KARL MARX – ALIENAZIONE E LIBERAZIONE

«Il punto fondamentale della critica di Feuerbach alla religione è il seguente: è l’uomo che fa la religione, e non la religione che fa l’uomo. Ma l’uomo non è un essere astratto; l’uomo è il mondo dell’uomo, cioè lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la consolazione, il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, l’oppio del popolo. È la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione deve dunque diventare lotta contro quel mondo di cui essa è l’aroma spirituale. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale del popolo stesso. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra».

«Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto; ma non come attività umana pratica, non soggettivamente. È accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall’idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l’idealismo ignora l’attività reale. Feuerbach vuole oggetti sensibili distinti dagli oggetti del pensiero, ma non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva, non concepisce l’importanza dell’attività pratico-critica. La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto uomini cambiati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini a modificare l’ambiente, e che l’educatore stesso dev’essere educato».

«Nella nostra società l’uomo è diventato una merce, e le sue condizioni di esistenza sono state ridotte a quelle di ogni altra merce. Il lavoro salariato è la completa rinuncia alla libertà, è schiavitù, è sacrificio dello spirito e del corpo. Il fine dell’economia capitalistica è l’infelicità umana, perché tratta il lavoratore come una bestia, un animale ridotto ai più stretti bisogni corporali; che ben lungi dal poter comprare tutto, deve vendere se stesso e la sua umanità solo per sopravvivere. Ma un uomo, per realizzarsi ed essere libero, non può rimanere schiavo della materia, non può essere servo del corpo: gli deve restare il tempo e il modo di poter vivere e godere spiritualmente».

«Per gli economisti l’uomo è solo una macchina per consumare e produrre, la vita umana è un capitale, le leggi economiche regolano ciecamente il mondo; gli uomini non sono niente, il prodotto è tutto. E con la valorizzazione del mondo delle cose, cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Quanto più l’uomo crea dei valori, tanto più egli è senza valore e senza dignità. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più è imbarbarito l’operaio; quanto più è spiritualmente ricco il lavoro tanto più l’operaio è divenuto senza spirito e schiavo della materia. Nel lavoro l’operaio non si afferma, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale. Il risultato è che l’uomo si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, bere, generare ecc., e che nelle sue funzioni umane si sente una bestia. Il bestiale diventa umano e l’umano bestiale. Sia chiaro: il mangiare, il bere ecc. sono certamente funzioni umane, ma diventano “animalesche” nell’astrazione che le separa dal restante cerchio dell’attività umana e ne fa gli scopi ultimi e unici».

«La proprietà privata ci ha fatti talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo abbiamo; quando dunque esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato. Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dalla loro alienazione, cioè dall’avere. Ma il senso ridotto al rozzo bisogno pratico ha una sensibilità altrettanto limitata. L’essere umano doveva essere ridotto a questa assoluta povertà, affinché potesse estrarre da sé la sua ricchezza interiore. Questo significa che la vera ed effettiva soppressione della proprietà privata deve intendersi, in positivo, come l’appropriazione concreta dell’esistenza e delle opere umane; il che non è da prendersi soltanto nel senso di avere e possedere, bensì come la completa emancipazione di tutti i sensi e le qualità dell’uomo, la fine della natura materiale ed egoistica del bisogno e del godimento. Solo allora l’utile economico sarà diventato un utile veramente umano e sociale; e l’emancipazione sarà la riappropriazione del sentimento e della ragione propri e degli altri uomini. Da qui si capisce anche come soltanto nella socialità e nella creatività dell’uomo spiritualismo e materialismo perdano la loro astratta opposizione; si vede come la soluzione delle antitesi teoriche sia possibile solo in modo pratico».

«L’economia è la scienza più bigotta, perché il suo massimo precetto morale è la rinuncia a vivere e a soddisfare ogni bisogno veramente umano. Per l’economia “il tempo è denaro”: cioè meno mangi, bevi, leggi libri, vai a teatro o a ballare o in birreria; meno ami, pensi, canti, dipingi, fai sport, giochi e ti diverti, più lavori, risparmi e fai grande il tuo capitale. Insomma meno sei, più hai; meno esprimi la tua vita (ossia più la tua vita viene espropriata) e più metti in cassaforte la tua essenza alienata. Tutto quello che l’economia ti dà sotto forma di denaro e ricchezza materiale, te lo toglie sotto forma di vita, di umanità e di libertà».

«Fino ad oggi la libertà personale è esistita soltanto per gli individui che appartengono alla classe dominante, mentre la maggior parte delle persone si sente in catene. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di fronte a loro e contro di loro; ed allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe contro un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità illusoria, ma anche una nuova catena. La vera libertà personale è possibile solo nella comunità, perché è all’interno della comunità che ciascuno ha la possibilità di realizzarsi e di sviluppare al meglio le proprie disposizioni. Soltanto nella futura comunità reale saranno tutti gli individui ad acquisire una libertà effettiva, nella loro associazione e per mezzo di essa».

«Sotto il dominio della borghesia gli individui si illudono di essere liberi, perché le loro condizioni di vita, il lavoro che “trovano” e tutto l’insieme della loro esistenza gli sembrano casuali, mentre in realtà liberi non sono affatto, in quanto tutta la loro vita è subordinata a forze oggettive, impersonali e necessarie sulle quali non hanno alcun controllo».

«Finora uno degli aspetti principali della storia è stato il fissarsi della nostra attività sociale in un potere oggettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli. Il potere sociale che nasce dalla cooperazione degli uomini appare loro non come il proprio potere unificato e rafforzato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale non sanno da dove provenga e dove vada; una potenza che quindi non possono più dominare, che segue un suo sviluppo indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e che anzi dirige questo volere e questo agire. Una alienazione, una estraneazione che può essere superata solamente con l’azione pratica».

«Nella sua prima forma storica, il comunismo è soltanto la collettivizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà delle cose gli appare così insuperabile che esso pensa di dover abolire tutto ciò che non può essere posseduto da tutti, calpestando quindi il talento individuale. L’unico scopo della vita diventa il possesso; la fatica dell’operaio non viene soppressa bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità rispetto alle cose resta per intero quello della proprietà privata».

«Se il comunismo si presenta come semplice abolizione economica della proprietà privata, esso è certo la negazione di una negazione, e con ciò un passaggio pratico indispensabile nel cammino dell’emancipazione umana, ma non è affatto l’obiettivo finale, la meta dell’evoluzione storica, la forma definitiva della società umana liberata! Lo diventa solo nella sua manifestazione più matura, come abolizione positiva della proprietà privata intesa come auto-estraniazione umana: in questo caso il comunismo diviene la reale riappropriazione dell’essenza dell’uomo attraverso l’uomo e per l’uomo: è il ritorno dell’individuo come essere sociale, cioè umano; un ritorno completo, fatto cosciente, maturato in tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi. Questo comunismo evoluto e maturo si identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo; e in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo. È la vera soluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, e tra uomo e uomo. È la più autentica risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra la necessità e la libertà, tra la specie e l’individuo».

«Ci rinfacciano di voler abolire la proprietà acquisita personalmente, frutto del proprio lavoro, che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale. “Frutto del proprio lavoro”, “guadagnata con le proprie forze”: ma quella proprietà l’ha abolita e la sta abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell’industria! Il lavoro salariato dà forse una proprietà al lavoratore? Niente affatto. Il suo lavoro crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo con l’attività comune di tutti i membri della società. Perciò il capitale non è una potenza personale ma sociale; e se viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti, non è la proprietà personale ad essere socializzata. Si trasforma solo il tipo di proprietà, che perde il suo carattere di classe. Noi non vogliamo affatto abolire l’appropriazione personale dei prodotti utili alla vita, che non lascia alcun profitto tale da conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, per cui chi lavora vive allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l’interesse della classe dominante. Nella società borghese è il capitale ad essere indipendente e personale, mentre l’individuo è dipendente e impersonale. E se la borghesia chiama “abolizione della personalità e della libertà” la cancellazione di questo rapporto, ha ragione: si tratta infatti di abolire la sua personalità e libertà!».

«Voi borghesi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata: ma nella vostra società essa è già abolita per nove decimi dei suoi membri. Dunque ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà per l’enorme maggioranza della popolazione. Cioè ci rimproverate di voler abolire la vostra proprietà. Certo, infatti è proprio questo che vogliamo!».

«Se ipotizziamo una società socialista vediamo come, al posto della ricchezza materiale come la considera l’economia borghese, subentri l’uomo ricco grazie alla ricchezza delle sue capacità e aspirazioni. Nel socialismo “ricchezza” e “miseria” ricevono un significato umano e sociale. È veramente ricco l’uomo che ha bisogno di una totalità di manifestazioni di vita, l’uomo la cui realizzazione esiste come necessità interna, come primo bisogno. E per l’uomo la più grande delle ricchezze è l’altro uomo».

«È sbagliato immaginare l’opposizione comunista alla proprietà privata come una semplice soppressione della proprietà in generale, per ottenere magari come risultato la mancanza generale di proprietà, cioè la miseria generale. Ciò che è necessario abolire è la proprietà borghese dei mezzi di produzione, perché le forze produttive degli individui e delle loro relazioni economiche si sono ormai sviluppate a un punto tale che sotto il dominio del capitale sono diventate forze distruttive della ricchezza sociale. E il comunismo abolisce la povertà, non la ricchezza, che anzi incrementa e mette a disposizione di tutti».

«Con il rovesciamento della società capitalistica mediante una rivoluzione comunista, e la conseguente abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo; e gli individui saranno messi in condizione di godere della produzione materiale e spirituale di tutto il mondo, creazione degli uomini stessi».

«Nell’appropriazione rivoluzionaria della ricchezza sociale, gli strumenti di produzione saranno messi a disposizione di ogni persona, e la proprietà assegnata a tutti. Le nuove relazioni economiche mondiali non possono più essere affidate ai singoli individui se non affidandole a tutti gli individui. Solo a questo stadio di sviluppo della società la liberazione personale si può realizzare nella vita reale, perché corrisponde all’emancipazione degli individui in persone complete, alla trasformazione del lavoro in libera manifestazione personale, al passaggio dalle relazioni tra le classi a quelle tra gli individui in quanto tali».

«Dopo il crollo della vecchia società borghese non ci sarà più nessuna dominazione di classe, né un nuovo potere politico. La condizione della liberazione della classe lavoratrice è l’abolizione di tutte le classi. La classe lavoratrice sostituirà alla vecchia società di classe una libera associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo. E non dovrà esserci più alcun potere politico propriamente detto, perché ogni potere politico è il riassunto ufficiale di un antagonismo sociale. Dunque soltanto in un ordine di cose in cui non ci saranno più classi, né antagonismi di classe, le evoluzioni sociali smetteranno di trasformarsi in rivoluzioni politiche».

«Nella fase più elevata della società comunista, dopo che saranno scomparsi l’asservimento e la subordinazione degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; dopo che il lavoro stesso non sarà più mezzo di vita ma sarà diventato il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo armonico e onnilaterale degli individui saranno cresciute enormemente le forze produttive della società e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza, solo allora il ristretto orizzonte borghese potrà essere superato, e l’umanità potrà scrivere sulle sue bandiere: da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!».

«Quando con la rivoluzione comunista saranno sparite le differenze di classe, e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere statale perderà il suo carattere politico; non sarà più, come oggi, il potere organizzato di una classe per soggiogarne un’altra. Quando il proletariato, divenuto classe egemone in seguito alla rivoluzione, sopprimerà radicalmente i vecchi rapporti di produzione, cancellerà anche le condizioni di una contrapposizione tra le classi; abolirà le classi stesse e dunque anche il proprio dominio. Al posto della vecchia società borghese, con le sue classi e i suoi antagonismi di classe, subentrerà una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti».

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