Il trasformismo della “sinistra” e il sovranismo

di DAVIDE SPONTON

Una spaccatura forse irreversibile sembra essersi prodotta in quel che rimane della sinistra italiana. Una spaccatura che ha origine nella scelta neoliberale e pro Unione europea della classe dirigente post Pci (ma anche di spezzoni di altre forze politiche della prima repubblica che ad essa si sono unite, ex democristiani soprattutto, ma anche ex socialisti, come pure molti della generazione delle rivolte studentesche degli anni 60/70). Per un certo periodo questa scelta fu occultata dal cosiddetto pericolo fascista di una nuova destra rappresentata dal partito fondato dall’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi (e non solo, data la popolarità internazionale datagli dalla proprietà del club calcistico A.C. Milan), Forza Italia, da una nuova forza radicatasi soprattutto in Lombardia e Veneto, pericolosamente secessionista, la Lega Nord, e da una forza post-fascista, Alleanza nazionale, che si preparava a raccogliere l’elettorato conservatore in libera uscita dalla Dc, ormai in via di smobilitazione, soprattutto nel sud Italia.

I militanti critici, molto pochi negli anni 90, notarono fin da subito che le mobilitazioni contro il pericolo delle destre sembravano molto strumentali, che su temi sistemici i due poli spesso convergevano (guerre Nato, privatizzazioni, adesione ai trattati istitutivi dell’Ue e dell’euro di forte ispirazione liberista), e che il cosiddetto antifascismo (sacrosanto nei suoi principi fondanti la repubblica) era usato come copertura ideologica per processi di trasformazione profonde dentro la sinistra. Cioè il passaggio dalla rappresentanza del mondo del lavoro per diventare il riferimento italiano del capitale finanziario internazionale che si stava saldando alle forze dominanti che stavano dando vita alla moneta unica, in particolare alle classi dirigenti tedesche in quello che stava diventando il partito internazionale della deflazione, cioè politiche tese alla massima compressione delle spinte inflazionistiche anche a costo di provocare stagnazione e recessione nelle economie dei vari Paesi, al fine di aumentare il valore dei cespiti finanziari.

Chi scrive era militante di Rifondazione comunista negli anni 90, e fintantoché vi aveva militato si era unito alle varie correnti di minoranza di quel partito tese a dargli una progettualità indipendente e in opposizione ad un centrosinistra a trazione pidiessina-diessina-piddina, che ormai sempre più apertamente rompeva con la sua tradizione storica per assumere una identità politica di partito delle élite economiche, soprattutto di quelle operanti nel settore della finanza e del sistema bancario, ma anche di settori della grande industria (Fiat soprattutto). Ma proporre di essere un terzo polo indipendente dal centrosinistra e dal centrodestra non trovava orecchie disposte ad ascoltare tra i militanti ed i simpatizzanti anche della sinistra radicale, troppo assuefatte al teatro della retorica dello scontro fascisti-antifascisti, berlusconiani-antiberlusconiani.

Poi arrivò la grande recessione del 2007-2008, la crisi dei debiti sovrani, le imposizioni austeritarie dell’Unione europea, fortemente pressata dal governo e dalla banca federale tedesca. E si iniziò a capire che l’ingresso nell’euro, fortemente voluto dal governo di centrosinistra guidato dall’ex presidente dell’Iri Romano Prodi, aveva condotto il Paese in una trappola mortale. L’ingresso nella moneta unica era stato presentato come l’inizio di un futuro di benessere per il Paese; i bassi tassi di interessi avrebbero dovuto essere un incentivo agli investimenti e allo sviluppo, oltre al fatto che il pagamento degli interessi sul debito a tassi bassi o bassissimi avrebbe consentito una riduzione del deficit e di conseguenza del debito. Questo scenario si era rivelato fallace e le politiche imposte dall’Ue dopo la crisi dei debiti sovrani si incaricavano di mostrare il re nudo.

Ci si rese conto che il governo italiano poteva reagire agli shock esterni non più con la svalutazione della moneta – sulla quale non aveva più controllo – ma solo comprimendo il costo del lavoro, in particolare i salari. Che l’impossibilità di fare politiche anticicliche in deficit, ma anzi l’imposizione di politiche di austerità – con aumenti di tasse e tagli alla spesa sociale (ma mai alle spese militari, cosa che avrebbe potuto indurre qualcuno a riflettere sul generale funzionamento del blocco Ue-Nato) – non facevano altro che impoverire larghi settori di lavoro salariato e di piccola imprenditoria. Ma mentre molti a sinistra continuavano a profondersi in atti di fede verso l’Ue come orizzonte irreversibile, gran parte della destra, furbescamente, riusciva a capire gli umori sociali e iniziava a cavalcare la campagna euroscettica al fine di raccogliere consensi.

Perché nel frattempo era nata anche un nuova forza populista, il Movimento 5Stelle, che riusciva ad unire tematiche molto varie, dalla lotta ad un ceto politico ormai autoreferenziale e chiuso nei propri privilegi (la casta) alla protezione delle nuove figure del lavoro precario attraverso la proposta del reddito di cittadinanza fino ad un referendum consultivo per la fuoriuscita dall’euro, ormai percepito da una parte della popolazione come strumento di dominio esercitato da poteri forti stranieri sul nostro Paese. Il fatto che sia la destra leghista che il nuovo movimento populista agitassero questi temi portava non solo il centrosinistra (cosa ovvia), ma anche la sinistra radicale a chiudersi a riccio. Sorprendentemente anche quest’ultima, nonostante fosse stata contraria all’ingresso nella moneta unica nei primi anni 90, si professava eurista, vagheggiando “un’altra Europa” di cui non si riusciva a comprendere con quali modalità e in che lasso di tempo dei cambiamenti potessero essere ottenuti.

Nel 2015 in Grecia falliva il tentativo del nuovo governo di sinistra populista, guidato da Syriza, di rinegoziare il pagamento del debito, di allentare l’austerità e di avere margini di spesa sia per la sicurezza sociale che per un minimo di investimenti pubblici. L’Ue si dimostrava inflessibile. L’idea di cambiare l’Europa da dentro andava definitivamente in crisi, ma dentro la sinistra solo sparute minoranze di intellettuali e militanti aderivano alla prospettiva sovranista, cioè del recupero del controllo sull’emissione di moneta e sulla rimozione dei vincoli sovranazionali alle politiche di spesa pubblica. La destra leghista impugnava la parola d’ordine sovranista, ma la univa a politiche xenofobe e contro gli immigrati. Questo bastava ai mezzi di informazione dei dominanti per imbastire equazioni come sovranismo uguale a razzismo uguale a fascismo. Eppure uno stato che abbia il controllo degli strumenti per attuare una politica economica indipendente ed orientata ad uno sviluppo economico equilibrato, alla giustizia sociale, ad una programmazione finalizzata al riequilibrio tra le aree territoriali era parte integrante del patrimonio politico dei partiti di sinistra di un tempo.

Tuttavia il crollo del comunismo storico novecentesco ha disorientato il popolo di sinistra e lasciato in eredità un ceto politico ormai slegato da tutti i valori storici di riferimento, la cui sola ambizione era l’acquisizione di posizioni di potere e cariche pubbliche. Questo ceto politico ha rinnegato tutto, ma constatando il profondo radicamento antifascista della sua base, ha tentato di indirizzare, con successo, tale diffusa cultura verso la costruzione di un identitarismo che molto somiglia alla tifoseria sportiva, in particolare quella calcistica, dove i contenuti politici vengono sostituiti dall’appartenenza identitaria. Così quello che una volta era il popolo di sinistra crede di appartenere alla parte più istruita, più civile e più tollerante della popolazione. E mentre il vecchio popolo di sinistra, la vecchia classe operaia che aveva acquisito il benessere con le lotte sindacali di una precedente fase storica faceva blocco col ceto medio dell’impiego pubblico e delle consulenze e con la borghesia urbana passata al centrosinistra, le nuove generazioni operaie e del lavoro precario tendevano ad unirsi a quei settori del lavoro autonomo e della piccola imprenditoria che soffrono la compressione della domanda interna e l’alto livello di tassazione imposto dal regime della moneta unica.

Quindi questo antifascismo rimodellato andava a saldarsi con i ceti medio-alti della popolazione. Allora sovranismo ed eurismo perdono il loro reale significato per confondersi in questa nuova contrapposizione sociale e politica. La destra leghista, come pure il populismo pentastellato, hanno usato la carta sovranista per raccogliere voti, ma non hanno gruppi dirigenti realmente determinati e capaci di un confronto duro con i poteri forti euristi e finanziari. Allora mentre il M5S ha abbandonato da un pezzo la carta sovranista, la Lega l’ha piegata in una declinazione xenofoba. Che però fa pienamente il gioco di quel centrosinistra eurista e legato ai poteri finanziari, che così ritiene di dimostrare che non vi è alternativa all’euro e alle politiche liberiste da esso indotto.

Chi ritiene che invece il sovranismo sia una visione volta al recupero degli strumenti di politiche economiche e monetarie autonome di uno Stato democratico e che tale recupero sia pure uno strumento essenziale per perseguire politiche di tipo socialista, dovrà mantenere la barra ferma, resistere agli attacchi e prepararsi ad una lunga traversata del deserto.

Davide Sponton (direttivo MRS)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...