Quando giustizia e solidarietà sono più “utili” del profitto

di ROSE MARX

Quando studiavo all’università per l’esame di economia politica mi toccò in sorte un libro molto ostico, scritto da un eminente economista inglese; era infarcito di formule matematiche, dilemmi, rompicapi e diagrammi e capitolo per capitolo costruiva un discorso molto complesso sul modo di funzionamento del capitalismo, a livello microeconomico. Ad un certo punto, verso la fine, c’era un capitolo dedicato ad una ricerca effettuata in una cittadina della provincia degli Stati Uniti, dove un’associazione di privati cittadini aveva deciso di opporsi alla morte urbana di un parco dove un’impresa privata avrebbe dato avvio ad una tipica speculazione edilizia costruendo l’ennesimo complesso residenziale tutto cemento e servizi esclusivi. Il comitato cittadino che si opponeva a questa speculazione iniziò a raccogliere firme ma anche fondi per sostenere la battaglia contro la scomparsa del parco e la cosa più sbalorditiva della ricerca era che molte persone, pur non essendo direttamente interessate all’aerea verde in quanto non ne usufruivano personalmente, decisero comunque di contribuire al suo salvataggio.

La motivazione addotta da queste persone – alcune per esempio anziane che uscivano di casa molto poco – era che pur non essendo direttamente interessate all’area verde erano disposte ad investire parte dei loro soldi per permettere ad altri di usufruirne, poiché l’idea che in città ci fosse un parco dove avrebbero potuto recarsi mamme con bambini, ragazzi o persone che portano a spasso il cane, le faceva sentire meglio. Questi contributi furono decisivi per salvare il parco dalla speculazione e la considerazione finale dell’autore era che, dal punto di vista del comportamento utilitaristico ritenuto il più conveniente nelle varie teorie liberali a sostegno del capitalismo – tra cui ad es. la teoria dei giochi – era ben strano che molti decidessero di investire parte del proprio denaro per sostenere uno spazio che in realtà non usavano. In un altro capitolo parlava invece di un uomo a cui la banca aveva negato un prestito di modica entità per avviare un’attività in proprio. Quest’uomo era poi finito sul lastrico insieme a tutta la sua famiglia, in un vortice di miseria e disperazione che alla fine aveva avuto una forte ricaduta anche economica per tutta la società locale, la quale invece avrebbe potuto beneficiare in modo diretto e indiretto del prosperare di un’attività commerciale.

Quest’ultima vicenda mi fece venire in mente un caso che stavo seguendo in quel periodo: un uomo che stava scontando una pena molto lunga per omicidio volontario e distruzione di cadavere. Egli aveva confessato dopo 15 giorni dal fatto poiché non reggeva più il senso di colpa non essendo tra l’altro un soggetto che avesse mai fatto scelte devianti nella sua vita. In un momento di collera, in una discussione sul pianerottolo, aveva dato uno spintone al suo padrone di casa che era rotolato malamente giù per le scale perdendo conoscenza. Il detenuto si era fatto prendere dal panico e invece di chiamare semplicemente un’ambulanza aveva deciso di portarlo in cantina per ucciderlo ma non avendo dimestichezza con queste cose e non sapendo bene come fare ci mise ore per riuscire ad ammazzare il malcapitato. In qualche modo riuscì a finirlo e dopo aver fatto a pezzi il cadavere l’aveva distribuito in varie discariche della zona. Il detenuto aveva reagito in realtà ad un insulto del padrone di casa che sulle scale gli aveva dato del “terrone” perché era in arretrato con il pagamento del canone di affitto e l’insulto gli aveva fatto perdere la pazienza in un momento di grande stress emotivo. Si era trasferito 15enne a Milano dalla Sicilia per sfuggire ad un destino di povertà e da allora aveva sempre lavorato (all’epoca dei fatti aveva circa 40 anni); era sposato e padre di tre figli di cui uno nato da poco. Proprio durante l’ultima gravidanza della moglie erano iniziati i problemi coniugali, acuitisi dopo la nascita del piccolo ma soprattutto dal fatto che nello stesso periodo aveva perso il lavoro. In breve le difficoltà economiche, la frustrazione di non trovare lavoro e i litigi con la moglie lo avevano gettato in una profonda depressione di cui probabilmente aveva sofferto fin da ragazzino. Tentò più volte di farsi curare ma come tutti sanno in Lombardia i Centri Psico-sociali sono stati i primi a essere vittime delle dissennate riforme pro-privati di Formigoni e da tempo non sono più in grado di far fronte alle problematiche psichiche e sociali di nessuno. La lite con il padrone di casa quindi era stata solo l’epilogo di un crollo psicologico iniziato da tempo e ovviamente segnò tutta la sua vita e quella della sua famiglia. Dunque la perdita del lavoro e la mancanza di un sussidio di disoccupazione nonché la totale assenza di qualsiasi sostegno socio-psicologico avevano generato un disastro a catena poiché un uomo aveva perso la vita, un altro era finito in carcere, i figli di quest’ultimo avevano ancora più problemi di prima e insieme alla madre erano comunque finiti nel circuito del welfare state o di quello che ne rimane pesando sulla collettività; lui in carcere creava enormi problemi poiché era comunque un uomo molto sofferente e soprattutto si sa che un detenuto costa allo Stato circa 300 Euro al giorno… Ora chiunque sarà in grado di fare due calcoli e capire che un mancato sussidio – non so, diciamo di 500-600 euro al mese per poniamo un anno o due – aveva generato un disastro sociale a catena con costi morali ed economici altissimi, forse incalcolabili.

Insomma, ritornando al libro di economia studiato all’università, alla fine dopo essermi spremuta le meningi sulle statistiche le formule e i diagrammi la conclusione a cui arrivava l’autore, alla quale si arriva in modo più intuitivo dalla storia del detenuto, era di una semplicità incredibile: lo scrittore dichiarava che Marx aveva perfettamente ragione e che il capitalismo così com’è concepito è destinato a fallire perché, tra le altre cose, il profitto ad libitum alla fine va contro i propri stessi interessi. Infatti il sistema perverso dell’arricchimento a qualsiasi costo non tiene conto dell’elemento umano e psicologico e quindi tende a schiacciare le risorse psichiche, morali e intellettuali delle persone, condizione che alla lunga logora il sistema dall’interno. Inoltre questo sistema porta alla frustrazione di qualsiasi tentativo di emancipazione sociale poiché, così com’è concepito, tende a sostenere la tesi de I sommersi e i salvati di Primo Levi, dove chi più ha avrà di più e chi meno ha avrà di meno, con costi evidenti e prolungati su tutta la società.

E credo che se ci guardiamo in giro l’evidenza di tutto questo sia oggi più lampante che mai.

ROSE MARX, sociologa

(in esclusiva per il nostro sito)

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