Socialisti: che fare?

di LEONARDO MARZORATI

L’umanità sta vivendo un evento destinato a modificare sensibilmente il corso della storia. La pandemia da Covid-19 ha fermato eventi culturali e sportivi che solo le due guerre mondiali del secolo scorso avevano costretto alla cancellazione. La pandemia ci immerge pienamente nel XXI secolo, come la Grande Guerra aveva proiettato l’Europa e il Mondo intero nel XX secolo.

I socialisti del XXI secolo devono tornare ad essere protagonisti. Nello scorso secolo, allo scoppio della Grande Guerra, il mondo socialista europeo si divise. Quello italiano visse mesi traumatici. La maggioranza del Partito Socialista, di cui facevano parte il segretario Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balabanoff, si schierò coerentemente contro l’intervento. Così fece anche la minoranza riformista, le cui figure di spicco erano Claudio Treves, Filippo Turati e Anna Kuliscioff. Sia all’interno del partito che negli ambienti limitrofi, non in pochi si schierarono però per l’intervento italiano a fianco dell’Intesa.

L’esponente principale del PSI a sostenere la guerra fu il direttore del quotidiano del partito, l’Avanti!, Benito Mussolini. Il futuro Duce, che nel 1914 aveva minacciato lo sciopero generale contro un intervento italiano a fianco della Triplice Alleanza, l’anno successivo appoggiò la guerra agli imperi centrali con l’Italia alleata di Francia, Regno Unito e Russia zarista. A favore della guerra furono anche i moderati di governo Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, europeisti e già espulsi dal Partito Socialista, su forte spinta dell’allora anti-colonialista e anti-governista Mussolini. Nella loro visione, la sconfitta della Germania e l’implosione dell’Impero Austroungarico avrebbero portato alla nascita di nuove nazioni (come in effetti fu) e alla possibile formazione degli Stati Uniti d’Europa (cosa che non fu). Furono interventisti i sindacalisti rivoluzionari Filippo Corridoni e Alceste De Ambris, l’allora repubblicano Pietro Nenni, l’intellettuale marxista Arturo Labriola, il socialista irredentista Cesare Battisti, il radicale di sinistra e meridionalista Gaetano Salvemini e gli anarcosindacalisti della Uil.

Ci furono figure come Sergio Panunzio, fedele alla linea del PSI, ma che mostrò sensibilità patriottica verso gli italiani dei territori occupati dagli austroungarici dopo Caporetto. Altri marxisti, come il giovane Antonio Gramsci, vedevano nella guerra l’occasione per poter dare le armi al proletariato e da lì avere uno strumento in più per portare a compimento la rivoluzione (cosa che avvenne in Russia).

Il primo conflitto ingrandì parecchie divisioni presenti nell’universo socialista, contribuendo al rafforzamento delle destre reazionarie, i cui maggiori esponenti, Mussolini su tutti, spesso provenivano proprio da sinistra. Alcuni, come il futuro Duce, furono foraggiati da grandi capitalisti che avevano fatto i miliardi con la guerra (il gruppo Ansaldo sostenne economicamente il nuovo giornale diretto da Mussolini Il Popolo d’Italia). Altri scelsero per travagli personali o ingenuità l’entrata in guerra dell’Italia, scavando un solco profondo tra loro e il mondo socialista (marxista, soreliano, anarcosindacalista) da cui provenivano. Gli anni che seguirono la Grande Guerra furono tra i più bui della storia dell’umanità e portarono alla tragedia ancor più grande del secondo conflitto mondiale.

Furono diversi i palcoscenici su cui il mondo socialista e dell’allora sinistra si scisse. Chi si schierò per la guerra e chi per la pace; chi tifò per la rivoluzione bolscevica e chi la condannò; chi puntava a riforme progressive e chi voleva abbattere il parlamentarismo; chi appoggiò, anche implicitamente, i governi liberali e chi li avversò; chi rafforzò il sentimento internazionalista e chi si chiuse nel patriottismo. La Grande Guerra aprì fratture irreparabili tra i socialisti.

Oggi per fortuna non abbiamo guerre mondiali. Ci sono però diversi conflitti bellici, le cui conseguenze si riversano anche sul nostro Paese e sull’Europa: Libia, Siria, Yemen, Nagorno Karabakh, Donbass. Abbiamo una pandemia che sta mietendo vittime in ogni angolo del globo e che porterà inevitabilmente a una drammatica crisi economica. Abbiamo migrazioni economiche (dall’Italia all’estero e dall’estero all’Italia), precariato e insicurezza.

Da decenni non si vedeva una presenza così scarsa dello stato sociale in Italia e in Europa. I principali colpevoli sono quei politici che hanno spalancato le porte al liberismo più sfrenato, quello che ha aumentato le disparità economiche e sociali, facendo sì che una minoranza privilegiata diventasse sempre più ricca, a discapito della maggioranza. Molti di questi politici provengono dal mondo socialista. Si sono dichiarati orgogliosamente socialisti mentre creavano nel 1992 quella gabbia di sviluppo che è l’Unione Europea; si sono dichiarati socialisti mentre smantellavano lo stato sociale dei rispettivi Paesi tra gli anni novanta e duemila.

I socialisti, quelli sinceri che si battono per il socialismo, per citare la celebre domanda che Lenin prese in prestito da Cernysevskij, si devono chiedere “Che Fare?”. Constatato che i sedicenti socialisti di governo, figli della “terza via” blairiana, non possono avere più voce in capitolo in materia di socialismo, gli altri devono alzare la voce, per far capire al popolo il loro pensiero. Credere ancora nella Ue o cercare di abbatterla? Questa domanda ricorda il quesito guerra sì – guerra no del 1915. L’allora diaspora socialista portò all’avvento dei fascismi. Oggi, una debolezza in campo socialista, specie dopo il trauma umano e sociale generato dal coronavirus, può rafforzare le compagini liberiste e quelle nazionaliste.

Noi socialisti siamo nemici del liberismo e del nazionalismo, pur avendo visioni diverse al nostro interno sull’attuale situazione politica. C’è chi cautamente appoggia il governo Conte II e chi lo osteggia; chi si batte per l’uscita dalla Ue e chi non sente come sua questa battaglia; chi chiede maggiori controlli sui flussi di persone dai territori extraeuropei verso l’Europa e chi sostiene maggiore accoglienza.

Noi vogliamo un salario garantito, sanità e scuola pubbliche (dopo le privatizzazioni selvagge degli scorsi decenni), una cultura accessibile a tutti e una vera politica ambientale. Vogliamo porre un freno al consumismo sfrenato, che nei giorni della pandemia viene sbandierato dai colossi dell’e-commerce. Ci opponiamo alla cementificazione e alle grandi opere inutili, sostenendo un’edilizia sostenibile che riparta dalla messa in sicurezza di tutte le aree a rischio sismico. Vogliamo lo stato sociale.

Questa pandemia è una guerra. Meno truculenta e più silenziosa, ma i morti nella bergamasca seppelliti senza funerale ci ricordano quelli caduti in trincea dal 1914 al 1918. Noi socialisti dobbiamo tornare a essere soggetto politico attivo. Altrimenti, come cent’anni fa ci si piegò al fascismo, si apriranno le porte alle peggiori politiche liberiste e autoritarie, cosa che in alcuni Paesi europei (Polonia e Ungheria) sta già avvenendo.

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