L’attacco del “privato” alla scuola pubblica e ai suoi insegnanti

di LOREDANA FRALEONE * –

Dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, il lavoro nei settori pubblici è entrato nel mirino dei governi che si sono succeduti in Italia, dei media e dell’opinione pubblica. È stato messo in atto un discredito costante senza distinzione di settori, di aree geografiche, di casi del tutto particolari e soprattutto senza una proposta di interventi tesi a migliorare le situazioni che eventualmente andavano corrette.

Sarebbe incomprensibile che governi gestori di organi dello Stato ne fossero i primi denigratori, se dietro non vi fosse stato il preciso progetto, comparando il pubblico con il privato, di presentare quest’ultimo come campione di efficienza per giustificare ogni tipo di privatizzazione.

Vi è stata da allora la costruzione di un contesto in cui persino aziende in buona salute, che avevano garantito un servizio nazionale eccellente e in ottima salute economica, come l’ENEL, venissero trasformate in società per azioni e quotate in borsa in base al principio che “privato è meglio”.

Non è mancato, da qualche decennio, l’attacco sistematico ai lavoratori di settori come la Scuola e la Sanità, i più esposti rispetto alla pervasività delle privatizzazioni, che specialmente nella Sanità si sono realizzate con l’esternalizzazione di una grande quantità di servizi. Un attacco ad ambiti pubblici sui quali realizzare ingenti guadagni da parte dei privati o grandi risparmi da parte dei governi, soprattutto attraverso retribuzioni fortemente al di sotto della media europea e precarizzazione del lavoro.

In particolare sugli insegnanti è costante da anni l’attacco a loro presunti “privilegi”, riconducibili a ciò che anche contrattualmente appare come l’unica quantità di lavoro svolto, ossia le lezioni in classe. Questo, oltre a mettere in cattiva luce la categoria agli occhi dell’opinione pubblica, giustifica il maltrattamento retributivo di lavoratori che portano il peso di un impatto sempre più gravoso con bambini e adolescenti generalmente curati dal punto di vista materiale, ma fortemente trascurati dalle famiglie da quello educativo. Senza parlare del crescente disagio e disgregazione sociale che mettono spesso i docenti in una sorta di trincea.

Ecco allora che il Sole 24 ore pubblica un articolo in cui si ammette la bassa retribuzione degli insegnanti italiani rispetto a quelli europei, ma la si giustifica con una quantificazione delle ore di lavoro, che prende in considerazione semplicemente quelle svolte in classe (per le superiori circa 667 annue), a fronte della media OCSE di 1.629, che invece si basa per gli altri paesi sul conteggio delle ore impiegate anche per la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e tante altre incombenze, in aumento per i docenti italiani, con il moltiplicarsi delle pratiche burocratiche da espletare.

Esiste un nesso inscindibile tra il lavoro degli insegnanti e la qualità della scuola pubblica e mistificarlo significa svalutarli entrambi. Far emergere il lavoro sommerso che a oggi non è quantificato neanche contrattualmente, è ormai non solo un problema di giusto riconoscimento retributivo, ma anche di tutela della dignità di lavoratrici e lavoratori, che contribuiscono in modo significativo alla tenuta civile di questo paese.

*Responsabile Scuola Università e Ricercatore PRC /SE

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