Il reale ed il possibile (riflessioni di capodanno)

di GENNARO ANNOSCIA

È terminato un anno nel quale sono state stravolte non solo le nostre abitudini, bensì l’intera nostra esistenza. La stabilità lavorativa e quella economica, specie per chi già faticava per arrivare a fine mese, si sono ulteriormente ridotte.

La larvata socializzazione che si faceva largo nelle piazze, nei bar, sul luogo di lavoro o a scuola, si è trasformata in un flusso digitale di dati. Il senso di vuoto che ne è derivato, unitamente all’isolamento individuale, accresciuto dalle misure restrittive imposte da una oligarchia, che si fa scudo della maschera del politico o dello scienziato, anche tramite il sostanzioso ausilio dei media, che confondono con notizie contraddittorie, hanno limitato e limitano la possibilità di ragionare su dati reali, che appaiono, invece, spesso manipolati. Il perenne stato di ignoranza e dipendenza ha come effetto la più totale inazione.

La guerra è quella contro un nemico invisibile, nella quale militari e polizia non potrebbero non avere un ruolo di primo piano, specie per quanto attiene la sorveglianza e la difesa del muro di menzogne che costituisce la verità ufficiale.

Gli interessi di un gruppo ristretto, camuffati dietro la retorica patriottarda del buon senso e dell’andrà tutto bene, hanno spesso mostrato la corda; quello che manca non è l’uomo forte che ci guidi alla salvezza, bensì la liberazione dalle catene ideologiche e materiali che continuano ad alimentare meccanismi e apparati di potere, la consapevolezza della loro fragilità e di un possibile qui e ora, atto a costruire un futuro migliore; se non si vuole, infatti, semplicemente esistere ma vivere, occorre tornare a coniugare passione sociale e amore individuale.

Gennaro Annoscia

Rocco il poeta socialista, il sindaco, il sindacalista… morto trentenne 67 anni fa

di ULISSE SIGNORELLI

67 anni fa moriva Rocco Scotellaro, un Socialista poco conosciuto e studiato.

Nato a Tricarico il 19 aprile 1923, morto a Portici il 15 dicembre 1953, nonostante l’umile famiglia, il padre Vincenzo era calzolaio e la madre Francesca Armento una casalinga, nel 1942 frequenta la facoltà di giurisprudenza a Roma, ma, conseguentemente alla guerra e alla morte del padre, avvenuta lo stesso anno, decide di tornare nel suo paese natale.

Ben conoscendo la situazione disumana in cui sopravviveva la civiltà contadina: le carenze alimentari e igienico-sanitarie, un caporalato spietato e intransigente, l’estrema e costante povertà e avendo fatto sue le indicazioni e i consigli del padre, pur continuando gli studi (prima a Napoli, poi a Bari) inizia un’intensa attività sindacale e politica dedicandosi quasi esclusivamente allo sradicamento di queste fonti di malessere secolare, iscrivendosi al Comitato di Liberazione Nazionale e, il 4 dicembre 1943 al Partito Socialista Italiano. Il giorno di Natale dello stesso anno 1943 fondò a Tricarico la sezione “Giacomo Matteotti” del PSI, che sotto la sua guida si rivelò attivissima nella fase di passaggio dal fascismo alla repubblica.

Nel dopoguerra Rocco Scotellaro vide nel Partito Socialista il mezzo ideale per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei contadini di cui i governi si erano sempre poco occupati, partecipò attivamente all’occupazione delle terre incolte di proprietà dei latifondisti e fu tra i maggiori promotori della Riforma Agraria del Sud e in modo particolare della Basilicata.

Nel 1946, all’età di ventitré anni, viene eletto Sindaco Socialista di Tricarico e nello stesso anno incontra per la prima volta Manlio Rossi Doria e Carlo Levi, che Rocco indicherà come suo mentore.

Sua caratteristica principale in ambito politico è la volontà di coinvolgere la popolazione per la soluzione dei problemi, come dimostra la fondazione dell’Ospedale Civile di Tricarico, nel 1947, realizzato con il contributo economico e umano dei cittadini.

L’ingenuità politica, forse determinata dalla sua giovanissima età, si palesò nel 1950 quando viene accusato di concussione, truffa e associazione a delinquere dai suoi avversari politici e per questo costretto al carcere per 45 giorni circa (nella cella n.7 del vecchio carcere di Matera, oggi a lui intitolata). Ma quando il 24 marzo 1950 la Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Potenza non solo prosciolse lo Scotellaro ordinandone la scarcerazione "per non aver commesso il fatto" e "perché il fatto non costituisce reato", ma parlò chiaramente di " vendetta politica" la delusione gli fa abbandonare la carica di Sindaco e la politica attiva a soli 27 anni per dedicarsi maggiormente alla passione letteraria, senza trascurare il suo impegno per i diritti del popolo meridionale. Nello stesso anno accetta la proposta di Rossi Doria per un incarico all’Osservatorio Agrario di Portici, dove compie ricerche e studi sociologici, oltre ad un’inchiesta sulla cultura e sulle condizioni di vita delle popolazioni del sud per conto della casa editrice Einaudi.

Fattosi "uva puttanella", cioè umile cantore della sua terra e umile chicco desideroso di offrire la sua esperienza al mondo, ovvero il suo succo al tino del mosto, moriva d’infarto, a soli trent’anni.

Scotellaro trasferiva nei suoi versi un mondo rimasto fino ad allora estraneo. Si vuol dire del mondo contadino, dei cafoni, dei "fabbricatori", ma anche degli asini, delle capre e dei muli. Vi irrompevano anche le grandi problematiche sociali, come gli scioperi, l’occupazione delle terre e gli attacchi ai municipi.

La poesia tendeva a farsi comizio nella strada, secondo la tradizione delle recitationes in pubblico, quali furono conosciute nel mondo greco, ma anche nel mondo socialista e in quello ispanico e ispano-americano. Non è raro, infatti, trovare, in Rocco Scotellaro, movenze che possono ricondurre a Rafael Alberti e a Garcia Lorca.

Vogliamo ricordarlo con una delle sue poesie più belle: È fatto giorno, chiamata anche la "Marsigliese del movimento contadino":

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l’oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra…

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova

Patrimoniale SÌ (e biasimo per chi non la vuol pagare)

di LEONARDO MARZORATI

Nei giorni scorsi i parlamentari Matteo Orfini (PD) e Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana – LeU) hanno proposto un prelievo patrimoniale per aiutare le casse dello Stato in ulteriore difficoltà dopo la pandemia da Covid-19.

Tutto il mondo liberale, che oggi è ben vasto, si è opposto alla proposta dei due parlamentari, arrivando anche a parlare di comunismo. Magari, direbbe qualcuno. Sui social, gli esponenti centristi del liberismo si sono trovati per una volta dalla stessa parte della barricata con gli odiati “sovranisti” di destra. L’economista Riccardo Puglisi si è schierato a fianco del leghista Claudio Borghi contro la famigerata patrimoniale. E i loro succubi followers hanno fatto comunella, per una volta. Il “turbo-filosofo” Diego Fusaro è riuscito a stuprare Marx per l’ennesima volta, abusandone in una sua personale battaglia contro un, a suo dire, tentativo dello Stato di mettere le mani nelle tasche degli italiani. Quanti presunti amici del proletariato difendono la ricca borghesia! Segnale che la proposta va nel senso giusto e fa venire al pettine i nodi di propagande distorsive. Anche esponenti del Movimento 5 Stelle e dello stesso PD di Orfini hanno gridato alla proposta repressiva, degna dell’Unione Sovietica.

Il disegno di legge di Orfini e Fratoianni è però tutt’altro che bolscevico. La patrimoniale dei due esponenti del centrosinistra prevede una tassa dello 0,2% su quella parte di patrimonio superiore ai 500.000 euro e dello 0,5% su quella superiore al milione di euro. Per patrimonio si intende la somma dei beni custoditi in banca, dal conto corrente alle azioni, più i beni immobili, dalle case ai terreni. Il valore degli immobili sarebbe quello catastale, inferiore a quello di mercato. Stando alle analisi degli economisti, a dover pagare qualcosa sarebbe il 4-5% della popolazione. Chi tra immobili e soldi in banca arriva a 600.000 euro, per esempio, pagherà lo 0,2% di 100.000 euro, cioè 200 euro. Chi arriva a un milione e mezzo, quindi parliamo di ceto alto, pagherà lo 0,2% di 500.000 euro più lo 0,5% di 500.000 euro, cioè 3.500 euro. Chi ha beni per un milione e 500.000 euro non può pagare 3.500 euro?

Come è successo in passato, la ricca borghesia italiana ha alzato gli scudi, forte della sua influenza su media e politica. Purtroppo tante persone, che 500.000 euro non le vedranno mai nell’arco della loro vita, si sono affiancate alle lacrime di coccodrillo dei nostri grassi capitalisti. La proposta di Orfini e Fratoianni, com’è prevedibile, è destinata al naufragio. Le patrimoniali, scrive qualche analista, non si dichiarano, si fanno e basta, come fece il 10 luglio 1992 l’allora governo Amato con il prelievo forzoso dello 0,6% da tutti i conti correnti degli italiani, colpendo indiscriminatamente ricchi e poveri. Fu un decreto d’urgenza, votato anche da alcuni che poi dissero No alle patrimoniali.

La proposta di Orfini e Fratoianni è fin troppo blanda. Fa piacere vedere un opportunista come Orfini essersi ricordato dei suoi passati da leader della corrente di sinistra del Pd, quella dei Giovani Turchi, prima di vendersi a Matteo Renzi. Fa piacere per una volta vedere Fratoianni impegnarsi su temi sociali che riguardano tutti i cittadini, non i soli migranti provenienti dal Nord Africa.

Qualche osservatore ha paventato la fuga di capitali all’estero in caso di patrimoniale. Da patriota dico che chi tradisce il proprio Paese per mero interesse economico va punito. La giurisprudenza avrà tutto il tempo per predisporre misure punitive verso chi pensa solo a se stesso e non alla comunità di cui fa parte. Chi fa fuggire ricchezze dall’Italia per non pagare una tassa di necessità, va messo all’indice come detrattore della Patria. Altre strutture dello Stato avranno poi il compito di ricondurre sulla retta via questi soggetti malati di egoismo. Ma torniamo alla realtà.

I liberisti lamentano tassazioni alte alle imprese. Non hanno tutti i torti, ma questa patrimoniale colpirebbe soprattutto le casseforti ben sigillate, non il lavoro. Abbiamo una borghesia stracciona, per citare Giorgio Amendola, che vive più di rendita che non di ingegno innovativo. Amendola lo diceva negli anni ’70 del secolo scorso, quando gli imprenditori italiani innovatori, quelli decantati da Joseph Schumpeter, erano molti di più rispetto agli attuali. Se una fetta minoritaria di italiani benestanti detiene una ricchezza che non inciderà particolarmente nello sviluppo del Paese, perché non colpirla in minima parte? La richiesta di patrimoniale parte da qui.

Una redistribuzione delle risorse è il punto cardine della lotta socialista. La proposta Orfini-Fratoianni va in quella direzione. Per quanto nel futuro prossimo sarà impossibile che venga attuata, i socialisti, i comunisti, ma anche tutte le forze progressiste e riformiste devono sostenerla.

Socialisti: che fare?

di LEONARDO MARZORATI

L’umanità sta vivendo un evento destinato a modificare sensibilmente il corso della storia. La pandemia da Covid-19 ha fermato eventi culturali e sportivi che solo le due guerre mondiali del secolo scorso avevano costretto alla cancellazione. La pandemia ci immerge pienamente nel XXI secolo, come la Grande Guerra aveva proiettato l’Europa e il Mondo intero nel XX secolo.

I socialisti del XXI secolo devono tornare ad essere protagonisti. Nello scorso secolo, allo scoppio della Grande Guerra, il mondo socialista europeo si divise. Quello italiano visse mesi traumatici. La maggioranza del Partito Socialista, di cui facevano parte il segretario Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balabanoff, si schierò coerentemente contro l’intervento. Così fece anche la minoranza riformista, le cui figure di spicco erano Claudio Treves, Filippo Turati e Anna Kuliscioff. Sia all’interno del partito che negli ambienti limitrofi, non in pochi si schierarono però per l’intervento italiano a fianco dell’Intesa.

L’esponente principale del PSI a sostenere la guerra fu il direttore del quotidiano del partito, l’Avanti!, Benito Mussolini. Il futuro Duce, che nel 1914 aveva minacciato lo sciopero generale contro un intervento italiano a fianco della Triplice Alleanza, l’anno successivo appoggiò la guerra agli imperi centrali con l’Italia alleata di Francia, Regno Unito e Russia zarista. A favore della guerra furono anche i moderati di governo Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, europeisti e già espulsi dal Partito Socialista, su forte spinta dell’allora anti-colonialista e anti-governista Mussolini. Nella loro visione, la sconfitta della Germania e l’implosione dell’Impero Austroungarico avrebbero portato alla nascita di nuove nazioni (come in effetti fu) e alla possibile formazione degli Stati Uniti d’Europa (cosa che non fu). Furono interventisti i sindacalisti rivoluzionari Filippo Corridoni e Alceste De Ambris, l’allora repubblicano Pietro Nenni, l’intellettuale marxista Arturo Labriola, il socialista irredentista Cesare Battisti, il radicale di sinistra e meridionalista Gaetano Salvemini e gli anarcosindacalisti della Uil.

Ci furono figure come Sergio Panunzio, fedele alla linea del PSI, ma che mostrò sensibilità patriottica verso gli italiani dei territori occupati dagli austroungarici dopo Caporetto. Altri marxisti, come il giovane Antonio Gramsci, vedevano nella guerra l’occasione per poter dare le armi al proletariato e da lì avere uno strumento in più per portare a compimento la rivoluzione (cosa che avvenne in Russia).

Il primo conflitto ingrandì parecchie divisioni presenti nell’universo socialista, contribuendo al rafforzamento delle destre reazionarie, i cui maggiori esponenti, Mussolini su tutti, spesso provenivano proprio da sinistra. Alcuni, come il futuro Duce, furono foraggiati da grandi capitalisti che avevano fatto i miliardi con la guerra (il gruppo Ansaldo sostenne economicamente il nuovo giornale diretto da Mussolini Il Popolo d’Italia). Altri scelsero per travagli personali o ingenuità l’entrata in guerra dell’Italia, scavando un solco profondo tra loro e il mondo socialista (marxista, soreliano, anarcosindacalista) da cui provenivano. Gli anni che seguirono la Grande Guerra furono tra i più bui della storia dell’umanità e portarono alla tragedia ancor più grande del secondo conflitto mondiale.

Furono diversi i palcoscenici su cui il mondo socialista e dell’allora sinistra si scisse. Chi si schierò per la guerra e chi per la pace; chi tifò per la rivoluzione bolscevica e chi la condannò; chi puntava a riforme progressive e chi voleva abbattere il parlamentarismo; chi appoggiò, anche implicitamente, i governi liberali e chi li avversò; chi rafforzò il sentimento internazionalista e chi si chiuse nel patriottismo. La Grande Guerra aprì fratture irreparabili tra i socialisti.

Oggi per fortuna non abbiamo guerre mondiali. Ci sono però diversi conflitti bellici, le cui conseguenze si riversano anche sul nostro Paese e sull’Europa: Libia, Siria, Yemen, Nagorno Karabakh, Donbass. Abbiamo una pandemia che sta mietendo vittime in ogni angolo del globo e che porterà inevitabilmente a una drammatica crisi economica. Abbiamo migrazioni economiche (dall’Italia all’estero e dall’estero all’Italia), precariato e insicurezza.

Da decenni non si vedeva una presenza così scarsa dello stato sociale in Italia e in Europa. I principali colpevoli sono quei politici che hanno spalancato le porte al liberismo più sfrenato, quello che ha aumentato le disparità economiche e sociali, facendo sì che una minoranza privilegiata diventasse sempre più ricca, a discapito della maggioranza. Molti di questi politici provengono dal mondo socialista. Si sono dichiarati orgogliosamente socialisti mentre creavano nel 1992 quella gabbia di sviluppo che è l’Unione Europea; si sono dichiarati socialisti mentre smantellavano lo stato sociale dei rispettivi Paesi tra gli anni novanta e duemila.

I socialisti, quelli sinceri che si battono per il socialismo, per citare la celebre domanda che Lenin prese in prestito da Cernysevskij, si devono chiedere “Che Fare?”. Constatato che i sedicenti socialisti di governo, figli della “terza via” blairiana, non possono avere più voce in capitolo in materia di socialismo, gli altri devono alzare la voce, per far capire al popolo il loro pensiero. Credere ancora nella Ue o cercare di abbatterla? Questa domanda ricorda il quesito guerra sì – guerra no del 1915. L’allora diaspora socialista portò all’avvento dei fascismi. Oggi, una debolezza in campo socialista, specie dopo il trauma umano e sociale generato dal coronavirus, può rafforzare le compagini liberiste e quelle nazionaliste.

Noi socialisti siamo nemici del liberismo e del nazionalismo, pur avendo visioni diverse al nostro interno sull’attuale situazione politica. C’è chi cautamente appoggia il governo Conte II e chi lo osteggia; chi si batte per l’uscita dalla Ue e chi non sente come sua questa battaglia; chi chiede maggiori controlli sui flussi di persone dai territori extraeuropei verso l’Europa e chi sostiene maggiore accoglienza.

Noi vogliamo un salario garantito, sanità e scuola pubbliche (dopo le privatizzazioni selvagge degli scorsi decenni), una cultura accessibile a tutti e una vera politica ambientale. Vogliamo porre un freno al consumismo sfrenato, che nei giorni della pandemia viene sbandierato dai colossi dell’e-commerce. Ci opponiamo alla cementificazione e alle grandi opere inutili, sostenendo un’edilizia sostenibile che riparta dalla messa in sicurezza di tutte le aree a rischio sismico. Vogliamo lo stato sociale.

Questa pandemia è una guerra. Meno truculenta e più silenziosa, ma i morti nella bergamasca seppelliti senza funerale ci ricordano quelli caduti in trincea dal 1914 al 1918. Noi socialisti dobbiamo tornare a essere soggetto politico attivo. Altrimenti, come cent’anni fa ci si piegò al fascismo, si apriranno le porte alle peggiori politiche liberiste e autoritarie, cosa che in alcuni Paesi europei (Polonia e Ungheria) sta già avvenendo.

KARL MARX – ALIENAZIONE E LIBERAZIONE

«Il punto fondamentale della critica di Feuerbach alla religione è il seguente: è l’uomo che fa la religione, e non la religione che fa l’uomo. Ma l’uomo non è un essere astratto; l’uomo è il mondo dell’uomo, cioè lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la consolazione, il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, l’oppio del popolo. È la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione deve dunque diventare lotta contro quel mondo di cui essa è l’aroma spirituale. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale del popolo stesso. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra».

«Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto; ma non come attività umana pratica, non soggettivamente. È accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall’idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l’idealismo ignora l’attività reale. Feuerbach vuole oggetti sensibili distinti dagli oggetti del pensiero, ma non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva, non concepisce l’importanza dell’attività pratico-critica. La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto uomini cambiati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini a modificare l’ambiente, e che l’educatore stesso dev’essere educato».

«Nella nostra società l’uomo è diventato una merce, e le sue condizioni di esistenza sono state ridotte a quelle di ogni altra merce. Il lavoro salariato è la completa rinuncia alla libertà, è schiavitù, è sacrificio dello spirito e del corpo. Il fine dell’economia capitalistica è l’infelicità umana, perché tratta il lavoratore come una bestia, un animale ridotto ai più stretti bisogni corporali; che ben lungi dal poter comprare tutto, deve vendere se stesso e la sua umanità solo per sopravvivere. Ma un uomo, per realizzarsi ed essere libero, non può rimanere schiavo della materia, non può essere servo del corpo: gli deve restare il tempo e il modo di poter vivere e godere spiritualmente».

«Per gli economisti l’uomo è solo una macchina per consumare e produrre, la vita umana è un capitale, le leggi economiche regolano ciecamente il mondo; gli uomini non sono niente, il prodotto è tutto. E con la valorizzazione del mondo delle cose, cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Quanto più l’uomo crea dei valori, tanto più egli è senza valore e senza dignità. Quanto più raffinato è il suo oggetto, tanto più è imbarbarito l’operaio; quanto più è spiritualmente ricco il lavoro tanto più l’operaio è divenuto senza spirito e schiavo della materia. Nel lavoro l’operaio non si afferma, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale. Il risultato è che l’uomo si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, bere, generare ecc., e che nelle sue funzioni umane si sente una bestia. Il bestiale diventa umano e l’umano bestiale. Sia chiaro: il mangiare, il bere ecc. sono certamente funzioni umane, ma diventano “animalesche” nell’astrazione che le separa dal restante cerchio dell’attività umana e ne fa gli scopi ultimi e unici».

«La proprietà privata ci ha fatti talmente ottusi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo abbiamo; quando dunque esiste per noi come capitale o è immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc., in breve utilizzato. Tutti i sensi, fisici e spirituali, sono stati sostituiti dalla loro alienazione, cioè dall’avere. Ma il senso ridotto al rozzo bisogno pratico ha una sensibilità altrettanto limitata. L’essere umano doveva essere ridotto a questa assoluta povertà, affinché potesse estrarre da sé la sua ricchezza interiore. Questo significa che la vera ed effettiva soppressione della proprietà privata deve intendersi, in positivo, come l’appropriazione concreta dell’esistenza e delle opere umane; il che non è da prendersi soltanto nel senso di avere e possedere, bensì come la completa emancipazione di tutti i sensi e le qualità dell’uomo, la fine della natura materiale ed egoistica del bisogno e del godimento. Solo allora l’utile economico sarà diventato un utile veramente umano e sociale; e l’emancipazione sarà la riappropriazione del sentimento e della ragione propri e degli altri uomini. Da qui si capisce anche come soltanto nella socialità e nella creatività dell’uomo spiritualismo e materialismo perdano la loro astratta opposizione; si vede come la soluzione delle antitesi teoriche sia possibile solo in modo pratico».

«L’economia è la scienza più bigotta, perché il suo massimo precetto morale è la rinuncia a vivere e a soddisfare ogni bisogno veramente umano. Per l’economia “il tempo è denaro”: cioè meno mangi, bevi, leggi libri, vai a teatro o a ballare o in birreria; meno ami, pensi, canti, dipingi, fai sport, giochi e ti diverti, più lavori, risparmi e fai grande il tuo capitale. Insomma meno sei, più hai; meno esprimi la tua vita (ossia più la tua vita viene espropriata) e più metti in cassaforte la tua essenza alienata. Tutto quello che l’economia ti dà sotto forma di denaro e ricchezza materiale, te lo toglie sotto forma di vita, di umanità e di libertà».

«Fino ad oggi la libertà personale è esistita soltanto per gli individui che appartengono alla classe dominante, mentre la maggior parte delle persone si sente in catene. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di fronte a loro e contro di loro; ed allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe contro un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità illusoria, ma anche una nuova catena. La vera libertà personale è possibile solo nella comunità, perché è all’interno della comunità che ciascuno ha la possibilità di realizzarsi e di sviluppare al meglio le proprie disposizioni. Soltanto nella futura comunità reale saranno tutti gli individui ad acquisire una libertà effettiva, nella loro associazione e per mezzo di essa».

«Sotto il dominio della borghesia gli individui si illudono di essere liberi, perché le loro condizioni di vita, il lavoro che “trovano” e tutto l’insieme della loro esistenza gli sembrano casuali, mentre in realtà liberi non sono affatto, in quanto tutta la loro vita è subordinata a forze oggettive, impersonali e necessarie sulle quali non hanno alcun controllo».

«Finora uno degli aspetti principali della storia è stato il fissarsi della nostra attività sociale in un potere oggettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli. Il potere sociale che nasce dalla cooperazione degli uomini appare loro non come il proprio potere unificato e rafforzato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale non sanno da dove provenga e dove vada; una potenza che quindi non possono più dominare, che segue un suo sviluppo indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e che anzi dirige questo volere e questo agire. Una alienazione, una estraneazione che può essere superata solamente con l’azione pratica».

«Nella sua prima forma storica, il comunismo è soltanto la collettivizzazione della proprietà privata. Il dominio della proprietà delle cose gli appare così insuperabile che esso pensa di dover abolire tutto ciò che non può essere posseduto da tutti, calpestando quindi il talento individuale. L’unico scopo della vita diventa il possesso; la fatica dell’operaio non viene soppressa bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità rispetto alle cose resta per intero quello della proprietà privata».

«Se il comunismo si presenta come semplice abolizione economica della proprietà privata, esso è certo la negazione di una negazione, e con ciò un passaggio pratico indispensabile nel cammino dell’emancipazione umana, ma non è affatto l’obiettivo finale, la meta dell’evoluzione storica, la forma definitiva della società umana liberata! Lo diventa solo nella sua manifestazione più matura, come abolizione positiva della proprietà privata intesa come auto-estraniazione umana: in questo caso il comunismo diviene la reale riappropriazione dell’essenza dell’uomo attraverso l’uomo e per l’uomo: è il ritorno dell’individuo come essere sociale, cioè umano; un ritorno completo, fatto cosciente, maturato in tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi. Questo comunismo evoluto e maturo si identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo; e in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo. È la vera soluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, e tra uomo e uomo. È la più autentica risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra la necessità e la libertà, tra la specie e l’individuo».

«Ci rinfacciano di voler abolire la proprietà acquisita personalmente, frutto del proprio lavoro, che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale. “Frutto del proprio lavoro”, “guadagnata con le proprie forze”: ma quella proprietà l’ha abolita e la sta abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell’industria! Il lavoro salariato dà forse una proprietà al lavoratore? Niente affatto. Il suo lavoro crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo con l’attività comune di tutti i membri della società. Perciò il capitale non è una potenza personale ma sociale; e se viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti, non è la proprietà personale ad essere socializzata. Si trasforma solo il tipo di proprietà, che perde il suo carattere di classe. Noi non vogliamo affatto abolire l’appropriazione personale dei prodotti utili alla vita, che non lascia alcun profitto tale da conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, per cui chi lavora vive allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l’interesse della classe dominante. Nella società borghese è il capitale ad essere indipendente e personale, mentre l’individuo è dipendente e impersonale. E se la borghesia chiama “abolizione della personalità e della libertà” la cancellazione di questo rapporto, ha ragione: si tratta infatti di abolire la sua personalità e libertà!».

«Voi borghesi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata: ma nella vostra società essa è già abolita per nove decimi dei suoi membri. Dunque ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà per l’enorme maggioranza della popolazione. Cioè ci rimproverate di voler abolire la vostra proprietà. Certo, infatti è proprio questo che vogliamo!».

«Se ipotizziamo una società socialista vediamo come, al posto della ricchezza materiale come la considera l’economia borghese, subentri l’uomo ricco grazie alla ricchezza delle sue capacità e aspirazioni. Nel socialismo “ricchezza” e “miseria” ricevono un significato umano e sociale. È veramente ricco l’uomo che ha bisogno di una totalità di manifestazioni di vita, l’uomo la cui realizzazione esiste come necessità interna, come primo bisogno. E per l’uomo la più grande delle ricchezze è l’altro uomo».

«È sbagliato immaginare l’opposizione comunista alla proprietà privata come una semplice soppressione della proprietà in generale, per ottenere magari come risultato la mancanza generale di proprietà, cioè la miseria generale. Ciò che è necessario abolire è la proprietà borghese dei mezzi di produzione, perché le forze produttive degli individui e delle loro relazioni economiche si sono ormai sviluppate a un punto tale che sotto il dominio del capitale sono diventate forze distruttive della ricchezza sociale. E il comunismo abolisce la povertà, non la ricchezza, che anzi incrementa e mette a disposizione di tutti».

«Con il rovesciamento della società capitalistica mediante una rivoluzione comunista, e la conseguente abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo; e gli individui saranno messi in condizione di godere della produzione materiale e spirituale di tutto il mondo, creazione degli uomini stessi».

«Nell’appropriazione rivoluzionaria della ricchezza sociale, gli strumenti di produzione saranno messi a disposizione di ogni persona, e la proprietà assegnata a tutti. Le nuove relazioni economiche mondiali non possono più essere affidate ai singoli individui se non affidandole a tutti gli individui. Solo a questo stadio di sviluppo della società la liberazione personale si può realizzare nella vita reale, perché corrisponde all’emancipazione degli individui in persone complete, alla trasformazione del lavoro in libera manifestazione personale, al passaggio dalle relazioni tra le classi a quelle tra gli individui in quanto tali».

«Dopo il crollo della vecchia società borghese non ci sarà più nessuna dominazione di classe, né un nuovo potere politico. La condizione della liberazione della classe lavoratrice è l’abolizione di tutte le classi. La classe lavoratrice sostituirà alla vecchia società di classe una libera associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo. E non dovrà esserci più alcun potere politico propriamente detto, perché ogni potere politico è il riassunto ufficiale di un antagonismo sociale. Dunque soltanto in un ordine di cose in cui non ci saranno più classi, né antagonismi di classe, le evoluzioni sociali smetteranno di trasformarsi in rivoluzioni politiche».

«Nella fase più elevata della società comunista, dopo che saranno scomparsi l’asservimento e la subordinazione degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; dopo che il lavoro stesso non sarà più mezzo di vita ma sarà diventato il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo armonico e onnilaterale degli individui saranno cresciute enormemente le forze produttive della società e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza, solo allora il ristretto orizzonte borghese potrà essere superato, e l’umanità potrà scrivere sulle sue bandiere: da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!».

«Quando con la rivoluzione comunista saranno sparite le differenze di classe, e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere statale perderà il suo carattere politico; non sarà più, come oggi, il potere organizzato di una classe per soggiogarne un’altra. Quando il proletariato, divenuto classe egemone in seguito alla rivoluzione, sopprimerà radicalmente i vecchi rapporti di produzione, cancellerà anche le condizioni di una contrapposizione tra le classi; abolirà le classi stesse e dunque anche il proprio dominio. Al posto della vecchia società borghese, con le sue classi e i suoi antagonismi di classe, subentrerà una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti».

Ma il fascismo no

di ANDREA MORRONI

Dicono che il fascismo è storia. Dicono che bisogna chiudere il capitolo della seconda guerra mondiale una volta per tutte. Dicono che il fascismo, la seconda guerra mondiale, la Resistenza, vanno studiati e valutati allo stesso modo della guerra dei trent’anni, o delle guerre puniche, o del Terrore francese. Da distante. Freddamente.

Mi piacerebbe molto se il fascismo fosse un capitolo chiuso e consegnato alla storia. Il problema è che i fascisti ci sono ancora e sono proprio loro, sono soltanto loro che, pervicacemente, si battono affinché il fascismo rimanga una questione aperta, di attualità.

Possiamo occuparci delle guerre puniche senza nessun patema d’animo perché non c’è nessuno che progetta di valicare le Alpi in groppa ad elefanti per attaccare Roma. Possiamo studiare con animo sereno e distaccato il Terrore francese per il motivo che non c’è nessuno, ma proprio nessuno, che, indossando una parrucca settecentesca, se ne va per strada inneggiando a Robespierre (peraltro, un personaggio assai più complesso e sfaccettato del semplicistico ritratto a una dimensione che ne viene fatto sui manuali scolastici) e tentando di decollare la gente con una ghigliottina.

Non ci è concesso di fare lo stesso con il fascismo, invece, perché ci sono comunque troppi idioti criminali che girano per le nostre città con la testa rasata, in anfibi e camicia nera, che inneggiano al cosiddetto duce, che fanno il saluto fascista, che si tatuano sulla pelle simboli fascisti, che sostengono ruttando e grugnendo come maiali (senza offesa per i maiali) tesi ed idee (ammesso e non concesso che possiamo chiamarle tali) fasciste, inaccettabili e disumane, che picchiano ed uccidono, o tentano di farlo, gente di colore e rom, donne, disabili, omosessuali e transessuali, che imbrattano le tombe degli ebrei. E che lo fanno in branco, come bestie (senza offesa per le bestie). E che talvolta (comunque troppo, troppo spesso per i miei gusti) lo fanno addirittura vestendo una divisa.

Dicono che il fascismo è storia, ma non solo: dicono poi – addirittura – che è necessario anche comprendere le ragioni dei vinti, cioè dei fascisti, dicono che si deve contestualizzare, soppesare il bene e il male dell’una e dell’altra parte, cioè dei fascisti e degli antifascisti.

No. Non si può. Proprio non si può. Non si può perché da una parte c’erano i fascisti, che hanno manganellato, confinato, ucciso e mandato alle camere a gas un numero enorme di esseri umani, che hanno soppresso tutte le libertà, che hanno spedito a morire in guerra due o tre intere generazioni di italiani; dall’altra c’erano tutti gli altri, popolari, liberali, repubblicani, azionisti, socialisti, comunisti, anarchici, che tentavano di contrastare l’azione criminale – criminale, non politica – dei fascisti. Non è possibile contestualizzare nulla. Non è possibile soppesare nulla. Non è possibile confrontare nulla. Il fascismo è ed è sempre stato soltanto un grande, enorme letamaio. La Repubblica di Salò è stata soltanto e semplicemente uno stato criminale a servizio di un altro stato criminale, la Germania nazista. Gli adulti che, dopo l’8 settembre, con scienza, coscienza e volontà, andarono a combattere sotto le insegne della Repubblica di Salò sono stati soltanto e semplicemente dei criminali, perché ben sapevano di prestare i loro servigi per uno stato criminale, fascista e razzista, per giunta zerbino di uno stato criminale, nazista e razzista e, coscientemente, lo volevano. Punto.

I fascisti avevano torto. E hanno ancora torto. Hanno sempre torto. Sempre e comunque. Si sono posti al di fuori del consorzio degli uomini. Hanno ontologicamente torto.

Diceva Sandro Pertini: «Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui».

DESTRA e SINISTRA oggi

di VALERIO MIRARCHI

I concetti politici di destra e sinistra, dalla loro prima formazione concreta sino all’epoca contemporanea, hanno avuto così tante rielaborazioni e mutamenti, si sono confrontati con così tante vicende politiche e sociali, hanno vissuto una storia così travagliata a livello mondiale, che le loro sfumature di significato si sono enormemente ampliate e i loro contenuti sono stati parzialmente stravolti; così, si va oggi sempre più diffondendo un pensiero trasversale, che va da partiti post-ideologici come il Movimento 5 Stelle a pensatori molto ideologici come Costanzo Preve, che dichiara il superamento della dicotomia destra-sinistra, intese come categorie non più attuali per leggere la complessa realtà politica odierna. Chi scrive è convinto che questo pensiero sia fondamentalmente errato; e che esso stia prendendo piede nel nostro scenario politico, sociale e teorico per motivi ben identificabili: 1. la possibilità, da parte di certi partiti, di estendere il loro bacino elettorale il più possibile, sacrificando la visione di fondo che i partiti tradizionali avevano; 2. la speranza, da parte di altri partiti, di evitare lo stigma associato oggi ai movimenti di estrema destra o di estrema sinistra; 3. infine, da parte di certi analisti, la volontà di appiattire il dibattito e di evitare una riflessione ben più profonda e rigorosa sul cambiamento di queste categorie nella realtà odierna, così da poter fondere idee di sinistra con idee di destra in calderoni ben poco convincenti.

Una breve panoramica delle forme che ha assunto questa dicotomia nel mondo politico renderà auto-evidente la tesi proposta. I concetti di destra e sinistra, per come si intendono oggi, risalgono alla collocazione dei conservatori e dei radicali nell’emiciclo dell’assemblea del Terzo Stato agli Stati generali francesi del 1789. Ma, in verità, una più o meno netta dicotomia tra i conservatori e i radicali, o tra i sostenitori dell’assolutismo e i sostenitori della libertà, si può ritrovare in qualsiasi società storica che abbia acquisito forme di organizzazione politica, e diviene sempre più evidente con il procedere della storia. I movimenti cristiani eretici e radicali formatisi nel medioevo (tra cui spiccano i taboriti), le ribellioni dei contadini nel Sacro Romano Impero nel XVI secolo e la guerra civile inglese sono tappe storiche fondamentali per la formazione di un pensiero che oggi non esiteremmo a definire di sinistra. Se dovessimo far rientrare questi movimenti in un’unica definizione, il compito sarebbe ben più facile di quello che a prima vista potrebbe sembrare; poiché è stata la Rivoluzione francese stessa, con tutte le sue tendenze più progressiste, a riassumere in sé il radicalismo dell’antichità e del medioevo e a riplasmarlo alla luce della modernità. Sicché, potremmo dire che i movimenti padri e generatori della moderna sinistra si potrebbero riassumere nelle famose parole: libertà, uguaglianza, fratellanza. I movimenti politici, economici, sociali, intellettuali, che perseguivano tali ideali erano progressisti e radicali, mentre i movimenti che difendevano l’assolutismo e il classismo erano conservatori. La storia politica degli ultimi secoli ha arricchito enormemente gli schieramenti di destra e sinistra, ma ha lasciati intatti i loro nuclei fondamentali; così, se è vero che oggi, in luogo di parlare di destra e di sinistra, sarebbe più opportuno parlare di destre e di sinistre, è anche vero che le prime si regolano tutte sul concetto di gerarchia (che sia per tradizione, per posizione economica o per merito), le altre sul concetto di eguaglianza (ovvero giustizia sociale).

La destra ha assunto diverse forme negli ultimi due secoli, anche contrastanti fra loro; forme che la politica contemporanea ha assorbito e sincretizzato, a seconda delle specificità della politica di ogni paese. Esiste innanzitutto la destra liberale, volta a tutelare la libertà del cittadino in ogni sfera della sua vita. Nella nostra Repubblica l’idea liberale ha come padre nobile Benedetto Croce, il quale ha elaborato un liberalismo (di centro-sinistra, e non di destra, come talvolta si sente ripetere) piuttosto diverso dal liberalismo classico dell’Italia monarchica; si tratta di una concezione della libertà quasi religiosa, ma fatta di una religiosità interamente terrena, che può essere desacralizzata in qualsiasi momento storico e che occorre preservare con tutti gli sforzi. Il nocciolo di questa concezione liberale è, oggi, presente in tutti i partiti di centrodestra e centrosinistra, in accordo con la stessa concezione crociana del liberalismo come concezione metapolitica e pre-partitica. Sennonché, la concezione crociana del liberalismo si presta a due diversi tipi di critica sostanziale, il primo da destra, il secondo da sinistra. Per quanto riguarda le critiche da destra, è nota la distinzione che Croce opera tra liberalismo, concezione metapolitica ed etica della libertà generale, e liberismo, concezione politica della libertà economica, onde quest’ultimo concetto risulta di grado inferiore al primo. Si tratta di una distinzione ancora oggi di moda in Italia, ma che ha avuto una scarsissima diffusione all’estero (nonostante il tentativo di rilancio da parte di Sartori), dove non pare possa ambire ad acquistare dignità scientifica. La critica che è stata posta dinanzi questa distinzione riguarda il fatto che liberalismo e liberismo non possono essere separati, in quanto una società libera abbisogna egualmente sia della libertà politica sia della libertà economica. La correttezza di questa critica riguarda, in ultima analisi, ciò che propriamente si intende per libertà economica; ma al livello di scienza politica, è noto ormai che i concetti di liberalismo e liberismo siano indissolubilmente legati. Luigi Einaudi ha visto in questa distinzione, in questa subordinazione totale dell’economia e persino della politica all’etica, una pericolosa concessione allo Stato etico di natura fascista, o in generale alla statolatria tipica indifferentemente di fascismo e comunismo reale. Questa tesi einaudiana potrebbe darsi per comprovata empiricamente, dato che è noto come Croce appoggiò il fascismo fino almeno al 1924, anche dopo il rapimento di Matteotti.

Quanto alla critica proveniente dagli ambienti di sinistra, in particolare dagli esponenti del liberalsocialismo, essa è molto più logica e raffinata. Se infatti è corretto sostenere che il liberalismo, per coerenza verso i suoi fondamenti, deve conservare la libertà economica, allora si entra nel terreno dell’ambiguità e dell’incoerenza: perché la storia ci dimostra che, spesso, la maggiore libertà dell’imprenditore significa la minore libertà dei suoi lavoratori. Il liberalismo politico ed economico difende la proprietà assolutistica dei mezzi di produzione e di distribuzione, entrando così in una grave contraddizione. Così, appare chiaro come la libertà economica propugnata dal liberalismo non è quella libertà che ha scatenato le più grandi rivolte e rivoluzioni d’Europa, ma il privilegio delle classi dominanti. Una libertà assoluta, senza eguaglianza e giustizia, perde il suo significato: una società dove essa è concessa a sole poche persone, è una società tirannica; e una società dove essa è concessa a tutti, è a tutti gli effetti una non-società, un ritorno allo stato animale.

Vi sono poi due forme di destra classica piuttosto simili tra loro: la destra conservatrice, che si propone di conservare i valori esistenti della società, con particolare riguardo all’autorità, al nazionalismo e alla religione; e la destra reazionaria, che si pone contro i progressi che la nostra civiltà ha compiuto negli ultimi secoli: una destra, per esempio, propugnatrice della monarchia assoluta o contraria alla laicità. Si osservi come la destra conservatrice sia un’ideologia in costante movimento, dal momento che la società muta perennemente così come i suoi valori: i conservatori dell’Italia odierna sono molto più progressisti dei conservatori all’indomani della Rivoluzione francese. Non v’è bisogno di un esame critico di queste due fazioni, dal momento che appare evidente come esse si pongano contro il progresso che subiscono passivamente e che tendono a cristallizzare la società in forme che lo svolgersi della storia rende obsolete per forza di cose.

Vi è di seguito la destra sociale, la più vicina alla sinistra, una destra critica del capitalismo puro e più vicina ai lavoratori. In Italia, essa sorge sulle ceneri del Partito Fascista Repubblicano e del Movimento Sociale Italiano, che ne ha raccolto l’eredità. Essa sintetizza le rivendicazioni sociali con i temi classici della destra, la gerarchia, l’autorità, il nazionalismo, in un crogiolo di posizioni molto eterogeneo.

Infine vi sono le destre neofasciste e neonaziste, sparse su piccolissimi partiti in tutto il mondo e caratterizzate, nella quasi totalità dei casi, da un’incredibile confusione ideologica, dovuta specialmente al bilanciamento che esse sono costrette a fare tra l’eredità di movimenti criminali che esse rivendicano e il dover accettare – quantomeno formalmente – il valore della democrazia per poter partecipare alla vita politica dei paesi liberi; ma anche all’impreparazione dei membri, attratti da tali partiti per il fascino dell’estremismo in luogo di una seria volontà di contribuire al miglioramento di un paese.

Ora, la situazione politica è estremamente complessa perché nei movimenti politici non si vedono quasi mai questi modelli realizzati compiutamente; piuttosto, i partiti politici prendono a piene mani elementi di questo o di quel modello, così da creare una propria specifica identità. Così, in Italia, abbiamo un partito come Forza Italia aderente soprattutto alla destra liberale, ma con forti elementi di conservatorismo; abbiamo Fratelli d’Italia che appartiene alla destra conservatrice con elementi di destra sociale; infine abbiamo la Lega che coniuga in misure più o meno eguali liberalismo, conservatorismo e destra sociale. La grande preponderanza dell’elemento nazionalistico nel conservatorismo di Lega e Fratelli d’Italia è il fattore per cui tali partiti vengono definiti dai giornalisti, ma anche dagli stessi membri, sovranisti. Il sovranismo non è che lo stadio più evoluto dell’imperialismo, quella ideologia che tra XIX e XX secolo ha contagiato in particolar modo Regno Unito, Francia, Italia e Germania e che ha portato morte e distruzione in Europa. Dinnanzi alla prospettiva della costruzione di una federazione europea che, insieme alla pace, porterebbe anche alla diminuzione dei poteri dei vecchi Stati nazionali, è così rinato l’imperialismo non più su basi militari, ma su fondamenti politici, economici ed identitari, che lo portano a rifiutare il cosmopolitismo, ad indebolire la laicità ed a rinforzare quella sorta di guerra civile perenne che in molti Stati, tra cui l’Italia, si combatte tra progressisti e conservatori.

Per quanto riguarda la sinistra, la situazione appare ancora più frammentata ed uscirebbe dai nostri intenti analizzarla in ogni sua particolarità. Se però ci soffermiamo sulle linee generali, notiamo innanzitutto la persistenza di partiti e movimenti che si rifanno dogmaticamente al marxismo-leninismo, alcuni nella sua forma stalinista, altri nella variante trotskista. Si tratta, ad avviso di chi scrive, di fazioni non meno pericolose dei partiti neofascisti, che si rifanno ad un’ideologia che la storia ha dimostrato essere oppressiva e totalitaria; e che, in luogo dell’emancipazione dei lavoratori, abbracciano uno statalismo sfrenato che si fonda sul potere e sull’odio e il rancore verso le classi agiate.

La sinistra che più oggi va incontro ai consensi del paese è la socialdemocrazia, che trova il suo riferimento nel Partito Democratico. La socialdemocrazia odierna è la sinistra che ha abbandonato gran parte delle idee marxiste ed ha abbracciato un’idea di emancipazione molto più ampia rispetto a quella puramente economica del comunismo: si batte per i diritti delle donne, degli extracomunitari e degli omosessuali, ha fatto suo il tema dell’ambientalismo, propone leggi progressiste basandosi sulla laicità e sulla libertà di pensiero, di parola e di stampa. Il fatto che, spesso, per portare avanti queste nuove battaglie della politica odierna, abbia relegato in secondo piano i diritti dei lavoratori, ha fatto muovere molte critiche a questa nuova sinistra, che è denominata in modo denigratorio sinistra arancione o sinistra arcobaleno. La questione merita in verità molta più serietà intellettuale. I diritti delle minoranze oppresse vanno di pari passo ai diritti dei lavoratori, e oggi una vera forza di sinistra deve costruire un programma basato su questi aspetti complementari. Da un lato, i gruppi comunisti odierni si propongono di emancipare i lavoratori (se questa emancipazione avverrebbe realmente qualora tali gruppi conquistassero il potere, appare molto dubbio), ma si dimenticano degli altri gruppi oppressi (che, in verità, l’estrema sinistra ha sempre continuato a opprimere storicamente). Dall’altro lato, la socialdemocrazia ha fatto un serio lavoro per l’emancipazione delle minoranze e per i diritti umani; ma ha avuto la colpa di abbracciare il capitalismo nella sua interezza, proponendosi semplicemente di riformarlo in modo quasi impercettibile. Entrambe queste ideologie hanno dunque forti limiti e vanno integrate in una sintesi che tolga i difetti dell’una con i pregi dell’altra.

Tirando le somme, risulta evidente come la politica odierna sia ancora divisa in un più o meno forte bipolarismo, formato da un centrodestra con varianti più liberali e varianti più conservatrici, ed un centrosinistra costituito principalmente dalla socialdemocrazia. Agli estremi di questo bipolarismo vi sono la destra neofascista e la sinistra marxista-leninista, che fortunatamente non hanno alcuna influenza nel dibattito politico e dispongono di scarsissima considerazione presso il popolo italiano. Ma nel nostro paese l’avanzare delle destre conservatrici a discapito della socialdemocrazia è particolarmente evidente. I grossi limiti della socialdemocrazia agevolano i signori della destra, i quali, nella loro accettazione incondizionata del capitalismo, possono ben scimmiottare alcune idee progressiste della sinistra, e contemporaneamente proporre tassazioni che agevolino le classi ricche, rafforzare lo Stato e i poteri del Presidente, calpestare i diritti delle minoranze oppresse, quando non addirittura ripristinare la leva militare obbligatoria e abolire il reato di tortura per le forze dell’ordine. Per combattere l’avanzare delle destre, né il comunismo tradizionale né la socialdemocrazia sono sufficienti: si ha necessità di un socialismo libertario, una vera sinistra che riesca a coniugare l’esigenza della giustizia sociale con la libertà, che emancipi i lavoratori e le minoranze allontanando qualsiasi idea di statalismo oppressivo e che faccia comprendere come non si può dare vera libertà senza eguaglianza, così come non può esistere vera eguaglianza senza libertà.

Due punti cardine della nostra lotta: patriottismo e socialismo

di LEONARDO MARZORATI

La nostra Italia ha due miti fondatori: il Risorgimento e la Resistenza. Il primo è stato un evento che ha riguardato soprattutto la borghesia, anche se nelle barricate delle Cinque Giornate di Milano, nella Repubblica di San Marco guidata da Daniele Manin e nella Seconda Repubblica Romana i ceti popolari hanno avuto un fondamentale ruolo attivo. La Resistenza ha visto la partecipazione di tutti gli strati sociali e di tutte le fazioni politiche antifasciste.

Dal Risorgimento e dalla Resistenza si può trovare una sintesi nel Patriottismo Socialista. L’ideale socialista può essere coniugato a quello patriottico. Come scrisse il professor Ernesto Galli Della Loggia nei suoi dieci punti da cui la sinistra dovrebbe ripartire, il fronte socialista italiano dovrebbe essere orientato in senso comunitario, multietnico e internazionalista, ma non multiculturale e cosmopolita.

L’identità italiana esiste. L’Italia è un Paese europeo sì, ma anche mediterraneo. Il nostro Stato unitario ha poco più di un secolo e mezzo di vita, ma la nostra Penisola è stata divisa, dalla caduta dell’Impero Romano in poi, da una moltitudine di regni avversi tra di loro. Il regionalismo e il provincialismo italiano non hanno pari in nessun altro Paese dell’Europa Mediterranea, nemmeno nella Spagna delle Comunità Autonome. Ostrogoti, Longobardi, Arabi, Bizantini, Normanni, Francesi, Spagnoli e Austriaci, sono solo alcuni dei tanti popoli che hanno occupato territori ora italiani, contribuendo a mutarne la cultura. Da questo crogiolo di popoli deriva l’identità italiana, con tutte le sue sfaccettature che vanno dalla Sicilia al Trentino Alto Adige. Questa identità culturale, a sua volta divisibile in tante "sottoculture", va difesa e inculcata a partire dalla scuola, luogo sempre più frequentato da figli di immigrati.

La nostra Nazione sarà sempre più eterogenea dal punto di vista etnico, ma questo non deve portare a un abbandono dei valori culturali che collegano la Lega Lombarda, le Repubbliche Marinare, le lotte intestine tra guelfi e ghibellini, il pensiero di Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli, la rivolta di Masaniello e gli scambi commerciali nel Mediterraneo dei mercanti veneziani e genovesi. L’Italia è il Paese della creatività, dell’innovazione, dell’arte, come pure dello spirito rivoluzionario dei romagnoli, dell’estroversione dei napoletani, della parsimonia ligure e delle rivalità storiche tra Livorno e Pisa o tra Bergamo e Brescia. Noi attuali italiani siamo pronipoti di Dante Alighieri, di Leonardo Da Vinci e di Galileo Galilei. Per questo i socialisti devono sventolare con orgoglio sia la bandiera rossa, sia quella tricolore.

Se la scuola deve tornare a forgiare italiani, spetta ai militanti socialisti indottrinare il popolo alla lotta di classe. La scuola deve contribuire a dare un’istruzione civica che riunisca sotto il tricolore tutti i suoi studenti. Un’istruzione nazionale fortemente incentrata sui valori patriottici può contribuire a debellare il razzismo e le discriminazioni verso i residenti dai diversi tratti somatici. Per le generazioni adulte – basti pensare ai picchiatori razzisti che inquinano le nostre città – occorrerebbero lavaggi del cervello degni della Cina maoista; ma per i più giovani la scuola può ancora fare molto: rendere orgogliosi di essere Italiani ragazzi e ragazze dalla pelle scura o dagli occhi a mandorla. L’Italia sarà più forte se le future generazioni la sentiranno più propria.

A noi socialisti e comunisti tocca un compito ancora più complesso: preparare i ceti popolari al conflitto di classe. C’è molto da lavorare. I lavoratori ingannati dalla propaganda reazionaria dei vari Salvini e Meloni vanno portati sulla strada della lotta di classe: a loro va spiegato che i veri nemici da combattere non sono i migranti o le Ong che li aiutano a sbarcare dal Nord Africa, ma la nuova grande borghesia mondiale, rappresentata dalle multinazionali che trasformano il capitale umano in tanti numeri intercambiabili. I lavoratori fedeli ai partiti di sinistra venduti al liberismo vanno fatti tornare alla lotta contro l’ordocapitalismo che i loro rappresentati politici hanno sposato, ottenendo voti grazie alle concessioni dei diritti civili e alla loro presentabilità, contrapposta all’impresentabilità dei politici "razzisti e fascisti" delle destre.

La sfida è ostica, ma è fondamentale concentrarsi su entrambe le linee. Il patriottismo è stato strumentalizzato dalle destre, spesso post-fasciste o ancora fasciste (e quindi anti-italiane, visti i tradimenti del regime di Mussolini all’Italia) e trasformato quindi in bieco sciovinismo. Questa strumentalizzazione (e la retorica antinazionale che ha colpito la sinistra con le degenerazioni post-sessantottine) ha finito per portare troppi progressisti e antifascisti su posizioni di anti-patriottismo, dimenticando le grandi lotte patriottiche degli Arditi del Popolo contro il fascismo.

Cari compagni, torniamo a sventolare con orgoglio il Tricolore Italiano e la Bandiera Rossa. Per un Socialismo Patriottico che ci ponga a degni eredi degli Eroi che contribuirono a unificare il nostro Paese nel XIX secolo e a sconfiggere il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale.

Vaccino anti-Covid: i pericoli del “correre” troppo

Andrea Capocci, 05.09.2020 il manifesto

Covid. Accordi per tutelare le compagnie farmaceutiche. Sui tavoli riservatissimi l’Ue sta contrattando centinaia di milioni di dosi dei futuri vaccini

Avere un vaccino entro l’autunno sarebbe un mezzo miracolo. Per riuscire nell’impresa, le case farmaceutiche stanno accelerando i normali test di sicurezza ed efficacia, che normalmente richiedono diversi anni. Si tratta di una scommessa ad alto rischio. Se i vaccini funzioneranno e saranno davvero sicuri, il mondo sarà presto libero da un flagello epocale. In caso contrario, un farmaco pericoloso o inutile verrà distribuito in miliardi di dosi con un danno devastante in termini sanitari e di fiducia nelle istituzioni, e uno spreco di risorse economiche e scientifiche pubbliche.

Il rischio è ben chiaro soprattutto alle società farmaceutiche, che stanno alzando la posta nei negoziati con le autorità sanitarie europee. Sui tavoli riservatissimi, l’Ue sta contrattando con le società la fornitura di centinaia di milioni di dosi dei futuri vaccini per garantire una distribuzione tempestiva, visto che praticamente tutti i governi del mondo sono in coda per accaparrarsene una fetta. Un accordo per 300 milioni di dosi è stato finora siglato con l’inglese AstraZeneca, al prezzo unitario di 3 euro a dose secondo le indiscrezioni giornalistiche. Ulteriori negoziati sono in corso con altre società farmaceutiche (Sanofi-Gsk, Johnson & Johnson, Moderna).

In cambio di vaccini disponibili in grande quantità e a costi accessibili, le società farmaceutiche chiedono che l’Unione europea si faccia carico degli eventuali indennizzi nel caso i vaccini si mostrassero poco efficaci o insicuri e dessero vita a contenziosi legali. Lo rivela un documento firmato da «Vaccines Europe», l’associazione delle società farmaceutiche del settore, svelato dal Financial Times nei giorni scorsi. «La velocità dello sviluppo e della distribuzione (dei vaccini anti-Covid, ndr) implica l’impossibilità di produrre le evidenze scientifiche che normalmente si ottengono attraverso studi clinici approfonditi», si legge nel documento «Questo crea un rischio inevitabile. Alcune persone probabilmente subiranno effetti collaterali dopo la vaccinazione». La logica conclusione è messa nero su bianco dalla lobby: «Chiediamo un’esenzione dalla responsabilità civile per garantire che tutte le parti siano protette da rischi finanziari dirompenti e rovinosi derivati da eventuali cause legali».

La proposta delle aziende è che siano i governi a farsene carico: «I governi potrebbero creare un fondo» e in caso di reazioni avverse «i cittadini potrebbero contare sull’accesso rapido a questi finanziamenti». L’Unione si sta mostrando malleabile: «E’ nostro interesse avere un vaccino prima possibile», ha affermato in un’intervista la portavoce della Commissione europea Vivian Loonela, «per questo abbiamo incluso nei contratti con le aziende farmaceutiche una clausola per coprire i produttori rispetto ad alcune responsabilità». Il dirigente della AstraZeneca Ruud Dobber ha confermato all’agenzia Reuters che molti stati membri hanno accettato l’esenzione, anche se il contenuto dell’accordo rimane segreto.

«Il contribuente dovrà pagare tre volte: per lo sviluppo del vaccino, per acquistare il vaccino dalle case farmaceutiche e per soddisfare le richieste di risarcimento», sostiene la parlamentare belga Petra De Sutter (Verdi). Che ora chiede di rendere pubblico il contenuto degli accordi con le aziende e i nomi dei sette negoziatori che rappresentano l’Unione al tavolo. Finora, l’unico nome emerso è quello di Richard Bergström, che fino al 2016 ha diretto la lobby europea delle industrie farmaceutiche Efpia e potrebbe avere più di un conflitto di interessi.

La questione non avrà ricadute solo economiche, ma è anche una questione di salute pubblica: in mancanza di trasparenza, molte persone potrebbero rifiutare un vaccino percepito come rischioso dagli stessi produttori. «La percezione di mancata trasparenza può danneggiare la fiducia nei vaccini e nelle istituzioni, e compromettere sul lungo periodo le attività di prevenzione e sanità pubblica», afferma il presidente del Forum Europeo dei Pazienti Mario Greco. Secondo cui «è necessario che la Commissione e le autorità nazionali forniscano rapidamente informazioni trasparenti sulle condizioni dei contratti stipulati con le compagnie farmaceutiche, incluse le clausole sulla responsabilità civile».

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Il significato psicologico del lavoro nella nostra esistenza. Il contributo di Marx e Fromm

di Gabriele Giacomini

Il lavoro ha un ruolo fondamentale nella vita di ognuno di noi: può essere un concreto strumento di realizzazione delle nostre qualità. Oppure un alienante peso, fonte di fatica e sofferenza, necessario per la nostra sopravvivenza economica. Per chi non ha un’occupazione, è invece un obiettivo da raggiungere, per rivendicare il diritto di esistere nella società ed aspirare a divenire una persona autonoma.

In ogni caso la sfera lavorativa suscita in ognuno di noi vivi sentimenti, di integrazione o di alienazione, a seconda se ci sentiamo in sintonia con la nostra attività e con i colleghi, o se avvertiamo il disagio di non essere compresi per le nostre capacità.

Il contributo di K. Marx nello studio delle relazioni lavorative e nella dialettica dei sentimenti umani.

Nella filosofia moderna, Karl Marx ha posto il lavoro al centro del suo studio filosofico.

Mentre la sua dottrina economica è diffusamente nota, è invece meno conosciuto il pensiero psicologico di questo Autore: egli, partendo dalla descrizione degli stati d’animo provati dal lavoratore nella sua condizione di subordinato rispetto al capitalista, ha descritto una significativa dialettica dei sentimenti: essa va oltre la dimensione strettamente sociologica, essendo i vissuti dell’uomo sempre universali e riferibili ad ogni componente della sua esistenza.

Erich Fromm, nel saggio Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo, intende sfatare il pensiero comune secondo cui la filosofa marxista sarebbe essenzialmente materialistica.

Pur essendo passato alla storia come il filosofo del “materialismo storico”, Marx è considerato da Fromm addirittura un “umanista”, per la sua fine analisi psicologica del comportamento individuale e collettivo, all’interno delle dinamiche lavorative.

A tale questione, Fromm dedica il saggio: “Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo”.

Si possono ritrovare, in effetti, alcuni concetti utili alla fondazione di una psicologia umanistica nel testo di Marx Manoscritti economici e filosofici del 1844.

Secondo l’Autore, il carattere specifico della specie umana è la sua esigenza di libertà (concetto ben lontano dagli schemi stimolo-risposta e da ogni forma di riduzionismo biologico). L’obiettivo finale dell’individuo è raggiungere la propria autorealizzazione, attraverso un continuo slancio verso il superamento dei propri limiti.

Per perseguire questo fine, l’essere umano è guidato da passioni, di cui deve prendere coscienza non attraverso un esercizio intellettuale astratto, ma tramite esperienze concrete.

Qui nasce la critica marxiana alle speculazioni fini a se stesse, comprese la filosofia astratta, la religione, ma anche la scienza naturale. Quest’ultima non consentirebbe all’uomo di prendere coscienza di se stesso, ma solo di fornire mezzi tecnici per manipolare in modo più proficuo la realtà.

Marx indica invece come fattore di maturazione per l’uomo l’azione concreta, che è spinta da passioni fondamentali: a guidare le azioni umane, fin dalle origini, sono innanzitutto le esigenze di soddisfare la fame e la sete, di riprodursi, di proteggere se stessi e la prole. Su queste basi nasce, quindi, la necessità degli individui di organizzarsi in una società e di stabilire regole condivise con i propri simili.

Che cosa sono le passioni? Sono impulsi, ma in un’accezione diversa da quella delle teorie psicologiche sperimentali e della psicoanalisi ortodossa, che negano qualunque autonomia all’individuo.

Nella visione di Freud, l’impulso è solo la necessità di scaricare una tensione per un conseguire un rilassamento, fenomeno che si potrebbe tradurre in una formula chimica. Pertanto l’impulso non presenta alcun riferimento all’Io, che è un puro strumento passivo, in balia delle forze della Natura.

Per Marx, invece, l’impulso non è altro che la mia aspirazione ad integrarmi con l’altro e con il mondo: è l’esigenza di relazione, per pervenire, come egli afferma, alla “unione dell’uomo con la natura”.

Le passioni umane, quindi, sono per Marx una spinta verso l’altro, un continuo divenire. L’esistenza è la mia volontà dinamica di superare problemi, ostacoli che si oppongono a me, attraverso la cooperazione con l’altro: il pensiero marxiano è pervaso dalla cosiddetta “dialettica degli opposti”.

Pertanto Marx, secondo Fromm, può essere considerato come fondatore, pur inconsapevole, della psicologia dinamica dialettica.

In ogni azione dell’uomo, e nel suo stesso corpo, è implicita un’intenzionalità psicologica. In un passo dei suoi Manoscritti economico-filosofici, Marx afferma:

“Le relazioni umane col mondo: il vedere, l’udire, l’ascoltare, assaporare, sentire, agire, amare ecc, in breve le tutti gli organi della sua individualità sono l’espressione attiva della realtà umana”.

Quindi gli organi dell’essere umano non sono altro che la rappresentazione esterna della mia volontà di interagire con l’altro.

Queste affermazioni sembrano evocare la filosofia di Schopenhauer, che vedeva nell’espressività umana la manifestazione della volontà; mentre quest’ultimo, tuttavia, ritiene l’uomo non libero (tranne il raro individuo “illuminato”), in quanto succube della Volontà come entità metafisica, Marx definisce invece il carattere dell’intera specie umana come “libera e conscia attività”.

I sentimenti negativi di “alienazione”, nel lavoro, come stimolo alla conoscenza di sè ed alla trasformazione della società.

L’uomo è autenticamente se stesso quando ha la proprietà di essere energia attiva.

Si disumanizza, invece, quando assume le sembianze di un oggetto, cioè quando diventa passivo. Questo accadrebbe nelle società in cui l’individuo è usato come mezzo di produzione e quindi viene snaturato, ovvero alienato.

Nasce qui il concetto di alienazione dell’operaio, della persona oppressa, socialmente schiava di un sistema che lo utilizza come l’ingranaggio di un meccanismo. Diventa strumento di finalità estranee, cioè del profitto del capitalista.

Quindi Marx afferma che, nel lavoro alienato, l’uomo diventa bestia quando dovrebbe sentirsi uomo: l’operaio infatti non godrà mai del prodotto dei suoi sforzi. E diventa uomo quando invece dovrebbe sentirsi bestia: l’operaio, spersonalizzato dalla monotona routine quotidiana, che cosa fa alla fine della giornata? Si stordisce nel bere, nel mangiare, nell’ubriacarsi, nel fare sesso. Diviene preda di passioni alienate, cioè disumane: non sono più le attività finalizzate a stabilire relazioni autentiche con l’altro e con il mondo esterno.

Le passioni alienate sono uno scarico pulsionale, sono prodotti di degradazione di un individuo che, tramite un velleitario soddisfacimento dei sensi, ottiene un estemporaneo oblio dalla sua condizione esistenziale abnorme.

Differenze tra la psicologia umanistica dialettica e la psicoanalisi freudiana.

La psicologia umanistica riconosce un’autonomia di studio ai sentimenti soggettivi, nella loro dialettica intrinseca, senza una subordinazione diretta della sfera affettiva a quella dei processi fisico-chimici dell’organismo: anche questa riduzione implicherebbe un subdolo processo di “alienazione” del soggetto dai propri sentimenti.

Questo è un elemento distintivo della filosofia di Marx nell’interpretazione di Erich Fromm, che dichiara: «Il problema di come attuare la distinzione tra bisogni umani e disumani è, in realtà, il problema psicologico fondamentale, che la psicologia e psicoanalisi non avrebbero potuto neppure cominciare ad indagare (…); e come avrebbero potuto farlo, al momento che il loro modello è l’uomo alienato? (…) Solo una psicologia dialettica e rivoluzionaria, che vede l’uomo e la sua potenzialità al di là del suo aspetto mutilato, può arrivare a questa importante distinzione tra due generi di bisogni».

Ovvero: per la psicoanalisi ortodossa l’uomo non è altro che una cosa, un automa, passivo contenitore di tensioni da scaricare.

Osserva ancora Fromm: «Se Marx avesse conosciuto la teoria di Freud, l’avrebbe criticata come una teoria tipicamente borghese di uso e sfruttamento».

In una prospettiva umanistica, invece, l’uomo è una persona, che può degradarsi a cosa solo quando si verifica uno snaturamento del suo essere (a causa di una patologia somatica o di un grave disadattamento sociale).

Nella filosofia marxiana vi è sia l’esigenza di descrivere l’uomo come attività, sia la tendenza ad interpretare acutamente i sentimenti individuali e collettivi, riconosciuti come i fattori più significativi che determinano il comportamento umano.

Marx sembra riconoscere implicitamente la differenza di significato tra essere umano (inteso come Io, soggetto dotato di sentimenti che costituiscono la sua personalità) ed organismo biologico (inteso come insieme di stimoli e risposte, in assenza di alcuna autonomia dell’Io). Tale distinzione non esiste invece nella psicoanalisi freudiana.

Sarebbe quindi Freud un vero materialista assoluto.

Il fondatore della psicoanalisi, sul piano della pratica clinica, ha sempre riconosciuto massima importanza alla relazione terapeuta-paziente, anche come fattore curativo; sul piano teorico, tuttavia, nella sua metapsicologia ha ridotto i sentimenti a puri epifenomeni di processi chimico-fisici (come se gli affetti non fossero altro che “differenze di potenziale” di impulsi elettrici).

La dialettica dei sentimenti all’interno delle relazioni lavorative.

Secondo Marx, il sentimento fondante l’essere umano è quello dell’amore, che coincide con la vitalità concreta, come volontà di affermazione attraverso la relazione con l’altro, la conquista di maggiori spazi di libertà nella vita personale e nel lavoro.

L’antitesi dell’amore non è che l’avidità, sentimento che rende impossibile stabilire una relazione paritaria con l’altro. L’uomo avido ha invece l’esigenza di sovrastare l’altro attraverso l’accumulo delle ricchezze, che provoca un crescente divario tra l’oppressore (in questo caso il capitalista), e l’oppresso (l’operaio, il lavoratore dipendente), succube di questa ingiustizia sociale.

Che sentimenti prova l’oppresso?

Inizialmente, in modo poco strutturato, percepisce che “qualcosa che non va”: egli è relegato al ruolo di sfruttato e, man mano che ne prende coscienza, prova sentimenti di vergogna, di manchevolezza, di umiliazione. Questi stati d’animo possono facilmente trasformarsi in rabbia e sdegno.

Infatti Marx afferma: «La vergogna è un sentimento d’ira rivolta verso se stesso e se un’intera nazione provasse veramente vergogna sarebbe come un leone che si accovaccia prima di spiccare il volo».

Quindi, quando il lavoratore acquista consapevolezza del suo stato di subordinazione ingiusta, la sua vergogna può trasformarsi in ira ben veicolata: ovvero rabbia come volontà del soggetto di riaffermare se stesso, di riscoprire il proprio valore personale e l’autostima, intenzione che sfocerebbe, secondo Marx, nella lotta di classe e nella rivoluzione.

Essere di estrazione sociale umile non è squalificante: può essere anzi l’occasione di un risveglio emotivo, che dialetticamente porta me stesso ad un cambio di atteggiamento ed alla ricerca dell’altro per cooperare e rivoluzionare la mia condizione:

«La povertà è un legame passivo – afferma Marx – che conduce l’uomo a sperimentare il bisogno di una ricchezza più grande, l’altra persona».

Paradossalmente, proprio sperimentando la condizione di indigenza ed il sentimento annichilente di alienazione, l’individuo può quindi destarsi, trasformare ciò che era avvertito in modo nebuloso ed indistinto, fino a possedere una coscienza del suo ruolo sociale in questo preciso momento storico.

La “Dialettica della natura” ed i suoi limiti costitutivi.

Riconosciamo a Marx una visione storica e dialettica dell’essere umano. Dobbiamo tuttavia evidenziare che la sua analisi psicologica dei sentimenti è subordinata ad una visione filosofica complessiva che pone al centro non l’uomo stesso, ma la materia.

Questa tendenza è ancora più esplicita nel sistema metafisico che propone F. Engels. Nella sua Dialettica della natura, gli elementi che dovrebbero caratterizzare l’interiorità umana diventano ora costitutivi di una dialettica presente nel mondo esteriore.

Engels descrive una materia dotata di energia intenzionale nell’aggregarsi, secondo un’intelligenza immanente: si allude alla relazione di attrazione tra polarità opposte, come nel magnetismo, tra il sesso femminile ed il sesso maschile, ecc. Engels utilizza anche diverse metafore, come quella per cui il seme si negherebbe attraverso la pianta e la pianta sarebbe la negazione della negazione che fa nascere il seme. Tali immagini appaiano però intellettualistiche, forzate e poco funzionali per analizzare il mondo naturale.

Se si parla di scienze naturali non si può contestualmente proporre un’intenzionalità dialettica: la Natura non ha una personalità, ma è un insieme di meccanismi causa-effetto analizzabili con la chimica, la fisica e la matematica.

La Natura non è altro che la rappresentazione di una scienza ideata dall’uomo per padroneggiare la realtà, attraverso l’applicazione delle leggi di causalità.

Se parlo di “dialettica della natura”, come nel caso di Engels, pretendo di “psicologizzare” la materia, con il rischio di ritornare ad una visione animistica del mondo o di sconfinare nel misticismo.

La psicologia e la dialettica hanno un senso quando applicate all’interiorità umana, non all’esteriorità naturale.

Marx ed Engels hanno cercato di riformulare in termini concreti la dialettica di Hegel: questa riforma sembra adattarsi con successo allo studio del sentimento umano, che si esprime con un’incessante dialettica di vissuti contrastanti, attraverso cui matura la personalità individuale.

La dialettica non sembra invece compatibile con le leggi della scienza naturale: problemi, contraddizioni e scelte non sono nella Natura, sono soltanto dentro di noi.

Per questo una psicologia dialettica che ponga al centro l’uomo nella sua concreta attualità è la base per lo studio di qualunque comportamento umano, sia nella sfera lavorativa che in quella esistenziale.

Conclusioni.

Al di là di ogni implicazione politica ed ideologica, Marx ha riconosciuto l’importanza del lavoro come modalità espressiva dell’uomo e come sorgente di sentimenti autentici e concreti.

Egli, nel suo sistema filosofico, sembra tuttavia polarizzare l’attenzione sugli squilibri sociologici e solo secondariamente sulla personalità.

Il lavoro, per il soggetto, è invece molto più di un prodotto di fattori economici e materiali: è innanzitutto un’esigenza di affermazione delle mie personali inclinazioni, alla ricerca di un significato da conferire alla mia esperienza di vita (come affermato anche da V. Frankl).

In epoca moderna, sia il marxismo che il liberismo hanno subordinato l’uomo alle logiche economiche: questa è una delle basi della crisi di valori che ha accomunato società organizzate secondo ideologie apparentemente opposte.

Una visione del mondo realmente umanistica e dialettica deve invece ribaltare i termini proposti, per porre l’uomo al centro di ogni questione (psicologica, economica e politica), fino a costituire un nuovo Rinascimento della società civile.

Riferimenti bibliografici:

Fromm E, Il contributo di Marx alla conoscenza dell’uomo, 1968. In: Fromm E, La crisi della psicoanalisi, 1970.

Giacomini GG, La crisi della psicoanalisi e dei suoi fondamenti epistemologici – Psicoanalisi, metodo dialettico e Tavola Epistemologica Universale, Alpes, 2016.

Marx K, Manoscritti economico-filosofici del 1844. Einaudi, 1968.

[https://gabrielegiacomini.com/2020/08/26/il-significato-psicologico-del-lavoro-nella-nostra-esistenza-il-contributo-di-k-marx-e-di-e-fromm/?fbclid=IwAR1Q10hL4kpFBnN3TY9HemHtZoukUCgAFAwNurP-ZQBCo-4j59gDISuhzho]