Fano: “briciole” al posto della sanità pubblica

Bye-bye welfare! A Chiaruccia (Fano) qualcosa doveva esser fatto. La logica del “contentino” paga sempre perché gli affamati si accontentano delle briciole: una bella clinica privata per metà convenzionata. Nessuna sorpresa, tutto già scritto. Mr. Sansavini, il guru della sanità privata “from Cotignola”, rappresenta una garanzia di qualità. Il “re” delle cliniche private è rassicurante. L’intento è quello di «arricchire il sistema sanitario locale con servizi di alta specializzazione per fermare l’altissima mobilità passiva». Filantropia pura… Peccato non si fermi qui: «Noi vogliamo lavorare con le assicurazioni e quindi dare una risposta ad un target alto della popolazione… Questa è una grande opportunità per la città» (sic). Per qualcuno sarà sicuramente una grande opportunità ma non certo per Fano, che rinuncia all’ospedale cittadino già depotenziato a favore di quello “provinciale” o meglio pesarese di Muraglia; non certo per i cittadini della vallata del Metauro che facevano riferimento alle macerie del S. Croce. Le oasi nel deserto sono quasi sempre un miraggio. La gestione delle emergenze non compete il privato e la logica privatistica è quella del profitto, pertanto è irrazionale persino pensare che esso rappresenti un risparmio per le casse dello Stato. Si torna indietro.

Questo è un mirabile esempio di politiche regressive finalizzate ad abbattere il modello universalistico della sanità istituito nel 1978. Nessuna demonizzazione del privato come opzione complementare al sistema sanitario nazionale; purtroppo la gestione aziendalistica della sanità ha spalancato le porte al privato accreditato strutturale, dando vita ad una quantomeno discutibile commistione di pubblico, privato e politica. Il diritto alla salute rischia di non essere più un diritto di cittadinanza ma di tornare ad essere collegato alla condizione retributiva. Non è un caso che alcune emittenti private abbiano recentemente iniziato a pubblicizzare piani di assistenza sanitaria integrativa.

Dietrologia? A parlare sono i fatti: la legge di stabilità del 2016 (governo Renzi) detassa le spese dell’azienda che assicura ai suoi dipendenti, previa contrattazione, l’assistenza mutualistica integrativa. Tutto in linea con il governo Berlusconi ed il libro bianco di Sacconi secondo cui non è pensabile dar tutto a tutti e pertanto è “cosa buona e giusta” che il sistema sanitario nazionale si prenda in carico solo coloro che non possono permettersi assicurazioni integrative e mutue. A livello locale si chiudono ospedali ma si apre al privato convenzionato e in nome della spending review si “razionalizza” costruendo nuove strutture con soldi che non ci sono, appellandosi a modalità di finanziamento che rappresentano l’ennesimo regalo ai privati.

Cosa fare concretamente per opporsi a questa deriva resta un mistero. Chiunque ci abbia provato, investendo tempo ed energie, ha fin qui fallito. Un fallimento relativo, tuttavia, perché la negazione dell’esistente rappresenta comunque un universo di possibilità irrealizzate che vanno declinate e perseguite.

Valentina Pennacchini (Circolo Polverari – MRS Fano)

Nostra intervista su Marcuse

Raffaele Laudani, autore di un importante libro su Marcuse (Politica come movimento. Il pensiero di Herbert Marcuse, Collana “Il Mulino/Ricerca”, pp.336) ha accettato di rispondere alle nostre domande sulla teoria del celebre esponente della Scuola di Francoforte, le cui critiche alla società contemporanea – doppiamente eretiche (anche rispetto al marxismo ortodosso) nel momento in cui furono scritte – appaiono ancora oggi quanto mai stimolanti e lungimiranti. Laudani, che ha insegnato anche alla Columbia University di New York, è uno dei massimi esperti italiani del pensiero di Marcuse. Ha anche curato una raccolta di suoi scritti (da lui stesso tradotti) nonché l’edizione italiana degli inediti.

Professor Laudani, qual’è l’idea-chiave del suo libro?

Quella indicata nel titolo: la politica come movimento, ovvero il tentativo di dimostrare come il sostegno politico che Marcuse ha dato ai movimenti di contestazione degli anni 60 e 70 sia radicato nelle origini stesse della sua filosofia. Il cuore della sua attività di ricerca è infatti la fondazione di un’idea di politica non come ordine statico da raggiungere, ma come movimento incessante. In tal senso, fondamentale è l’idea che il corso della storia e della vita si radica in una “eccedenza ontologica”, cioè in un desiderio che eccede sempre ogni realizzazione concreta. In Marcuse il movimento triadico (tesi, antitesi e sintesi) della dialettica hegeliana viene superato da una dialettica di realtà e possibilità. Il compito della teoria critica è allora quello di verificare di volta in volta le possibilità presenti nella storia ma negate dalla storia stessa; e da un punto di vista politico i movimenti radicali e rivoluzionari sono la concretizzazione di questa voglia di realizzare le possibilità storiche inespresse.

Sono le due dimensioni dell’uomo: quella del “reale”, e quella del “possibile” che il Potere cerca di sopprimere e annullare per imporre la “monodimensionalità”…

Esattamente. Ma va chiarito che il concetto di “uomo a una dimensione” non è una mossa difensiva frutto del pessimismo del tardo Marcuse, che non crederebbe più nell’impegno rivoluzionario: io cerco di dimostrare come si tratti invece del tentativo di capire in quali condizioni storiche si trova ad essere giocata la possibilità di un mondo qualitativamente diverso, e quali sono le forme politiche e organizzative in grado di realizzare questa possibilità.

Quanto rappresenta una correzione anche della tradizione marxista quel “nuovo soggetto rivoluzionario” di cui parla Marcuse?

E’ il tema che ha caratterizzato tutta la riflessione della Scuola di Francoforte: il tentativo di dare una risposta alla crisi del marxismo di inizio Novecento, che emerge a partire dalla sconfitta delle rivoluzioni dei Consigli alle quali Marcuse partecipò. Nel ’19 si trovò a difendere militarmente Alexander Platz dalla reazione dei Freikorps. La morte di Rosa Luxemburg assume per lui un’importanza paradigmatica come fine di questo ciclo rivoluzionario; e a partire da quel momento, il giovane Marcuse cerca di capire le ragioni di quella sconfitta storica, sottolineando l’obsolescenza di alcuni aspetti della teoria marxista senza però mai abbandonarla.

Nemmeno quando, con l’idea del “Grande Rifiuto”, sembra ricorrere ad una “negazione indeterminata” che non fa più riferimento ai classici soggetti rivoluzionari?

Infatti per questo è stato definito un “post marxista”, incapace di riconoscere quella “negazione determinata” del capitalismo che si incarna in specifici soggetti storici. E’ stato descritto come colui che sostituisce alla classe operaia gli studenti, gli emarginati, gli esclusi, le minoranze. E tuttavia Marcuse ha sempre negato questa interpretazione. Finché siamo all’interno dell’orizzonte capitalistico, caratterizzato dalla fondamentale contraddizione tra capitale e lavoro, la classe lavoratrice non può che rimanere il soggetto della rivoluzione. Il problema è semmai che nella società industriale avanzata questo soggetto non ha più, come dire…

…la spinta soggettiva?

Sì; insomma la voglia di farla, questa rivoluzione. Mentre invece emergono nuove soggettività che sono appunto le minoranze razziali, i movimenti di liberazione del Terzo Mondo, gli studenti, i disoccupati: realtà che pur non avendo le condizioni oggettive per la rivoluzione, ne possiedono tuttavia le motivazioni soggettive, perché sentono sulle loro spalle il peso dello sfruttamento e dell’oppressione. Se Marcuse descrive questi soggetti come catalizzatori del mutamento radicale, pensa tuttavia che il peso della trasformazione spetti sempre alla classe operaia. Da questo punto di vista il carattere simbolico delle lotte del maggio francese del ’68 sta nello spingere i sindacati verso lo sciopero generale, rimettendo in moto il mondo del lavoro in chiave radicale. Nel mio libro ho cercato di spiegare come questa riflessione, all’epoca dell’Uomo a una dimensione, si chiuda con un’impasse, perché Marcuse si trova ad identificare le possibilità inespresse di una società che apparentemente sembra aver annullato ogni spazio per l’alternativa.

E’ come se il mondo monodimensionale avesse imprigionato anche lui…

Infatti è così, almeno nel momento in cui scrive L’uomo a una dimensione! Ma gli ultimi anni della sua vita sono dedicati a superare quel limite. L’ultimo decennio della produzione marcusiana è il tentativo di andare oltre la società “a una dimensione”. C’è un saggio del ’79, che può essere considerato il suo testamento politico, in cui Marcuse supera la contrapposizione tra classe operaia integrata e nuovi soggetti del mutamento e perviene ad un nuovo concetto di “soggettività ribelle”, capace di mettere insieme il mondo del lavoro, il femminismo e i nuovi movimenti, ciascuno come parte di una contraddizione tra capitale e lavoro che è sempre più sofisticata ma per certi versi più semplice, perché al capitale complessivo si contrappone ora il lavoratore complessivo, che è caratterizzato da questo surplus di coscienza ribelle, peraltro contrastata da bisogni compensatori miranti all’integrazione nel sistema. Marcuse si congeda da noi spiegandoci che lalotta politica è anche una lotta con noi stessi, un conflitto interno al soggetto tra bisogni emancipatori e bisogni compensatori.

Quanto resta vivo e attuale dell’analisi marcusiana?

L’uomo a una dimensione si riferisce a un mondo che è profondamente cambiato. Ad esempio un problema di Marcuse era criticare il Welfare, mentre noi oggi assistiamo al suo smantellamento. Altro esempio: uno dei temi cari al Sessantotto era la lotta contro “la schiavitù del lavoro salariato”, contro l’idea che una persona fosse condannata a fare l’operaio in fabbrica per tutta la vita. Ora tutto questo è stato inglobato dalle logiche neoliberiste e trasformato in uno strumento di ulteriore oppressione sociale, cioè nella precarizzazione del lavoro senza alcuna emancipazione.

Non le sembra che anche il tempo libero sia stato inglobato, mercificato dal sistema e trasformato in “noia”, vuoto esistenziale e vita inautentica?

Questo è in parte vero, ma io sono convinto che la riduzione del tempo di lavoro resti un obiettivo strategico della liberazione, e sono sicuro che Marcuse la penserebbe ancora così. Oggi lo sviluppo del processo di automazione è tale che c’è sempre meno bisogno del lavoro vivo degli esseri umani per produrre, e tuttavia ciò non si traduce in una riduzione del lavoro alienato, subordinato al comando. La riduzione del tempo di lavoro farebbe “socializzare” il progresso tecnico-scientifico (che è un prodotto dell’intelletto sociale) estendendo a tutta la società quei benefici che oggi sono appannaggio di pochi e vengono utilizzati per produrre una disoccupazione funzionale ai bassi salari degli occupati. Obiettivi come la riduzione dell’orario di lavoro o anche il “reddito di cittadinanza” sono estremamente significativi e strategici, perché “sganciano” la vita dal nesso obbligatorio con il lavoro comandato. Che poi la società capitalistica avanzata abbia ancora di più intensificato quel processo di conquista del tempo libero che, secondo Marcuse, è uno degli elementi fondamentali del carattere totalitario della società contemporanea, questo è un altro discorso. Però il problema della liberazione del tempo dal mondo schiavo del lavoro resta attualissimo.

Il “reddito di cittadinanza” è una sorta di primum vivere, indipendentemente da capacità, talento e attitudini lavorative che avranno modo di esprimersi oltre il limite della sussistenza garantita. E non sarebbe da riprendere lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”, ormai dimenticato dalla sinistra?

Marcuse si spingeva anche più in là: non solo lavorare meno, ma trasformare il lavoro in gioco. Sostituire cioè le forme comandate del lavoro con libere espressioni delle facoltà e dei desideri degli esseri umani. Ma qui entriamo nel campo dell’utopia; dal punto di vista pratico, questo tema sembra oggi essere uscito completamente dal dibattito all’interno delle forze di sinistra, e questo è preoccupante.

La teoria della decrescita può essere in sintonia con la critica marcusiana dello sviluppo e del consumismo?

Non vi è dubbio che il pensiero di Marcuse abbia una sensibilità ecologica. Alcune pagine di Eros e civiltà o de L’uomo a una dimensione sono autentici esempi di “lirismo ecologico”. Inoltre quando sottolinea la necessità di una rivoluzione culturale che modifichi radicalmente i bisogni degli esseri umani, egli sviluppa temi che poi sono diventati patrimonio dei teorici della decrescita. Lui però era un edonista, il suo è un comunismo della felicità e del godimento. La propensione alla moderazione dei comportamenti e dei consumi, presente nelle teorie della decrescita, gli è totalmente estranea.

La prospettiva della liberazione sociale espressa dal marxismo le pare ancora valida?

Io penso che il marxismo resti valido se viene preso non come un insieme di dogmi ma come una cassetta degli attrezzi, nella quale si possono pescare anche arnesi esterni al marxismo stesso.

La politica è ormai in mano ad una cattiva tecnocrazia che tende al totalitarismo?

Marcuse ci ha insegnato che una società è totalitaria anche quando viviamo in un contesto democratico, se tutte le dimensioni della vita umana sono subordinate alle esigenze del capitale. La società è totalitaria quando la politica istituzionale è fatta da una “casta” autoreferenziale, ormai staccata dalla società civile. D’altra parte è la logica stessa della politica istituzionale che porta alla perpetuazione dell’élite. Le esigenze di sopravvivenza della struttura organizzativa hanno il sopravvento sulle posizioni politiche. Anche quelle che vengono salutate come “grandi svolte” restano immerse nella contingenza più assoluta. Esiste un gruppo dirigente mirante alla perpetuazione di se stesso, i cui confini e differenze sono sempre più sfumati. Horkheimer descriveva ciò come la “trasformazione della classe in racket”: è un termine forte, ma credo che molte delle critiche che vengono portate alla classe politica come “casta” configurano questa metamorfosi. E non parlo solo dei privilegi offerti dal potere: questa è la logica dei partiti, che passano il grosso del tempo a reperire i fondi per sopravvivere, perdendo così di vista le finalità politiche per restare nel tatticismo quotidiano, che è l’eterno presente della politica istituzionale. Ed è questo che determina il distacco tra politica e società.

Chi rappresenta oggi l’alternativa? Chi può fare il “Grande Rifiuto”?

Chiunque sia capace di produrre una teoria critica del presente. La possibilità è aperta a tutti, senza alcun limite. Ma quale sia oggi l’alternativa, non saprei. L’alternativa la si pratica e dopo la si teorizza; per esempio la stagione dei movimenticostituisce un fenomeno nuovo, e io credo di lunga durata nonostante i vari cicli e gli apparenti riflussi. La politica come movimento è un nuovo modo di fare politica, di cui non sono state ancora comprese le conseguenze profonde; e il limite dei movimenti sta nell’incapacità di pensare la politica al di fuori dei canoni tradizionali. Stiamo vivendo una fase di trasformazione e di disfacimento delle categorie politiche sulle quali avevamo costruito anche i progetti di alternativa, senza essere ancora in grado di teorizzare nuovi paradigmi.

Manca una visione alternativa di società? Voglio dire: il neoliberismo è arrivato clamorosamente al capolinea (e adesso se ne sono accorti tutti), ma se Atene piange, Sparta (lo statalismo) non ride, anche perché stato e mercato sembrano due facce della stessa medaglia, tanto più nel capitalismo “assistito” e corrotto che conosciamo in Italia…

Anche qui: io non ho un’alternativa globale da offrire. Si dice: “un altro mondo è possibile… ma quale?”. Beh, forse che i rivoluzionari francesi avevano già perfettamente chiaro ciò che sarebbe venuto dopo la presa della Bastiglia? Le rivoluzioni si fanno, sulla base di istanze e bisogni reali e concreti. Si possono individuare alcune questioni (ad esempio quella della cittadinanza e della libera circolazione degli uomini, il tema della liberazione del lavoro e quindi della lotta alla precarizzazione, l’emergenza ecologica, l’emancipazione femminile, ecc.) e attorno a questi nodi costruire delle pratiche di lotta. Quale società può venire prodotta da queste lotte, non lo sa nessuno.

E’ la dialettica “negativa”…

Sì, ma nel senso che la negazione produce anche affermazione. Come la rivoluzione americana, che fu fatta per rimuovere le briglie che impedivano il libero sviluppo di quella società. Un processo di destituzione – di fuga dalle maglie oppressive del potere e di riappropriazione di spazi di libertà – può produrre un nuovo ordine politico, senza bisogno di teorizzarlo prima. Si tratta di capire quali siano oggi le catene che limitano le potenzialità degli esseri umani. A partire dalla rimozione di queste catene, si produce del nuovo. La politica, come la vita, è continuo movimento, impossibile da imbrigliare entro schemi rigidi e fissi.

In base alla sua conoscenza del pensiero marcusiano, ritiene che un “radicalsocialismo” fondato sulla libertà eguale, sui diritti civili e sociali, sull’ecologia, sulla laicità, sulla liberazione integrale dell’individuo da ogni forma di oppressione (compresi il conformismo e la massificazione) possa rappresentare adeguatamente le istanze libertarie di Marcuse?

Deve rispondere chi teorizza questo radicalsocialismo… ma non c’è dubbio che la teoria marcusiana ha un forte impianto libertario, e cheMarcuse ha sempre sottolineato come il fine ultimo della rivoluzione sia la piena ed effettiva libertà dell’individuo.

Elezioni francesi: la sorpresa Melenchon

di ALDO GIANNULI –

Domenica ci sarà il primo turno delle presidenziali in Francia. I sondaggi (per quel che valgono) vogliono Macron in testa ma ad una incollatura dalla Le Pen tutti due intorno al 24-25%, poi affiancati strettamente il gollista Fillon e il candidato della sinistra Melenchon un po’ sotto il 20% tutti due, infine, sotto il 10% l’inutile Hamon, candidato dei socialisti. Sempre a dar fede ai sondaggi, se il Ps non avesse deciso di presentare quel merluzzo scondito di Hamon, il candidato della sinistra sarebbe al primo posto e comunque andrebbe al ballottaggio.

Il che sarebbe convenuto anche ai socialisti che si sarebbero risparmiata una solenne figuraccia e sarebbero sul carro del vincitore. Ma, come si sa: Deus demendat quos vult perdere. Il punto è che i partiti dell’internazionale socialista – che passano per sinistra “riformista”, mentre dovrebbero essere meglio definiti di sinistra “trasformista” – non hanno più ragione di esistere ed hanno solo la funzione di disturbo rispetto alla vera sinistra. Ma torneremo a parlarne dopo il primo turno.

Bella campagna elettorale, questa, soprattutto vera. Il grande favorito della vigilia, Fillon, travolto dagli scandali di casa e dalla sua stessa incapacità di dire qualcosa che non fosse l’edizione edulcorata di quello che dice la Le Pen, è fuori gioco e potrebbe finire al quarto posto, avviando il suo partito sulla china della serie cadetta. Anche a Le Pen, che minacciava sfracelli (c’era chi la dava al 40% al primo turno) conclude poco: forse strapperò il primo posto domenica (ma è tutt’altro che sicuro), ma sembra collocata a valori che rendono comunque improbabilissima la sua vittoria e, infatti, non c’è un solo sondaggio che la dia vincente e con nessun altro candidato salvo Fillon che perderebbe anche con Hamon. Dunque, l’irresistibile ascesa del Fn rischia di finire nel nulla, pregiudicando anche le legislative di giugno.

La vera sorpresa è stato Melenchon che dall’11,1 % della volta scorsa sembra andare verso il 20% e distanziare nettamente i socialisti. Con un ultimo colpo di reni, soprattutto se gli elettori socialisti capissero che votare Hamon non serve a niente, potrebbe strappare il secondo posto ed andare al ballottaggio è lì sarebbe tutto da vedere come va a finire. Se il ballottaggio fosse con Macron, questi potrebbe contare sui voti di Fillon ed un po’ dei socialisti, mentre Melenchon potrebbe contare su parte dei socialisti ma soprattutto mietere consensi fra quelli che hanno votato Le Pen. Una partita tutta da giocare. Ma se il ballottaggio fosse con la Le Pen, Melenchon conquisterebbe la vittoria senza troppo sforzo, perché la Le Pen non avrebbe serbatoi cui attingere. Una vittoria di Melenchon avrebbe un impatto enorme su tutta la sinistra europea. Ma, per ora, non sogniamo, manteniamo i piedi per terra e valutiamo il successo di aver superato gli inutili socialisti che, dopo la catastrofica presidenza Hollande, pensavano di rifarsi una verginità candidando un uomo di “sinistra” come Hammon che, in questi 5 anni, non ha alzato fiato su nessuna delle bestialità del governo, ed, ovviamente, nessuno ci è cascato ed il Ps sembra tornato ai tempi pre Mitterrand. In ogni caso, anche se Melenchon non dovesse farcela ad arrivare al ballottaggio, le elezioni politiche vedono lui e la sua France insoummise come l’unico punto di riferimento intorno a cui raccogliere la sinistra. I socialisti, se vorranno avere qualche seggio, dovranno andare all’accordo con Melenchon o, se li vorrà, con Macron che, però, assai più realisticamente preferirà i gollisti di Fillon.

Ed ora stiamo a vedere ed incrociamo le dita.

http://www.aldogiannuli.it/presidenziali-francesi-forza-melenchon/

Uscita dall’euro? Dibattito, non terrorismo!

di PierGiorgio Gawronski

Non sono un sostenitore dell’uscita dall’euro piuttosto di una sua rinegoziazione con l’Europa. Tuttavia continuo a pensare che un dibattito onesto e chiarificatore, privo non solo di “arroganza complottista e delegittimante” ma anche di terrorismo psicologico, sia un valore sociale meritevole di tutela. Perciò l’articolo di Filippo Taddei – “responsabile economico del Pd” – del 18 febbraio scorso in difesa della permanenza dell’Italia nell’euro (https://interestingpress.blogspot.it/2017/02/uscita-dalleuro-una-patrimoniale-sui.html#!/2017/02/uscita-dalleuro-una-patrimoniale-sui.html) merita una appropriata risposta. Esso presenta due argomenti.

Il primo argomento è che – in caso di uscita dall’euro – una svalutazione del 20% della nuova moneta causerebbe il “crollo dei salari reali”. Ammettendo l’eccessiva svalutazione ipotizzata, considerata la percentuale di estero nei consumi italiani – che subirebbero dei rincari -, il “crollo” dei salari reali può essere meccanicamente stimato al5,7%. Ma non tutti i produttori esteri sul mercato italiano alzerebbero i prezzi del 20%: gli economisti stimano, e solo nel lungo termine, rincari fino al62% della svalutazione: in tal caso i salari calerebbero solo del 3,5%. Infine, gli aggiustamenti delle scelte di consumo – dai prodotti esteri a quelli nazionali – limiterebbero la riduzione dei salari reali a un3% una tantum (1,5% se la svalutazione sarà del 10%). La svalutazione ripartisce il costo dell’aggiustamentofra tutti i fattori produttivi.

In cambio, come ironizza (?) Taddei, «le nostre esportazioni diventerebbero competitive… e le nostre aziende potrebbero vendere facilmente in tutto il mondo, creando ricchezza e posti di lavoro». Con alcune conseguenze.Calerebbe la disoccupazione: i giovani troverebbero più facilmente lavoro; scenderebbe il rischio di perderlo (per chi ce l’ha). Il miglioramento delle aspettative darebbe gambe alla ripresa economica. Aumenterebbero gli introiti fiscali, arrestando il debito pubblico e i tagli ai servizi sociali primari (sanità, istruzione, ecc.) avviati da Monti. La ricomposizione dell’attuale squilibrio fra domanda e offerta di lavoro determinerebbe, nel tempo, una pressione al rialzo sui salari ed una loro crescita sostenibile.

Questo scenario va confrontato con l’aggiustamento dell’economia italiana (spagnola, greca, portoghese, francese) necessario nell’euro. Che è sotto gli occhi di tutti. Incentrato tutto sulla deflazione salariale. Realizzata grazie alla “distruzione di domanda” (Monti), alla perdurante elevata disoccupazione, e a leggi che riducono le difese dei lavoratori. Questa è la via, nell’euro. Comporta un’enorme inefficienza macroeconomica: l’industria italiana ha perso il 25% della capacità produttiva, a fronte di piccoli immaginari guadagni di produttività (di ciò che sopravvive). Essa inoltre destabilizza le banche. Genera un’estrema difficoltà a mettere il debito pubblico su un sentiero decrescente. Genera infine una corsa al ribassodi salari, standard ambientali e lavorativi, fra i paesi europei (aggravata dal mercantilismo tedesco). Che nessuna globalizzazione aveva mai provocato – nonostante gli allarmi pelosi contro i prodotti cinesi – grazie ai cambi fluttuanti. Dovrebbero rifletterci i vari Emiliano, D’Alema e chi non si sente collocato su valori di sinistra nel Pd di Taddei: nessuna sinistra sopravvive nell’euro di Maastricht.

La tesi secondo cui «ogni svalutazione genera sempre inflazione» è invece facilmente smentita ricordando chefra il 1991 e il 1994 – all’epoca della grande svalutazione della lira – l’inflazione passò dal 6,2%, prima della svalutazione, al5,3%, al4,6%, al 4,1%, per toccare un minimo di 1,7% nel 1999. L’inflazione è un processo generalizzato e continuo di aumento dei prezzi: non un piccolo aumento una tantum di alcuni prodotti energetici. Perché si determini occorre: (a) una forte pressione della domanda sull’offerta nei mercati dei beni e/o del lavoro; (b) una indicizzazione dei salari. Nessuna di queste due condizioni è oggi presente. Purtroppo, Taddei utilizza unicamente i macro-modelli neoclassici che si fondano sull’assunto della piena occupazione permanente, inadeguati alla fase che viviamo.

Il secondo argomento di Taddei contro l’uscita dall’euro è che: «Abbandonare una moneta significa [che]… i conti correnti e i titoli in euro vengono ridenominati forzosamente in una moneta debole… Tutti cercano di svuotare il conto in banca e trasferirlo altrove per proteggerne il valore… Le persone non possono accedere più al proprio denaro… il sistema bancario del paese collasserebbe…». In realtà, i conti correnti non verrebbero mai ri-denominati in lire: sarebbe demenziale per chiunque privare la nazione di un tesoro valutario simile. Lo stesso vale per la grandissima maggioranza dei titoli. La nuova moneta invece si aggiungerebbe all’euro, sostituendolo gradualmente (come avvenne nel 2001 con l’euro).

La retorica della “difesa dei più poveri” del Pdnon è più credibile nell’attuale assetto. Neppure quella dell’europeismo, che è in crisi da quando c’è l’euro. Agli amici del Pd dico: troviamo strade più autentiche ed innovative per difendere valori così importanti.

(http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/14/leuro-aiuta-i-piu-poveri-non-direi-la-retorica-del-pd-non-e-piu-credibile/3448871/)

Chomsky su Dewey: “Noi libertari di sinistra”

di NOAM CHOMSKY

L’argomento che mi è stato proposto e di cui sono molto lieto di parlare è "democrazia ed istruzione". Questa frase mi richiama subito alla mente la vita e l’opera ed il pensiero di uno dei maggiori pensatori del secolo scorso, John Dewey, che dedicò gran parte della sua vita e la sua riflessione a questo insieme di questioni. Credo che dovrei confessare il mio interesse speciale per lui. Semplicemente si dà il caso che il suo pensiero abbia esercitato una forte influenza su di me negli anni della mia formazione, per una serie di ragioni nel cui dettaglio non entrerò ma che sono reali. Per gran parte della sua vita, Dewey sembra aver ritenuto che le riforme nell’istruzione di base potessero costituire in se stesse delle leve di cambiamento sociale, che avrebbero potuto aprire la strada verso una società più giusta e libera, in cui, per usare le sue parole, «il fine ultimo della produzione non sia la produzione di beni, ma la produzione di esseri umani liberi reciprocamente associati in condizioni di uguaglianza».

Questa convinzione fondamentale, che attraversa tutto il lavoro ed il pensiero di Dewey, è in profondo disaccordo con le due tendenze principali della vita intellettuale della società moderna. Una, forte ai suoi tempi, si associa con le economie dell’Europa Orientale, i sistemi creati da Lenin e Trotsky e trasformati in una mostruosità da Stalin. L’altra, la società industriale a capitalismo di stato degli USA e dell’Europa Occidentale, segnata dal dominio effettivo del potere privato. Questi due sistemi erano in realtà simili in aspetti fondamentali, incluso quello ideologico. Entrambi erano, ed uno di essi rimane, profondamente autoritari ed entrambi erano nettamente e fortemente opposti ad un’altra tradizione, quella libertaria di sinistra radicata nei valori dell’Illuminismo, una tradizione che comprendeva i liberali progressisti alla John Dewey, i socialisti indipendenti come Bertrand Russell, i principali esponenti della corrente fondamentale del marxismo e naturalmente i socialisti libertari dei vari movimenti anarchici, per non parlare di porzioni importanti del movimento dei lavoratori e di altri settori popolari. Questa sinistra indipendente, di cui Dewey faceva parte, ha radici profonde nel liberalismo classico. Ne deriva direttamente, dal mio punto di vista, e si oppone nettamente alle correnti assolutiste delle istituzioni e del pensiero del capitalismo o del socialismo di stato.

Facciamo ritorno ad uno dei temi centrali di Dewey, cioè che il fine ultimo della produzione non è la produzione di beni ma quella di esseri umani liberi che si associano reciprocamente in condizioni di uguaglianza. Ciò comprende, naturalmente, l’istruzione, una delle sue occupazioni principali. L’obiettivo dell’istruzione, per spostarci a Bertrand Russell, è «dare un senso al valore delle cose diverso da quello del dominio, contribuire a creare cittadini consapevoli di una comunità libera, incoraggiare la combinazione di cittadinanza e libertà, creatività individuale, che significa che consideriamo un bambino allo stesso modo in cui un giardiniere guarda ad un arbusto, come qualcosa dotata di una natura intrinseca che si svilupperà in maniera ammirevole data la giusta combinazione di terreno, aria e luce». Di fatto, per quanto discordassero su molte cose, Dewey e Russell sono stati forse i due maggiori pensatori del XX secolo in Occidente. Erano d’accordo su ciò che Russell chiamava concezione umanistica, radicata nell’Illuminismo, l’idea che l’educazione non va vista come l’atto di riempire un recipiente, ma piuttosto quello di aiutare un fiore a crescere a modo suo.

Dewey e Russell condividevano altresì la convinzione che queste idee dell’Illuminismo e del liberalismo classico avessero un carattere rivoluzionario. Se realizzate, queste idee potevano produrre esseri umani liberi i cui valori non fossero l’accumulazione e il dominio, ma piuttosto la libera associazione in condizioni di eguaglianza e la condivisione e la cooperazione, la partecipazione paritaria al raggiungimento di obiettivi comuni che fossero concepiti democraticamente. Vi era solo disprezzo per ciò che Adam Smith definì «la vile massima dei signori dell’umanità, tutto per loro e niente per gli altri». Il principio guida che oggi ci viene insegnato ad ammirare e riverire, quando ormai i valori tradizionali sono stati erosi attraverso un attacco senza sosta, con i cosiddetti conservatori alla guida dell’offensiva negli ultimi decenni.

Vale la pena di prendersi il tempo per sottolineare quanto netto e forte è lo scontro di valori tra la concezione umanistica, da un lato, che corre dall’Illuminismo fino a figure capitali del XX secolo come Russell e Dewey, e le dottrine predominanti di oggi, dall’altro, quelle che furono denunciate da Adam Smith come "la vile massima" e altresì dalla vivace e vibrante stampa della classe lavoratrice di un secolo fa, che condannava ciò che chiamava il «nuovo spirito della nuova era: guadagnare ricchezze, dimenticando tutto tranne se stessi». La vile massima di Smith.

È significativo tracciare l’evoluzione dei valori a partire da un pensatore precapitalistico come Adam Smith, che poneva l’accento sulla simpatia, sull’obiettivo dell’uguaglianza perfetta e sull’essenzialità del diritto umano ad un lavoro creativo, e contrastarli, venendo al presente, con quelli che lodano il nuovo spirito del tempo, invocando a volte senza vergogna il nome di Adam Smith. Per esempio, James Buchanan, economista vincitore del Premio Nobel, che scrive che «ciò che ogni persona cerca in una situazione ideale è il dominio su un mondo di schiavi». Questo è quello che volete, se non ve ne foste resi conto. Una cosa che Adam Smith avrebbe considerato patologica.

Sulla stampa operaia di metà Ottocento (prima ancora del marxismo) si poteva leggere: «Quando si vende un prodotto si conserva integra la persona. Ma quando si vende il lavoro ci si vende interamente, perdendo i diritti di uomo libero e diventando vassalli di stabilimenti elefantiaci e di un’aristocrazia danarosa che minaccia di annichilire chiunque metta in discussione il suo diritto a schiavizzare ed opprimere. Coloro che lavorano nelle fabbriche dovrebbero possederle, non avere lo stesso status di macchinari governati da despoti privati che impiantano i principi monarchici sul suolo democratico mentre ricacciano indietro la libertà ed i diritti, la civiltà, la salute, la morale e il pensiero nel nuovo feudalesimo commerciale». La stampa dei lavoratori condannava anche ciò che chiamava i "clerici venduti", riferendosi ai media, alle università e agli intellettuali, cioè agli apologeti che cercavano di giustificare il dispotismo assoluto che era il nuovo spirito dell’epoca e di instillare i suoi sordidi valori.Uno dei leaders originari dell’AFL, alla fine dell’Ottocento, espresse il punto di vista di tanti descrivendo la missione del movimento dei lavoratori in questi termini: «sconfiggere i peccati del mercato e difendere la democrazia estendendola fino al controllo delle industrie da parte di lavoratori».

Tutto ciò sarebbe risultato perfettamente comprensibile ai fondatori del liberalismo classico, gente come Wilhelm von Humbolt, per esempio, che ispirò John Stuart Mill e che, come il suo contemporaneo Adam Smith, considerava il lavoro creativo liberamente intrapreso in associazione con altri uomini come il valore centrale della vita umana. Così, se una persona produce un oggetto su ordinazione, scriveva Humboldt, possiamo ammirare ciò che ha fatto ma disprezzeremo ciò che è, non un vero essere umano che agisce seguendo i suoi impulsi ed i suoi desideri. I clerici venduti avevano il compito di minare alla base questi valori e distruggerli nelle persone che si vendono sul mercato del lavoro. Per ragioni simili, Adam Smith avvisò che in ogni società civile i governi avrebbero dovuto intervenire per impedire che la divisione del lavoro trasformasse le persone «in creature tanto stupide ed ignoranti quanto è possibile per un essere umano». Smith basava il suo supporto sfumato al mercato sulla tesi che se le condizioni fossero davvero libere, i mercati avrebbero portato all’uguaglianza perfetta. Questa era la loro giustificazione morale, ma tutto ciò è stato dimenticato dai clerici venduti che hanno una storia piuttosto diversa da raccontare.

Dewey e Russell sono due dei maggiori eredi di questa tradizione, che ha radici nell’Illuminismo e nel liberalismo classico. Ancor più interessante è la storia ispiratrice delle lotte e dell’organizzazione e della protesta degli uomini e delle donne lavoratrici a partire dagli inizi del XIX secolo., quando cercavano di conquistare la libertà e la giustizia e di conservare i diritti che una volta avevano, mentre il nuovo dispotismo del potere privato sostenuto dallo stato estendeva la sua influenza. La questione elementare fu formulata con una buona dose di chiarezza da Thomas Jefferson attorno al 1816, prima che la rivoluzione industriale avesse preso davvero piede nelle ex colonie, ma quando già potevano vedersene gli sviluppi. Nei suoi ultimi anni Jefferson, osservando ciò che accadeva, nutriva dei seri dubbi circa il destino dell’esperimento democratico. Temeva la nascita di una nuova forma di assolutismo più minacciosa di quella che era stata schiacciata con la rivoluzione americana, di cui era stato un leader. Jefferson faceva la distinzione, negli ultimi anni di vita, tra quelli che chiamava gli "aristocratici" e i "democratici". Gli aristocratici sono «coloro che temono e che non hanno fiducia nelle persone, e desiderano sottrarre loro tutti i poteri per metterli nelle mani delle classi superiori». I democratici, al contrario, «si identificano con il popolo, hanno fiducia in esso, si preoccupano per esso e lo considerano come il repositorio dell’interesse pubblico, se non sempre il più saggio». Gli aristocratici dei suoi giorni erano i sostenitori del nascente stato capitalista, che Jefferson guardava con sdegno, riconoscendo chiaramente la contraddizione del tutto evidente tra democrazia e capitalismo, o, più accuratamente, ciò che potremmo chiamare il capitalismo esistente realmente, cioè guidato e finanziato da potenti stati come Inghilterra e USA.

Questa contraddizione fondamentale fu rafforzata dalla concessione di poteri sempre maggiori alle nuove strutture economiche, non attraverso procedure democratiche ma prevalentemente attraverso tribunali e avvocati che trasformarono quelle che Jefferson chiamava «le istituzioni bancarie e le incorporazioni monetarie» – che, diceva, avrebbero distrutto la libertà e di cui poté a stento vedere la nascita nei suoi giorni – in "persone immortali", con poteri e diritti ben al di là dei peggiori incubi di pensatori precapitalisti come Adam Smith o Thomas Jefferson. Mezzo secolo prima Adam Smith già aveva messo in guardia da questo, benché potesse a stento vederne gli inizi. La distinzione jeffersoniana tra aristocratici e democratici fu sviluppata circa mezzo secolo più tardi da Bakunin, pensatore ed attivista anarchico, con una delle poche predizioni delle scienze sociali che di fatto si siano dimostrate vere. Dovrebbe avere un posto d’onore in ogni curriculum accademico serio nelle scienze sociali e nelle lettere per questa ragione sola. Nel XIX secolo Bakunin previde che l’intelligentzia nascente avrebbe seguito una di due strade parallele. Una sarebbe stata sfruttare le lotte popolari per prendere il potere statale, costituendosi in quella che chiamava una «burocrazia rossa che imporrà il regime più crudele e viziato della storia». Questo è un cammino; l’altro, diceva, sarà di quelli che scopriranno che il potere reale è altrove, e si trasformeranno nei suoi clerici venduti, servendo i veri padroni del sistema di potere privato sostenuto dallo stato, o come managers o apologeti che picchiano il popolo con il bastone del popolo, per dirla con le sue parole, nelle democrazie capitaliste di stato. Le somiglianze sono sorprendenti e arrivano fino al presente. Aiutano a spiegare la rapida transizione delle persone dall’una all’altra posizione, all’apparenza strana ma di fatto rispondente ad una ideologia comune. L’abbiamo visto nell’Europa dell’Est con il gruppo di quelli a volte chiamati capitalisti della nomenklatura, la vecchia classe dominante al potere, ora i maggiori entusiasti del mercato, che si arricchiscono mentre le loro società diventano normali società del Terzo Mondo. Il passaggio è semplicissimo, perché si tratta essenzialmente della stessa ideologia. Il passaggio dall’essere commissari stalinisti alla celebrazione dell’America è piuttosto normale nella storia moderna, e non richiede un grosso cambio nei valori, solo lo spostamento del giudizio di dove risiede il potere.

John Dewey era un erede della tradizione liberale classica dell’Illuminismo che si opponeva alla carica degli aristocratici, sia che si collocassero nella porzione conservatrice o in quella liberale di questo ristrettissimo spettro politico. Dewey comprese chiaramente che «la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici», e fintanto che ciò permanga vero, «un’attenuazione dell’ombra non cambierà la sostanza», intendendo che le riforme sono di utilità limitata. La democrazia richiede che la causa dell’ombra sia rimossa non solo per il suo dominio sull’arena politica, ma perché le stesse istituzioni del potere privato incrinano la democrazia e la libertà. Dewey era molto esplicito riguardo al potere antidemocratico che aveva in mente. Per citarlo: «Il vero potere oggi risiede nel controllo dei mezzi di produzione, scambio, pubblicità, trasporto e comunicazione. Chiunque li possieda controlla e domina la vita del paese, anche se permangono forme di democrazia. Affari finalizzati al profitto privato attraverso il controllo privato delle banche, della terra e dell’industria, rafforzato dal controllo della stampa e degli altri mezzi di pubblicità e propaganda, che è il sistema di potere attuale, la fonte di coercizione e controllo, e finché non sia rovesciato non potremo parlare seriamente di democrazia e libertà».

L’istruzione in cui sperava, come produzione di esseri umani liberi, doveva essere uno dei mezzi per mettere in discussione questa mostruosità assolutista.In una società libera e democratica, sosteneva Dewey, i lavoratori dovrebbero essere padroni del loro destino industriale, non strumenti affittati dai datori di lavoro. Concordava su questioni fondamentali con i fondatori del liberalismo classico e con i sentimenti democratici e libertari che animavano i movimenti dei lavoratori sin dagli inizi della rivoluzione industriale, fino a che non furono abbattuti da una combinazione di violenza e propaganda. Nel campo dell’istruzione, perciò, Dewey riteneva "illiberale ed immorale" insegnare ai bambini a lavorare «non liberamente ed intelligentemente, ma allo scopo di guadagnare dal lavoro», nel qual caso la loro attività «non è libera perché non vede una libera partecipazione». Ancora la concezione del liberalismo classico e dei movimenti dei lavoratori. Perciò, sosteneva Dewey, le aziende devono cambiare, passando «da un ordine feudale ad uno democratico», basato sul controllo da parte dei lavoratori e sulla loro libera associazione, ancora una volta classici ideali anarchici che affondano le loro radici nel liberalismo classico e nell’Illuminismo.

Siccome il sistema di pensiero si è ristretto sotto l’assalto del potere privato, in particolare nel corso degli ultimi decenni, questi valori libertari suonano oggi esotici ed estremi, forse anche antiamericani, per usare uno dei termini del pensiero totalitario odierno in Occidente. Dati questi cambiamenti, è utile ricordare che le idee che Dewey esprimeva sono americane quanto la torta di mele. Trovano origine direttamente nelle tradizioni americane, proprio quelle di maggioranza, al di là di qualsiasi influenza da parte di pericolose ideologie straniere, all’interno di una degna tradizione che viene lodata in maniera rituale, benché sia normalmente distorta e dimenticata. E tutto ciò è parte del deterioramento della democrazia al giorno d’oggi, sia al livello istituzionale che ideologico.

Una commissione di comitati statali per l’istruzione e l’Associazione Medica Americana hanno riferito che «mai una generazione di bambini è stata meno in salute, meno oggetto di attenzioni e meno preparata alla vita di quanto lo fossero i loro genitori alla stessa età». È una grande cambiamento in una società industriale. È solo nelle società angloamericane che questo spirito anti-bambini, anti-famiglia ha regnato sotto le spoglie del conservatorismo e dei valori della famiglia. È un vero trionfo per la propaganda, che avrebbe sorpreso finanche il "generalissimo" Woodrow Wilson, o probabilmente Stalin o Hitler. Una manifestazione simbolica di questo disastro è il fatto che mentre 146 paesi hanno ratificato la convenzione internazionale sui diritti dei bambini, gli USA non l’hanno fatto. E quando l’Organizzazione Mondiale per la Sanità votò la condanna della Nestlé per il suo marketing aggressivo di latte in polvere, che uccide moltissimi bambini, il voto fu di 118 contro 1 – indovinate pure chi fu l’uno. Comunque, questa è una cosa da niente rispetto a ciò che l’Organizzazione Mondiale della Sanità chiama un "genocidio silenzioso" che sta uccidendo milioni di bambini ogni anno come risultato delle politiche del libero mercato per i poveri e del rifiuto dei ricchi di concedere un qualunque aiuto. Ancora, gli USA hanno una delle storie peggiori e di maggior miseria tra le società ricche.

Questo disastro per bambini e famiglie è in parte il risultato della diminuzione dei salari. Le politiche statali sono state pensate per arricchire settori limitati ed impoverire la maggioranza, e ci sono riuscite. Hanno avuto esattamente l’effetto voluto. Ciò significa che le persone devono lavorare molto più a lungo per sopravvivere. Per molta parte della popolazione, entrambi i genitori devono lavorare forse 50 o 60 ore alla settimana soltanto per soddisfare i bisogni. Nel frattempo, incidentalmente, i profitti aziendali vanno in orbita. Il magazine Fortune parla di profitti "folgoranti" che raggiungono nuove vette anche se le vendite stagnano. Un altro fattore è l’insicurezza del lavoro, ciò che gli economisti chiamano "flessibilità dei mercati del lavoro", che è una cosa buona secondo la teologia accademica regnante, ma una cosa piuttosto nefasta per gli esseri umani, il cui destino non rientra tra le preoccupazioni del pensiero “serio”. Flessibilità significa che fai meglio a lavorare di più. Non ci sono contratti né diritti. Questa è la flessibilità. Dobbiamo liberarci delle rigidità del mercato.

Gli economisti possono spiegarcelo. Quando entrambi i genitori fanno lo straordinario, ed entrambi guadagnano sempre meno, non ci vuole un genio per predire il risultato. Lo mostrano le statistiche, lo si può leggere nello studio UNICEF. È del tutto ovvio ciò che succede. Il tempo di contatto, cioè il tempo effettivamente speso dai genitori con i figli, è diminuito del 40% negli ultimi 25 anni nelle società angloamericana. Ciò significa esattamente tra le dieci e le dodici ore alla settimana di contatto eliminato; e ciò che chiamano "tempo di alta qualità" sta praticamente sparendo. Chiaramente ciò porta alla distruzione dell’identità e dei valori della famiglia. Conduce all’affidarsi nettamente di più alla televisione per quanto concerne la supervisione dei bambini. Conduce a bambini lasciati soli, un fattore significativo nell’aumento dell’alcolismo e nella tossicodipendenza infantile e nella violenza di bambini contro altri bambini ed altri effetti ovvi a livello di salute, istruzione, capacità di partecipare alla vita di una società democratica, finanche della capacità di sopravvivere, del declino dei quozienti intellettivi e dei risultati degli esami di ammissione all’università, ma si suppone che nessuno ci faccia caso. È colpa dei geni, ricordatelo. Nessuna di queste è una legge di natura, ma politiche sociali scelte in maniera cosciente a scopi ben precisi, precisamente arricchire le aziende ed impoverire il popolo.

Lo spirito anti-bambini ed anti-famiglia non è solo diretto contro i bambini di New York ma va molto più in là. Sottolineo la differenza con l’Europa – lì è diverso e per svariate ragioni. Una delle differenze è l’esistenza di un forte movimento sindacale e questo è un aspetto di una differenza più fondamentale, cioè il fatto che gli USA sono una società guidata dagli affari ad un livello senza precedenti, e come risultato il crudo interesse dei padroni prevale in una misura che non ha precedenti. Questi sono tra i meccanismi che consentono alla democrazia di funzionare formalmente, benché allo stato attuale gran parte della popolazione sia consumata da ciò che la stampa chiama "anti-politica", intendendo l’odio per il governo, lo sdegno per i partiti politici e l’intero processo democratico. Anche questo è una grande vittoria per gli aristocratici nel senso jeffersoniano, cioè coloro che temono e non hanno fiducia nella popolazione e desiderano sottrarle tutto il potere e porlo nelle mani delle classi superiori. Oggi ciò significa nelle mani delle corporations transnazionali e degli stati e delle istituzioni quasi-governative che servono i loro interessi.

Un’altra vittoria è il fatto che la disillusione rampante è anti-politica. Un titolo del New York Times su questo tema suona così: "la rabbia ed il cinismo riempiono gli elettori e la speranza se ne va. L’umore diventa nero mentre sempre più persone perdono le loro illusioni nella politica". L’edizione del magazine di domenica scorsa era dedicata all’anti-politica. Nota bene: non dedicata all’opposizione al potere ed all’autorità, alle forze facilmente identificabili che hanno le mani sulle leve del potere decisionale e che proiettano la loro ombra sulla società e sulla politica, come diceva Dewey. In un articolo del Times si cita l’opinione di un cittadino intervistato: «Sì, il congresso è marcio, ma questo accade perchè è nelle mani dei grandi affari, per forza è marcio». Questa è la verità che si suppone non si conosca, perché, qualunque cosa si pensi dei governi, è questa l’unica parte del sistema istituzionale cui si può prendere parte e che si può modificare o influenzare. Per legge ed in principio, non si può fare niente con le aziende di investimento o le multinazionali. Perciò è meglio che nessuno se ne renda conto. Bisogna essere anti-politici. Questa è un’altra vittoria.

L’osservazione di Dewey secondo cui la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici, ciò che incidentalmente era una tautologia anche per Adam Smith, è diventata oggi invisibile. La forza che proietta l’ombra è stata interamente rimossa dalle istituzioni ideologiche ed è tanto remota dalla coscienza che quello che ci resta è l’anti-politica. Questo è un altro colpo pesante inferto alla democrazia ed un regalo generoso a sistemi di potere assolutistici e non trasparenti che hanno raggiunto livelli che un Thomas Jefferson o John Dewey potevano a malapena immaginare. Le scelte che ci restano sono le solite. Possiamo decidere di essere democratici nel senso di Thomas Jefferson, oppure possiamo scegliere di essere aristocratici. La seconda strada è quella semplice, quella secondo cui le istituzioni sono pensate per remunerare e fruttare ricche ricompense data la concentrazione della ricchezza, del privilegio e del potere. L’altra strada, quella dei democratici e dei socialisti libertari, è fatta di lotte, spesso di sconfitte, ma anche di ricompense di un genere che non può essere neppure sognato da coloro che soccombono al nuovo spirito del tempo – accumulare ricchezze – dimenticandosi di tutto tranne che di sé. Il mondo d’oggi è molto lontano da quello di Thomas Jefferson. Le scelte che abbiamo, comunque, non sono cambiate significativamente.

Buon lavoro Nicola

Caro Nicola Fratoianni,

ora che i compagni e le compagne di Sinistra Italiana ti hanno scelto come loro Segretario permettici di esprimerti i nostri migliori auguri di buon lavoro.

Segretario, un termine che ci riporta ad una funzione di servizio. Non Presidente, non un capo, ma un compagno che è al servizio del partito, della comunità di uomini e donne che uniti scelgono seguire la stessa strada.

Caro Nicola, se saprai non cedere alla lusinghe del “leaderismo”, dell’uomo solo al comando, troverai in noi radicalsocialisti interlocutori leali e affidabili. Noi crediamo nella democrazia partecipativa, crediamo che l’ultimo militante della sezione più piccola sia molto più importante di qualunque leader e di qualunque comitato centrale.

La costruzione di una nuova Sinistra inizia rompendo i rapporti politici imposti dall’avversario. Al leaderismo si risponde con la democrazia interna, alle strategie elettorali si risponde organizzando la solidarità attiva con tutti coloro che subiscono un’ingiustizia.
Perchè, Nicola, un’ingiustizia è tale sempre, anche quando a subirla è l’avversario.

La Sinistra che vogliamo è socialista, libertaria e pluralista prima ancora che democratica.
Una Sinistra che si batta contro le ingiustizie senza politicismi e politicanti.
Una Sinistra che non lascia indietro nessuno.

Buon lavoro compagno Fratoianni e buon lavoro a tutti i compagni e le compagne di Sinistra Italiana.

La Segreteria nazionale MRS