Oggi la rivoluzione sono le riforme. Quelle vere!

di GIANCARLO IACCHINI

«Riforme o rivoluzione?», chiedeva Rosa Luxemburg con una domanda ovviamente retorica prima di scagliarsi a testa bassa contro Bernstein e i riformisti, i revisionisti, i gradualisti, gli evoluzionisti della vecchia socialdemocrazia tedesca ed europea. Centovent’anni fa aveva ragione lei, con alle porte non la pacifica prosperità generale vaticinata dagli ottimisti bensì una guerra devastante (che poi ne causò un’altra ancora più mostruosa subito a ruota), nonché una crisi economica rovinosa tra i due conflitti mondiali anziché le magnifiche sorti e progressive della società borghese che avevano affascinato anche gli eredi più moderati di Marx e soprattutto di un Engels ormai con un piede e mezzo nel positivismo di fine Ottocento.

Oltre un secolo dopo, la sinistra italiana ha completamente rimosso la questione sociale, lasciando l’economia nelle mani di una classe dominante senza nome e senza radici né nazionali né “materiali”, che ha reciso ogni legame col mondo del lavoro e della produzione per vivere all’interno di un iperuranio metafisico, quello della finanza globalizzata, che come le monadi di Leibniz non ha né porte né finestre.

La fine (prevista lucidamente da Marcuse) di ogni alternativa rivoluzionaria nel mondo “a una dimensione” in cui il neoliberismo di fine Novecento ci ha confinati, è coincisa nei primi vent’anni del Duemila con l’incredibile esaurimento – almeno nel sempre più vuoto e inconsistente orizzonte politico italiano – perfino di quell’ipotesi socialdemocratica che fino a 40 anni fa i comunisti nostrani respingevano con forza ma insieme rispetto, appellandosi contro di essa ad una prospettiva rivoluzionaria sempre più nominale e sentimentale, priva di fondamenti concreti nella struttura economico-sociale del Paese.

Così da un romantico “comunismo” fondato solo sulla tradizione politica e ideale, sempre più scissa dai processi economici e sociali determinati dallo sviluppo del capitalismo reale, il grosso della sinistra (prima moderata e poi anche radicale) è passato di fatto e per… forza maggiore ad un neoliberismo economico dettato “dall’Europa” e difeso a spada tratta – con uno zelo degno di miglior causa – contro “populismi” e “sovranismi” di ogni tipo, associati ipso facto e senza alcun distinguo alle “destre nazionaliste”. Così perfino la destra economica più tradizionale (quella liberale e appunto liberista) diventa un serio interlocutore da chiamare in causa contro gli ignoranti “nemici dell’euro e dell’Europa”.

Il come sia stata possibile questa incredibile involuzione dovrà essere oggetto di un’analisi ben più ampia e approfondita. Qui basterà mettere in evidenza il pressoché totale abbandono – a sinistra – dei diritti sociali e l’uso strumentale di quelli civili, al punto che una delle figure emergenti di questa presunta alternativa rosée è arrivata – in una recente dichiarazione – ad invocare la “ricostruzione della sinistra” intorno a “5 punti fondamentali” tra i quali non figura nessun problema sociale (come lavoro, sanità, redditi, pensioni, sicurezza, ecc.) in favore di presunte priorità su cui “le persone” si starebbero “mobilitando” quali (testuale) “la parità di genere, le sardine, i Gay Pride, i Fridays For Future e l’accoglienza ai migranti”; in cui quello che colpisce non è il riferimento en passant anche a questioni senza dubbio cruciali come l’ecologia o le migrazioni dei popoli, ma il loro inserimento in un contesto metapolitico che le separa del tutto dalla critica a quella logica del profitto capitalistico che ne impedisce ogni effettiva soluzione. E questo vale anche per un innocuo antifascismo ostentato cantando ad esempio Bella Ciao («perché è una bella canzone», come si è pietosamente giustificato un leader delle “sardine”), quale unico richiamo ad una tradizione storica di cui si è persa ogni memoria di resistenza sociale e liberazione economica.

Come reagire a questa sconcertante deriva della “sinistra” ormai sradicata? Continuando a sollevare la questione “materiale”, certo, e dunque con il socialismo: perché altro nome ancora non c’è, come ci ricorda perfino la politica americana del terzo Millennio. Ma questa volta in modo molto pragmatico e concreto, e cioè riscoprendo quella tradizione socialdemocratica e riformatrice che nel nostro Paese è stata abiurata e dimenticata a parole ma poi portata avanti in modo surrettizio e poco consapevole da forze che politicamente la rinnegavano, come il Pci e la Dc, salvo appunto attingere ad essa a piene mani nel decennio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando sono stati garantiti diritti e conquiste sociali all’avanguardia nel mondo occidentale.

Diritti e conquiste progressivamente smantellate dagli anni Ottanta in poi, specie durante la cosiddetta “seconda repubblica”, governata alternativamente dal centrodestra e dal centrosinistra con un’impressionante unità d’intenti nelle politiche economiche e sociali, in concerto con l’Europa delle banche, delle multinazionali, della finanza transnazionale e… transdemocratica. Così sono potuti andare avanti come treni, con bipolare consenso, il processo delle privatizzazioni, lo smantellamento dello stato sociale, la demolizione della spesa pubblica e della domanda aggregata, la riduzione di ogni intervento statale in economia, la soppressione della sovranità monetaria come leva e regolazione del ciclo congiunturale; il tutto culminato nell’obbligo stupefacente del “pareggio di bilancio” sancito in Costituzione, sconfessando “per legge” tutta la tradizione keynesiana da F.D.Roosevelt a Olof Palme: cosa che ha scandalizzato perfino l’America moderata che ruota intorno al partito democratico: l’omonimo partito italiano, in pratica, si ritrova alla sua destra, ed è lasciato letteralmente al palo dalla scelta “socialista democratica” del vecchio Bernie Sanders o della giovanissima Alexandria Ocasio-Cortez!

In conclusione, cari “progressisti” e “ulivisti” e “centrosinistri” che per decenni ci avete paternalisticamente rampognato per il nostro presunto estremismo, abbiamo deciso di seguire i vostri saggi consigli: mettiamo da parte l’utopia della RIVOLUZIONE e optiamo per le vostre care vecchie RIFORME, quelle vere, reali, concrete e strutturali che avete assurdamente abbandonato. Sicuri che dopo il reset resteremo per voi i “radicali” e “settari” di sempre, dato il vostro totale immobilismo centrista, ma con la forza di una storia politica che avete colpevolmente ripudiato e che oggi volentieri facciamo nostra perché rappresenta – dal New Deal statunitense allo stato sociale scandinavo ma anche italiano – la faccia migliore della civiltà democratica del Novecento.

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