Il significato psicologico del lavoro nella nostra esistenza. Il contributo di Marx e Fromm

di Gabriele Giacomini

Il lavoro ha un ruolo fondamentale nella vita di ognuno di noi: può essere un concreto strumento di realizzazione delle nostre qualità. Oppure un alienante peso, fonte di fatica e sofferenza, necessario per la nostra sopravvivenza economica. Per chi non ha un’occupazione, è invece un obiettivo da raggiungere, per rivendicare il diritto di esistere nella società ed aspirare a divenire una persona autonoma.

In ogni caso la sfera lavorativa suscita in ognuno di noi vivi sentimenti, di integrazione o di alienazione, a seconda se ci sentiamo in sintonia con la nostra attività e con i colleghi, o se avvertiamo il disagio di non essere compresi per le nostre capacità.

Il contributo di K. Marx nello studio delle relazioni lavorative e nella dialettica dei sentimenti umani.

Nella filosofia moderna, Karl Marx ha posto il lavoro al centro del suo studio filosofico.

Mentre la sua dottrina economica è diffusamente nota, è invece meno conosciuto il pensiero psicologico di questo Autore: egli, partendo dalla descrizione degli stati d’animo provati dal lavoratore nella sua condizione di subordinato rispetto al capitalista, ha descritto una significativa dialettica dei sentimenti: essa va oltre la dimensione strettamente sociologica, essendo i vissuti dell’uomo sempre universali e riferibili ad ogni componente della sua esistenza.

Erich Fromm, nel saggio Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo, intende sfatare il pensiero comune secondo cui la filosofa marxista sarebbe essenzialmente materialistica.

Pur essendo passato alla storia come il filosofo del “materialismo storico”, Marx è considerato da Fromm addirittura un “umanista”, per la sua fine analisi psicologica del comportamento individuale e collettivo, all’interno delle dinamiche lavorative.

A tale questione, Fromm dedica il saggio: “Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo”.

Si possono ritrovare, in effetti, alcuni concetti utili alla fondazione di una psicologia umanistica nel testo di Marx Manoscritti economici e filosofici del 1844.

Secondo l’Autore, il carattere specifico della specie umana è la sua esigenza di libertà (concetto ben lontano dagli schemi stimolo-risposta e da ogni forma di riduzionismo biologico). L’obiettivo finale dell’individuo è raggiungere la propria autorealizzazione, attraverso un continuo slancio verso il superamento dei propri limiti.

Per perseguire questo fine, l’essere umano è guidato da passioni, di cui deve prendere coscienza non attraverso un esercizio intellettuale astratto, ma tramite esperienze concrete.

Qui nasce la critica marxiana alle speculazioni fini a se stesse, comprese la filosofia astratta, la religione, ma anche la scienza naturale. Quest’ultima non consentirebbe all’uomo di prendere coscienza di se stesso, ma solo di fornire mezzi tecnici per manipolare in modo più proficuo la realtà.

Marx indica invece come fattore di maturazione per l’uomo l’azione concreta, che è spinta da passioni fondamentali: a guidare le azioni umane, fin dalle origini, sono innanzitutto le esigenze di soddisfare la fame e la sete, di riprodursi, di proteggere se stessi e la prole. Su queste basi nasce, quindi, la necessità degli individui di organizzarsi in una società e di stabilire regole condivise con i propri simili.

Che cosa sono le passioni? Sono impulsi, ma in un’accezione diversa da quella delle teorie psicologiche sperimentali e della psicoanalisi ortodossa, che negano qualunque autonomia all’individuo.

Nella visione di Freud, l’impulso è solo la necessità di scaricare una tensione per un conseguire un rilassamento, fenomeno che si potrebbe tradurre in una formula chimica. Pertanto l’impulso non presenta alcun riferimento all’Io, che è un puro strumento passivo, in balia delle forze della Natura.

Per Marx, invece, l’impulso non è altro che la mia aspirazione ad integrarmi con l’altro e con il mondo: è l’esigenza di relazione, per pervenire, come egli afferma, alla “unione dell’uomo con la natura”.

Le passioni umane, quindi, sono per Marx una spinta verso l’altro, un continuo divenire. L’esistenza è la mia volontà dinamica di superare problemi, ostacoli che si oppongono a me, attraverso la cooperazione con l’altro: il pensiero marxiano è pervaso dalla cosiddetta “dialettica degli opposti”.

Pertanto Marx, secondo Fromm, può essere considerato come fondatore, pur inconsapevole, della psicologia dinamica dialettica.

In ogni azione dell’uomo, e nel suo stesso corpo, è implicita un’intenzionalità psicologica. In un passo dei suoi Manoscritti economico-filosofici, Marx afferma:

“Le relazioni umane col mondo: il vedere, l’udire, l’ascoltare, assaporare, sentire, agire, amare ecc, in breve le tutti gli organi della sua individualità sono l’espressione attiva della realtà umana”.

Quindi gli organi dell’essere umano non sono altro che la rappresentazione esterna della mia volontà di interagire con l’altro.

Queste affermazioni sembrano evocare la filosofia di Schopenhauer, che vedeva nell’espressività umana la manifestazione della volontà; mentre quest’ultimo, tuttavia, ritiene l’uomo non libero (tranne il raro individuo “illuminato”), in quanto succube della Volontà come entità metafisica, Marx definisce invece il carattere dell’intera specie umana come “libera e conscia attività”.

I sentimenti negativi di “alienazione”, nel lavoro, come stimolo alla conoscenza di sè ed alla trasformazione della società.

L’uomo è autenticamente se stesso quando ha la proprietà di essere energia attiva.

Si disumanizza, invece, quando assume le sembianze di un oggetto, cioè quando diventa passivo. Questo accadrebbe nelle società in cui l’individuo è usato come mezzo di produzione e quindi viene snaturato, ovvero alienato.

Nasce qui il concetto di alienazione dell’operaio, della persona oppressa, socialmente schiava di un sistema che lo utilizza come l’ingranaggio di un meccanismo. Diventa strumento di finalità estranee, cioè del profitto del capitalista.

Quindi Marx afferma che, nel lavoro alienato, l’uomo diventa bestia quando dovrebbe sentirsi uomo: l’operaio infatti non godrà mai del prodotto dei suoi sforzi. E diventa uomo quando invece dovrebbe sentirsi bestia: l’operaio, spersonalizzato dalla monotona routine quotidiana, che cosa fa alla fine della giornata? Si stordisce nel bere, nel mangiare, nell’ubriacarsi, nel fare sesso. Diviene preda di passioni alienate, cioè disumane: non sono più le attività finalizzate a stabilire relazioni autentiche con l’altro e con il mondo esterno.

Le passioni alienate sono uno scarico pulsionale, sono prodotti di degradazione di un individuo che, tramite un velleitario soddisfacimento dei sensi, ottiene un estemporaneo oblio dalla sua condizione esistenziale abnorme.

Differenze tra la psicologia umanistica dialettica e la psicoanalisi freudiana.

La psicologia umanistica riconosce un’autonomia di studio ai sentimenti soggettivi, nella loro dialettica intrinseca, senza una subordinazione diretta della sfera affettiva a quella dei processi fisico-chimici dell’organismo: anche questa riduzione implicherebbe un subdolo processo di “alienazione” del soggetto dai propri sentimenti.

Questo è un elemento distintivo della filosofia di Marx nell’interpretazione di Erich Fromm, che dichiara: «Il problema di come attuare la distinzione tra bisogni umani e disumani è, in realtà, il problema psicologico fondamentale, che la psicologia e psicoanalisi non avrebbero potuto neppure cominciare ad indagare (…); e come avrebbero potuto farlo, al momento che il loro modello è l’uomo alienato? (…) Solo una psicologia dialettica e rivoluzionaria, che vede l’uomo e la sua potenzialità al di là del suo aspetto mutilato, può arrivare a questa importante distinzione tra due generi di bisogni».

Ovvero: per la psicoanalisi ortodossa l’uomo non è altro che una cosa, un automa, passivo contenitore di tensioni da scaricare.

Osserva ancora Fromm: «Se Marx avesse conosciuto la teoria di Freud, l’avrebbe criticata come una teoria tipicamente borghese di uso e sfruttamento».

In una prospettiva umanistica, invece, l’uomo è una persona, che può degradarsi a cosa solo quando si verifica uno snaturamento del suo essere (a causa di una patologia somatica o di un grave disadattamento sociale).

Nella filosofia marxiana vi è sia l’esigenza di descrivere l’uomo come attività, sia la tendenza ad interpretare acutamente i sentimenti individuali e collettivi, riconosciuti come i fattori più significativi che determinano il comportamento umano.

Marx sembra riconoscere implicitamente la differenza di significato tra essere umano (inteso come Io, soggetto dotato di sentimenti che costituiscono la sua personalità) ed organismo biologico (inteso come insieme di stimoli e risposte, in assenza di alcuna autonomia dell’Io). Tale distinzione non esiste invece nella psicoanalisi freudiana.

Sarebbe quindi Freud un vero materialista assoluto.

Il fondatore della psicoanalisi, sul piano della pratica clinica, ha sempre riconosciuto massima importanza alla relazione terapeuta-paziente, anche come fattore curativo; sul piano teorico, tuttavia, nella sua metapsicologia ha ridotto i sentimenti a puri epifenomeni di processi chimico-fisici (come se gli affetti non fossero altro che “differenze di potenziale” di impulsi elettrici).

La dialettica dei sentimenti all’interno delle relazioni lavorative.

Secondo Marx, il sentimento fondante l’essere umano è quello dell’amore, che coincide con la vitalità concreta, come volontà di affermazione attraverso la relazione con l’altro, la conquista di maggiori spazi di libertà nella vita personale e nel lavoro.

L’antitesi dell’amore non è che l’avidità, sentimento che rende impossibile stabilire una relazione paritaria con l’altro. L’uomo avido ha invece l’esigenza di sovrastare l’altro attraverso l’accumulo delle ricchezze, che provoca un crescente divario tra l’oppressore (in questo caso il capitalista), e l’oppresso (l’operaio, il lavoratore dipendente), succube di questa ingiustizia sociale.

Che sentimenti prova l’oppresso?

Inizialmente, in modo poco strutturato, percepisce che “qualcosa che non va”: egli è relegato al ruolo di sfruttato e, man mano che ne prende coscienza, prova sentimenti di vergogna, di manchevolezza, di umiliazione. Questi stati d’animo possono facilmente trasformarsi in rabbia e sdegno.

Infatti Marx afferma: «La vergogna è un sentimento d’ira rivolta verso se stesso e se un’intera nazione provasse veramente vergogna sarebbe come un leone che si accovaccia prima di spiccare il volo».

Quindi, quando il lavoratore acquista consapevolezza del suo stato di subordinazione ingiusta, la sua vergogna può trasformarsi in ira ben veicolata: ovvero rabbia come volontà del soggetto di riaffermare se stesso, di riscoprire il proprio valore personale e l’autostima, intenzione che sfocerebbe, secondo Marx, nella lotta di classe e nella rivoluzione.

Essere di estrazione sociale umile non è squalificante: può essere anzi l’occasione di un risveglio emotivo, che dialetticamente porta me stesso ad un cambio di atteggiamento ed alla ricerca dell’altro per cooperare e rivoluzionare la mia condizione:

«La povertà è un legame passivo – afferma Marx – che conduce l’uomo a sperimentare il bisogno di una ricchezza più grande, l’altra persona».

Paradossalmente, proprio sperimentando la condizione di indigenza ed il sentimento annichilente di alienazione, l’individuo può quindi destarsi, trasformare ciò che era avvertito in modo nebuloso ed indistinto, fino a possedere una coscienza del suo ruolo sociale in questo preciso momento storico.

La “Dialettica della natura” ed i suoi limiti costitutivi.

Riconosciamo a Marx una visione storica e dialettica dell’essere umano. Dobbiamo tuttavia evidenziare che la sua analisi psicologica dei sentimenti è subordinata ad una visione filosofica complessiva che pone al centro non l’uomo stesso, ma la materia.

Questa tendenza è ancora più esplicita nel sistema metafisico che propone F. Engels. Nella sua Dialettica della natura, gli elementi che dovrebbero caratterizzare l’interiorità umana diventano ora costitutivi di una dialettica presente nel mondo esteriore.

Engels descrive una materia dotata di energia intenzionale nell’aggregarsi, secondo un’intelligenza immanente: si allude alla relazione di attrazione tra polarità opposte, come nel magnetismo, tra il sesso femminile ed il sesso maschile, ecc. Engels utilizza anche diverse metafore, come quella per cui il seme si negherebbe attraverso la pianta e la pianta sarebbe la negazione della negazione che fa nascere il seme. Tali immagini appaiano però intellettualistiche, forzate e poco funzionali per analizzare il mondo naturale.

Se si parla di scienze naturali non si può contestualmente proporre un’intenzionalità dialettica: la Natura non ha una personalità, ma è un insieme di meccanismi causa-effetto analizzabili con la chimica, la fisica e la matematica.

La Natura non è altro che la rappresentazione di una scienza ideata dall’uomo per padroneggiare la realtà, attraverso l’applicazione delle leggi di causalità.

Se parlo di “dialettica della natura”, come nel caso di Engels, pretendo di “psicologizzare” la materia, con il rischio di ritornare ad una visione animistica del mondo o di sconfinare nel misticismo.

La psicologia e la dialettica hanno un senso quando applicate all’interiorità umana, non all’esteriorità naturale.

Marx ed Engels hanno cercato di riformulare in termini concreti la dialettica di Hegel: questa riforma sembra adattarsi con successo allo studio del sentimento umano, che si esprime con un’incessante dialettica di vissuti contrastanti, attraverso cui matura la personalità individuale.

La dialettica non sembra invece compatibile con le leggi della scienza naturale: problemi, contraddizioni e scelte non sono nella Natura, sono soltanto dentro di noi.

Per questo una psicologia dialettica che ponga al centro l’uomo nella sua concreta attualità è la base per lo studio di qualunque comportamento umano, sia nella sfera lavorativa che in quella esistenziale.

Conclusioni.

Al di là di ogni implicazione politica ed ideologica, Marx ha riconosciuto l’importanza del lavoro come modalità espressiva dell’uomo e come sorgente di sentimenti autentici e concreti.

Egli, nel suo sistema filosofico, sembra tuttavia polarizzare l’attenzione sugli squilibri sociologici e solo secondariamente sulla personalità.

Il lavoro, per il soggetto, è invece molto più di un prodotto di fattori economici e materiali: è innanzitutto un’esigenza di affermazione delle mie personali inclinazioni, alla ricerca di un significato da conferire alla mia esperienza di vita (come affermato anche da V. Frankl).

In epoca moderna, sia il marxismo che il liberismo hanno subordinato l’uomo alle logiche economiche: questa è una delle basi della crisi di valori che ha accomunato società organizzate secondo ideologie apparentemente opposte.

Una visione del mondo realmente umanistica e dialettica deve invece ribaltare i termini proposti, per porre l’uomo al centro di ogni questione (psicologica, economica e politica), fino a costituire un nuovo Rinascimento della società civile.

Riferimenti bibliografici:

Fromm E, Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo, 1968. In: Fromm E, La crisi della psicoanalisi, 1970.

Giacomini GG, La crisi della psicoanalisi e dei suoi fondamenti epistemologici – Psicoanalisi, metodo dialettico e Tavola Epistemologica Universale, Alpes, 2016.

Marx K, Manoscritti economico-filosofici del 1844. Einaudi, 1968.

[https://gabrielegiacomini.com/2020/08/26/il-significato-psicologico-del-lavoro-nella-nostra-esistenza-il-contributo-di-k-marx-e-di-e-fromm/?fbclid=IwAR1Q10hL4kpFBnN3TY9HemHtZoukUCgAFAwNurP-ZQBCo-4j59gDISuhzho]

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