Ha ancora senso l’Unione Europea?

di LEONARDO MARZORATI

Tobias Piller, corrispondente tedesco dall’Italia per il Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel suo tentativo di difendere la Ue, invitava dalle pagine del suo prestigioso quotidiano il governo di Berlino a chiedere meno rigore, perché Italia e Spagna non possono resistere senza aiuti. La domanda mi sorge immediata: che senso ha un’Unione Europea dove alcuni stati membri senza gli aiuti di altri membri non possono sopravvivere?

Di fatto, un Paese alle dipendenze economiche di un altro ne è limitato politicamente. È stato così per i Paesi aderenti al Patto di Varsavia, lo è stato per tutti quelli, Italia compresa, incorporati nell’Alleanza Atlantica. I generosi aiuti del Piano Marshall di fatto limitarono la democrazia in Italia, impedendo, anche con bombe e stragi, la possibilità del Partito Comunista negli anni settanta di avere un ruolo forte nell’esecutivo, dall’alto dei suoi consensi superiori al 30%.

Negli ultimi anni nella Ue sono aumentati i movimenti politici antieuropei. Questo è il meno: sono aumentati il razzismo verso gli extracomunitari e verso gli altri popoli comunitari, è aumentato il precariato, è aumentata l’incertezza, è aumentato lo sfruttamento. L’impronta liberista della Ue ha portato sempre più delusi e frustrati dalla propria condizione sociale ad abbracciare forze politiche radicali, perlopiù reazionarie. La sinistra socialista e socialdemocratica, in quasi tutti i Paesi aderenti appiattita sulle posizioni liberiste, governando da anni a Bruxelles in alleanza con popolari e liberali, ha perso consensi popolari. Diversi partiti socialisti sono così diventanti da forza attiva delle classi operaie, impiegatizie e contadine a partiti del ceto medio impegnati nel differenziarsi dalle destre sulle tematiche dei diritti civili e dell’accoglienza. Così facendo hanno di fatto regalato larghe fette di elettorato alle nuove destre.

La sinistra istituzionale è diventata il principale organo politico di una parte del ceto medio e dei ceti altoborghesi. Il cosiddetto ceto medio riflessivo, forte nelle città e debole in provincia, è diventato il bastione su cui si poggiano in tutta Europa le sinistre. A questi si sommano gli anziani, nostalgici delle vecchie sinistre e abituati per consuetudine più che per ideologia (di fatto mutata) a votare i suoi eredi. Infine ci sono i giovani che studiano o che sono appena usciti dalle scuole superiori o dalle università. Loro sperano di poter far parte del ceto medio riflessivo e quindi, anche se precari e sottopagati, votano coloro a cui sognano di subentrare. Le Sardine italiane ne sono la miglior espressione.

Tornano alla domanda iniziale, ha ancora senso l’Unione Europea? Gli economisti danno le loro risposte analizzando gli effetti di Mes ed eurobond. Dal punto di vista culturale, mi pongo la domanda dopo aver letto alcune pagine social dei principali quotidiani europei. Sulla pagina della Bild, diversi utenti tedeschi scrivono che i morti per coronavirus in Italia, Spagna e Francia sono molti di meno da quelli dati dalle autorità; il dato è stato ingigantito per poter avere più aiuti da Bruxelles e quindi dalla ligia Germania. I mediterranei si sa, si indebitano facilmente e piangono miseria. Su pagine italiane, spagnole e francesi si leggono insulti rivolti ai tedeschi e agli olandesi, spesso più ai popoli stessi che non ai governanti. Alla faccia dei tanto osannati padri costituenti europei.

In piena pandemia, quando dovrebbe palesarsi concretamente la solidarietà tra stati che compongono un’organizzazione sovrannazionale, i governi dei diversi stati membri litigano e si rimpallano accuse gravi. Anche tra i popoli europei, culturalmente diversi tra loro nonostante i tentativi di omologazione, le antipatie storiche tornano a farsi sentire come non si sentiva da decenni. Gli stessi valori democratici che dovrebbero tenere uniti i 27 Paesi membri vacillano, quando il premier ungherese Viktor Orban si appresta a darsi pieni poteri e ad affossare la giovane democrazia magiara. La presidente della Commissione Ue, la popolare Ursula Von der Leyen (compagna di partito di Orban) minimizza la svolta autoritaria di Budapest. Anche qui parlano gli interessi economici: l’Ungheria è fondamentale per l’industria tedesca, di cui Von der Leyen, già ministra della Difesa di Berlino, è espressione. L’Unione Europea è sempre più in mano a potentati economici e non ai popoli. Ha quindi ancora un senso la sua esistenza? Ai popoli europei, e non ai centri di potere economico, la risposta.

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