Dietro il velo (la scuola nell’emergenza Covid)

di GENNARO ANNOSCIA
Mentre la scienza balbetta di fronte ad un virus sconosciuto, su cui avanza solo ipotesi non sempre attendibili, l’anno scolastico procede con la didattica a distanza.

Al momento, non esiste nessun decreto che faccia chiarezza riguardo al quadro complessivo del corrente anno scolastico; le uniche alternative concerneranno l’esame di stato, ma anche in relazione a questo c’è ancora tanto da chiarire.

La didattica a distanza è servita comunque, se mai ce ne fosse stato bisogno, a evidenziare la situazione di iniquità classista che domina nella nostra società. Il divario digitale ha lumeggiato e rimarcato gli svantaggi sociali che la scuola riesce spesso a camuffare, solo facendo ricorso ad un demagogico e paternalistico buonismo. Nella fattispecie, la situazione ha anche messo in luce come l’Italia abbia appaltato un settore chiave come l’istruzione ai colossi del capitalismo digitale, senza garanzie, critiche e possibilità di sviluppare luoghi virtuali aperti e alternativi, e senza tutelare, realmente, i dati di milioni di studenti.

Scegliere di usare una piattaforma piuttosto che un’altra condiziona, inoltre, il metodo didattico e l’interazione, collaborativa o gerarchica, tra le persone, nel quadro di un’ottica in atto da anni nella scuola, che tende a trasformarla in un luogo preposto a premiare solo l’«addestramento» al mondo del lavoro.

Nei provvedimenti del governo non si ravvisano significative inversioni di tendenza, rispetto agli investimenti nei settori pubblici; in particolare, per quel che riguarda la Scuola, neanche l’occasione del contrasto al contagio induce a destinare investimenti adeguati alla riduzione del numero degli alunni per classe, a detrimento della qualità didattica, ma anche della salute di bambini e ragazzi.

Si ravvisa la soluzione in possibili turnazioni, in una combinazione di didattica a distanza e in presenza, senza affrontare, come sempre, i problemi strutturali, legati all’assunzione di personale docente e ATA, e al varo di un adeguato piano di edilizia scolastica.

Senza la contestuale riapertura di scuole, asili e nidi per l’infanzia non si possono avviare le attività produttive. Questo espone al contagio sia i più piccoli, per i quali il distanziamento sociale non ha alcun senso, che le famiglie, generando un processo di aumento esponenziale dei contagi.

Incurante di ciò, la classe padronale e capitalistica ha comandato migliaia di operai e lavoratori al proprio posto di produzione, assicurando loro un paio di mascherine in più, qualche controllo in entrata e in uscita dalle fabbriche con il termometro istantaneo, e nulla più.

Basterà il velo dell’ipocrisia di un pezzo di tela?

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