La giungla del capitalismo

di ISABELLA SENATORE

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Uno dei concetti e forse una delle parole più ritenute obsolete negli ultimi 30 anni è stata la parola collettività: il liberismo selvaggio promosso dal capitalismo soprattutto a partire degli anni ’80 – con il reaganismo e lo yuppismo di matrice nordamericana – non può che spazzare via qualsiasi idea di collettività per nasconderla sotto il tappeto e promuovere l’idea del self made man, lo yuppie rampante, il vincitore che, nell’arena della competitività assurta a unico modus vivendi, è il protagonista indiscusso della narrazione del dio denaro che premia chi sa fare soldi, chi prevarica e sfrutta la debolezza altrui per trionfare.

Dunque per esempio negli Stati Uniti, ma anche ormai in Europa, si è pompato alla grande attraverso tutti i canali possibili – mezzi d’informazione, cinema, letteratura, ecc. – l’idea che l’individualismo sia in ultima istanza l’unico valore che può e deve permeare la nostra realtà, poiché esso viene ritenuto l’unico modello valido di organizzazione sociale: prevale l’idea che solo i più forti debbano e possano sopravvivere, e che la legge del più forte è innata nell’essere umano, il quale in ultima istanza è visto come un animale della giungla; egli è il più forte, il più intelligente, il più adatto a regnare nel mondo dove non può che trionfare poiché risultato ultimo della teoria dell’evoluzione.

L’uomo, e si badi si parla sempre di uomini, mai di donne – che infatti rivestono sempre un ruolo assolutamente marginale nella narrazione del “capitalismo felice” – deve emergere per sconfiggere il resto del mondo, non importa quanti cadaveri veri o presunti si lasci alle spalle. Ma alla fine è lui, il più forte, il più potente, il più ricco, il più furbo, quello a cui spetta lo scettro, come il Re Leone, che siede sul trono non per decisione divina bensì perché ne è meritevole per la sua forza che ne legittima la supremazia. Ecco quindi farsi avanti un altro dei capisaldi del Capitalismo Felice: la meritocrazia, che diventa un altro importantissimo perno della narrazione.

Così la borghesia, inizialmente disprezzata dall’aristocrazia poiché per vivere doveva lavorare, e quindi acquisiva i suoi privilegi con il vile denaro e non per ereditarietà, con la rivoluzione industriale fa assurgere i capitalisti alle più alte vette della società, poiché l’essere ricchi e l’aver sfidato il mondo per diventarlo diventa di per sé una virtù, una virtù inconfutabile più del diritto divino, poiché chi ha diritto a regnare può essere solo chi ha dimostrato e dimostrerà sempre di essere migliore degli altri: inoltre, l’etica del capitalismo è ovviamente intrisa di pensiero calvinista, là dove il successo mondano è il risultato della benevolenza di dio.

Ecco quindi che la classe media, la borghesia, sposa il capitalismo pensando di emergere grazie all’intelligenza e all’intraprendenza dei suoi membri, che dunque ora non sono più solo ricchi, ma anche educati nelle migliori scuole e ormai possono essi stessi snobbare gli aristocratici che non hanno nessun merito nella loro condizione privilegiata, poiché non hanno lottato per raggiungerla ma ne sono solamente eredi passivi. Tutto questo ha retto per un bel po’ ma con il passare del tempo le cose sono drammaticamente precipitate.

Perché pian piano si verifica uno slittamento delle posizioni delle classi sociali, che tendono tutte verso l’alto in quanto ormai anche il proletariato aspira alla ricchezza, magari modesta ma solida, e soprattutto fa propri i valori della borghesia: bisogna emergere, migliorarsi, diventare istruiti, professionisti, politici, uomini d’affari; e per le donne, ovviamente, il miglior modo per raggiungere il successo terreno è fare un buon matrimonio. E non solo il borghese aspira a che la figlia sposi un ricco o un uomo dalla solida posizione sociale, ma anche l’operaio vuole per sua figlia il “buon partito”, quindi magari l’avvocato, il medico o il piccolo imprenditore che può però diventare molto ricco.

In questo quadro è chiaro che l’unico valore indiscutibilmente ritenuto universale e assiomatico è rappresentato dal denaro, dalla quantità posseduta, dal successo economico propedeutico a qualsiasi successo sociale e mondano, ed è chiaro a questo punto che qualsiasi mezzo è valido per raggiungerlo e dunque non si tratta più di essere più intelligenti e preparati degli altri ma di essere anche e soprattutto i più disinibiti, i più furbi, i più capaci di non avere scrupoli di nessun genere. Poiché gli scrupoli sono un lusso che chi deve lottare per la sopravvivenza non può permettersi, ed è questa la giustificazione che in ultima istanza ognuno dentro di sé usa per assolversi da qualsiasi colpa.

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E qui arriviamo a Marx, perché in qualsiasi ragionamento sul capitale non si può che arrivare a lui o partire da lui, il grande economista che cambiò le sorti del mondo moderno, fonte inesauribile di concetti tutt’ora all’avanguardia, l’unico che ha studiato il fenomeno politico e sociale sotteso al capitalismo sotto tutti i punti di vista, la lotta di classe, il materialismo storico, il plus-valore, la mercificazione del lavoro umano, la circolazione delle merci, nonché il loro significato storico, umano e sociale.

Marx diceva, tra le altre cose, che con il passare del tempo si verifica la proletarizzazione della società, ovvero che ad essere schiavi del capitalismo non sono più solo gli operai con lo sfruttamento del plus-valore di cui si appropria il padrone per accumulare il capitale, ma pian piano tutti vengono assoggettati e fagocitati da questo mostro senza testa che è il capitalismo perché anche l’impiegato, anche il direttore d’azienda, anche il capitalista stesso diventa ostaggio del sistema, un sistema perverso di cui nessuno può più liberarsi.

L’aspetto perverso del capitalismo risiede innanzitutto nel concetto di crescita economica. Questo vuol dire in soldoni che non è sufficiente che il padrone ottenga un profitto dalla sua impresa ma che questo profitto deve essere in crescita, e questa crescita per la natura stessa dei meccanismi economici non può che essere infinita, ad libitum direbbero i latini, o per sopraggiunta morte del capitalista stesso. È facile dire che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, ma questa banale verità è tanto più allarmante in quanto il processo ormai è diventato veloce, inarrestabile e portatore di morte e distruzione. Si pensi per esempio all’ambiente, il tempo massimo è già scaduto; le catastrofi naturali ormai già hanno iniziato a travolgerci, e andrà sempre peggio in un crescendo esponenziale di reazioni a catena.

Dunque tornando al nostro discorso sulla proletarizzazione della società del capitale, facciamo l’esempio del professionista o del dirigente che si sposa, fa dei figli, compra una casa, accende un mutuo, usa le carte di credito per pagarsi le vacanze: egli non può far altro che continuare ad essere un ingranaggio del sistema; nessuna debacle, nessun tentennamento è ammesso pena l’espulsione immediata (negli Stati Uniti per esempio è veramente repentina): se a fine mese non è solvente, se non può pagare la rata del mutuo, del leasing dell’auto, gli abbonamenti delle utenze, la retta delle scuole private dei figli, egli diventa immediatamente uno scarto, un paria. La perdita del lavoro al giorno d’oggi non è più solo una tragedia economica ma consiste nell’espulsione totale di quella persona da qualsiasi contesto umano e sociale, perché senza soldi non puoi fare niente, sei impotente e inutile, e nessuno può aiutarti o diciamo che nessuno di solito lo fa, per paura di essere risucchiato nel vuoto divorante della miseria. Questo è quello che succede ad esempio se si va incontro ad una malattia cronica invalidante; in America è più repentina l’espulsione dal sistema perché cosa se ne fanno di un capitano d’industria sulla sedia a rotelle o malato di tumore e sottoposto a chemioterapia che non può più essere produttore di alcunché? Ma anche in Italia le cose non vanno poi tanto diversamente, perché anche se è vero che noi abbiamo un SSN gratuito è anche vero che al di là di un certo periodo di assenza dal lavoro sarai comunque licenziato. E con la perdita del lavoro immediatamente quella persona ricade in un cono d’ombra: la disoccupazione, la mancanza di fondi sufficienti ad intraprendere qualsiasi attività autonoma, la morte sociale e, infine, la morte fisica.

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