ricerca di se stesso, conduce una vita da nomade, tutti i valori che prima dava per scontati – in quanto comandati dalla morale o esclusi da essa – ora li sperimenta, li incarna sulla sua pelle. Mette in pratica i valori, vive temporaneamente secondo questi valori per vedere a quali conseguenze pratiche conducano, cosa risponda il suo corpo incarnandoli. In base al verdetto del corpo, comprende se determinate credenze fanno per lui oppure no, quali egli percepisce come proprie e quali frutto di un’influenza esterna. Egli giunge così a capire l’universo valoriale che effettivamente gli appartiene, qual è la sua vera natura, il suo proprio sé. Ecco che grazie alla sperimentazione di valori diversi, di tante vite diverse vissute secondo valori differenti, assurge alla consapevolezza di sé. Conscio della sua personalità, può dedicarsi a coltivarla, a inseguire desideri che sono espressione del suo vero essere e non più eterodiretti. Ora può condurre una vita propria, ogni cosa che fa è realmente voluta, ogni sua azione è volta all’espansione del suo sé. Sa che il suo essere non è già dato una volta per tutte, che il suo destino – lungi dall’essere già scritto – è un insieme di possibilità ed egli ha la facoltà di scegliere di volta in volta quale di queste possibilità diventare. Mentre nella fase del cammello l’uomo era condannato a vivere una vita non sua – figlia di una falsa percezione di sé dovuta al dominio della morale – dopo aver raggiunto la consapevolezza di sé, lo spirito libero diventa padrone del suo destino, ogni sua azione risulta frutto di una decisione consapevole volta all’estrinsecazione delle sue possibilità d’essere. Dopo essersi scrollato di dosso il peso della morale, lo spirito libero conquista la libertà di determinare le sorti del proprio destino.

Si tratta tuttavia di una libertà che paga a caro prezzo: la solitudine. Per conquistare la consapevolezza di sé, ha dovuto abbandonare i valori che costituiscono la più grande fonte di sicurezza per il resto dell’umanità, ha dovuto isolarsi dagli altri uomini, dalla società, dalle tradizioni consolidate. Mentre la maggior parte degli uomini ha dei saldi punti di riferimento per orientare la propria esistenza, lui non ha più nulla, si ritrova solo nel deserto dell’assenza dei valori. È nella situazione di disperazione che abbiamo descritto all’inizio come morte di Dio, non trova più il suo posto nel mondo, quest’ultimo gli appare senza senso e ogni agire indifferente e vano. Ecco che la libertà dello spirito libero rivela i suoi limiti nella misura in cui conduce alla morte di Dio. Per questo motivo, non può rappresentare lo stadio ultimo della libertà. Per ottenere la piena libertà, l’uomo ha bisogno di intraprendere un’ulteriore trasformazione, quella da leone in fanciullo. Questo è in grado di fare ciò di cui il leone non è capace: superare la morte di Dio. Mentre il leone si limita a distruggere i valori, il fanciullo impara a creare nuovi valori a partire da sé, a diventare egli stesso una fonte traboccante di sempre nuovi valori. Dove il leone trovava motivo di disperazione, il fanciullo trova motivo di gioia: la presenza di un mondo insignificante e spento offre l’occasione per dipingerlo finalmente coi colori della propria anima, che siano espressione del proprio sé e non più di un’autorità esterna. Il fanciullo crea e ricompone mondi a piacimento, vive seguendo di volta in volta valori diversi che continuamente crea a partire da sé.

Per poter vivere nella gioia fanciullesca della creazione in un mondo senza Dio, dopo essersi scrollato di dosso la visione del mondo della metafisica e della morale, l’uomo deve abbracciare una nuova visione del mondo: quella dell’eterno ritorno della volontà di potenza. A differenza della visione della morale che denigrava la vita sulla Terra in nome di una vita perfetta nell’aldilà accanto a Dio, quella della volontà di potenza restituisce dignità alla Terra. Se assunta come punto di vista sul mondo, ci consente di esprimere tutte le potenzialità del nostro essere, di trarre il massimo di ricchezza dalla nostra esistenza sulla Terra, qui e ora. Si tratta di una concezione dell’essere del mondo che modifica radicalmente il nostro modo di pensare e di agire, dandoci gli strumenti per fare della Terra il nostro regno delle beatitudini, dopo secoli in cui la sede di tale regno era stata strappata dall’aldiquà per porla in un lontano aldilà. Secondo questa concezione, il vero essere non è al di là del mondo quotidiano in cui viviamo, ma è questo stesso mondo che – visto con la lente d’ingrandimento – si rivela volontà di potenza. La volontà di potenza è la formula per descrivere l’essere di tutto ciò che è, l’essenza della vita: un divenire inarrestabile che tende necessariamente a espandersi in ulteriori gradi di potenza, dove per potenza si intende creazione di valori. La volontà di potenza è un necessario autosuperamento, un divenire che necessariamente cerca il proprio accrescimento. La vita è volontà di potenza e volontà di potenza è autosuperamento come continua creazione di valori. Il movimento di questo divenire è detto eterno ritorno: dopo aver creato valori, la volontà di potenza ritorna a se stessa per continuare a creare, per distruggere valori vecchi e crearne di nuovi al fine di espandersi in potenza. La creazione dei valori è la legge della vita di tutti gli esseri viventi, dai più semplici come il protoplasma ai più complessi come l’uomo.

(fine seconda parte; continua…)

Laura Langone, Nietzsche: filosofo della libertà, Edizioni ETS, 2019

http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846754790

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