Quando giustizia e solidarietà sono più “utili” del profitto

di ROSE MARX

Quando studiavo all’università per l’esame di economia politica mi toccò in sorte un libro molto ostico, scritto da un eminente economista inglese; era infarcito di formule matematiche, dilemmi, rompicapi e diagrammi e capitolo per capitolo costruiva un discorso molto complesso sul modo di funzionamento del capitalismo, a livello microeconomico. Ad un certo punto, verso la fine, c’era un capitolo dedicato ad una ricerca effettuata in una cittadina della provincia degli Stati Uniti, dove un’associazione di privati cittadini aveva deciso di opporsi alla morte urbana di un parco dove un’impresa privata avrebbe dato avvio ad una tipica speculazione edilizia costruendo l’ennesimo complesso residenziale tutto cemento e servizi esclusivi. Il comitato cittadino che si opponeva a questa speculazione iniziò a raccogliere firme ma anche fondi per sostenere la battaglia contro la scomparsa del parco e la cosa più sbalorditiva della ricerca era che molte persone, pur non essendo direttamente interessate all’aerea verde in quanto non ne usufruivano personalmente, decisero comunque di contribuire al suo salvataggio.

La motivazione addotta da queste persone – alcune per esempio anziane che uscivano di casa molto poco – era che pur non essendo direttamente interessate all’area verde erano disposte ad investire parte dei loro soldi per permettere ad altri di usufruirne, poiché l’idea che in città ci fosse un parco dove avrebbero potuto recarsi mamme con bambini, ragazzi o persone che portano a spasso il cane, le faceva sentire meglio. Questi contributi furono decisivi per salvare il parco dalla speculazione e la considerazione finale dell’autore era che, dal punto di vista del comportamento utilitaristico ritenuto il più conveniente nelle varie teorie liberali a sostegno del capitalismo – tra cui ad es. la teoria dei giochi – era ben strano che molti decidessero di investire parte del proprio denaro per sostenere uno spazio che in realtà non usavano. In un altro capitolo parlava invece di un uomo a cui la banca aveva negato un prestito di modica entità per avviare un’attività in proprio. Quest’uomo era poi finito sul lastrico insieme a tutta la sua famiglia, in un vortice di miseria e disperazione che alla fine aveva avuto una forte ricaduta anche economica per tutta la società locale, la quale invece avrebbe potuto beneficiare in modo diretto e indiretto del prosperare di un’attività commerciale.

Quest’ultima vicenda mi fece venire in mente un caso che stavo seguendo in quel periodo: un uomo che stava scontando una pena molto lunga per omicidio volontario e distruzione di cadavere. Egli aveva confessato dopo 15 giorni dal fatto poiché non reggeva più il senso di colpa non essendo tra l’altro un soggetto che avesse mai fatto scelte devianti nella sua vita. In un momento di collera, in una discussione sul pianerottolo, aveva dato uno spintone al suo padrone di casa che era rotolato malamente giù per le scale perdendo conoscenza. Il detenuto si era fatto prendere dal panico e invece di chiamare semplicemente un’ambulanza aveva deciso di portarlo in cantina per ucciderlo ma non avendo dimestichezza con queste cose e non sapendo bene come fare ci mise ore per riuscire ad ammazzare il malcapitato. In qualche modo riuscì a finirlo e dopo aver fatto a pezzi il cadavere l’aveva distribuito in varie discariche della zona. Il detenuto aveva reagito in realtà ad un insulto del padrone di casa che sulle scale gli aveva dato del “terrone” perché era in arretrato con il pagamento del canone di affitto e l’insulto gli aveva fatto perdere la pazienza in un momento di grande stress emotivo. Si era trasferito 15enne a Milano dalla Sicilia per sfuggire ad un destino di povertà e da allora aveva sempre lavorato (all’epoca dei fatti aveva circa 40 anni); era sposato e padre di tre figli di cui uno nato da poco. Proprio durante l’ultima gravidanza della moglie erano iniziati i problemi coniugali, acuitisi dopo la nascita del piccolo ma soprattutto dal fatto che nello stesso periodo aveva perso il lavoro. In breve le difficoltà economiche, la frustrazione di non trovare lavoro e i litigi con la moglie lo avevano gettato in una profonda depressione di cui probabilmente aveva sofferto fin da ragazzino. Tentò più volte di farsi curare ma come tutti sanno in Lombardia i Centri Psico-sociali sono stati i primi a essere vittime delle dissennate riforme pro-privati di Formigoni e da tempo non sono più in grado di far fronte alle problematiche psichiche e sociali di nessuno. La lite con il padrone di casa quindi era stata solo l’epilogo di un crollo psicologico iniziato da tempo e ovviamente segnò tutta la sua vita e quella della sua famiglia. Dunque la perdita del lavoro e la mancanza di un sussidio di disoccupazione nonché la totale assenza di qualsiasi sostegno socio-psicologico avevano generato un disastro a catena poiché un uomo aveva perso la vita, un altro era finito in carcere, i figli di quest’ultimo avevano ancora più problemi di prima e insieme alla madre erano comunque finiti nel circuito del welfare state o di quello che ne rimane pesando sulla collettività; lui in carcere creava enormi problemi poiché era comunque un uomo molto sofferente e soprattutto si sa che un detenuto costa allo Stato circa 300 Euro al giorno… Ora chiunque sarà in grado di fare due calcoli e capire che un mancato sussidio – non so, diciamo di 500-600 euro al mese per poniamo un anno o due – aveva generato un disastro sociale a catena con costi morali ed economici altissimi, forse incalcolabili.

Insomma, ritornando al libro di economia studiato all’università, alla fine dopo essermi spremuta le meningi sulle statistiche le formule e i diagrammi la conclusione a cui arrivava l’autore, alla quale si arriva in modo più intuitivo dalla storia del detenuto, era di una semplicità incredibile: lo scrittore dichiarava che Marx aveva perfettamente ragione e che il capitalismo così com’è concepito è destinato a fallire perché, tra le altre cose, il profitto ad libitum alla fine va contro i propri stessi interessi. Infatti il sistema perverso dell’arricchimento a qualsiasi costo non tiene conto dell’elemento umano e psicologico e quindi tende a schiacciare le risorse psichiche, morali e intellettuali delle persone, condizione che alla lunga logora il sistema dall’interno. Inoltre questo sistema porta alla frustrazione di qualsiasi tentativo di emancipazione sociale poiché, così com’è concepito, tende a sostenere la tesi de I sommersi e i salvati di Primo Levi, dove chi più ha avrà di più e chi meno ha avrà di meno, con costi evidenti e prolungati su tutta la società.

E credo che se ci guardiamo in giro l’evidenza di tutto questo sia oggi più lampante che mai.

ROSE MARX, sociologa

(in esclusiva per il nostro sito)

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Terza parte del prologo del libro di Laura Langone su Nietzsche filosofo della libertà: l’eterno ritorno e la “dialettica” dell’uomo liberato (Übermensch)

Nel momento in cui l’uomo decide di accettare la visione della realtà dell’eterno ritorno della volontà di potenza, di vedere tutto ciò che esiste e quindi anche se stesso come volontà di potenza, si trasforma nel superuomo capace di rinascere dalle ceneri della morte di Dio e vivere spensierato come un fanciullo in un mondo senza più alcun fondamento stabile. Si tratta di una decisione difficile, che passa per un cammino tortuoso e pieno di insidie, ma un cammino necessario se vuole ottenere la piena libertà. Una volta detto sì alla realtà come volontà di potenza, da schiavi del tempo che eravamo seguendo le prescrizioni della morale, ne diventiamo padroni. La morale abbraccia una concezione lineare del tempo per cui ogni istante non ha in sé il suo senso ma in altro da sé, negli istanti futuri, allo stesso modo in cui la vita sulla Terra non ha alcun significato, ma è un mero momento di passaggio in attesa di vivere la vita vera accanto a Dio in un futuro lontano. L’uomo è già da sempre nato peccatore e per tutto il corso della sua esistenza terrena deve portare sulle spalle il fardello della colpa del peccato. Deve vivere nell’atroce consapevolezza di essere una creatura immonda, non può cambiare la sua natura, non può cancellare il passato colpevole, la redenzione arriverà forse un giorno nel regno dei cieli se sulla Terra seguirà i dettami della morale. L’uomo che vive secondo morale è un uomo schiavo del tempo, un uomo impossibilitato a trarre il massimo di ricchezza dalle situazioni positive o negative che si presentano, perché bloccato dalla consapevolezza di un passato colpevole. Ogni volta che accade un evento, si comporta sempre allo stesso modo, ovvero come quell’individuo la cui identità è data dalla colpa, come un individuo condannato a essere per sempre colpevole, condannato ad agire in un certo modo e a non poter fare altrimenti. Non riesce a vivere l’evento per quello che è di per sé senza lasciarsi influenzare dalle colpe passate, ma lo vive con gli occhi del colpevole, ripete sempre lo stesso atteggiamento e al cambiare delle circostanze ottiene sempre lo stesso risultato: la miseria di una vita vissuta da peccatore. La teoria dell’eterno ritorno della volontà di potenza conduce al risultato opposto, libera finalmente l’uomo dal fardello del passato colpevole. Se la morale abbraccia una concezione del tempo lineare, per la teoria dell’eterno ritorno il tempo ha un movimento circolare. La conseguenza di ciò è che ogni istante ha in sé il suo significato, non rinvia ad altro che a se stesso, in sé è già un evento pieno di senso. Non vi è né passato né futuro, ogni momento è un tempo a sé stante, isolato da tutti gli altri momenti. Non vi è un momento privilegiato – la vita futura dell’aldilà rispetto alla vita presente sulla Terra – ma ogni momento è privilegiato, ogni momento è buono per vivere. L’uomo che dice sì all’eterno ritorno della volontà di potenza impara a vivere sfruttando al massimo ogni momento per la propria crescita personale, in ogni momento si innalza al di sopra del tempo senza lasciarsi influenzare da eventi passati e aspettative future. Vive ciascun attimo come se fosse una vita a sé, un’occasione per un’ulteriore crescita personale, vive tante vite quanti sono gli attimi in cui si pone al di sopra del tempo. Come un fanciullo che quando gioca pensa solo a sé e al gioco senza curarsi di tutto il resto che gli accade intorno, così egli vive ogni istante come se esistessero solo lui e questo determinato istante. In tal modo ogni istante viene vissuto al massimo, diventa una vita da vivere pienamente come se non ce ne fossero altre. Ecco che dalla disperazione per la mancanza dei valori – dicendo sì all’eterno ritorno – l’uomo passa alla gioia fanciullesca per una vita vissuta pienamente in ogni istante.

Oltre a modificare la nostra etica portandoci a vivere il tempo in una maniera completamente diversa rispetto a come l’abbiamo sempre vissuto in secoli di dominio morale, vi è un altro modo in cui la teoria dell’eterno ritorno della volontà di potenza ci consente di vivere a pieno la nostra esistenza. Ciò avviene nella misura in cui l’eterno ritorno è anche una teoria della conoscenza: esso ha anche un significato gnoseologico oltre a quello etico come teoria dell’agire nel tempo e quello ontologico come teoria dell’essere. Il pensiero dell’eterno ritorno ci consente di conoscere la realtà terrena che calpestiamo quotidianamente dopo secoli in cui questa stessa realtà era stata negata in nome del regno di Dio. La storia dell’uomo dimostra che siamo spaventati da ciò che non conosciamo, dall’ignoto e questo ignoto ci atterrisce talmente tanto da paralizzarci, rendendoci incapaci di compiere qualsivoglia azione. Man mano che impariamo a conoscere la realtà, ogni cosa – da oggetto misterioso dinanzi a noi che sembra stare lì per distoglierci da ogni azione – viene da noi assimilato, viene a far parte di noi stessi, del mondo che riconosciamo come nostro. Nel momento in cui le cose diventano parte del nostro mondo, acquisiamo una padronanza di esse in virtù della quale riusciamo a porle a nostro vantaggio, di farne materia per la nostra crescita personale. Più conosciamo, più diventiamo padroni del mondo, più ci sentiamo a nostro agio per dedicarci a noi stessi. Ecco in che senso la conoscenza ci consente di vivere a pieno l’esistenza: solamente in un mondo che sentiamo come nostro, possiamo sviluppare al massimo tutte le possibilità del nostro essere.

La conoscenza del mondo a cui la teoria dell’eterno ritorno dà origine è una conoscenza post-metafisica. Per la metafisica, la realtà – lungi dall’essere un divenire impercettibile – è qualcosa di stabile, e la sua conoscenza si ottiene mediante concetti altrettanto stabili. La realtà è perfettamente conoscibile e i concetti sono in grado di riprodurla fedelmente. I concetti principali della metafisica sono quelli di sostanza, causa e scopo, categorie fisse che valgono per sempre e che rispecchiano la realtà così com’è, senza lasciare nulla di inspiegato. Contrariamente a quanto sostiene la metafisica, l’essere non è definito una volta per tutte, ma è un continuo divenire, è il costante autosuperamento come volontà di potenza. In quanto muta continuamente, non può essere conosciuto tramite concetti fissi. Nel momento in cui i concetti colgono un suo aspetto, è già diventato qualcos’altro, è un incessante trapassare da un opposto nell’altro. Ecco quindi che il metodo della conoscenza della metafisica è fallace: da principio è impossibilitato a condurre alla conoscenza dell’essere perché si serve di concetti fissi che negano il suo divenire. L’essere è l’eterno ritorno della volontà di potenza come continua creazione di valori, e per conoscerlo dobbiamo vivere noi stessi come un eterno ritorno, ovverosia come uno specchio dell’essere. Ciò vuol dire guardare alle cose da innumerevoli prospettive, creare un’interpretazione e poi ritornare a noi stessi per crearne un’altra e così via. Come l’essere è contraddittorio, un continuo trapassare da un opposto nell’altro, così dobbiamo vivere contraddittoriamente, dobbiamo guardare alle cose da punti di vista tra loro opposti. Questo significa incarnare temporaneamente dei valori per poi passare ad altri, vivere provvisoriamente secondo determinate modalità di vita per poi sperimentarne altre. Ecco che la conoscenza post-metafisica è profondamente radicata nella vita, è il risultato dell’esperienza di molteplici modalità di vita. Nello sperimentare diversi punti di vista sul mondo, da una parte espandiamo la nostra personalità in quanto viviamo tante vite, e dall’altra impariamo a conoscerlo. A differenza della conoscenza metafisica, questa conoscenza non è perfetta, non restituisce fedelmente l’essenza del mondo. Il divenire della volontà di potenza è infinito e – imitandolo – possiamo solo ottenere una conoscenza approssimata di esso, possiamo solo avvicinarci a cogliere la sua essenza ma mai esaurirla del tutto. Più interpretazioni creiamo, più viviamo contraddittoriamente e più ci avviciniamo all’essere, ma non saremo mai in grado di rispecchiarlo perfettamente dato che esso – in quanto infinito – straborda sempre ogni nostro tentativo di coglierlo definitivamente, è sempre oltre. La capacità di conoscere il mondo nel senso post-metafisico è strettamente legata alla decisione etica di sbarazzarsi dalla visione metafisica del mondo per abbracciare quella dell’eterno ritorno della volontà di potenza. Solo in quanto diciamo sì all’eterno ritorno, possiamo vivere come un eterno ritorno e così aspirare a una conoscenza seppur approssimata del reale. Nel dire sì all’eterno ritorno, l’uomo si trasforma dal leone vittorioso sulla morale al superuomo libero di vivere secondo valori che lui stesso crea a partire da sé. Vivendo una vita all’insegna della provvisorietà delle prospettive da adottare, il superuomo si rivela filosofo, colui che dedica la sua vita alla ricerca della conoscenza.

Le tre metamorfosi da cammello a leone e da leone in fanciullo segnano le tappe di un tragitto che l’uomo deve necessariamente percorrere per ottenere la piena libertà. La libertà compiuta e non quella illusoria della metafisica passa attraverso la necessità, è da questa implicata. Ciò è visibile in maniera emblematica nella fase della massima libertà, quella del superuomo. Per poter uscire dalla disperazione della morte di Dio, l’uomo deve necessariamente accettare la visione dell’eterno ritorno della volontà di potenza. A sua volta l’eterno ritorno della volontà di potenza descrive una realtà necessaria, una realtà che è necessario autosuperamento come continua creazione di valori. La massima libertà del superuomo è data dalla riproduzione in noi stessi di questa realtà necessaria: siamo liberi nella misura in cui aderiamo alla nostra essenza necessaria come volontà di potenza, vivendo nella continua creazione dei valori. Che la necessità ponga le condizioni per la libertà è un pensiero che potrebbe essere stato ispirato in Nietzsche dal filosofo e poeta americano Ralph Waldo Emerson, il quale in un suo saggio dal titolo Fato aveva spiegato che «sembra una contraddizione, ma la libertà è necessaria» (R.W. Emerson, Condurre la vita, a cura di A. Nieddu, Aragno, Torino 2008, pp. 15-16). Il tema emersoniano della coincidenza tra libertà e necessità è la trama invisibile su cui Nietzsche sviluppa il suo pensiero. Egli prende le mosse dalle riflessioni di Emerson per poi elaborarle in maniera del tutto originale. Spesso Emerson si limita a fornire delle brillanti intuizioni che però rimangono quasi sempre in uno stato embrionale. Sarà Nietzsche a sviluppare fino in fondo tali intuizioni e a dare loro una profonda statura filosofica. A 17 anni legge i libri di Emerson Saggi: prima serie (1841), Saggi: seconda serie (1844), e Condurre la vita (1860). Da questo momento in poi questi testi lo accompagneranno per tutto il corso della sua esistenza, fornendo spunti preziosi per le sue riflessioni filosofiche. Circa venti anni dopo il primo incontro fatale, nel 1882 redige un quaderno di estratti dai Saggi e nel 1888 – l’anno prima di morire – così si confessa: «Emerson, con i suoi saggi è stato sempre un buon amico per me e mi ha rallegrato anche nei momenti neri. […] Un caso unico… Sin da ragazzo gli prestavo ascolto volentieri» (F. Nietzsche, Sämtliche Werke. Kritische Studienausgabe in 15 Bänden, a cura di G. Colli e M. Montinari, vol. XIV, De Gruyter, Berlin-New York-München 19882, pp. 476-477, citato in B. Zavatta, La sfida del carattere. Nietzsche lettore di Emerson, Editori Riuniti, Roma 2006, p. 40). L’influenza di Emerson su Nietzsche si lascia percepire sia per quanto riguarda il tema della coincidenza tra necessità e libertà che per le conseguenze che da tale concezione derivano. La presenza di Emerson – seppur discreta – è costante in tutto il pensiero di Nietzsche. È a lui che Nietzsche attinge per sviluppare una teoria del sé per cui il carattere non è qualcosa di già dato da sempre come sostiene la metafisica ma qualcosa che diviene, su cui possiamo lavorare al fine di esprimere tutte le potenzialità del nostro essere; è lui ad ispirargli la concezione di una vita all’insegna della sperimentazione che andrà a costituire il cuore della sua filosofia, ponendo le basi per lo sviluppo della teoria dello spirito libero e del superuomo, è su un’intuizione emersoniana che Nietzsche elaborerà la sua teoria dell’eterno ritorno gnoseologico aprendo alla possibilità per una rinnovata conoscenza del mondo dopo che questa sembrava impossibile, seppellita per sempre sotto le ceneri della morte di Dio.

(fine)

Laura Langone, Nietzsche: filosofo della libertà, Edizioni ETS, 2019

http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846754790

Il Nietzsche “libertario” di Laura Langone, seconda parte: cammello –> leone –> bambino (dalla sopportazione alla ribellione alla libertà)

«Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo. Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, più difficili a portare. Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato. Qual è la cosa più gravosa da portare, eroi? così chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza. […] Tutte queste cose, le più gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, così corre anche lui nel suo deserto. Ma là dove il deserto è più solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto. Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria. Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”. “Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”. Valori millenari rilucono su queste squame e così parla il più possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”. “Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato. In verità non ha da essere più alcun io voglio!”. Così parla il drago. Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione? Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone. Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone. Prendersi il diritto per valori nuovi – questo è il più terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda. […] Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo». (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, tr. it. di M. Montinari, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1973, pp. 23-25).

Il punto di partenza del cammino spirituale verso la libertà è quello del cammello. Il cammello rappresenta la fase in cui l’uomo conduce la sua esistenza secondo la morale, in cui nega se stesso, i suoi desideri, i suoi impulsi, le sue passioni per obbedire ad un’autorità esterna. La morale è come un peso che continuamente preme sulla sua schiena, un peso che gli impedisce di rialzarsi e occuparsi di se stesso. Essa ci impedisce di vivere, ci dice che la vita sulla Terra non è degna di essere vissuta, che la vera vita è nell’aldilà, accanto a Dio. Il mondo terreno è una valle di lacrime, un mondo falso in cui bisogna stringere i denti e sopportare estreme sofferenze per poi passare dopo la morte nel vero mondo, il regno di Dio. Il mondo terreno è il mondo del sensibile, del transeunte, dove ogni cosa nasce per poi morire, dove nulla è stabile e tutto è provvisorio. Si tratta di un luogo effimero, di un mero ponte verso la vita autentica nel regno di Dio, dove tutto è eterno e immutabile. Da una parte il sensibile e dall’altra l’incorporeo, da una parte il falso e dall’altra il vero, da una parte il caduco e dall’altra l’eterno. La morale concepisce la realtà secondo uno schema duplice che si fonda sul contrasto tra opposti. Essa prende in prestito questo schema concettuale dalla filosofia metafisica, la quale è la forma in cui la filosofia si è presentata storicamente dalla sua genesi fino alla morte di Dio. I teologi hanno assunto dalla filosofia i suoi concetti per erigere una morale ben strutturata al fine di costruire il loro dominio sugli uomini. Per via del loro schema concettuale comune, Nietzsche usa spesso metafisica e morale come sinonimi. Lo schema mondo vero contro mondo falso, incorporeità contro materialità, permanenza contro divenire appartiene alla metafisica. Questa consiste propriamente nel duplicare la realtà quotidiana in cui viviamo – fatta di corpi materiali che continuamente divengono passando dalla nascita alla morte – ponendo dietro di essa un principio a cui attribuisce il ruolo di causa. Questo principio è incondizionato, non ha bisogno di altro per sussistere – al contrario – è un essere sempre uguale a se stesso che esiste da sempre, immobile ed eterno. Invece, la realtà quotidiana in cui viviamo è una realtà condizionata in cui ogni cosa trapassa dall’essere al non essere. Per la metafisica e la morale quindi, il vero essere è qualcosa di stabile, che non cambia mai, contrariamente a quanto saremmo portati a pensare osservando la realtà in cui viviamo tutti i giorni, fatta di cose che mutano continuamente.

Come il vero essere della realtà esterna è eterno e immutabile, per la metafisica e la morale allo stesso modo è il vero essere della realtà interna dell’uomo: l’anima. La nostra natura è data una volta per tutte, è già stata fissata per sempre, come nasciamo così moriamo, non cambiamo mai. Siamo condannati a restare quell’essere che abbiamo ereditato dalla nascita, le nostre caratteristiche sono fisse, e non possiamo fare altro che comportarci sempre allo stesso modo. Appellandosi all’origine divina della morale, i teologi ci fanno credere che il nostro carattere non si può cambiare e in tal modo ci inducono a ripetere sempre lo stesso atteggiamento. La conseguenza di ciò è che le nostre azioni risultano perfettamente calcolabili, è come se aderendo alla morale avessimo fornito ai teologi una palla di vetro con cui prevedere ogni nostra azione. L’uomo che orienta la sua esistenza secondo la morale si autocondanna a vivere una vita non sua, vive credendo che la sua natura è quella che gli hanno detto i teologi, una natura che non può cambiare. A causa di ciò fa sempre le stesse cose e ottiene sempre gli stessi risultati, ogni giorno è uguale, il tedio aumenta e anche l’insofferenza per la vita sulla Terra.

Liberandosi dalla visione del mondo della metafisica e della morale grazie agli insegnamenti di Zarathustra, l’uomo può finalmente riappropriarsi di se stesso e vivere la sua vita non per conto degli altri ma obbedendo al suo sé, a quella identità individuale che gli era stata strappata dai teologi per fargli perseguire gli interessi di poche persone al vertice della piramide sociale. Per poter obbedire al suo sé, l’uomo deve essere prima in grado di scoprire la sua identità dopo secoli in cui l’aveva data per scontata, credendo che fosse un essere dal carattere già dato da sempre e che la sua vita dovesse essere una vita vissuta secondo morale. Egli dunque deve lavorare su se stesso intraprendendo un percorso che lo porterà a raggiungere un elevato stadio di autoconsapevolezza. Quest’ultimo gli consentirà di vivere estrinsecando al massimo le potenzialità del suo essere. Tale percorso verso la consapevolezza di sé designa la fase del leone. In questa fase, l’uomo diventa uno spirito libero, un uomo che si sbarazza dal peso della morale, dalla schiavitù di valori estranei a sé che schiacciano la sua personalità per dedicarsi a se stesso, allo sviluppo del suo carattere. Consapevole che la morale era stata esclusivamente concepita per rendere gli uomini dei burattini innocui da manipolare a piacimento, lo spirito libero impara a vedere il mondo per quello che è, un continuo divenire in cui tutto cambia continuamente. Egli è consapevole che tutte le cose che esistono divengono e che anche la sua natura come tutte le cose è suscettibile di cambiamento, diviene, non è fissa come sostenevano i teologi. Forte di tale consapevolezza, si dedica alla ricerca di se stesso, dei valori che effettivamente rispecchiano la sua personalità, emancipandosi da quelli che gli sono stati inculcati dalla società per mezzo dei teologi. In questo cammino alla ricerca di se stesso, conduce una vita da nomade, tutti i valori che prima dava per scontati – in quanto comandati dalla morale o esclusi da essa – ora li sperimenta, li incarna sulla sua pelle. Mette in pratica i valori, vive temporaneamente secondo questi valori per vedere a quali conseguenze pratiche conducano, cosa risponda il suo corpo incarnandoli. In base al verdetto del corpo, comprende se determinate credenze fanno per lui oppure no, quali egli percepisce come proprie e quali frutto di un’influenza esterna. Egli giunge così a capire l’universo valoriale che effettivamente gli appartiene, qual è la sua vera natura, il suo proprio sé. Ecco che grazie alla sperimentazione di valori diversi, di tante vite diverse vissute secondo valori differenti, assurge alla consapevolezza di sé. Conscio della sua personalità, può dedicarsi a coltivarla, a inseguire desideri che sono espressione del suo vero essere e non più eterodiretti. Ora può condurre una vita propria, ogni cosa che fa è realmente voluta, ogni sua azione è volta all’espansione del suo sé. Sa che il suo essere non è già dato una volta per tutte, che il suo destino – lungi dall’essere già scritto – è un insieme di possibilità ed egli ha la facoltà di scegliere di volta in volta quale di queste possibilità diventare. Mentre nella fase del cammello l’uomo era condannato a vivere una vita non sua – figlia di una falsa percezione di sé dovuta al dominio della morale – dopo aver raggiunto la consapevolezza di sé, lo spirito libero diventa padrone del suo destino, ogni sua azione risulta frutto di una decisione consapevole volta all’estrinsecazione delle sue possibilità d’essere. Dopo essersi scrollato di dosso il peso della morale, lo spirito libero conquista la libertà di determinare le sorti del proprio destino.

Si tratta tuttavia di una libertà che paga a caro prezzo: la solitudine. Per conquistare la consapevolezza di sé, ha dovuto abbandonare i valori che costituiscono la più grande fonte di sicurezza per il resto dell’umanità, ha dovuto isolarsi dagli altri uomini, dalla società, dalle tradizioni consolidate. Mentre la maggior parte degli uomini ha dei saldi punti di riferimento per orientare la propria esistenza, lui non ha più nulla, si ritrova solo nel deserto dell’assenza dei valori. È nella situazione di disperazione che abbiamo descritto all’inizio come morte di Dio, non trova più il suo posto nel mondo, quest’ultimo gli appare senza senso e ogni agire indifferente e vano. Ecco che la libertà dello spirito libero rivela i suoi limiti nella misura in cui conduce alla morte di Dio. Per questo motivo, non può rappresentare lo stadio ultimo della libertà. Per ottenere la piena libertà, l’uomo ha bisogno di intraprendere un’ulteriore trasformazione, quella da leone in fanciullo. Questo è in grado di fare ciò di cui il leone non è capace: superare la morte di Dio. Mentre il leone si limita a distruggere i valori, il fanciullo impara a creare nuovi valori a partire da sé, a diventare egli stesso una fonte traboccante di sempre nuovi valori. Dove il leone trovava motivo di disperazione, il fanciullo trova motivo di gioia: la presenza di un mondo insignificante e spento offre l’occasione per dipingerlo finalmente coi colori della propria anima, che siano espressione del proprio sé e non più di un’autorità esterna. Il fanciullo crea e ricompone mondi a piacimento, vive seguendo di volta in volta valori diversi che continuamente crea a partire da sé.

Per poter vivere nella gioia fanciullesca della creazione in un mondo senza Dio, dopo essersi scrollato di dosso la visione del mondo della metafisica e della morale, l’uomo deve abbracciare una nuova visione del mondo: quella dell’eterno ritorno della volontà di potenza. A differenza della visione della morale che denigrava la vita sulla Terra in nome di una vita perfetta nell’aldilà accanto a Dio, quella della volontà di potenza restituisce dignità alla Terra. Se assunta come punto di vista sul mondo, ci consente di esprimere tutte le potenzialità del nostro essere, di trarre il massimo di ricchezza dalla nostra esistenza sulla Terra, qui e ora. Si tratta di una concezione dell’essere del mondo che modifica radicalmente il nostro modo di pensare e di agire, dandoci gli strumenti per fare della Terra il nostro regno delle beatitudini, dopo secoli in cui la sede di tale regno era stata strappata dall’aldiquà per porla in un lontano aldilà. Secondo questa concezione, il vero essere non è al di là del mondo quotidiano in cui viviamo, ma è questo stesso mondo che – visto con la lente d’ingrandimento – si rivela volontà di potenza. La volontà di potenza è la formula per descrivere l’essere di tutto ciò che è, l’essenza della vita: un divenire inarrestabile che tende necessariamente a espandersi in ulteriori gradi di potenza, dove per potenza si intende creazione di valori. La volontà di potenza è un necessario autosuperamento, un divenire che necessariamente cerca il proprio accrescimento. La vita è volontà di potenza e volontà di potenza è autosuperamento come continua creazione di valori. Il movimento di questo divenire è detto eterno ritorno: dopo aver creato valori, la volontà di potenza ritorna a se stessa per continuare a creare, per distruggere valori vecchi e crearne di nuovi al fine di espandersi in potenza. La creazione dei valori è la legge della vita di tutti gli esseri viventi, dai più semplici come il protoplasma ai più complessi come l’uomo.

(fine seconda parte; continua…)

Laura Langone, Nietzsche: filosofo della libertà, Edizioni ETS, 2019

http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846754790

Il prologo del nuovissimo libro di Laura Langone su Nietzsche “filosofo della libertà” (prima parte: morte di Dio e resurrezione dell’Uomo)

«Una predilezione della forza per quei problemi per cui oggi nessuno ha il coraggio; il coraggio del proibito; la predestinazione al labirinto. Un’esperienza di sette solitudini. Nuove orecchie per nuova musica. Nuovi occhi per il più lontano. E una nuova coscienza per verità restate fino a oggi mute. E la volontà dell’economia in grande stile; mantenere compatta la propria forza, la propria esaltazione… Rispetto di sé, amore di sé, libertà assoluta verso di sé…» (Friedrich Nietzsche, L’anticristo)

Prologo. Zarathustra annuncia il segreto della libertà

Dio è morto. I progressi della scienza hanno mostrato la visione cristiana del mondo come un racconto privo di veridicità. Il mondo non è stato creato in sei giorni o la donna non è nata dalla costola dell’uomo, per citare alcune delle presunte verità che ci sono state tramandate per secoli. Alla base di queste verità il cristianesimo ha costruito una morale che prescrive una volta per tutte cosa sia bene e male, come ci dobbiamo comportare in Terra per guadagnarci una vita eterna nell’aldilà accanto a Dio. La morale è diretta espressione del verbo divino, le sue regole sono perenni e immutabili, valgono per sempre, in ogni tempo. Per secoli noi abbiamo seguito ciecamente questa morale, abbiamo orientato la nostra esistenza in base alle sue regole, essa è stata il faro onnipresente in qualsiasi situazione che accadeva nel corso della nostra esistenza. Non ci siamo mai interrogati sulla natura di bene e male, ciò è stato per noi sempre qualcosa di scontato, qualcosa che ci è stato detto sin dalla nascita. Bisogna fare questo ed evitare quest’altro perché così Dio vuole. Sapere che Dio ha stabilito per l’eternità come dobbiamo agire ci ha consentito di vivere con una buona dose di sicurezza, abbiamo potuto contare su punti di riferimento fissi in ogni evento della nostra esistenza. Qualunque cosa succedeva, Dio era presente. Egli aveva una risposta a tutto.

Con la morte di Dio, queste risposte vengono a mancare e con esse la sicurezza da loro generata. Ci viene a mancare il terreno sotto i piedi, quel terreno dove avevamo ancorato tutte le nostre certezze. Se la visione del mondo che si credeva frutto del verbo divino perde ogni pretesa di veridicità, lo stesso accade per la morale che in tale visione del mondo aveva le sue fondamenta. Svanite tutte le risposte si fa avanti un grande punto interrogativo: come agire? Ora bene e male non sono più qualcosa di fisso e definito che apprendiamo sin dalla nascita ma un tarlo che comincia a divorare la nostra esistenza. Dove prima c’era la sicurezza, ora c’è il vuoto. Dove prima avevamo dei punti di riferimento fissi a cui aggrapparci in qualsiasi situazione, ora c’è il caos, l’indefinito. Il mondo non appare più ai nostri occhi come uno schema stabilito una volta per tutte e dal significato compiuto ma assume il volto di un vortice misterioso pronto a inghiottirci. Senza Dio, ogni cosa perde il suo significato, nulla ha più senso. E questa mancanza di senso ci getta nella disperazione, non sappiamo più cosa fare, come comportarci. Dove non c’è significato, ogni cosa diviene indifferente e ogni agire ci appare vano. Tutto diventa uguale, piatto, arido. È il significato che dà vita alle cose, per noi esse esistono in quanto hanno un senso specifico. Le cose entrano a far parte della nostra vita se le consideriamo, se assegniamo loro un senso, altrimenti esistono sì a livello materiale ma per noi è come se non esistessero, perché non fanno parte del nostro orizzonte di senso. Vivere vuol dire innanzitutto dare dei significati alle cose che ci stanno intorno. Dare dei significati crea punti di riferimento e ciò a sua volta crea la condizione per uscire dal nostro cantuccio e avere a che fare con le cose. Dove non c’è il significato, c’è il mistero e il mistero è qualcosa che ci spaventa e ci inibisce l’agire. Ecco che con la morte di Dio anche noi ci sentiamo morire dentro, perché in un mondo senza senso non possiamo vivere. La morte di Dio ci getta nella disperazione più totale di non sapere più come agire dopo che per secoli ci eravamo abituati alla presenza di una figura paterna che ci diceva sempre cosa fare, suggerendoci il giusto comportamento in ogni situazione. Ogni cosa aveva un suo senso stabilito per l’eternità e in base a questo senso era definito ogni agire.

Ma non tutto è perduto. La morte di Dio può incredibilmente anche rivelarsi qualcosa di positivo. Ciò dipende dalla prospettiva con cui la guardiamo. Se da una parte ci getta nella disperazione – con un altro punto di vista – può rappresentare la più sublime formula dell’affermazione della libertà umana. Si tratta di un pensiero inaudito che Nietzsche affida alle parole del profeta Zarathustra per portarlo tra noi. Dopo aver dimorato isolato per dieci anni sui monti in compagnia soltanto dei suoi più fidi animali – l’aquila e il serpente – Zarathustra decide di fare dono agli uomini di ciò che ha scoperto in anni di meditazione sulla condizione umana. Dinanzi alla disperazione degli uomini per la morte di Dio, Zarathustra abbandona la solitudine delle vette per annunciare loro il suo messaggio di libertà: la teoria della creazione dei valori. [Tale teoria è il nucleo fondamentale attorno a cui ruota l’opera principale di Nietzsche, Così parlò Zarathustra (1885). In quest’opera la filosofia di Nietzsche raggiunge la sua massima espressione. A rivelarlo è lo stesso Nietzsche nel prologo della sua autobiografia intellettuale, Ecce homo (1888): «Tra i miei scritti il mio Zarathustra è parte a sé. Con esso ho fatto all’umanità il dono più grande che finora le sia stato fatto. Questo libro, la cui voce porta oltre i millenni, non è solo il libro più alto che esista, il vero libro delle altitudini – l’intero fenomeno uomo si trova a grande distanza sotto di esso – è anche il più profondo che sia mai nato dalla ricchezza più segreta della verità, una sorgente inesauribile nella quale nessun secchio può scendere senza risalire colmo d’oro e di bontà» (F. Nietzsche, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, tr. it. di R. Calasso, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 19704, p. 267)].

«Un tempo, nel guardare verso mari lontani, si diceva Dio; ora però io vi ho insegnato a dire: superuomo. Dio è una supposizione; ma io voglio che il vostro supporre non si spinga oltre i confini della vostra volontà creatrice. Forse che potreste creare un Dio? – Dunque non parlatemi di dèi! Certo, voi potreste creare il superuomo. […] E ciò che avete chiamato mondo, deve ancora essere da voi creato: esso deve diventare la vostra ragione, la vostra immagine, la vostra volontà e il vostro amore! E in verità, per la vostra beatitudine, o uomini che conoscete! […] Davvero, attraverso cento anime io ho camminato la mia via e attraverso cento culle e dolori del parto. Molte volte ho già preso congedo: io conosco gli ultimi istanti che spezzano il cuore. Ma così vuole la mia volontà creatrice, il mio destino. O, se debbo parlarvi più sinceramente: proprio un tal destino vuole – la mia volontà. Tutto quanto è sensibile soffre in me ed è in ceppi: ma il mio volere viene sempre a me come mio liberatore e apportatore di gioia. Volere libera: questa è la vera dottrina della volontà e della libertà – così ve la insegna Zarathustra». (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, tr. it. di M. Montinari, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1973, pp. 100-102).

Zarathustra ci mette in guardia. Anche se il terreno su cui avevamo stabilito le nostre radici da tempo immemorabile sta crollando, non tutto è perduto e la morte di Dio – se da una parte ci getta nella disperazione più totale – dall’altra può portare a una nostra rinascita. Con la morte di Dio, l’uomo può finalmente diventare libero dopo secoli in cui si è illuso di esserlo, vivendo in realtà come l’ultimo tra gli schiavi. La massima libertà consiste nella cosiddetta «creazione dei valori». La creazione è sempre creazione di un mondo, il quale «un tempo» vedeva Dio come autore e dopo la sua morte – si augura Zarathustra – il «superuomo». Creare il mondo vuol dire creare i valori morali che consentono all’uomo di orientarsi nel mondo, vuol dire assegnarvi un senso proprio, personale, dare ad esso dei significati che lo fanno essere in quanto mondo. Questo non è qualcosa di materiale, ma è ciò che significa per noi, il valore che gli attribuiamo. Storicamente, Dio ha rappresentato un insieme di valori fissi, eterni, immodificabili, che hanno da sempre guidato l’esistenza degli esseri umani, i quali senza valori non possono vivere. La vita stessa consiste nella creazione dei valori. Assegnare dei significati alle cose che ci circondano è il presupposto necessario per aver a che fare con queste cose, è il modo con cui togliamo il velo di mistero da ciò che ci circonda per poterlo rendere il nostro terreno d’azione.

Senza attribuire dei valori, dei significati alle cose, l’uomo non può vivere. Con la morte di Dio, per l’umanità sorge una nuova esigenza che non si era mai presentata nel corso della storia: trovare una nuova fonte di senso, alternativa a quella divina prosciugata dalla scienza. Questa nuova fonte di senso può diventare l’uomo stesso per la sua esistenza e in ciò egli può esprimere la massima libertà del suo essere. Ecco che la morte di Dio presenta un’opportunità fino ad ora impensabile, quella di diventare un uomo libero. Ciò che per l’uomo ha costituito una comoda sicurezza nel corso del tempo – orientare la propria esistenza in base alle prescrizioni della morale – è stata in realtà la più subdola e pericolosa delle schiavitù. La morte di Dio presenta finalmente l’opportunità per emanciparsi da tale schiavitù. La morale è stata creata dalla casta dei teologi per rendere gli uomini controllabili e annullare la loro individualità. Così essi hanno costruito la base del loro potere e raggiunto una posizione dominante al vertice della società. Essendo i valori della morale eterni e immutabili, l’uomo che agisce secondo morale ripete sempre lo stesso comportamento e in tal modo risulta una persona innocua, perché la società è in grado di prevedere il suo comportamento. I valori della morale sono valori generali che valgono per tutti indistintamente, sono stati creati apposta per garantire la conservazione della società. Nel comportarsi secondo la morale, l’uomo non persegue i propri interessi ma quelli della società – o meglio – gli interessi dei suoi vertici. Ogni volta che agisce in base alla morale, tradisce se stesso, mette la sua personalità in catene per far posto a un’autorità esterna. Nel corso della storia, in realtà non ha mai vissuto, non ha mai agito per esprimere la sua personalità, per sviluppare tutte le potenzialità del suo essere, per dare voce ai suoi desideri, ma ha sempre agito per conto di qualcun altro, ha sempre vissuto nel mondo di qualcun altro. Dopo la morte di Dio, può finalmente riappropriarsi del suo sé, può agire conformemente a valori che sono espressione della sua personalità. Se prima si era già da sempre trovato in un mondo già preconfezionato, dai significati fissi ed eterni in cui veniva strappato dalla sua individualità per perseguire un presunto bene comune, ora da mera pedina può diventare padrone del mondo in quanto suo creatore. È giunto il tempo in cui può creare il suo mondo e fare di esso il terreno di sviluppo del proprio sé. È giunto il tempo in cui a Dio subentri il superuomo, l’uomo che con la forza della sua volontà riesce a ricostruire il mondo dalle ceneri della morte di Dio, a essere libero in quanto suo artefice («Il volere libera: questa è la vera dottrina della volontà e della libertà – così ve la insegna Zarathustra»).

Il superuomo rappresenta un nuovo atteggiamento dell’uomo verso il mondo, un atteggiamento per cui egli – invece di sottomettersi a un’autorità esterna e perseguire interessi estranei a sé – si dedica allo sviluppo della sua personalità. Si tratta di un nuovo modo di essere dell’uomo fino a questo momento impensabile, e perciò è qualcosa su cui bisogna lavorare, qualcosa che va costruito, creato («Potreste forse creare un Dio? – Allora non parlatemi più di iddii! Ben potreste invece creare il superuomo»). Per poter vivere il mondo da uomo libero guardando ad esso con gli occhi del superuomo, l’uomo deve intraprendere un lungo e tortuoso cammino spirituale che lo porterà ad andare incontro a delle metamorfosi: da cammello dovrà trasformarsi in leone e infine in fanciullo, il che è un’altra parola per dire superuomo. Si tratta di trasformazioni a cui deve necessariamente sottoporsi, se vuole raggiungere la massima libertà.

(fine prima parte)

Laura Langone, Nietzsche: filosofo della libertà, Edizioni ETS, 2019

http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846754790

Quello che ci insegna il caso-Tsipras

di GIORGIO CREMASCHI –

Alexis Tsipras ha perso le elezioni greche come era ovvio e scontato. Quando la sinistra fa la politica della destra presentandosi come il meno peggio, la destra vince perché presenta le idee originali che la sinistra adotta in fotocopia.

È una regola generale alla quale siamo oramai abituati in Italia ed in Europa, eppure sino a poco tempo fa sembrava valere la regola contraria. Negli anni ottanta e novanta del secolo scorso la sinistra che faceva politiche economiche e sociali di destra si era affermata come la sola sinistra vincente. Anche il centro sinistra italiano era nato e aveva governato sotto lo stesso segno. La sinistra cosiddetta riformista, in realtà liberista, poteva non piacere come il suo esponente più conosciuto Tony Blair, ma vinceva. Poi con l’avvio della grande crisi cominciò a perdere. La promessa liberista – ciò che perdete in diritti sociali vi verrà restituito come profitti della globalizzazione – si rivelò fasulla. Syriza nacque proprio come alternativa di sinistra al PASOK, il partito che per anni aveva governato la Grecia nel nome della sinistra riformista. E di fronte ad un paese devastato dalle politiche di austerità imposte dalla UE, Syriza e Tsipras vinsero le elezioni proprio chiedendo e ottenendo un mandato per rifiutare e combattere quelle politiche.

Il resto è purtroppo storia di oggi.

Di fronte alle vergognose minacce della TROIKA composta da UE, Fondo Monetario Internazionale – la cui direttrice Lagarde dirigerà ora la BCE – e dalla stessa Banca Centrale Europea. Di fronte al blocco dei bancomat, misura feroce e stupida decisa da Draghi. Di fronte a quella che era l’aggressione guidata dalla Germania ai fondamenti di uno stato sovrano, nel 2015 il governo Tsipras convocò un referendum sul micidiale Memorandum di sacrifici che la TROIKA voleva imporre. Il 62% votò NO. Avrebbe potuto aprirsi una nuova stagione politica e sociale in Europa; con il popolo greco stavano milioni di persone in tutto il continente che avevano fatto proprio l’OXI, il NO. E la destra reazionaria ancora non aveva preso piede. Invece Tsipras, pochi giorni dopo aver chiesto e ottenuto dal suo popolo di non essere abbandonato, abbandonò il suo popolo ai colpi del Memorandum, che sottoscrisse. Vinse così su tutta la linea il ministro delle finanze tedesco Schauble, che aveva irriso ad ogni voto popolare che contraddicesse i vincoli imposti dalla UE. Così la Grecia è diventato il paese europeo con il governo più di sinistra e con le politiche più di destra. Sul terreno economico sociale innanzitutto, con la distruzione dello stato sociale, le privatizzazioni, il taglio delle pensioni e dei salari, un massacro sociale che ha ridotto in miseria estrema il 40% della popolazione, impoverito la grande maggioranza, arricchito un pugno di magnati e le banche tedesche, che hanno realizzato lauti profitti con i prestiti a usura al governo greco. Che poi ha praticato una politica di destra anche sul piano internazionale e militare, rafforzando l’adesione alla NATO e schierandosi tra i più stretti alleati di Israele. Il governo greco è così diventato emblema della subordinazione e persino dell’inutilità della politica rispetto al mercato. Guai a ribellarsi.

La Borsa di Atene dall’inizio dell’anno ha registrato una crescita del 45%, unica al mondo. Il capitalismo greco ha festeggiato il “successo” delle politiche economiche di Tsipras e con qualche anticipo la sua sconfitta elettorale. Il governo di sinistra ha esaurito il suo compito facendo il lavoro sporco sul quale erano falliti i governi precedenti. Ora tocca alla destra riscuotere i profitti dell’austerità.

La Grecia è stata una cavia del capitalismo internazionale, è servita a sperimentare, con una ferocia ritenuta spropositata persino da Juncker, politiche di austerità e privatizzazioni senza precedenti in Europa. Politiche simili a quelle attuate in un altro paese cavia, il Cile di Pinochet. Solo che allora fu un golpe sanguinario a liquidare il governo socialista di Allende . Tsipras invece ha liquidato lui stesso il suo governo socialista, trasformandolo in un passacarte della Troïka.

Pare che ora il leader greco sia atteso a Bruxelles per un incarico di prestigio, sostenuto in particolare dalla Germania. Tsipras verrà così esibito come trofeo vivente del potere economico europeo ed internazionale. Egli ha colpito non solo la speranza del suo popolo, ma quella più generale che sia possibile una vera alternativa al capitalismo liberista. Tuttavia quando la rabbia contro il ritorno dei vecchi padroni avrà travolto la delusione verso chi ha finto di combatterli, quella speranza riprenderà a crescere. Allora sarà utile avere a mente l’esperienza di Alexis Tsipras. Per sapere cosa non si deve fare, chi non si deve diventare.

Il mio consiglio ai sovranisti di sinistra: evitate la stessa supponenza del Pd e satelliti…

di LEONARDO MARZORATI

Alle ultime elezioni europee il PD e le sue propaggini si sono confermate forze politiche borghesi cittadine, con un chiaro elettorato di riferimento. Si tratta di quello che anni fa veniva battezzato “ceto medio riflessivo” e che comprende professionisti, insegnanti, impiegati del settore pubblico e privato, pensionati ex elettori di PCI, PSI e DC e studenti. Il loro livello di istruzione è medio-alto e questo porta alcuni di loro, fomentati da cattivi mass media (il gruppo Gedi su tutti), a sentirsi superiori al resto della massa e quindi del popolo italiano, composto, secondo la loro linea di pensiero, da ignoranti facilmente condizionati dalla propaganda di Lega e Movimento 5 Stelle. Nella loro narrazione si creano due schieramenti: le persone preparate e gli analfabeti funzionali.

Di contro, molti “analfabeti funzionali” ribattono definendosi realisti e non soggiogati dalla narrazione “buonista”. Informandosi solo sul web, può sembrare che ci sia poco spazio fuori da questi due schieramenti. Di spazio ce n’è, ma a qualcuno fa comodo che lo scontro sia solo tra “buonisti” e “cattivisti”.

A sinistra, soprattutto sul web, si sta diffondendo una nuova linea in forte dissenso con quella descritta sopra. Si tratta di giovani e non, con un livello di istruzione più o meno pari a quello dei loro coetanei che votano PD e propaggini, che si concentrano nell’attaccare questi ultimi.

Il loro stile parte da lontano, dalla Rivoluzione Russa del 1917 con un revival del periodo staliniano, qui rivisitato in salsa ironica. Sono i nuovi stalinisti, non ottusi veteromarxisti-leninisti come i militanti dei piccoli PMLI e PCIML, ma comunisti col meme sempre pronto per sputtanare piddini e soci. Questi comunisti 2.0 incappano però nello stesso errore di quei militanti della sinistra borghese che si divertono a sbeffeggiare: la presunta “superiorità”.

Pagine Facebook come “Comitato Centrale per la Difesa dell’Ortodossia” o “Ufficio Sinistri – Il buco nero in cui è scomparsa la sinistra” (quest’ultima ha dato vita anche a un omonimo libro scritto dal militante comunista Roberto Vallepiano) dispensano gustosi meme più contro il pensiero “buonista” ed “europeista” che non contro quello “cattivista” e “sovranista”. Non a caso, molti di loro si definiscono “sovranisti di sinistra”. Fin qui non ci sarebbe nulla di male: è una linea editoriale che si può condividere o meno.

Il loro errore, dal mio modesto punto di vista, è che se può essere condivisibile la critica al vecchio pensiero dominante, non lo è il metodo. Questi compagni non si limitano a sputtanare il servilismo alla Ue di buona parte delle opposizioni o la retorica antisalviniana che finora non ha fatto altro che favorire il leader leghista; la loro tendenza è prendersela con l’elettorato di Pd, Sinistra e +Europa.

Il sovranista rosso tende a sentirsi superiore rispetto all’elettore piddino, rincoglionito dagli articoli di Repubblica, dai post di Roberto Saviano o dagli interventi televisivi di Carlo Cottarelli. Questo cade quindi nello stesso errore della sua vittima. Potrebbe essere definito “stalinist-chic”, esponente del ceto medio che gioca a fare lo stalinista, sentendosi superiore rispetto all’esponente del ceto medio che vota PD.

Polemizzare con una base non è mai cosa buona. Lenin lo ricorda in L’estremismo malattia infantile del comunismo. Una forza politica deve cercare il suo consenso anche tra chi ha idee differenti, argomentando le proprie ragioni per convincere il proprio interlocutore. Non è semplice e, come il “radical chic” preferisce offendere l’elettore leghista o grillino dandogli dell’analfabeta funzionale, lo “stalinist chic” fa altrettanto con l’elettore piddino.

Ma se il PD ha un elettorato di riferimento, uno zoccolo duro attestabile al 20%, la sinistra sovranista al momento viaggia attorno ai prefissi telefonici (l’unico partito di riferimento è il PC di Marco Rizzo, 0,9% alle ultime elezioni).

Si possono leggere commenti tipo “la sinistra borghese ha tradito i lavoratori e non la vota più nessuno”, scritta da simpatizzanti di forze microscopiche che sognano consensi come quelli del PD. Peggio ancora sono gli attacchi agli elettori di PD, Sinistra e +Europa. Alla mia domanda “Se insultate loro, chi sperate che vi voti?”, la risposta è stata “Chi si astiene o vota Lega e 5 Stelle”. Al momento sono davvero pochi i disillusi dalla politica o gli elettori di Lega e M5S attenti alle nuove forze di sinistra. Sarebbe bello se fossero in molti, ma così non è. Quindi è infantile attaccare un possibile bacino elettorale.

Non è facile convincere chi ha votato per anni quell’area politica, ma se si vuole crescere in termini numerici è fondamentale parlare a tutti, anche a loro. Anche perché tra i militanti della nuova sinistra sovranista ce ne sono molti che in passato votarono quel centrosinistra che contribuì a fondare quest’Unione Europea. C’è il rischio di ergersi a difensori del popolo offendendo una parte di esso. Questo posso accettarlo da qualche liberista, ma non da chi vuole rifondare seriamente le forze socialiste italiane.

Invito i compagni stalinisti 2.0 a essere meno fighetti e più proletari, parlando a tutti, dalle fabbriche agli oratori, come fece il PCI togliattiano dopo la caduta del fascismo. Senza supponenza, quella lasciamola a gente come Carlo Calenda.

Sulla libertà e responsabilità in politica (e la loro negazione)

di GENNARO ANNOSCIA

La politica, come sfera per eccellenza della decisione, finisce per richiedere l’esercizio della nostra libertà, così come della responsabilità che essa, inevitabilmente, comporta; specie in considerazione degli effetti che le nostre decisioni hanno non soltanto sulla nostra vita ma, soprattutto, su quella degli altri.

Il problema è che della libertà, o di una particolare libertà, gli uomini finiscono per accorgersene soltanto quando essa gli viene sottratta, o comunque ne siano privati.

I fascisti cantavano: “Nel fascismo è la salvezza della nostra libertà”. E questo aveva un grande fondamento di realtà, quando a cantare così erano i figli degli agrari della valle padana, terrorizzati dalle richieste di migliori condizioni di vita da parte dei braccianti o dei fittavoli agricoli, o delle nascenti cooperative contadine. La libertà è, infatti, invocata da chi si sente oppresso non soltanto da poteri, ma anche da “pretese” altrui.

Nel corso della storia dell’umanità è accaduto che in particolari condizioni sociali e momenti storici, i cittadini, o almeno la maggior parte di essi, si siano sentiti perduti di fronte alla libertà e al senso di responsabilità che essa comporta. I singoli, pur avvertendo una forte carica di angoscia, rabbia e frustrazione, deresponsabilizzandosi, rinunciano alle prerogative della propria personalità e delegano una fazione, una forza rappresentata da un gruppo omogeneo, incarnato in termini di percezione di massa da un solo uomo, in possesso di determinate qualità specifiche, e questo qualcuno assume la responsabilità per tutti. Il potere e la libertà che ognuno aveva e sapeva di avere in se stesso, in questo caso non sono alienati come nella teorizzazione classica delle democrazie liberali, bensì portati, per così dire “all’ammasso” di quell’unico uomo e della organizzazione che lo sostiene.

A lui, la grande maggioranza, in una sorta di infantilizzazione da “credenti”, va dietro come i bambini del pifferaio della fiaba, fiduciosi di essere condotti fuori dai guai. L’estrema semplificazione e manipolazione nella interpretazione della realtà, la banalizzazione sloganistica, il rifiuto della complessità a vantaggio di un trasferimento all’esterno della soluzione dei problemi in atto, della cui responsabilità si accusa un capro espiatorio, in funzione di incarnazione del male, assolvono a tutto il resto, fungendo da impalcatura ideologica. Questa dinamica conduce, inevitabilmente, alla fine della libertà e alla conseguente dittatura.

Le dittature nascono, infatti, quando una moltitudine dà la propria investitura al dittatore e al direttorio che esercita funzioni dittatoriali.

Dobbiamo augurarci che la gente non perda mai il senso del valore della propria libertà, e abbia sempre presente che ciò che con la dittatura si perde, si riconquista solo col sacrificio e col sangue.

Prima o poi, infatti, tramite l’intervento di fattori esterni, o esclusivamente per furore di popolo, colui che si era impadronito della nazione, rendendo succubi quanti hanno, essi stessi, abdicato ai loro poteri, osannandolo, si troverebbe di fronte a un effetto-boomerang: nel momento in cui gli impulsi aggressivi nei suoi confronti, tacitati e compensati da questa forma di identificazione, tornassero a farsi sentire, riverserebbero su di lui tutta l’aggressività mortifera di cui sono tornati ad essere capaci.

Il grado di modernità di una società autenticamente democratica si misura, tuttavia, dalla sua capacità di sapere tenere a distanza la pretesa assolutizzazione interpretativa del “capo”. La possibilità della libertà consiste, infatti, nell’avere una sua molteplicità.