Migranti: la UE peggio di Salvini

di LEONARDO MARZORATI

I mass media nel 2019 si erano fiondati sul Mediterraneo, per raccontare il braccio di ferro tra l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini e l’Unione Europea. La contesa verteva tutta su che fare dei migranti stipati sulle navi Sea-Watch 3 e Diciotti. Il nostro ministro, dopo aver fatto approvare dall’allora maggioranza giallo-verde con a capo Giuseppe Conte i Decreti Sicurezza, fu oltranzista nel non voler far sbarcare in Italia poche decine di migranti. Cinicamente, cercò di ricattare quella Ue che aveva mal sopportato l’alleanza di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle.

Giornali, tv e influencer parlarono per mesi quasi esclusivamente di Salvini. Il Paese si divise tra chi voleva i porti chiusi e chi i porti aperti. L’antisalvinismo dei giornaloni e dei principali talk show, come già era stato per l’antiberlusconismo, accentrò la narrazione politica tutta sul ministro dell’Interno, facendo propaganda indiretta per la Lega, che infatti alle elezioni europee arrivò al 34%. Demonizzare un politico, da parte dei canali mainstream, equivale a supportarlo e a far confluire tutte le voci distanti dalla visione propagandata verso il “nemico comune”. Siccome fatico a credere nell’ingenuità di certe penne, temo che Repubblica e soci abbiano favorito l’ascesa politica del “felpetta”.

Salvini demonizzava, spalleggiato anche da alcuni pentastellati, Emergency e il mondo delle Ong. Contribuiva, come già altri avevano fatto in precedenza, a impoverire la discussione politica nel Paese. E in questo trovava un ottimo alleato nei media vicini all’allora opposizione. Sui giornali e sui social era solo un “Salvini sì – Salvini no”, un “razzista” contrapposto a un “buonista”.

I 41 migranti della Diciotti e i 53 della SeaWatch 3 riuscirono a toccare la terraferma dopo giorni passati in mare aperto sulle navi. Rifocillati e curati dai medici, furono le vittime sacrificali di un ministro che sfruttò un dramma per rafforzare il suo consenso e di un’Unione Europea che si rifiutò di imporre fin dal principio una spartizione tra Stati, onde “darla vinta” a Salvini. Stati divisi (o meglio, uniti nel dire di no ai migranti), alla faccia della retorica europeista, e una Ue non in grado di gestire poche decine di disperati: in questo contesto il germe leghista e quello nazionalista si rafforzarono.

Oggi nel nostro Continente ci sono diverse migliaia di disperati che fuggono principalmente da Medio Oriente, Afghanistan, Pakistan e che chiedono di entrare nell’Unione Europea. Sono stipati poco prima dei confini contraddistinti dalle bandiere blu con le 12 stelle. Nei Balcani, lungo il confine tra Bosnia-Erzegovina, Serbia e Croazia, ci sono accampamenti improvvisati. Nel freddo inverno balcanico alcuni di loro provano a varcare il confine croato, ma vengono respinti brutalmente dalla polizia di Zagabria. Non mirano alla Croazia, ma a Paesi molto più a nord. Il paese slavo è solo un passaggio, ma questo non basta per smuovere il pugno di ferro voluto dal governo di Andrej Plenkovic, leader dell’Unione Democratica Croata, partito di centrodestra parte integrante del PPE (quello di Angela Merkel e Ursula von der Leyen). La Ue qui non fa braccio di ferro: se il cattivo non è un “sovranista” come Salvini, ma un moderato europeista (almeno in apparenza) come Plenkovic, ben vengano le manganellate ai migranti (violenze che il leader leghista non osò ordinare).

A causa del Covid i flussi sono rallentati, ma la rotta balcanica è ancora battuta. Il campo di Lipa, in Bosnia, ospita quasi mille migranti. Quasi nessun tg o giornale ne parla. Nemmeno la visita di quattro eurodeputati del Pd è servita a qualcosa. La visita alla SeaWatch di Graziano Delrio, Nicola Fratoianni e Matteo Orfini servì soprattutto alla propaganda delle destre. La presenza a Lipa di Pietro Bartolo, Brando Benifei, Pierfrancesco Majorino e Alessandra Moretti (finalmente uscita dal ruolo di "ladylike" piddina) non ha smosso le acque. I giornalisti della stessa area politica non hanno ritenuto importante la loro missione. Il motivo è ovvio: qui non c’è il cattivo leghista da attaccare, ma il governo democratico di uno dei tanto coccolati Paesi dell’Est Europa.

Il dubbio che la tanta attenzione ai migranti della Diciotti e della SeaWatch 3 fosse solo funzionale allo scontro con Salvini, sorge. Ed è quasi una certezza. Perché vigliaccamente, Repubblica, L’Espresso e perfino Il Manifesto, danno poco spazio alla vicenda. Giornalisti televisivi e influencer liberal idem. Tutti zitti, nonostante le percosse e i furti perpetuati dai militari croati verso i migranti asiatici.

I temi sono tanti: le reali politiche di accoglienza, l’intolleranza presente in tutto il continente (con picchi nei Paesi orientali), le relazioni internazionali evidenziate solo quando hanno importanti ricadute sulla politica nazionale. Questi migranti sono in Europa (Bosnia e Serbia) ma non nell’Unione Europea (Croazia). Questo perché la Ue non li vuole e li tiene nelle tende di Lipa al freddo. Chiudendo un occhio sulle violenze della polizia di Plenkovic.

Salvini fece molto di meno e con la complicità implicita della Ue. Per questo fu bollato da molti analisti italiani come un paranazista. Ora la Ue lascia fare ben di peggio. La Commissione von der Leyen non vuole inimicarsi i Paesi dell’Est, le cui democrazie hanno lacune ben più gravi rispetto a quelle dei fratelli dell’Ovest. La Polonia di Kaczynski, l’Ungheria di Orban e ora la Croazia di Plenkovic, non danno prova di rispettare i “valori europei”. Nonostante le vagonate di aiuti economici ricevuti dagli altri Stati.

Almeno Stalin inveì contro i fascisti greci, pur non facendo nulla di concreto a difesa dei comunisti ellenici. Le potenze occidentali puntarono i fari, ma non le armi, su Budapest invasa dai carri armati sovietici. Oggi la Ue si gira dall’altra parte, facendo finta di niente. Le vite si salvano, in mare come sulle montagne innevate. Poi scattano la realpolitik e i rimpatri. Un’organizzazione democratica dovrebbe agire così. La Ue non lo fa. L’Unione Europea è peggio di Salvini.

Per ricordare John Rawls nel centenario della nascita

di GIANCARLO IACCHINI

Accanto ai grandi italiani come Carlo Pisacane, Piero Gobetti, i fratelli Rosselli, Lelio Basso ecc. che hanno storicamente riempito di contenuti l’unità dialettica degli ideali di giustizia e libertà, deve trovare posto il filosofo americano che ha teorizzato la “forma a priori” di quella equal freedom (libertà eguale) tipica del “liberalsocialismo”. Il filosofo statunitense John Rawls, nato esattamente cent’anni fa (il 21 febbraio del 1921) a Baltimora e scomparso nel 2002, può essere definito il Kant della giustizia sociale, colui che ne ha delineato le condizioni “universali e necessarie”, individuandone la radice nella razionalità dell’uomo anziché nella “struttura economica e sociale” di stampo marxista. Nel distinguere le due impostazioni senza dubbio molto diverse, non possiamo però dimenticare che fu lo stesso fondatore del socialismo moderno – il giovane Marx dei Manoscritti – a criticare con nettezza il “rozzo materialismo” speculare a quello borghese (il salario contrapposto al dio-profitto, nel comune culto tutto capitalistico del dio-denaro) e a indicare la via della liberazione umana dal “mondo rovesciato” dell’alienazione, della mercificazione, della “reificazione”. Nella prospettiva di questo nuovo umanismo, ben venga allora il ritorno all’etica razionale e illuministica di Kant, autonoma sia dalla metafisica religiosa che dagli interessi economici e dai “valori” (più… borsistici che etici!) imposti dalla cultura dominante. Traducendo tutto questo in politica, nell’opera Una teoria della giustizia scritta nel 1971, Rawls (docente per lunghi anni alla prestigiosa università di Harvard) ha finito per costruire quella che Amartya Sen definisce senza mezzi termini «di gran lunga la più influente e importante teoria politica che sia stata presentata nel Novecento».

Come la verità in campo gnoseologico, in politica è la giustizia, secondo Rawls, «il primo requisito delle istituzioni sociali». Come una teoria scientifica dev’essere abbandonata o modificata se non risulta vera, così le leggi e le istituzioni devono essere abolite o riformate se sono ingiuste. Tra un benessere riservato ad alcuni (fossero anche i più), fondato sull’ingiustizia ai danni di altri (fossero anche pochi), ed una giustizia “senza se e senza ma” che vada a discapito di un’iniqua ricchezza sociale, si deve sempre preferire la giustizia: «Ogni persona possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia, su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri». Con ciò Rawls rompe definitivamente con il tradizionale utilitarismo della sociologia anglosassone. Anche se fosse il sacrificio di una minoranza a consentire il vantaggio della maggioranza, la società rimarrebbe ingiusta e quindi razionalmente inaccettabile. In una società “giusta”, infatti, tutti gli individui hanno diritto ad «eguali libertà di cittadinanza». A giudizio di Rawls, l’eguaglianza nel godimento delle libertà fondamentali è un diritto assoluto, che non ammette deroghe o eccezioni: è la teoria della “libertà eguale”, la stessa formulata in Italia dai padri del liberalsocialismo. Ma nuova e originale è la fondazione “razionale” che ne fornisce il filosofo statunitense.

Egli riprende la vecchia teoria del “contratto sociale”, questa volta non per giustificare la creazione di uno stato, ma per “vedere” quale società possa essere concepita di comune accordo da individui liberi, kantianamente concepiti come essere razionali e disinteressati. Si obietterà che nessuno può dirsi “disinteressato” nella concreta realtà economica in cui è coinvolto: ma proprio per questo Rawls ricorre alla doppia finzione di un patto sociale da stipulare ipotizzando un’immaginaria condizione iniziale (“original position”) in cui nessuno conosca in anticipo quale posizione andrà a occupare nella società che nasce dal contratto. La scelta cioè avviene sotto un “velo di ignoranza” (“veil of ignorance”) che mette tutti istantaneamente in una situazione di parità. Ad esempio il “possibile” ricco, temendo di non riuscire a diventarlo, non avrebbe nulla da obiettare riguardo ad una tassazione progressiva dei redditi e dei patrimoni, mentre il potenziale povero, pur sperando che non tocchi a lui la malasorte, accetterebbe di buon grado un sostanzioso welfare protettivo; e confidando – nel caso sfortunato – di abbandonare molto in fretta quella condizione, non si sognerebbe di negare la mobilità sociale e la possibilità per tutti di “fare fortuna”, contando sulle stesse opportunità. Ognuno cioè pretenderebbe la massima libertà di azione, ma allo stesso tempo vorrebbero cautelarsi di fronte al rischio di finire tra gli “svantaggiati”.

Su questa base di sostanziale equità si può raggiungere l’accordo necessario a sottoscrivere il patto sociale, individuando alcuni princìpi fondamentali di giustizia che corrispondono a quelli che Kant chiamava “imperativi categorici” del dovere morale: «È stato Kant ad affermare che una persona agisce autonomamente quando i princìpi della sua azione sono scelti da lui come l’espressione più adeguata possibile della sua natura di essere razionale libero ed eguale. I princìpi in base ai quali agisce non vanno adottati a causa della sua posizione sociale o delle sue doti naturali, o in funzione del particolare tipo di società in cui vive, o di ciò che gli capita di volere. Agire in base a questi princìpi significherebbe agire in modo eteronomo. Il velo di ignoranza priva le persone nella posizione originaria delle conoscenze che le metterebbero in grado di scegliere princìpi eteronomi. Le parti giungono insieme alla loro scelta, in quanto persone razionali libere ed eguali, conoscendo solo quelle circostanze che fanno sorgere il bisogno di princìpi di giustizia. Ed agire a partire da princìpi di giustizia significa agire in base ad imperativi categorici, nel senso che essi si applicano al nostro caso indipendentemente dai nostri scopi particolari».

Ed eccoci allora ai principi basilari della “società giusta”, che si possono riassumere nei primi tre articoli della nostra ipotetica costituzione ideale:

1) Ogni persona ha diritto al massimo della libertà individuale, compatibilmente con la massima libertà anche per tutti gli altri (“equal freedom”).

2) Posto che la libertà determina inevitabilmente l’insorgere di differenze tra gli individui, si stabilisce che le ineguaglianze economiche e sociali sono “giuste” solo se producono benefici compensativi a favore dei “meno avvantaggiati”. Ad esempio, redistribuire la ricchezza si rivela – per i ceti meno abbienti – più vantaggioso che abolirla. «I maggiori benefici ottenuti da alcuni– spiega in proposito Rawls – non costituiscono un’ingiustizia, a condizione che anche la situazione delle persone meno fortunate migliori in questo modo».

3) Il principio di differenza (articolo 2) comporta a sua volta la regola del “maximin” (abbreviazione di maximum minimorum) in base alla quale bisogna migliorare il più possibile la situazione dei meno avvantaggiati. Detto in modo più formale, «le ineguaglianze sono ammesse quando massimizzano la situazione e le aspettative future del gruppo meno fortunato della società», e quando questa perequazione economica e sociale diventa il primo obiettivo della politica statale.

Non solo pari opportunità “di partenza”, dunque, ma anche l’impegno del potere pubblico in direzione dell’uguaglianza in ogni fase della “corsa”. Formulato in maniera più radicale, anzi, il principio sociale implicito nel patto prevede che tutti i beni siano ripartiti equamente, a meno che la distribuzione ineguale di alcuni di essi non vada a beneficio di tutti. L’ingiustizia dunque non sta nelle differenze sociali in sé, ma nelle differenze socialmente ingiustificate. «Se si vuole assicurare a tutti un’effettiva eguaglianza di opportunità, la società deve prestare maggiore attenzione a coloro che sono nati con meno doti o in posizioni sociali meno favorevoli. L’idea è quella di riparare i torti dovuti al caso, in direzione dell’eguaglianza».

Delle tre famose parole d’ordine della rivoluzione francese, le prime due – libertà ed eguaglianza – sono unificate nel primo principio del contratto, che stabilisce appunto la “libertà eguale”, mentre gli altri due principi di Rawls attengono alla terza invocazione dell’89, ovvero la tanto bistrattata “fraternità”: «Il principio di differenza e la conseguente regola del “maximin” sembrano corrispondere al significato naturale della fraternità; cioè, all’idea di non desiderare maggiori vantaggi a meno che ciò non vada a beneficio di quelli che stanno meno bene. La famiglia, in termini ideali e spesso anche in pratica, è uno dei luoghi in cui il principio di massimizzare la somma dei vantaggi viene rifiutato. In generale, i membri di una famiglia non desiderano avere dei vantaggi individuali, a meno che ciò non promuova gli interessi dei membri restanti. Il voler agire secondo il principio di differenza ha esattamente le stesse conseguenze. Coloro che si trovano nelle condizioni migliori desiderano ottenere maggiori benefici soltanto all’interno di uno schema in cui ciò va a vantaggio dei meno fortunati».

Potrebbe sembrare inappropriato paragonare i “freddi” ed egoistici vincoli sociali a quelli familiari, improntati all’affetto e alla reciproca solidarietà; e difatti dei tre principi della rivoluzione francese, osserva Rawls, il terzo è quello più trascurato. Ma ciò dimostra soltanto quanto sia ancora incompleta la nostra democrazia. In alternativa ai privilegi della società borghese, ivi compresa la tanto invocata “meritocrazia”, il filosofo americano propone una società cooperativa, equa e solidale i cui membri, se agiscono razionalmente e moralmente, debbono impegnarsi innanzitutto a ridurre il più possibile le ingiustizie, pur senza mai intaccare o mettere in discussione il primo fondamentale postulato della “società giusta”, che è la libertà.

Umberto Terracini, un uomo dimenticato in un’Italia senza memoria

di Gian Franco Ferraris

Riflessioni intorno al libro Quando diventammo comunisti – Conversazione con Umberto Terracini, tra cronaca e storia. A cura di Mario Pendinelli – Rizzoli editore, Milano 1981

(…)

La vita di Terracini è stata straordinaria, un romanzo avvincente e drammatico che ha attraversato l’intero 900. Giovane avvocato di famiglia borghese, ha preferito alla carriera l’impegno politico; con Gramsci e Bordiga è stato tra i fondatori del Partito Comunista a Livorno nel 1921 (aveva 26 anni), e nel luglio di quell’anno, al congresso dell’Internazionale comunista, si scontrò con Lenin che in francese “plus de souplesse camarade Terracini!” propose il fronte unico tra comunisti e socialisti e in quell’occasione coniò la famosa formula “l’estremismo malattia infantile del comunismo”.

È stato l’antifascista che ha scontato più anni nelle galere di Mussolini, ben 17 anni, senza cedimenti o compiacimenti. Ha pagato di persona il rigore morale e la fedeltà agli ideali di libertà e giustizia (la stessa sorte di Gramsci) non solo con il carcere ma con l’isolamento da parte dei suoi compagni di partito, fino all’espulsione dal PCI. Nell’immediato dopoguerra rientra nel Partito Comunista (di cui si è sempre sentito parte, seppur escluso) e ne resterà dirigente senza mai lasciarsi condizionare dalle opportunità contingenti (non è mai stato stalinista) e per questo relegato spesso al margine delle decisioni, senza mai nutrire rancori e cercare rivincite. Terracini, deputato alla Costituente, fu eletto presidente del primo parlamento repubblicano, diresse i lavori per la stesura della costituzione e ne firmò il testo assieme a Enrico De Nicola e al presidente del consiglio Alcide De Gasperi.

«Per noi si trattò di restare fedeli alla linea politica, legalitaria e democratica del partito. Non dimentichiamoci che il PCI, appena fu promulgata la Costituzione, concentrò tutta la sua azione sull’esigenza di ottenerne l’applicazione, di spingere il governo e l’apparato dello Stato a realizzare gli obiettivi, le innovazioni, che la Costituzione prometteva agli italiani. Posso dire, secondo un giudizio che non ho mai nascosto, che l’azione del partito ebbe anche in questo campo dei limiti, dei ritardi. Infatti si pose l’accento quasi esclusivamente sulla parte istituzionale della Costituzione, si condussero quindi battaglie per ottenere l’attuazione delle Regioni, lo sviluppo concreto delle autonomie locali, ma si trascurò di condurre una lotta altrettanto incisiva per l’affermazione dei diritti civili pure sanciti dalla Costituzione. Ad ogni modo assumere come punto di riferimento della politica del partito la Costituzione rappresentò in quegli anni difficili la salvezza del PCI e dell’intero movimento operaio italiano. Solo così fu possibile evitare che lo stalinismo compromettesse non solo il presente ma anche il futuro del partito».

Terracini ribadisce l’importanza dell’approdo democratico raggiunto con l’approvazione della Costituzione nel ricordo dell’attentato a Togliatti. «Togliatti stesso, mentre lo portavano in ospedale, raccomandò ai compagni di non perdere la testa. “State calmi”, disse a Scoccimarro. Pensando a quanto gli era successo temette subito che le conseguenze potessero distruggere il risultato di tanti sforzi. Di una politica meditata, lontana da ogni forma di violenza e ispirata all’accettazione del metodo democratico».

(…) Mentre leggevo il libro intervista di Terracini ho respirato aria fresca, ho ritrovato, pur in anni drammatici, la politica fatta di valori e di ideali. Ci sono anche capitoli curiosi come quando Terracini dopo l’espulsione dal Pci rivede Togliatti dopo 20 anni (pag. 140): «Il mattino dopo chiesi a Turchi dov’era il partito. Mi spiegò che si trovava in un palazzo di via Nazionale. Ci andai. V’era una gran quantità di gente che saliva e scendeva le scale, le porte degli uffici, al primo e al secondo piano, quasi tutte aperte. Chiesi a qualcuno dove fosse lo studio di Togliatti. Mi indicarono un uscio chiuso. Mi avvicinai, bussai, entrai in una stanza dove c’erano molti tavoli e una persona sola, Togliatti, intento a leggere alcuni fogli. Aveva in mano una matita. Dissi: “buongiorno”. E lui senza neanche alzare la testa, rispose: “buongiorno”, e aggiunse: “aspetta un momento”. Dopo qualche minuto posò la matita, alzò gli occhi e finalmente mi vide. Ci guardammo un attimo e poi ci salutammo di nuovo con più calore. “Sono venuto da te per sapere che cosa devo fare” dissi. “Adesso siediti” mi rispose. “Siediti, aspetta un momento, vediamo subito”. Cominciammo a parlare. Dopo un quarto d’ora mi affidò ad un giovane compagno affinché mi accompagnasse in giro per gli uffici. Ci rivedemmo nel pomeriggio. Mi accolse con naturalezza, come se niente fosse accaduto, come se non avessi mai cessato di far parte del gruppo dirigente. Mi affidò l’incarico di mettere in piedi il centro elettorale del partito in vista delle future elezioni. Nei giorni seguenti rividi i vecchi compagni, Secchia, Longo, Scoccimarro, e Amendola, che avevo conosciuto al confino di Ponza, e via via conobbi i giovani quadri: Sereni, Alicata, Ingrao. Con nessuno di loro parlai dell’espulsione, della triste vicenda che avevo vissuto. Mi tuffai invece nel lavoro, con entusiasmo, grato a Togliatti. Perché senza di lui difficilmente mi sarebbero state riaperte le porte del partito».

Terracini racconta con serenità anche le sofferenze patite e la delusione di essere emarginato dagli stessi compagni con cui ha vissuto carcere e confino… Chi le comunicò l’espulsione dal partito? «Mi pare Li Causi. Un compagno pacioso e socievole, forse proprio per questo quello più portato a sdrammatizzare simili eventi. Ma non le giuro sia stato Li Causi. Il primo che me lo disse fu probabilmente Antonio Cicalini. Cicalini è una figura curiosa e interessante di comunista. Era stato mandato al confino fra i primi. Poi era ritornato a casa. Poi era stato di nuovo arrestato e confinato. Aveva costituito lui la prima organizzazione di partito al confino di Ponza; quindi era stato trasferito a Ventotene, ed era divenuto il severo custode della disciplina di tutti, intransigente e rigido, per adoperare una terminologia che risale agli ultimi anni della nostra milizia nel partito socialista, prima della scissione. Allora si era formato nel PSI un gruppo di giovani intransigenti vicini a Bordiga, poi all’interno della frazione intransigente si era formata una frazione ancora più intransigente che si era definita intransigente rigida. Cicalini, di Imola, lo definirei così: intransigente rigido. Ed era quello che al confino amministrava la giustizia, per così dire, naturalmente sempre in accordo con gli altri compagni del direttivo, nel quale c’erano elementi come Scoccimarro, Secchia, Li Causi, che certamente non avrebbero accettato di essere usurpati nelle loro funzioni. Comunque mi venne detto un giorno che non facevo più parte del PCd’I. E assieme a quella comunicazione mi venne rivolto l’invito a non cercare più di avvicinare i compagni del collettivo, a ciascuno dei quali venne poi comunicato che ero stato espulso e che quindi non dovevano avere più rapporti con me. E così incominciarono e poi scorsero quegli ultimi due anni di confino che furono per me particolarmente melanconici: mi ritrovai completamente isolato, i compagni mi sfuggivano. Solo Camilla Ravera osò contravvenire a quella disposizione. Un gesto che pagò caro: fu espulsa anche lei dal partito». La stessa sorte toccò a Gramsci, l’amico fraterno di Terracini fin dal 1914 a Torino. (…)

Il racconto di Terracini è scorrevole, in modo chiaro e senza enfasi ripercorre la storia del 900 dalla prima guerra mondiale alla crisi dell’Italia liberale, dalla scissione del partito socialista di Livorno al fascismo, i rapporti con l’Internazionale comunista, la polemica con Lenin del 1921, l’ascesa di Stalin e la stalinizzazione del PCI. Il libro-intervista descrive pure la vita quotidiana dei confinati a Ventotene e i rapporti con Altiero Spinelli e gli esponenti di Giustizia e Libertà, le peripezie con cui raggiunse la Svizzera e poi si unì alle formazioni partigiane in Val d’Ossola, ebreo e comunista/isolato dal partito.

«Attendevamo da un giorno all’altro, fin dal 25 luglio, il momento in cui ci avrebbero detto che eravamo liberi. Quando giunse il momento provai, è ovvio mi pare, una grande gioia, unita tuttavia ad un sentimento di amarezza. I compagni del collettivo non mi avevano coinvolto nei preparativi per lasciare Ventotene. Io e Camilla Ravera continuavamo ad essere isolati dagli altri. (…) Mi decisi: andai alla stazione e presi un treno per Novara. Ritrovai mio fratello, la sua famiglia. Era un brutto momento: si era diffusa la notizia che nazisti e fascisti avevano iniziato la caccia agli ebrei. Io oltre ad essere ebreo ero pure comunista. Bisognava trovare un rifugio. Novara non era sicura. Mia nipote aveva una villetta sul lago d’Orta. Ci andammo. Ci svegliò in piena notte un fascista del luogo, era anzi proprio il segretario del Fascio di Orta. Un letterato, un buon uomo. Ci avvertì che un plotone di tedeschi aveva iniziato a rastrellare il paese. Cercavano antifascisti ed ebrei. Presto sarebbero arrivati anche lì. Restammo incerti, non sapevamo come comportarci. Il segretario del Fascio ruppe ogni indugio: era venuto in barca, un mezzo di comunicazione normale in quei luoghi. “Va bene” ci disse “scendete, montate sulla mia barca, venite per il momento a casa mia”. Così ci offrì un primo rifugio sicuro. Fece di più: organizzò dopo due giorni il nostro passaggio clandestino in Svizzera. Quando varcammo la frontiera cominciava ad albeggiare. I gendarmi svizzeri ci condussero in un borgo poco lontano dal confine, dove sorgevano molti alberghi, che erano stati adattati dal governo a campi di raccolta per i profughi che fuggivano dall’Italia. (…) Quando i compagni del Partito svizzero del lavoro, il partito comunista svizzero, seppero del mio arrivo, vennero a cercarmi e ad offrirmi il loro aiuto. Non sapevano che il collettivo di Ventotene mi aveva espulso. L’idea fissa che non mi abbandonava mai era quella di ritornare in Italia, e di riallacciare i legami con il partito, per spiegare le mie ragioni e che cosa era successo davvero. Ma soprattutto per contribuire alla lotta in Italia. Le prime notizie sul movimento partigiano, sull’inizio della guerriglia contro i tedeschi, acuivano il mio senso di impotenza. Mandai in Italia un messaggio, al Comitato di Liberazione Nazionale, mettendomi a disposizione. Riuscii pure a far pervenire una lettera al centro del partito, a Milano. Le risposte che ricevetti furono profondamente deludenti. Il partito da Milano mi fece sapere semplicemente, in due secche parole, che non avevo nulla a che fare con il PCI e che il partito non aveva nulla da dirmi. Il Comitato di liberazione per l’Alta Italia mi rispose che non poteva adoperarmi o affidarmi qualche incarico, perché facendo questo indipendentemente dal Partito comunista, che era un suo costituente, avrebbe certamente rotto un accordo e un’armonia. Seppi in seguito, e del resto lo ha raccontato Giorgio Amendola nel suo libro Lettere a Milano, che la decisione di confermare la mia espulsione era stata adottata a Roma dopo la caduta di Mussolini, nella prima riunione in Italia del centro dirigente del partito. Vi avevano partecipato, oltre allo stesso Amendola e a Massola, alcuni dei dirigenti del collettivo di Ventotene che mi avevano espulso. Era più che naturale che in un momento oltretutto concitato, e in assenza di Togliatti, il mio caso fosse stato liquidato senza troppi approfondimenti. Passarono alcuni mesi prima che riuscissi a rientrare in Italia, con le mie sole forze. Lo decisi appena seppi, nel settembre del 1944, che in Val d’Ossola le formazioni partigiane avevano sferrato una offensiva contro i tedeschi ed erano riuscite ad occupare Domodossola. Si profilava la costituzione di una repubblica autonoma. Pensai che avrei potuto essere utile. Partii da Locarno con un trenino elettrico che giungeva fino alla frontiera. Poi a piedi, scesi giù nel versante italiano di quelle montagne. Giunsi nei sobborghi di Domodossola a sera fatta, era ormai buio. Quasi all’improvviso mi trovai di fronte un signore anziano, con una pellegrina, quel tipo di soprabito che si usava una volta, con la mantellina nera. Era il professor Ettore Tibaldi, un vecchio compagno socialista, medico di buona fama, il quale durante la guerra si era ritirato nella sua cittadina, a Domodossola, dove dirigeva l’ospedale civico. Fu lui a riconoscermi per primo: evidentemente gli anni non mi avevano molto cambiato. Lui invece si era fatto crescere la barba. Eravamo stati assieme nella Federazione giovanile socialista. “Cosa fai qui?” mi chiese stupito. “Sono venuto per fare qualche cosa” risposi. Lui, non al corrente delle mie traversie col partito, credette che mi trovassi lì per incarico del PCI. Gli spiegai brevemente come stavano le cose. Tibaldi dirigeva l’amministrazione di governo della piccola repubblica. Mi disse che la mia opera sarebbe stata preziosa. Mi trovò ospitalità per la notte e il giorno dopo, in municipio, mi affidò le funzioni di segretario generale del governo dell’Ossola. I problemi erano tantissimi, bisognava riorganizzare le attività civili, far girare la macchina amministrativa, provvedere alle necessità delle brigate combattenti. Qualche giorno dopo giunse da Novara un emissario della federazione comunista. La sua prima preoccupazione, in quel momento difficile, tumultuoso, fu quella di avvisare dappertutto che Terracini era stato escluso dal partito, che non bisognava dargli spazio, che i militanti dovevano ignorarlo. Perciò io non ebbi alcun rapporto con l’organizzazione del PCI che anche in Val d’Ossola si era subito ricostituita. D’altra parte ero ampiamente assorbito dal compito che mi era stato affidato. Mi tuffai nel lavoro quotidiano. Credo che riuscii a conquistarmi la stima della gente».

Merita apprezzamento anche il giornalista Mario Pendinelli che ha raccolto le memorie di Terracini e ha curato il libro-intervista; ha saputo mantenere la vivezza dell’esposizione di Terracini nel contesto degli anni tumultuosi che hanno segnato il nostro paese. Particolarmente felici sono poi i ritratti dei protagonisti dell’epoca. Terracini rammenta: «E poi, anche i rapporti personali e fraterni che esistevano tra Bordiga e noi (lui e Gramsci) ebbero un peso nello stemperare i contrasti». Ricorda così Amedeo Bordiga: «Era una personalità in un certo senso straordinaria. Aveva una fortissima capacità di lavoro e un carattere ostinato e freddo. Ma era essenzialmente un dogmatico. Credo che avesse letto tutto quanto era stato pubblicato intorno a Marx da autori di ogni lingua… era tuttavia incapace di coglierne il momento vivente, cioè di trasferire la formula nella realtà che lo circondava. Ricordo che pochi giorni, o poche settimane prima della sua morte, nel 1970, io mi ero recato a Napoli per rivederlo, dopo venticinque anni di separazione e di silenzio completo fra di noi. Fu un incontro strano: mi ripeté le cose che avevo già sentito dire da lui nel 1922, nel 1923, nel 1924. Mi accorsi che non aveva spostato di una virgola le sue convinzioni, la sua mentalità, la sua impostazione di pensiero. Guardava le cose del 1970 come quelle del 1924. Sembrava non accorgersi di quanto il mondo fosse cambiato».

L’incontro con Antonio Gramsci che ha segnato le loro vite: «Era portato ad ascoltare, specie quando coloro che parlavano si erano formati in ambienti completamente diversi dal suo, e quindi dicevano cose che lo incuriosivano. In questo modo si esprimeva, tra l’altro, la sua brama di sapere, di arricchire sempre maggiormente il suo bagaglio di istruzione e di conoscenza. Ma in realtà, Gramsci non era un silenzioso. Non era un chiacchierone, ma parlava. Parlava volentieri, perché aveva sempre qualche cosa da dire e perché parlando riusciva a stimolare anche la parola degli interlocutori. E anche qui si manifestava la sua specifica curiosità intellettuale: sentire molto, per poter poi anche molto parlare. Avevo visto, non ancora conosciuto, Gramsci nelle aule dell’università. Lui era due anni più avanti di me, poi frequentava lettere, io giurisprudenza. Ma fra una lezione e l’altra, nei corridoi gli allievi dei singoli corsi si mescolavano fra di loro. La figura di Gramsci era molto nota, diciamolo pure, anche per le sue sciagure fisiche, per quel suo corpo deforme, che attirava immediatamente l’attenzione specialmente di ragazzi sempre pronti allora, come purtroppo anche oggi, a deridere, a farsi beffa degli infelici. Ma rapidamente, quasi subito, la personalità di Gramsci si faceva sentire, si imponeva. Innanzitutto perché i suoi compagni ne ammirarono presto le doti di preparazione e di viva intelligenza; poi perché la fama della sua superiorità negli studi, che si affermava anche attraverso i giudizi dei suoi professori, si era allargata a tutta quanta l’università. E allora si vedeva Gramsci con altri occhi, non con gli occhi che notavano la sua deformità fisica, ma con gli occhi della mente che sapevano apprezzare la sua preparazione, le sue capacità intellettuali. Non avevo ancora con lui dimestichezza. Era il compagno di studi che si salutava all’ingresso e all’uscita: ciao, ciao, niente più di tutto questo. Fu l’incontro in casa di Tasca che stabilì fra me e Antonio rapporti di conoscenza che si trasformarono, via via, in profonda amicizia, stima, affetto: un sentimento che segnò le nostre vite». (…)

Ho conosciuto di persona Umberto Terracini nel 1982; era venuto a vivere a Cartosio, il paese di origine della moglie. Un incontro indimenticabile: era molto vecchio, serio, gentile, parlava con semplicità, chiarezza e trattava ogni persona con cui conversava nello stesso modo rispettoso. Gli chiesi dello scontro con Lenin nel 1921 e mi rispose che Lenin aveva grande autorevolezza e nei mesi successivi rifletté a lungo sull’episodio e rivedette in parte il suo pensiero politico. Ricordò anche che nonostante lo scontro politico tra la delegazione italiana e il gruppo dirigente dell’Internazionale fosse stato aspro, i rapporti personali erano rimasti fraterni. «Purtroppo quel costume fatto di tolleranza, di reciproco rispetto, di fraternità rivoluzionaria, non durò molto. Le cose cambiarono. Le cose precipitarono con l’avvento di Stalin». Disse anche che senza la malattia di Lenin difficilmente Stalin sarebbe emerso, perché Lenin era consapevole del pericolo di una “svolta autoritaria”. Di fatto con Stalin prese piede una delle più terribili e spietate patologie della sinistra: il settarismo. Come abbiamo letto più volte, Lei ha subìto ingrate emarginazioni dai compagni settari del suo partito; e la stessa sorte è toccata a Gramsci. Drammatico il ricordo della sua morte: «Antonio era stato contrario alla “svolta”, quindi alla linea del partito comunista… Per i compagni detenuti o confinati, Antonio ormai era estraneo al partito. Perciò la notizia della sua morte passò come tante altre, fu accolta senza dolore, non suscitò emozioni. E questo atteggiamento rese ancora più acuto il dramma nostro, di quei pochi che sapevano e che erano stati d’accordo con Gramsci».

Lo stalinismo sopravvisse a lungo nel Partito Comunista; Terracini nell’intervista vuole ricordare un episodio non del tutto chiaro:

«Fra il dicembre del 1950 e marzo del 1951, Stalin cercò in ogni modo di riportare Togliatti a Mosca, sollecitandolo ad assumere la guida del Cominform, l’ufficio che coordinava il reciproco scambio di informazioni fra i partiti comunisti, istituito nel 1947 e sciolto definitivamente nel 1956. L’offerta di assumere quella carica in quell’ufficio, che Stalin intendeva potenziare anche per i pericoli di guerra che la situazione in Corea prospettava, fu fatta a Togliatti mentre era a Mosca, convalescente. Lui non era assolutamente d’accordo. Cercò di prendere tempo. Chiese che la direzione del partito italiano si pronunciasse sulla proposta di Stalin. Amendola, con la franchezza che lo ha distinto, ha ricordato in seguito quello che accadde tra di noi, nel gruppo dirigente del partito. Ci fu una riunione. Secchia e Longo sostennero che proprio Togliatti ci aveva insegnato come il parere di Stalin non poteva essere discusso. Si votò. Io mi pronunciai affinché l’invito di Stalin venisse respinto. Negarville si astenne. Tutti gli altri accolsero la proposta di Stalin. Qual era il motivo vero di quella proposta? Stalin pensava di dare una guida diversa al PCI? La politica di Togliatti, la sua cauta ma tenace ricerca di autonomia, aveva infastidito il Cremlino? Sono tutti interrogativi aperti. Certo è che Togliatti riuscì per fortuna a tornare in Italia, accampando il motivo che doveva almeno partecipare all’imminente congresso del nostro partito. Comunque quell’episodio può illuminare sull’influenza che la parola di Stalin aveva nel PCI. Quando il capo sovietico morì ci furono tra i nostri militanti scene di disperazione. Il lutto e il dolore si diffusero in tutto il partito». Le opinioni cambiarono solo nel 1956, dopo che Chruscèv denunciò al XX congresso del partito sovietico i crimini di Stalin? «I crimini di Stalin erano noti. Non tutti i componenti del gruppo dirigente del partito avevano vissuto essi stessi a Mosca quei fatti, quegli eventi terribili. Ma tutti ne avevano avuto notizia. Ogni cosa era compresa e definita in una sorta di giustificazione storica. Si pensava che tutto ciò che era accaduto fosse plausibile ed approvabile, data la realtà storica di quei tempi, ma che niente del passato dovesse o potesse ripetersi».

Terracini ha sempre combattuto il settarismo: «Sono sicuro che si deve fare di più per accrescere nelle sezioni, nelle federazioni, in tutti gli organismi del PCI, la voglia e la possibilità di parlare. E che al tempo stesso si debba impedire la formazione di correnti o di frazioni. Quanto a me, ho sempre espresso le mie convinzioni, talvolta il mio dissenso, e questo non mi ha impedito di fare la mia parte di lavoro negli incarichi che mi ha affidato il partito».

Più volte nel libro/conversazione ribadisce di essere contrario al formarsi nel Partito Comunista di correnti o gruppi di potere in lotta tra di loro, «ma il centralismo democratico è stato spesso inteso in modo distorto, è stato usato per soffocare il dissenso, o per governare dall’alto il partito».

(…)

[tratto da https://www.nuovatlantide.org/umberto-terracini-un-uomo-dimenticato-in-unitalia-senza-memoria/]

Spunti di riflessione (La nuova portavoce di MRS si presenta)

di ISABELLA SENATORE *

Vorrei iniziare il mio discorso un po’ da lontano e partire da una semplice domanda che mi sono posta spesso: perché sono comunista?

Non è una domanda facile a cui rispondere perché non è stata una scelta politica la mia ma sentimentale. Ero comunista anche da bambina e non lo dicevo io, lo dicevano i miei insegnanti. Una volta una maestra quando avevo circa 9 anni mandò a chiamare mio padre e mi accusò di sobillare gli altri compagni contro di lei, poiché ella usava diversità di trattamento verso i suoi alunni, trattando bene i figli dei più abbienti e male i restanti, di origine contadina oppure operaia. Mi trovavo a Cava de’ Tirreni da poco, provenivo da un’eccellente scuola di Reggio Emilia, dove ovviamente ciò non avveniva, perché la nostra maestra di Reggio era comunista, si chiamava Fernanda Iotti Torelli.

Dunque ero comunista perché fin da piccola avevo capito che i comunisti stanno dalla parte dei deboli, dei lavoratori (sfruttati), delle donne e dei bambini, perché mia madre era comunista e aveva letto Il Capitale appena diciassettenne – era una specie di genio – perché nella casa dove andammo ad abitare a Cava de’ Tirreni la stanza più bella della casa era rossa, perché mio nonno era comunista e i compagni giovani lo salutavano a pugno chiuso, perché al suo funerale fu messa una bandiera rossa sulla sua bara e il compagno Riccardo Romano, eletto deputato da Cava, fece un discorso toccante su quelli che come mio nonno erano stati comunisti della prima ora rischiando la vita (lui inizialmente aveva aderito al fascismo).

Così penserete una scelta obbligata: no perché man mano che crescevo e mi rendevo conto delle implicazioni della mia scelta e la sottoponevo a falsificazione e posso dirvi che mai ho trovato un solo motivo oggettivo per pentirmi della mia vocazione ad essere comunista. Non c’è altra filosofia o dottrina politica che vede così chiaramente la storia per quello che è: la storia di una lotta di classe tra i “sommersi e i salvati”. La storia degli schiavi e degli schiavisti, dei padroni e dei servi, dei signori e dei vassalli, dei capitalisti e degli operai, la storia che stiamo vivendo, delle masse oceaniche di affamati che premono sulle mura dei castelli dei padroni per cercare un tozzo di pane e la salvezza da guerra, fame e distruzione fisica e morale. Ma anche all’interno delle mura la situazione non è migliore, c’è un solo padrone e una pletora di schiavi a cui hanno dato a bere che sono liberi ed essi se la bevono pur di vivere in pace e potersi accomodare con le pantofole davanti alla TV alla sera distrutti da giornate di lavoro massacranti ma felici di vivere in un mondo “libero”.

Eccoci dunque arrivati all’apoteosi dell’ingiustizia e dell’ingordigia del capitalismo: dopo la seconda guerra mondiale gli orrori erano stati scoperti ed erano così mostruosi che il mondo per un momento sembrò scosso e iniziava timidamente a prendere un’altra direzione; si cominciò a parlare di diritti umani (per quelli animali ahimé c’è da aspettare ancora parecchio), si abolì la pena di morte in Europa, si stabilirono programmi di aiuti alle popolazioni uscite sconfitte dalla guerra, forse memori degli errori fatti dopo la prima guerra mondiale che avevano contribuito alla nascita del nazismo, si iniziò a scrivere costituzioni illuminate, ad abolire la tortura e i trattamenti carcerari contrari al senso di umanità, si scrivevano carte dei diritti umani che dovevano garantire la dignità umana e proteggere i deboli, i poveri, i perseguitati, è stato un bel momento, ma è durato troppo poco… un momento che sull’orologio della storia è durato pochi secondi, e che non è riuscito a sopravvivere al liberismo selvaggio degli anni ottanta; e poi la globalizzazione, la perdita dei diritti dei lavoratori, il mercato selvaggio della finanza, di nuovo la forza delle dittature, dei poteri forti, perché la democrazia è fragile, ammesso che non sia un sogno, e non abbiamo lottato abbastanza per difenderla sicuri che ormai eravamo persone libere.

Ecco che pian piano siamo tornati senza possibilità di combattere all’oscurantismo, dove internet è al servizio dei potenti e nel surplus d’informazioni che ci sommerge ogni giorno non c’è più modo di riconoscere il vero dal falso, e al culmine di tutto questo, la pandemia!

Ed eccoci alla realizzazione del sogno dei capitalisti: il medioevo digitale, i poveracci che si scannano tra loro per un tozzo di pane mentre loro, i capitalisti, diventano sempre più ricchi in una folla corsa all’arricchimento ad libitum che può portare solo più velocemente all’estinzione della razza umana, e forse dopotutto non sarà davvero un male. Come disse un famoso capitalista: «la lotta di classe esiste eccome, e l’abbiamo vinta noi».

Un anno e mezzo fa circa scoprii per puro caso in Facebook il Movimento Radicalsocialista e trovai un luogo, virtuale ma anche reale, dove finalmente si poteva dialogare con tutti, quindi non solo con altri comunisti come me, ma anche e soprattutto con socialisti veri e radicali del libero pensiero, gli anarchici, i pacifisti e i rivoluzionari, dove finalmente potevo esprimermi e confrontarmi con veri compagni, che sanno di quel che parlano, lungimiranti, intelligenti e preparati. Tuttavia questo è un movimento di opinione e non un partito e questo è un bene ovviamente. Ma ora di fronte a quello che sta succedendo mi chiedo, cari amici, se forse non dovremmo cambiare un poco, o forse molto, i nostri obiettivi. Oggi con la pandemia, e la strumentalizzazione che ne è stata fatta attraverso i politici e l’uso sconsiderato dei mezzi di informazioni, il potere costituito ha acquisito un’arma potentissima, a cui forse finora non aveva neanche seriamente pensato, che per soggiogare anche le menti più libere si può usare uno strumento infallibile, la paura. Non la paura di rimanere senza lavoro o senza casa, che già da sola piega le menti più libere come vediamo tutti i giorni dalla perdita del valore del lavoro, ma quella della morte stessa! Una morte orribile e atroce, la morte peggiore, in assoluta solitudine, come quella degli appestati di un tempo che pensavamo superata per sempre.

E dunque mi chiedo e vi chiedo, compagni, possiamo permetterci ancora il lusso di rimanere solo un movimento di opinione? Questa è la domanda che vi pongo, e la sfida che vorrei lanciare a tutti, iscritti, amici, amici degli amici, e anche perché no ai nemici che condividono il nostro obiettivo: la liberazione da un mondo troppo ingiusto.

(*) portavoce del Movimento RadicalSocialista

Abbattiamo la “Auschwitz arcobaleno”

di LEONARDO MARZORATI

Se questo è un uomo di Primo Levi è un testo più che mai attuale. Non solo per l’aver descritto con coraggio emotivo l’orrore dei lager nazisti, ma anche per aver palesato aspetti delle dinamiche umane in assenza di un ordine che sappia garantire la dignità di ogni singolo individuo.

Nel campo di concentramento di Auschwitz si lottava ogni giorno per la sopravvivenza, con uomini costretti alla condizione di bestie mammifere. I criminali nazisti riuscirono a ricreare con perfezione sadica una situazione da “homo homini lupus” di Thomas Hobbes. Il filosofo inglese nel XVII secolo raccontò come la natura umana fondamentalmente egoistica necessiti di leggi che regolino i rapporti per una convivenza pacifica. Ad Auschwitz, soprattutto per gli ebrei, l’ultima ruota del carro nel castello gerarchico ideato dal regime hitleriano, ogni uomo doveva sopravvivere giorno per giorno, consapevole che la sua vita avrebbe comportato la morte di altri.

Levi divide gli ebrei rinchiusi nel lager in “sommersi e salvati”, dove i primi (chiamati curiosamente da altri ebrei “musulmani”) non reggono le dure regole del campo e sono fin dall’inizio condannati alle camere a gas, mentre i secondi riescono a sopravvivere. Questi sfruttano alcune caratteristiche positive, come la forza fisica, l’astuzia, l’arguzia, ma anche negative, come il tradimento, il servilismo verso le gerarchie superiori, l’indifferenza alle sofferenze altrui.

Levi racconta di ebrei arrivati al grado di Kapo che diventano più crudeli dei Kapo criminali comuni, per essere apprezzati dalle SS e non venir così rimossi dal ruolo conquistato. Altri deportati si danno al mercato nero per ingraziarsi tedeschi con ruoli di controllo presenti nel campo. Si crea così un’economia di mercato interna al lager, dove il valore delle merci di prima necessità, dal pane alla razione di zuppa, dal cucchiaio al pigiama a righe, cambia di valore dall’oggi al domani, a seconda delle esigenze.

Il mercato nero di Auschwitz ha molti punti in comune con l’attuale libero mercato. Un consumismo sempre più esasperato, che forse nemmeno la pandemia riuscirà ad arginare, porta milioni di consumatori (più che di cittadini) a fare sacrifici per poter acquistare beni, non fondamentali alla sopravvivenza come quelli di Auschwitz, ma superflui.

Senza le violenze fisiche e gli orrori dei campi di sterminio, i cittadini dei nostri giorni vivono in un mercato che genera “sommersi” e “salvati”. I primi non riescono a mettersi in mostra in un mercato del lavoro che ci trasforma in “homo homini lupus” e finiscono per deprimersi, accontentarsi di lavori sottopagati e/o precari, subire mobbing (in teoria criminalizzato, ma in pratica ben radicato, specie in imprese all’avanguardia), mirare alle sole forme di sussidio sociale. Per i liberisti, vengono subito bollati come “non produttivi”, per distinguerli dai “produttivi”, quelli che contribuiscono a rafforzare questo mercato in cui l’individuo deve prevalere sulla massa.

La pandemia qui peggiora ulteriormente le cose, isolando ulteriormente chi è fragile, economicamente in difficoltà, con una vita sociale scadente. Molti di loro vengono additati come “non produttivi”, “inutili”, “sfigati”, “incel”. A delle vittime corrispondono dei carnefici. I “brillanti”, quelli che grazie a questo mercato hanno saputo arricchirsi e farsi una posizione sociale, spesso ne approfittano ulteriormente. Il boom nei giorni della chiusura del commercio elettronico e delle criptovalute come Bitcoin ne sono una prova.

Per un negoziante che chiude, un cameriere che perde il lavoro, ci sono altri che si arricchiscono. I salvati e sommersi del XXI ovviamente non hanno nulla a che fare con esecuzioni sommarie e camere a gas, ma vivono una condizione che ha punti in comune con quella dei deportati nei campi di concentramento. Il capitalismo globalizzato ci ha messo gli uni contro gli altri come fecero i nazisti con i deportati. Ognuno deve pensare a se stesso, allora per sopravvivere, oggi per emergere.

La lotta sociale è stata quasi annientata, con il popolo che, in democrazia, si divide più per i diritti civili. Questi sono fondamentali, ma è inevitabile che chi non si sente rappresentato da queste conquiste e vede la sua condizione economica peggiorare rispetto a quella dei propri genitori, diventi indifferente, se non ostile a questo tipo di battaglie. È questa la “Auschwitz Arcobaleno” che dobbiamo alle forze politiche che negli ultimi decenni hanno svenduto i diritti sociali in quasi tutti i Paesi europei. Sono forze politiche compromesse, che vanno abbattute e sostituite. La destra liberal-conservatrice e la sinistra liberal-progressista sono le fautrici di questa “Auschwitz Arcobaleno”, con le privatizzazioni selvagge, con la precarizzazione del lavoro, con la distruzione della sanità e dell’istruzione pubblica e con l’aver furbescamente orientato l’occhio del cittadino elettore su altre tematiche, come il giustizialismo prima e il razzismo poi.

In tutta Europa si rafforza sempre più la destra populista e non liberale. Tra suoi supporter ci sono tanti “non produttivi”, non rappresentati da ciò che resta della sinistra ed esclusi dalle ultime battaglie civili, in quanto maschi, eterosessuali e non allogeni. I liberali cercheranno di ammansire le destre populiste per governarci insieme e per addomesticare le sue voci più critiche: vedremo se ci riusciranno. Nel 1922, col fascismo, fecero male i loro conti. La sinistra liberale punta tutto sul gridare al “fascismo”, tecnica controproducente se non per coccolarsi una fetta di elettorato fidelizzato e non più giovane. Proprio ai giovani si devono rivolgere le forze fresche del socialismo democratico, per iniziare ad abbattere i muri e il filo spinato di un ordocapitalismo che dietro le sue bandierine arcobaleno nasconde l’ipocrita messaggio che campeggiava anche 80 anni fa ad Auschwitz: “il lavoro rende liberi”.

Il reale ed il possibile (riflessioni di capodanno)

di GENNARO ANNOSCIA

È terminato un anno nel quale sono state stravolte non solo le nostre abitudini, bensì l’intera nostra esistenza. La stabilità lavorativa e quella economica, specie per chi già faticava per arrivare a fine mese, si sono ulteriormente ridotte.

La larvata socializzazione che si faceva largo nelle piazze, nei bar, sul luogo di lavoro o a scuola, si è trasformata in un flusso digitale di dati. Il senso di vuoto che ne è derivato, unitamente all’isolamento individuale, accresciuto dalle misure restrittive imposte da una oligarchia, che si fa scudo della maschera del politico o dello scienziato, anche tramite il sostanzioso ausilio dei media, che confondono con notizie contraddittorie, hanno limitato e limitano la possibilità di ragionare su dati reali, che appaiono, invece, spesso manipolati. Il perenne stato di ignoranza e dipendenza ha come effetto la più totale inazione.

La guerra è quella contro un nemico invisibile, nella quale militari e polizia non potrebbero non avere un ruolo di primo piano, specie per quanto attiene la sorveglianza e la difesa del muro di menzogne che costituisce la verità ufficiale.

Gli interessi di un gruppo ristretto, camuffati dietro la retorica patriottarda del buon senso e dell’andrà tutto bene, hanno spesso mostrato la corda; quello che manca non è l’uomo forte che ci guidi alla salvezza, bensì la liberazione dalle catene ideologiche e materiali che continuano ad alimentare meccanismi e apparati di potere, la consapevolezza della loro fragilità e di un possibile qui e ora, atto a costruire un futuro migliore; se non si vuole, infatti, semplicemente esistere ma vivere, occorre tornare a coniugare passione sociale e amore individuale.

Gennaro Annoscia

Rocco il poeta socialista, il sindaco, il sindacalista… morto trentenne 67 anni fa

di ULISSE SIGNORELLI

67 anni fa moriva Rocco Scotellaro, un Socialista poco conosciuto e studiato.

Nato a Tricarico il 19 aprile 1923, morto a Portici il 15 dicembre 1953, nonostante l’umile famiglia, il padre Vincenzo era calzolaio e la madre Francesca Armento una casalinga, nel 1942 frequenta la facoltà di giurisprudenza a Roma, ma, conseguentemente alla guerra e alla morte del padre, avvenuta lo stesso anno, decide di tornare nel suo paese natale.

Ben conoscendo la situazione disumana in cui sopravviveva la civiltà contadina: le carenze alimentari e igienico-sanitarie, un caporalato spietato e intransigente, l’estrema e costante povertà e avendo fatto sue le indicazioni e i consigli del padre, pur continuando gli studi (prima a Napoli, poi a Bari) inizia un’intensa attività sindacale e politica dedicandosi quasi esclusivamente allo sradicamento di queste fonti di malessere secolare, iscrivendosi al Comitato di Liberazione Nazionale e, il 4 dicembre 1943 al Partito Socialista Italiano. Il giorno di Natale dello stesso anno 1943 fondò a Tricarico la sezione “Giacomo Matteotti” del PSI, che sotto la sua guida si rivelò attivissima nella fase di passaggio dal fascismo alla repubblica.

Nel dopoguerra Rocco Scotellaro vide nel Partito Socialista il mezzo ideale per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei contadini di cui i governi si erano sempre poco occupati, partecipò attivamente all’occupazione delle terre incolte di proprietà dei latifondisti e fu tra i maggiori promotori della Riforma Agraria del Sud e in modo particolare della Basilicata.

Nel 1946, all’età di ventitré anni, viene eletto Sindaco Socialista di Tricarico e nello stesso anno incontra per la prima volta Manlio Rossi Doria e Carlo Levi, che Rocco indicherà come suo mentore.

Sua caratteristica principale in ambito politico è la volontà di coinvolgere la popolazione per la soluzione dei problemi, come dimostra la fondazione dell’Ospedale Civile di Tricarico, nel 1947, realizzato con il contributo economico e umano dei cittadini.

L’ingenuità politica, forse determinata dalla sua giovanissima età, si palesò nel 1950 quando viene accusato di concussione, truffa e associazione a delinquere dai suoi avversari politici e per questo costretto al carcere per 45 giorni circa (nella cella n.7 del vecchio carcere di Matera, oggi a lui intitolata). Ma quando il 24 marzo 1950 la Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Potenza non solo prosciolse lo Scotellaro ordinandone la scarcerazione "per non aver commesso il fatto" e "perché il fatto non costituisce reato", ma parlò chiaramente di " vendetta politica" la delusione gli fa abbandonare la carica di Sindaco e la politica attiva a soli 27 anni per dedicarsi maggiormente alla passione letteraria, senza trascurare il suo impegno per i diritti del popolo meridionale. Nello stesso anno accetta la proposta di Rossi Doria per un incarico all’Osservatorio Agrario di Portici, dove compie ricerche e studi sociologici, oltre ad un’inchiesta sulla cultura e sulle condizioni di vita delle popolazioni del sud per conto della casa editrice Einaudi.

Fattosi "uva puttanella", cioè umile cantore della sua terra e umile chicco desideroso di offrire la sua esperienza al mondo, ovvero il suo succo al tino del mosto, moriva d’infarto, a soli trent’anni.

Scotellaro trasferiva nei suoi versi un mondo rimasto fino ad allora estraneo. Si vuol dire del mondo contadino, dei cafoni, dei "fabbricatori", ma anche degli asini, delle capre e dei muli. Vi irrompevano anche le grandi problematiche sociali, come gli scioperi, l’occupazione delle terre e gli attacchi ai municipi.

La poesia tendeva a farsi comizio nella strada, secondo la tradizione delle recitationes in pubblico, quali furono conosciute nel mondo greco, ma anche nel mondo socialista e in quello ispanico e ispano-americano. Non è raro, infatti, trovare, in Rocco Scotellaro, movenze che possono ricondurre a Rafael Alberti e a Garcia Lorca.

Vogliamo ricordarlo con una delle sue poesie più belle: È fatto giorno, chiamata anche la "Marsigliese del movimento contadino":

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l’oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra…

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova

Patrimoniale SÌ (e biasimo per chi non la vuol pagare)

di LEONARDO MARZORATI

Nei giorni scorsi i parlamentari Matteo Orfini (PD) e Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana – LeU) hanno proposto un prelievo patrimoniale per aiutare le casse dello Stato in ulteriore difficoltà dopo la pandemia da Covid-19.

Tutto il mondo liberale, che oggi è ben vasto, si è opposto alla proposta dei due parlamentari, arrivando anche a parlare di comunismo. Magari, direbbe qualcuno. Sui social, gli esponenti centristi del liberismo si sono trovati per una volta dalla stessa parte della barricata con gli odiati “sovranisti” di destra. L’economista Riccardo Puglisi si è schierato a fianco del leghista Claudio Borghi contro la famigerata patrimoniale. E i loro succubi followers hanno fatto comunella, per una volta. Il “turbo-filosofo” Diego Fusaro è riuscito a stuprare Marx per l’ennesima volta, abusandone in una sua personale battaglia contro un, a suo dire, tentativo dello Stato di mettere le mani nelle tasche degli italiani. Quanti presunti amici del proletariato difendono la ricca borghesia! Segnale che la proposta va nel senso giusto e fa venire al pettine i nodi di propagande distorsive. Anche esponenti del Movimento 5 Stelle e dello stesso PD di Orfini hanno gridato alla proposta repressiva, degna dell’Unione Sovietica.

Il disegno di legge di Orfini e Fratoianni è però tutt’altro che bolscevico. La patrimoniale dei due esponenti del centrosinistra prevede una tassa dello 0,2% su quella parte di patrimonio superiore ai 500.000 euro e dello 0,5% su quella superiore al milione di euro. Per patrimonio si intende la somma dei beni custoditi in banca, dal conto corrente alle azioni, più i beni immobili, dalle case ai terreni. Il valore degli immobili sarebbe quello catastale, inferiore a quello di mercato. Stando alle analisi degli economisti, a dover pagare qualcosa sarebbe il 4-5% della popolazione. Chi tra immobili e soldi in banca arriva a 600.000 euro, per esempio, pagherà lo 0,2% di 100.000 euro, cioè 200 euro. Chi arriva a un milione e mezzo, quindi parliamo di ceto alto, pagherà lo 0,2% di 500.000 euro più lo 0,5% di 500.000 euro, cioè 3.500 euro. Chi ha beni per un milione e 500.000 euro non può pagare 3.500 euro?

Come è successo in passato, la ricca borghesia italiana ha alzato gli scudi, forte della sua influenza su media e politica. Purtroppo tante persone, che 500.000 euro non le vedranno mai nell’arco della loro vita, si sono affiancate alle lacrime di coccodrillo dei nostri grassi capitalisti. La proposta di Orfini e Fratoianni, com’è prevedibile, è destinata al naufragio. Le patrimoniali, scrive qualche analista, non si dichiarano, si fanno e basta, come fece il 10 luglio 1992 l’allora governo Amato con il prelievo forzoso dello 0,6% da tutti i conti correnti degli italiani, colpendo indiscriminatamente ricchi e poveri. Fu un decreto d’urgenza, votato anche da alcuni che poi dissero No alle patrimoniali.

La proposta di Orfini e Fratoianni è fin troppo blanda. Fa piacere vedere un opportunista come Orfini essersi ricordato dei suoi passati da leader della corrente di sinistra del Pd, quella dei Giovani Turchi, prima di vendersi a Matteo Renzi. Fa piacere per una volta vedere Fratoianni impegnarsi su temi sociali che riguardano tutti i cittadini, non i soli migranti provenienti dal Nord Africa.

Qualche osservatore ha paventato la fuga di capitali all’estero in caso di patrimoniale. Da patriota dico che chi tradisce il proprio Paese per mero interesse economico va punito. La giurisprudenza avrà tutto il tempo per predisporre misure punitive verso chi pensa solo a se stesso e non alla comunità di cui fa parte. Chi fa fuggire ricchezze dall’Italia per non pagare una tassa di necessità, va messo all’indice come detrattore della Patria. Altre strutture dello Stato avranno poi il compito di ricondurre sulla retta via questi soggetti malati di egoismo. Ma torniamo alla realtà.

I liberisti lamentano tassazioni alte alle imprese. Non hanno tutti i torti, ma questa patrimoniale colpirebbe soprattutto le casseforti ben sigillate, non il lavoro. Abbiamo una borghesia stracciona, per citare Giorgio Amendola, che vive più di rendita che non di ingegno innovativo. Amendola lo diceva negli anni ’70 del secolo scorso, quando gli imprenditori italiani innovatori, quelli decantati da Joseph Schumpeter, erano molti di più rispetto agli attuali. Se una fetta minoritaria di italiani benestanti detiene una ricchezza che non inciderà particolarmente nello sviluppo del Paese, perché non colpirla in minima parte? La richiesta di patrimoniale parte da qui.

Una redistribuzione delle risorse è il punto cardine della lotta socialista. La proposta Orfini-Fratoianni va in quella direzione. Per quanto nel futuro prossimo sarà impossibile che venga attuata, i socialisti, i comunisti, ma anche tutte le forze progressiste e riformiste devono sostenerla.

Socialisti: che fare?

di LEONARDO MARZORATI

L’umanità sta vivendo un evento destinato a modificare sensibilmente il corso della storia. La pandemia da Covid-19 ha fermato eventi culturali e sportivi che solo le due guerre mondiali del secolo scorso avevano costretto alla cancellazione. La pandemia ci immerge pienamente nel XXI secolo, come la Grande Guerra aveva proiettato l’Europa e il Mondo intero nel XX secolo.

I socialisti del XXI secolo devono tornare ad essere protagonisti. Nello scorso secolo, allo scoppio della Grande Guerra, il mondo socialista europeo si divise. Quello italiano visse mesi traumatici. La maggioranza del Partito Socialista, di cui facevano parte il segretario Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balabanoff, si schierò coerentemente contro l’intervento. Così fece anche la minoranza riformista, le cui figure di spicco erano Claudio Treves, Filippo Turati e Anna Kuliscioff. Sia all’interno del partito che negli ambienti limitrofi, non in pochi si schierarono però per l’intervento italiano a fianco dell’Intesa.

L’esponente principale del PSI a sostenere la guerra fu il direttore del quotidiano del partito, l’Avanti!, Benito Mussolini. Il futuro Duce, che nel 1914 aveva minacciato lo sciopero generale contro un intervento italiano a fianco della Triplice Alleanza, l’anno successivo appoggiò la guerra agli imperi centrali con l’Italia alleata di Francia, Regno Unito e Russia zarista. A favore della guerra furono anche i moderati di governo Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, europeisti e già espulsi dal Partito Socialista, su forte spinta dell’allora anti-colonialista e anti-governista Mussolini. Nella loro visione, la sconfitta della Germania e l’implosione dell’Impero Austroungarico avrebbero portato alla nascita di nuove nazioni (come in effetti fu) e alla possibile formazione degli Stati Uniti d’Europa (cosa che non fu). Furono interventisti i sindacalisti rivoluzionari Filippo Corridoni e Alceste De Ambris, l’allora repubblicano Pietro Nenni, l’intellettuale marxista Arturo Labriola, il socialista irredentista Cesare Battisti, il radicale di sinistra e meridionalista Gaetano Salvemini e gli anarcosindacalisti della Uil.

Ci furono figure come Sergio Panunzio, fedele alla linea del PSI, ma che mostrò sensibilità patriottica verso gli italiani dei territori occupati dagli austroungarici dopo Caporetto. Altri marxisti, come il giovane Antonio Gramsci, vedevano nella guerra l’occasione per poter dare le armi al proletariato e da lì avere uno strumento in più per portare a compimento la rivoluzione (cosa che avvenne in Russia).

Il primo conflitto ingrandì parecchie divisioni presenti nell’universo socialista, contribuendo al rafforzamento delle destre reazionarie, i cui maggiori esponenti, Mussolini su tutti, spesso provenivano proprio da sinistra. Alcuni, come il futuro Duce, furono foraggiati da grandi capitalisti che avevano fatto i miliardi con la guerra (il gruppo Ansaldo sostenne economicamente il nuovo giornale diretto da Mussolini Il Popolo d’Italia). Altri scelsero per travagli personali o ingenuità l’entrata in guerra dell’Italia, scavando un solco profondo tra loro e il mondo socialista (marxista, soreliano, anarcosindacalista) da cui provenivano. Gli anni che seguirono la Grande Guerra furono tra i più bui della storia dell’umanità e portarono alla tragedia ancor più grande del secondo conflitto mondiale.

Furono diversi i palcoscenici su cui il mondo socialista e dell’allora sinistra si scisse. Chi si schierò per la guerra e chi per la pace; chi tifò per la rivoluzione bolscevica e chi la condannò; chi puntava a riforme progressive e chi voleva abbattere il parlamentarismo; chi appoggiò, anche implicitamente, i governi liberali e chi li avversò; chi rafforzò il sentimento internazionalista e chi si chiuse nel patriottismo. La Grande Guerra aprì fratture irreparabili tra i socialisti.

Oggi per fortuna non abbiamo guerre mondiali. Ci sono però diversi conflitti bellici, le cui conseguenze si riversano anche sul nostro Paese e sull’Europa: Libia, Siria, Yemen, Nagorno Karabakh, Donbass. Abbiamo una pandemia che sta mietendo vittime in ogni angolo del globo e che porterà inevitabilmente a una drammatica crisi economica. Abbiamo migrazioni economiche (dall’Italia all’estero e dall’estero all’Italia), precariato e insicurezza.

Da decenni non si vedeva una presenza così scarsa dello stato sociale in Italia e in Europa. I principali colpevoli sono quei politici che hanno spalancato le porte al liberismo più sfrenato, quello che ha aumentato le disparità economiche e sociali, facendo sì che una minoranza privilegiata diventasse sempre più ricca, a discapito della maggioranza. Molti di questi politici provengono dal mondo socialista. Si sono dichiarati orgogliosamente socialisti mentre creavano nel 1992 quella gabbia di sviluppo che è l’Unione Europea; si sono dichiarati socialisti mentre smantellavano lo stato sociale dei rispettivi Paesi tra gli anni novanta e duemila.

I socialisti, quelli sinceri che si battono per il socialismo, per citare la celebre domanda che Lenin prese in prestito da Cernysevskij, si devono chiedere “Che Fare?”. Constatato che i sedicenti socialisti di governo, figli della “terza via” blairiana, non possono avere più voce in capitolo in materia di socialismo, gli altri devono alzare la voce, per far capire al popolo il loro pensiero. Credere ancora nella Ue o cercare di abbatterla? Questa domanda ricorda il quesito guerra sì – guerra no del 1915. L’allora diaspora socialista portò all’avvento dei fascismi. Oggi, una debolezza in campo socialista, specie dopo il trauma umano e sociale generato dal coronavirus, può rafforzare le compagini liberiste e quelle nazionaliste.

Noi socialisti siamo nemici del liberismo e del nazionalismo, pur avendo visioni diverse al nostro interno sull’attuale situazione politica. C’è chi cautamente appoggia il governo Conte II e chi lo osteggia; chi si batte per l’uscita dalla Ue e chi non sente come sua questa battaglia; chi chiede maggiori controlli sui flussi di persone dai territori extraeuropei verso l’Europa e chi sostiene maggiore accoglienza.

Noi vogliamo un salario garantito, sanità e scuola pubbliche (dopo le privatizzazioni selvagge degli scorsi decenni), una cultura accessibile a tutti e una vera politica ambientale. Vogliamo porre un freno al consumismo sfrenato, che nei giorni della pandemia viene sbandierato dai colossi dell’e-commerce. Ci opponiamo alla cementificazione e alle grandi opere inutili, sostenendo un’edilizia sostenibile che riparta dalla messa in sicurezza di tutte le aree a rischio sismico. Vogliamo lo stato sociale.

Questa pandemia è una guerra. Meno truculenta e più silenziosa, ma i morti nella bergamasca seppelliti senza funerale ci ricordano quelli caduti in trincea dal 1914 al 1918. Noi socialisti dobbiamo tornare a essere soggetto politico attivo. Altrimenti, come cent’anni fa ci si piegò al fascismo, si apriranno le porte alle peggiori politiche liberiste e autoritarie, cosa che in alcuni Paesi europei (Polonia e Ungheria) sta già avvenendo.

KARL MARX – ALIENAZIONE E LIBERAZIONE

«Il punto fondamentale della critica di Feuerbach alla religione è il seguente: è l’uomo che fa la religione, e non la religione che fa l’uomo. Ma l’uomo non è un essere astratto; l’uomo è il mondo dell’uomo, cioè lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la consolazione, il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, l’oppio del popolo. È la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione deve dunque diventare lotta contro quel mondo di cui essa è l’aroma spirituale. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale del popolo stesso. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra».

«Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto; ma non come attività umana pratica, non soggettivamente. È accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall’idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l’idealismo ignora l’attività reale. Feuerbach vuole oggetti sensibili distinti dagli oggetti del pensiero, ma non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva, non concepisce l’importanza dell’attività pratico-critica. La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto uomini cambiati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini a modificare l’ambiente, e che l’educatore stesso dev’essere educato».

«Nella nostra società l’uomo è diventato una merce, e le sue condizioni di esistenza sono state ridotte a quelle di ogni altra merce. Il lavoro salariato è la completa rinuncia alla libertà, è schiavitù, è sacrificio dello spirito e del corpo. Il fine dell’economia capitalistica è l’infelicità umana, perché tratta il lavoratore come una bestia, un animale ridotto ai più stretti bisogni corporali; che ben lungi dal poter comprare tutto, deve vendere se stesso e la sua umanità solo per sopravvivere. Ma un uomo, per realizzarsi ed essere libero, non può rimanere schiavo della materia, non può essere servo del corpo: gli deve restare il tempo e il modo di poter vivere e godere spiritualmente».

«Per gli economisti l’uomo è solo una macchina per consumare e produrre, la vita umana è un capitale, le leggi economiche regolano ciecamente il mondo; gli uomini non sono niente, il prodotto è tutto. E con la valorizzazione del mondo delle cose, cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Quanto più l’uomo crea dei valori, tanto più egli è senza valore e senza dignità. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più è imbarbarito l’operaio; quanto più è spiritualmente ricco il lavoro tanto più l’operaio è divenuto senza spirito e schiavo della materia. Nel lavoro l’operaio non si afferma, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale. Il risultato è che l’uomo si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, bere, generare ecc., e che nelle sue funzioni umane si sente una bestia. Il bestiale diventa umano e l’umano bestiale. Sia chiaro: il mangiare, il bere ecc. sono certamente funzioni umane, ma diventano “animalesche” nell’astrazione che le separa dal restante cerchio dell’attività umana e ne fa gli scopi ultimi e unici».

«La proprietà privata ci ha fatti talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo abbiamo; quando dunque esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato. Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dalla loro alienazione, cioè dall’avere. Ma il senso ridotto al rozzo bisogno pratico ha una sensibilità altrettanto limitata. L’essere umano doveva essere ridotto a questa assoluta povertà, affinché potesse estrarre da sé la sua ricchezza interiore. Questo significa che la vera ed effettiva soppressione della proprietà privata deve intendersi, in positivo, come l’appropriazione concreta dell’esistenza e delle opere umane; il che non è da prendersi soltanto nel senso di avere e possedere, bensì come la completa emancipazione di tutti i sensi e le qualità dell’uomo, la fine della natura materiale ed egoistica del bisogno e del godimento. Solo allora l’utile economico sarà diventato un utile veramente umano e sociale; e l’emancipazione sarà la riappropriazione del sentimento e della ragione propri e degli altri uomini. Da qui si capisce anche come soltanto nella socialità e nella creatività dell’uomo spiritualismo e materialismo perdano la loro astratta opposizione; si vede come la soluzione delle antitesi teoriche sia possibile solo in modo pratico».

«L’economia è la scienza più bigotta, perché il suo massimo precetto morale è la rinuncia a vivere e a soddisfare ogni bisogno veramente umano. Per l’economia “il tempo è denaro”: cioè meno mangi, bevi, leggi libri, vai a teatro o a ballare o in birreria; meno ami, pensi, canti, dipingi, fai sport, giochi e ti diverti, più lavori, risparmi e fai grande il tuo capitale. Insomma meno sei, più hai; meno esprimi la tua vita (ossia più la tua vita viene espropriata) e più metti in cassaforte la tua essenza alienata. Tutto quello che l’economia ti dà sotto forma di denaro e ricchezza materiale, te lo toglie sotto forma di vita, di umanità e di libertà».

«Fino ad oggi la libertà personale è esistita soltanto per gli individui che appartengono alla classe dominante, mentre la maggior parte delle persone si sente in catene. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di fronte a loro e contro di loro; ed allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe contro un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità illusoria, ma anche una nuova catena. La vera libertà personale è possibile solo nella comunità, perché è all’interno della comunità che ciascuno ha la possibilità di realizzarsi e di sviluppare al meglio le proprie disposizioni. Soltanto nella futura comunità reale saranno tutti gli individui ad acquisire una libertà effettiva, nella loro associazione e per mezzo di essa».

«Sotto il dominio della borghesia gli individui si illudono di essere liberi, perché le loro condizioni di vita, il lavoro che “trovano” e tutto l’insieme della loro esistenza gli sembrano casuali, mentre in realtà liberi non sono affatto, in quanto tutta la loro vita è subordinata a forze oggettive, impersonali e necessarie sulle quali non hanno alcun controllo».

«Finora uno degli aspetti principali della storia è stato il fissarsi della nostra attività sociale in un potere oggettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli. Il potere sociale che nasce dalla cooperazione degli uomini appare loro non come il proprio potere unificato e rafforzato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale non sanno da dove provenga e dove vada; una potenza che quindi non possono più dominare, che segue un suo sviluppo indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e che anzi dirige questo volere e questo agire. Una alienazione, una estraneazione che può essere superata solamente con l’azione pratica».

«Nella sua prima forma storica, il comunismo è soltanto la collettivizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà delle cose gli appare così insuperabile che esso pensa di dover abolire tutto ciò che non può essere posseduto da tutti, calpestando quindi il talento individuale. L’unico scopo della vita diventa il possesso; la fatica dell’operaio non viene soppressa bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità rispetto alle cose resta per intero quello della proprietà privata».

«Se il comunismo si presenta come semplice abolizione economica della proprietà privata, esso è certo la negazione di una negazione, e con ciò un passaggio pratico indispensabile nel cammino dell’emancipazione umana, ma non è affatto l’obiettivo finale, la meta dell’evoluzione storica, la forma definitiva della società umana liberata! Lo diventa solo nella sua manifestazione più matura, come abolizione positiva della proprietà privata intesa come auto-estraniazione umana: in questo caso il comunismo diviene la reale riappropriazione dell’essenza dell’uomo attraverso l’uomo e per l’uomo: è il ritorno dell’individuo come essere sociale, cioè umano; un ritorno completo, fatto cosciente, maturato in tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi. Questo comunismo evoluto e maturo si identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo; e in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo. È la vera soluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, e tra uomo e uomo. È la più autentica risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra la necessità e la libertà, tra la specie e l’individuo».

«Ci rinfacciano di voler abolire la proprietà acquisita personalmente, frutto del proprio lavoro, che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale. “Frutto del proprio lavoro”, “guadagnata con le proprie forze”: ma quella proprietà l’ha abolita e la sta abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell’industria! Il lavoro salariato dà forse una proprietà al lavoratore? Niente affatto. Il suo lavoro crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo con l’attività comune di tutti i membri della società. Perciò il capitale non è una potenza personale ma sociale; e se viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti, non è la proprietà personale ad essere socializzata. Si trasforma solo il tipo di proprietà, che perde il suo carattere di classe. Noi non vogliamo affatto abolire l’appropriazione personale dei prodotti utili alla vita, che non lascia alcun profitto tale da conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, per cui chi lavora vive allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l’interesse della classe dominante. Nella società borghese è il capitale ad essere indipendente e personale, mentre l’individuo è dipendente e impersonale. E se la borghesia chiama “abolizione della personalità e della libertà” la cancellazione di questo rapporto, ha ragione: si tratta infatti di abolire la sua personalità e libertà!».

«Voi borghesi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata: ma nella vostra società essa è già abolita per nove decimi dei suoi membri. Dunque ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà per l’enorme maggioranza della popolazione. Cioè ci rimproverate di voler abolire la vostra proprietà. Certo, infatti è proprio questo che vogliamo!».

«Se ipotizziamo una società socialista vediamo come, al posto della ricchezza materiale come la considera l’economia borghese, subentri l’uomo ricco grazie alla ricchezza delle sue capacità e aspirazioni. Nel socialismo “ricchezza” e “miseria” ricevono un significato umano e sociale. È veramente ricco l’uomo che ha bisogno di una totalità di manifestazioni di vita, l’uomo la cui realizzazione esiste come necessità interna, come primo bisogno. E per l’uomo la più grande delle ricchezze è l’altro uomo».

«È sbagliato immaginare l’opposizione comunista alla proprietà privata come una semplice soppressione della proprietà in generale, per ottenere magari come risultato la mancanza generale di proprietà, cioè la miseria generale. Ciò che è necessario abolire è la proprietà borghese dei mezzi di produzione, perché le forze produttive degli individui e delle loro relazioni economiche si sono ormai sviluppate a un punto tale che sotto il dominio del capitale sono diventate forze distruttive della ricchezza sociale. E il comunismo abolisce la povertà, non la ricchezza, che anzi incrementa e mette a disposizione di tutti».

«Con il rovesciamento della società capitalistica mediante una rivoluzione comunista, e la conseguente abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo; e gli individui saranno messi in condizione di godere della produzione materiale e spirituale di tutto il mondo, creazione degli uomini stessi».

«Nell’appropriazione rivoluzionaria della ricchezza sociale, gli strumenti di produzione saranno messi a disposizione di ogni persona, e la proprietà assegnata a tutti. Le nuove relazioni economiche mondiali non possono più essere affidate ai singoli individui se non affidandole a tutti gli individui. Solo a questo stadio di sviluppo della società la liberazione personale si può realizzare nella vita reale, perché corrisponde all’emancipazione degli individui in persone complete, alla trasformazione del lavoro in libera manifestazione personale, al passaggio dalle relazioni tra le classi a quelle tra gli individui in quanto tali».

«Dopo il crollo della vecchia società borghese non ci sarà più nessuna dominazione di classe, né un nuovo potere politico. La condizione della liberazione della classe lavoratrice è l’abolizione di tutte le classi. La classe lavoratrice sostituirà alla vecchia società di classe una libera associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo. E non dovrà esserci più alcun potere politico propriamente detto, perché ogni potere politico è il riassunto ufficiale di un antagonismo sociale. Dunque soltanto in un ordine di cose in cui non ci saranno più classi, né antagonismi di classe, le evoluzioni sociali smetteranno di trasformarsi in rivoluzioni politiche».

«Nella fase più elevata della società comunista, dopo che saranno scomparsi l’asservimento e la subordinazione degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; dopo che il lavoro stesso non sarà più mezzo di vita ma sarà diventato il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo armonico e onnilaterale degli individui saranno cresciute enormemente le forze produttive della società e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza, solo allora il ristretto orizzonte borghese potrà essere superato, e l’umanità potrà scrivere sulle sue bandiere: da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!».

«Quando con la rivoluzione comunista saranno sparite le differenze di classe, e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere statale perderà il suo carattere politico; non sarà più, come oggi, il potere organizzato di una classe per soggiogarne un’altra. Quando il proletariato, divenuto classe egemone in seguito alla rivoluzione, sopprimerà radicalmente i vecchi rapporti di produzione, cancellerà anche le condizioni di una contrapposizione tra le classi; abolirà le classi stesse e dunque anche il proprio dominio. Al posto della vecchia società borghese, con le sue classi e i suoi antagonismi di classe, subentrerà una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti».