Se la sinistra dimentica il socialismo…

di LEONARDO MARZORATI

La sinistra è attualmente divisa, come ricordato in un articolo pubblicato dal Movimento Radicalsocialista e da Risorgimento Socialista, tra "sinistrati" e "rossobruni". I primi sono gli eredi del percorso movimentista nato con la svolta bertinottiana di Rifondazione Comunista, i secondi sono principalmente eredi della tradizione operaista e comunista che ha contraddistinto le lotte sociali del XX secolo.

Entrambe le fazioni sembrano troppo spesso più concentrate ad attaccarsi tra loro, perdendo di vista, soprattutto gli operaisti, l’obiettivo primario dei comunisti e dei socialisti radicali: l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Senza socialismo lo sfruttamento proseguirà. Il socialismo lo si raggiunge dando ai lavoratori potere decisionale ed economico nelle politiche industriali. Questo è l’obiettivo. Un obiettivo difficilissimo da raggiungere, anche nel medio e lungo periodo, mentre viviamo un’epoca storica in cui le differenze sociali aumentano in maniera vergognosa, con poche centinaia di persone in grado di possedere la metà della ricchezza mondiale.

La sinistra, specie quella arcobaleno, oltre ad occuparsi dei difetti dei propri vicini di casa, scende in campo a favore dei migranti provenienti via mare dal nord Africa (scordandosene altri), per i diritti civili e ultimamente, dopo l’effetto Greta Thunberg, anche per le politiche ambientali. Gli esponenti della sinistra ogni tanto si ricordano di lavoro, di sanità, di scuola e di giustizia sociale. In pochi però ricordano al loro potenziale elettorato l’obiettivo finale: il socialismo. Pochi mantengono vivi i simboli nobili della sinistra: falce e martello, l’Internazionale, il pugno chiuso. Anche chi li sfoggia con orgoglio troppo spesso perde più tempo a prendersela con le sinistre "fucsia" che non lo fanno.

Molti dirigenti e le classi intermedie della sinistra vivono nella celebre “bolla”, distanti economicamente, culturalmente, ma anche solo fisicamente, dalle masse popolari. A Milano, da un appartamento dei quartieri Brera o Isola si può chattare con Hong Kong o Los Angeles, ma essere distanti anni luce da quartieri popolari come Corvetto o Lorenteggio. Questa è la sinistra borghese: una piccola élite (o semi-élite) di benestanti progressisti che, avendo raggiunto un appagante benessere economico, non lotteranno più per i diritti sociali, con il rischio di perdere parte del potere acquisito, ma solo per i diritti civili, così da essere ben contraddistinti dalle tanto odiate destre. Queste piccole élite però allontanano sempre più le classi popolari dalla sinistra, facendo sì che queste si rifugino nell’astensionismo o nel voto populista, che nei migliori casi va ai 5 Stelle, nei peggiori a Lega e Fratelli d’Italia. A tanti è capitato di voler quasi votare Lega, dopo aver ascoltato uno degli stucchevoli interventi di Laura Boldrini. Le sinistre fucsia, arancioni o rosa, sono le migliori alleate, involontarie, di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Il popolo italiano e tutti i popoli europei non vogliono una classe politica che di tanto in tanto rispolvera le tematiche sociali e la lotta al liberismo. La sinistra può tornare a essere tale se, tramite i suoi migliori interpreti (quelli che Lenin definiva la parte più evoluta del proletariato), riscopre le lotte che la resero nobile fin dal XIX secolo. Socialismo, internazionalismo, comunitarismo e comunismo: questi termini non devono essere rimossi. Vanno rilanciati.

Troppi esponenti politici e sindacali hanno tradito la loro storia e quel mondo pieno di simboli che li aveva allevati. Basta guardare alcuni nomi e simboli di partiti della sinistra per mettersi le mani nei capelli. È il caso di "Possibile" di Pippo Civati, dove il simbolo è un uguale bianco su sfondo rosa. Da Forza Italia a Italia Viva, la politica italiana si è contraddistinta per nomi stupidi, accompagnati da sbiaditi e improbabili simboli. La sinistra deve prendere le distanze da questa deriva.

La bandiera del socialismo è rossa, con il sol dell’avvenire e la falce e martello. L’arancione, il fucsia, il rosa non hanno storia nella sinistra mondiale. Le bandiere delle classi lavoratrici sono rosse. Gli altri colori vanno bene per borghesi che si credono colti, senza mai aver letto Marx; che giocano a darsi un tono da rivoluzionari, protetti dalla loro solida posizione sociale. La sinistra deve difendere coloro che non possono permettersi di giocare a fare l’alternativo e il progressista. La sinistra deve difendere chi ha paura di esprimere i propri diritti, dai riders ai contadini, dagli stagisti non retribuiti ai lavoratori dell’edilizia. Dove non ci sono i grandi sindacati e la "sinistra" istituzionale, ci devono essere le forze socialiste e comuniste.

Guardiamo alle classi sfruttate, impegniamoci per migliorare le loro condizioni di vita e per far scattare nei loro cuori la scintilla della rivoluzione socialista. Il nostro fine dev’essere chiaro e ci si deve concentrare su quello. Serviranno decenni, forse secoli, ma questa battaglia va intrapresa. Senza perdere tempo in polemiche sterili e cercando di convincere più persone possibili sugli indiscutibili vantaggi del socialismo sul capitalismo.

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