Ha ancora senso l’Unione Europea?

di LEONARDO MARZORATI

Tobias Piller, corrispondente tedesco dall’Italia per il Frankfurter Allgemeine Zeitung, nel suo tentativo di difendere la Ue, invitava dalle pagine del suo prestigioso quotidiano il governo di Berlino a chiedere meno rigore, perché Italia e Spagna non possono resistere senza aiuti. La domanda mi sorge immediata: che senso ha un’Unione Europea dove alcuni stati membri senza gli aiuti di altri membri non possono sopravvivere?

Di fatto, un Paese alle dipendenze economiche di un altro ne è limitato politicamente. È stato così per i Paesi aderenti al Patto di Varsavia, lo è stato per tutti quelli, Italia compresa, incorporati nell’Alleanza Atlantica. I generosi aiuti del Piano Marshall di fatto limitarono la democrazia in Italia, impedendo, anche con bombe e stragi, la possibilità del Partito Comunista negli anni settanta di avere un ruolo forte nell’esecutivo, dall’alto dei suoi consensi superiori al 30%.

Negli ultimi anni nella Ue sono aumentati i movimenti politici antieuropei. Questo è il meno: sono aumentati il razzismo verso gli extracomunitari e verso gli altri popoli comunitari, è aumentato il precariato, è aumentata l’incertezza, è aumentato lo sfruttamento. L’impronta liberista della Ue ha portato sempre più delusi e frustrati dalla propria condizione sociale ad abbracciare forze politiche radicali, perlopiù reazionarie. La sinistra socialista e socialdemocratica, in quasi tutti i Paesi aderenti appiattita sulle posizioni liberiste, governando da anni a Bruxelles in alleanza con popolari e liberali, ha perso consensi popolari. Diversi partiti socialisti sono così diventanti da forza attiva delle classi operaie, impiegatizie e contadine a partiti del ceto medio impegnati nel differenziarsi dalle destre sulle tematiche dei diritti civili e dell’accoglienza. Così facendo hanno di fatto regalato larghe fette di elettorato alle nuove destre.

La sinistra istituzionale è diventata il principale organo politico di una parte del ceto medio e dei ceti altoborghesi. Il cosiddetto ceto medio riflessivo, forte nelle città e debole in provincia, è diventato il bastione su cui si poggiano in tutta Europa le sinistre. A questi si sommano gli anziani, nostalgici delle vecchie sinistre e abituati per consuetudine più che per ideologia (di fatto mutata) a votare i suoi eredi. Infine ci sono i giovani che studiano o che sono appena usciti dalle scuole superiori o dalle università. Loro sperano di poter far parte del ceto medio riflessivo e quindi, anche se precari e sottopagati, votano coloro a cui sognano di subentrare. Le Sardine italiane ne sono la miglior espressione.

Tornano alla domanda iniziale, ha ancora senso l’Unione Europea? Gli economisti danno le loro risposte analizzando gli effetti di Mes ed eurobond. Dal punto di vista culturale, mi pongo la domanda dopo aver letto alcune pagine social dei principali quotidiani europei. Sulla pagina della Bild, diversi utenti tedeschi scrivono che i morti per coronavirus in Italia, Spagna e Francia sono molti di meno da quelli dati dalle autorità; il dato è stato ingigantito per poter avere più aiuti da Bruxelles e quindi dalla ligia Germania. I mediterranei si sa, si indebitano facilmente e piangono miseria. Su pagine italiane, spagnole e francesi si leggono insulti rivolti ai tedeschi e agli olandesi, spesso più ai popoli stessi che non ai governanti. Alla faccia dei tanto osannati padri costituenti europei.

In piena pandemia, quando dovrebbe palesarsi concretamente la solidarietà tra stati che compongono un’organizzazione sovrannazionale, i governi dei diversi stati membri litigano e si rimpallano accuse gravi. Anche tra i popoli europei, culturalmente diversi tra loro nonostante i tentativi di omologazione, le antipatie storiche tornano a farsi sentire come non si sentiva da decenni. Gli stessi valori democratici che dovrebbero tenere uniti i 27 Paesi membri vacillano, quando il premier ungherese Viktor Orban si appresta a darsi pieni poteri e ad affossare la giovane democrazia magiara. La presidente della Commissione Ue, la popolare Ursula Von der Leyen (compagna di partito di Orban) minimizza la svolta autoritaria di Budapest. Anche qui parlano gli interessi economici: l’Ungheria è fondamentale per l’industria tedesca, di cui Von der Leyen, già ministra della Difesa di Berlino, è espressione. L’Unione Europea è sempre più in mano a potentati economici e non ai popoli. Ha quindi ancora un senso la sua esistenza? Ai popoli europei, e non ai centri di potere economico, la risposta.

Dietro il velo (la scuola nell’emergenza Covid)

di GENNARO ANNOSCIA
Mentre la scienza balbetta di fronte ad un virus sconosciuto, su cui avanza solo ipotesi non sempre attendibili, l’anno scolastico procede con la didattica a distanza.

Al momento, non esiste nessun decreto che faccia chiarezza riguardo al quadro complessivo del corrente anno scolastico; le uniche alternative concerneranno l’esame di stato, ma anche in relazione a questo c’è ancora tanto da chiarire.

La didattica a distanza è servita comunque, se mai ce ne fosse stato bisogno, a evidenziare la situazione di iniquità classista che domina nella nostra società. Il divario digitale ha lumeggiato e rimarcato gli svantaggi sociali che la scuola riesce spesso a camuffare, solo facendo ricorso ad un demagogico e paternalistico buonismo. Nella fattispecie, la situazione ha anche messo in luce come l’Italia abbia appaltato un settore chiave come l’istruzione ai colossi del capitalismo digitale, senza garanzie, critiche e possibilità di sviluppare luoghi virtuali aperti e alternativi, e senza tutelare, realmente, i dati di milioni di studenti.

Scegliere di usare una piattaforma piuttosto che un’altra condiziona, inoltre, il metodo didattico e l’interazione, collaborativa o gerarchica, tra le persone, nel quadro di un’ottica in atto da anni nella scuola, che tende a trasformarla in un luogo preposto a premiare solo l’«addestramento» al mondo del lavoro.

Nei provvedimenti del governo non si ravvisano significative inversioni di tendenza, rispetto agli investimenti nei settori pubblici; in particolare, per quel che riguarda la Scuola, neanche l’occasione del contrasto al contagio induce a destinare investimenti adeguati alla riduzione del numero degli alunni per classe, a detrimento della qualità didattica, ma anche della salute di bambini e ragazzi.

Si ravvisa la soluzione in possibili turnazioni, in una combinazione di didattica a distanza e in presenza, senza affrontare, come sempre, i problemi strutturali, legati all’assunzione di personale docente e ATA, e al varo di un adeguato piano di edilizia scolastica.

Senza la contestuale riapertura di scuole, asili e nidi per l’infanzia non si possono avviare le attività produttive. Questo espone al contagio sia i più piccoli, per i quali il distanziamento sociale non ha alcun senso, che le famiglie, generando un processo di aumento esponenziale dei contagi.

Incurante di ciò, la classe padronale e capitalistica ha comandato migliaia di operai e lavoratori al proprio posto di produzione, assicurando loro un paio di mascherine in più, qualche controllo in entrata e in uscita dalle fabbriche con il termometro istantaneo, e nulla più.

Basterà il velo dell’ipocrisia di un pezzo di tela?

La realpolitik sui migranti va oltre gli schieramenti e la propaganda

di LEONARDO MARZORATI

Per via del coronavirus, il governo Conte ha bloccato i porti alle Ong che trasportano migranti, impedendo lo sbarco della nave Alan Kurdi di proprietà della Ong tedesca Sea Eye, con a bordo 150 migranti. Il decreto che di fatto chiude i porti italiani alle navi non autorizzate, come molte di proprietà delle Ong operanti nel Mar Mediterraneo, è stato firmato da quattro ministri, di aree politiche differenti. C’è il Pd, con la ministra ai Trasporti Paola De Micheli; c’è il Movimento 5 Stelle, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio; c’è il ministro tecnico degli Interni Luciana Lamorgese; c’è anche la sinistra, con il ministro alla Salute Roberto Speranza, leader di Mdp – Articolo Uno.

Dal governo hanno chiesto alla Germania (Paese della Sea Eye) di farsene carico. Più o meno lo stesso che fece Matteo Salvini un anno fa, quando tenne in due momenti distinti due navi ferme nel Mediterraneo, ricattando cinicamente gli altri Paesi europei, chiedendo loro di farsene carico. Salvini, spiace dirlo, mostrò allora il totale egoismo dei Paesi della Ue, in particolar modo di quelli del Nord (Germania e Paesi Bassi in testa), che oggi chiedono un rigore punitivo contro i loro “fratelli” mediterranei.

Ora i toni sono meno urlati e le telecamere sono lontane, ma cambia poco nella decisione. Il cinismo o la realpolitik a volte impongono scelte che vanno oltre il colore politico. Lo stesso ministro degli Interni Salvini poteva vantarsi di minori sbarchi grazie agli accordi fatti dal suo predecessore del Pd Minniti con i capi tribù (spesso dei tagliagole) libici. E mentre il governo rimpalla al nord Europa lo sbarco della Ong con 150 persone, molte altre arrivano con i barchini a Lampedusa, in un porto vuoto a causa del coronavirus.

Un tema che fino al precedente governo era stato il punto focale di scontro tra le principali forze politiche in campo, oggi passa in totale secondo piano. Il governo Conte II di fatto si comporta con le Ong cariche di migranti come il governo Conte I, senza però le urla indignate di chi dava del razzista o del fascista a Salvini. Siamo in lockdown e quindi le manifestazioni di piazza sono impossibili, ma giornali come Repubblica o prestigiosi editoralisti televisivi preferiscono tacere su delle misure restrittive non tanto diverse da quelle vantate dall’allora ministro degli Interni.

Repubblica e soci sono responsabili del boom di Salvini e del sovranismo reazionario. Hanno focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema solo: l’immigrazione. Hanno contribuito a dividere gli italiani tra favorevoli all’accoglienza e contrari, portando in anni di crisi economica acqua al mulino della Lega e di Fratelli d’Italia. Che dall’alto del loro consenso popolare hanno contribuito ad aizzare parte degli italiani più poveri contro i clandestini e più in generale contro gli stranieri che, nella loro propaganda, rubano il lavoro, delinquono e insidiano le nostre famiglie. Repubblica e gli altri organi di propaganda liberal da un lato non potevano concentrare lo scontro sui temi economici, dato che il loro partito di riferimento, il Pd, ha una visione liberalista poi non così diversa da quella delle destre. Dall’altro la divisione tra “razzisti” e “buonisti” è di facile comprendonio e, come ha insegnato Silvio Berlusconi con le sue tv, far pensare poco il pubblico aiuta a fidelizzarlo. Repubblica aveva fatto lo stesso ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, aprendo le sue prime pagine con “cene eleganti”, olgettine e bunga bunga.

Proprio ora che un governo a guida Pd-M5S respinge i migranti come fece l’esecutivo precedente, viene fuori la meschinità di certi organi di informazioni. Sono colpevoli di aver contribuito al rafforzamento del fronte reazionario e dovranno renderne conto. La Lega è arrivata al 34% anche per colpa loro, che hanno presentato come unica opposizione possibile al “cattivo” Salvini solo il Pd e i suoi cespugli. Gli stessi che ora (ma anche prima con Minniti) in materia di immigrazione si comportano più o meno come il leader leghista. Perfino la sinistra di governo, guidata da Speranza, si adegua e firma il blocco agli sbarchi.

E così per diverso tempo, troppo, non si è parlato a sufficienza di disoccupati che emigrano. Le emigrazioni dall’Italia nel 2019 sono state più delle immigrazioni nel nostro Paese. Non si è parlato di precariato; di mancanza di prospettive future; di famiglie che non si formano e di figli che non nascono. Spetta alle forze popolari riportare al centro della scena questi temi. Per sbugiardare la Lega, il Pd e i loro potenti organi di propaganda.

Divieti e responsabilità

di GENNARO ANNOSCIA

(a mio fratello Luca)

Il coronavirus ha finito per rivelarsi una sorta di cartina di tornasole di aspetti apparentemente nascosti della società capitalistica. Senza che si sia mai fatto cenno alle sue reali cause, la pandemia funge da pretesto alla imposizione di nuovi divieti alle già limitate libertà personali. Uscire di casa non è più possibile, se non per la spesa e per poco altro, la motivazione è che la sua diffusione possa essere bloccata costringendo le persone a non uscire di casa. Ci si dimentica di ricordare che se da un pipistrello, in un remotissimo villaggio asiatico, il virus è arrivato nelle metropoli, diffondendosi così rapidamente, ciò è dovuto, sicuramente, anche ai cambiamenti climatici causati dall’uomo, così come alla concentrazione umana nelle città e nei luoghi di lavoro, oltre che ai continui spostamenti di merci ed esseri umani da un capo all’altro del mondo, fosse pure in business class.

Nella paura di essere contagiati o di diffondere il virus, o semplicemente di essere puniti, ecco quindi tutti gli obbedienti sudditi chiusi in casa.

Lo stato d’emergenza permette, quindi, misure eccezionali, che si rivelano funzionali ad un maggiore controllo sociale, col rischio che possano divenire permanenti, come quelle adottate per contrastare il terrorismo; mentre nei dibattiti televisivi si contrastano i sostenitori della proposta di replicare il modello sud coreano e i sostenitori del modello cinese.

Così, se le rivolte di Hong Kong si sono esaurite per il virus, allo stesso modo proibire gli assembramenti, in nome della salute pubblica – ed affermiamo questo pur avendo piena consapevolezza di una effettiva situazione di eccezionalità – potrebbe, alla lunga, porre fine ai movimenti di massa.

La pandemia diventa, inoltre, occasione per imporre condizioni di lavoro che consentono alle aziende di spendere meno e guadagnare di più. Si sta a casa e si lavora via internet. La pandemia si trasforma in pretesto per l’imposizione senza resistenza di nuove forme di sfruttamento.

In realtà, disincentivare le attività svolte fuori casa potrebbe voler dire privilegiare la sola socialità e aggregazione virtuale.

In una sorta di rincoglionimento generale, ci si stringe intorno alla classe politica, la stessa classe politica, imprevidente e irresponsabile, che nel corso di vent’anni non ha fatto altro che tagliare sulla sanità pubblica, e che in occasione dell’allarme sollevato, da lungo tempo, da scienziati ruotanti intorno alla Organizzazione mondiale della sanità, circa il pericolo rappresentato dal virus, non ha dato loro ascolto.

Dalle finestre, ad ore stabilite, la gente grida, canta, batte le stoviglie e si riunisce in uno spirito nazionalista evocato da politici e media, mentre rognose facce barbute, le stesse che hanno chiuso i piccoli ospedali, ridotto il numero di medici e infermieri, tagliato i posti letto, obbligato i lavoratori della sanità a fare straordinari per sopperire ai tanti buchi, dall’alto delle loro comode case, pontificano in televisione, circa la legittimità, quasi sacrale, del pagare le tasse ad un sistema ingiusto, violento, liberticida, assassino.

Mentre la gente si ammala e muore, il governo spreca 70 milioni di euro in spese militari.

Non manca chi cerca una verità nascosta, un oscuro complotto ordito dal proprio cattivo preferito.

Chi non obbedisce, chiudendo gli occhi di fronte alla verità, è un untore, un criminale, un folle, mentre impazzano sindaci sceriffo e per le strade l’esercito ha compiti di polizia.

Si rivitalizza ogni forma di oscurantismo religioso, dalla punizione millenaristica alle nuvole a guisa di Madre di Dio.

Ci si chiede se superato questo periodo si tornerà a vivere come avveniva prima, e forse la vera curiosità è proprio questa, capire se è più facile vietare o gestire il fare e organizzare.

Gennaro Annoscia

L’attacco del “privato” alla scuola pubblica e ai suoi insegnanti

di LOREDANA FRALEONE * –

Dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, il lavoro nei settori pubblici è entrato nel mirino dei governi che si sono succeduti in Italia, dei media e dell’opinione pubblica. È stato messo in atto un discredito costante senza distinzione di settori, di aree geografiche, di casi del tutto particolari e soprattutto senza una proposta di interventi tesi a migliorare le situazioni che eventualmente andavano corrette.

Sarebbe incomprensibile che governi gestori di organi dello Stato ne fossero i primi denigratori, se dietro non vi fosse stato il preciso progetto, comparando il pubblico con il privato, di presentare quest’ultimo come campione di efficienza per giustificare ogni tipo di privatizzazione.

Vi è stata da allora la costruzione di un contesto in cui persino aziende in buona salute, che avevano garantito un servizio nazionale eccellente e in ottima salute economica, come l’ENEL, venissero trasformate in società per azioni e quotate in borsa in base al principio che “privato è meglio”.

Non è mancato, da qualche decennio, l’attacco sistematico ai lavoratori di settori come la Scuola e la Sanità, i più esposti rispetto alla pervasività delle privatizzazioni, che specialmente nella Sanità si sono realizzate con l’esternalizzazione di una grande quantità di servizi. Un attacco ad ambiti pubblici sui quali realizzare ingenti guadagni da parte dei privati o grandi risparmi da parte dei governi, soprattutto attraverso retribuzioni fortemente al di sotto della media europea e precarizzazione del lavoro.

In particolare sugli insegnanti è costante da anni l’attacco a loro presunti “privilegi”, riconducibili a ciò che anche contrattualmente appare come l’unica quantità di lavoro svolto, ossia le lezioni in classe. Questo, oltre a mettere in cattiva luce la categoria agli occhi dell’opinione pubblica, giustifica il maltrattamento retributivo di lavoratori che portano il peso di un impatto sempre più gravoso con bambini e adolescenti generalmente curati dal punto di vista materiale, ma fortemente trascurati dalle famiglie da quello educativo. Senza parlare del crescente disagio e disgregazione sociale che mettono spesso i docenti in una sorta di trincea.

Ecco allora che il Sole 24 ore pubblica un articolo in cui si ammette la bassa retribuzione degli insegnanti italiani rispetto a quelli europei, ma la si giustifica con una quantificazione delle ore di lavoro, che prende in considerazione semplicemente quelle svolte in classe (per le superiori circa 667 annue), a fronte della media OCSE di 1.629, che invece si basa per gli altri paesi sul conteggio delle ore impiegate anche per la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e tante altre incombenze, in aumento per i docenti italiani, con il moltiplicarsi delle pratiche burocratiche da espletare.

Esiste un nesso inscindibile tra il lavoro degli insegnanti e la qualità della scuola pubblica e mistificarlo significa svalutarli entrambi. Far emergere il lavoro sommerso che a oggi non è quantificato neanche contrattualmente, è ormai non solo un problema di giusto riconoscimento retributivo, ma anche di tutela della dignità di lavoratrici e lavoratori, che contribuiscono in modo significativo alla tenuta civile di questo paese.

*Responsabile Scuola Università e Ricercatore PRC /SE

Uniti per il socialismo sotto un’unica bandiera

di LEONARDO MARZORATI

L’Unione Europea è un moloch al momento difficile da scalfire. Qualcosa però le forze socialiste e popolari devono pur fare, iniziando una propaganda che parta dai social e che giunga nelle piazze, per avere visibilità maggiore. Dietro le forze di sinistra popolare, socialiste e comuniste, non ci sono i potenti mass media che hanno favorito il fenomeno “sardine”. Si deve però trovare una strategia che porti i partiti e i movimenti politici contrari a quest’Unione Europea liberista a trovarsi in una stessa piazza, meglio se sotto una sola grande bandiera.

Forze politiche come Potere al Popolo hanno esaurito la spinta propulsiva (per citare Enrico Berlinguer) alla luce del loro scarso risultato nelle ultime elezioni amministrative. Ora occorre un soggetto chiaramente marxista democratico che parli di socialismo, dichiarandolo nel nome e nel simbolo. Questa nuova forza politica italiana deve rapportarsi con tutti i partiti europei sovranisti di sinistra (Melenchon, Podemos, Linke e altri). Solo unendosi in alleanza con le altre forze popolari europee si potrà lottare per superare il sistema Euro. Dobbiamo batterci per distruggere questa Ue, non in quanto italiani, ma in quanto europei; non in quanto nazionalisti, ma in quanto socialisti e democratici. Si deve lottare contro questa Unione Europea per dare vita a una nuova Europa democratica. Essere contro la Ue non vuol dire essere anti europei, anzi: potrebbe essere vero l’esatto contrario.

Per noi socialisti d’Italia, dove purtroppo le forze sovraniste di sinistra sono debolissime, diventa fondamentale un accordo con i partiti "amici" europei. Come per i Verdi, il successo in alcuni Paesi rafforza i partiti gemelli presenti negli altri.

Mentre la destra sovranista, salvo piccole eccezioni, gioca a fare la nemica della Ue più a parole che nei fatti, la sinistra istituzionale italiana ha deciso di anteporre i diritti civili a quelli sociali e di difendere a spada tratta l’attuale Ue. Questo ha portato una larga fetta di elettorato popolare a passare dalla sinistra all’astensionismo o alla destra. Perfino il Movimento 5 Stelle sembra aver esaurito la sua forza antisistema e dopo aver perso il suo elettorato conservatore, tornato all’ovile di Lega e Fratelli d’Italia, ora sta subendo la lenta aggressione del Pd e dei suoi cespugli (Sardine, Elly Schlein, ecc.). Gli elettori delusi di sinistra dei 5 Stelle iniziano a tornare anch’essi alla casa d’origine. Ma se avevano abbandonato la sinistra istituzionale proprio per mancanza di politiche sociali e anti-establishment, la nuova area politica guidata da Nicola Zingaretti non è poi diversa dal vecchio Pd. Il ritorno a sinistra dei democratici e dei loro alleati è più nelle parole che nei fatti. La stessa tanto decantata Schlein raramente parla di lavoro, preferendo esternare di migranti, lgbt e antifascismo. Proprio per questo la vera sinistra socialista deve guardare a questi elettori smarriti e convincerli a sostenere una forza che sappia unire patriottismo costituzionale e socialismo democratico.

È una sfida molto difficile, ma va portata avanti. Altrimenti la partita sarà sempre tra due forze capitaliste e liberiste, divise solo dalla strategia da utilizzare con i migranti e dalle posizioni etiche sui diritti civili. La stessa destra populista è fieramente ipercapitalista. La Lega della flat tax fa gli interessi della borghesia del Nord e non certo dei ceti popolari, mentre Fratelli d’Italia riunisce la vecchia destra sociale mai sinceramente schierata con le masse lavoratrici e i notabili del centro-sud.

La divisione tra buonisti e cattivisti e tra liberal e conservatori non ci deve riguardare. Noi siamo socialisti e vogliamo un socialismo democratico. Non sono parole anacronistiche, dato che proprio in questi giorni vengono pronunciate dal candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Bernie Sanders e dalle prime ministre di Danimarca e Finlandia Mette Frederiksen e Sanna Marin.

Vogliamo edificare una società socialista e democratica e distruggere quella attuale di precariato e insicurezza, di povertà e diseguaglianze sociali. Avremo molti poteri forti schierati contro. Ci dipingeranno come utopisti o come folli. Ma è una lotta che va combattuta, altrimenti resterà tutto come prima, se non peggio.

Oggi la rivoluzione sono le riforme. Quelle vere!

di GIANCARLO IACCHINI

«Riforme o rivoluzione?», chiedeva Rosa Luxemburg con una domanda ovviamente retorica prima di scagliarsi a testa bassa contro Bernstein e i riformisti, i revisionisti, i gradualisti, gli evoluzionisti della vecchia socialdemocrazia tedesca ed europea. Centovent’anni fa aveva ragione lei, con alle porte non la pacifica prosperità generale vaticinata dagli ottimisti bensì una guerra devastante (che poi ne causò un’altra ancora più mostruosa subito a ruota), nonché una crisi economica rovinosa tra i due conflitti mondiali anziché le magnifiche sorti e progressive della società borghese che avevano affascinato anche gli eredi più moderati di Marx e soprattutto di un Engels ormai con un piede e mezzo nel positivismo di fine Ottocento.

Oltre un secolo dopo, la sinistra italiana ha completamente rimosso la questione sociale, lasciando l’economia nelle mani di una classe dominante senza nome e senza radici né nazionali né “materiali”, che ha reciso ogni legame col mondo del lavoro e della produzione per vivere all’interno di un iperuranio metafisico, quello della finanza globalizzata, che come le monadi di Leibniz non ha né porte né finestre.

La fine (prevista lucidamente da Marcuse) di ogni alternativa rivoluzionaria nel mondo “a una dimensione” in cui il neoliberismo di fine Novecento ci ha confinati, è coincisa nei primi vent’anni del Duemila con l’incredibile esaurimento – almeno nel sempre più vuoto e inconsistente orizzonte politico italiano – perfino di quell’ipotesi socialdemocratica che fino a 40 anni fa i comunisti nostrani respingevano con forza ma insieme rispetto, appellandosi contro di essa ad una prospettiva rivoluzionaria sempre più nominale e sentimentale, priva di fondamenti concreti nella struttura economico-sociale del Paese.

Così da un romantico “comunismo” fondato solo sulla tradizione politica e ideale, sempre più scissa dai processi economici e sociali determinati dallo sviluppo del capitalismo reale, il grosso della sinistra (prima moderata e poi anche radicale) è passato di fatto e per… forza maggiore ad un neoliberismo economico dettato “dall’Europa” e difeso a spada tratta – con uno zelo degno di miglior causa – contro “populismi” e “sovranismi” di ogni tipo, associati ipso facto e senza alcun distinguo alle “destre nazionaliste”. Così perfino la destra economica più tradizionale (quella liberale e appunto liberista) diventa un serio interlocutore da chiamare in causa contro gli ignoranti “nemici dell’euro e dell’Europa”.

Il come sia stata possibile questa incredibile involuzione dovrà essere oggetto di un’analisi ben più ampia e approfondita. Qui basterà mettere in evidenza il pressoché totale abbandono – a sinistra – dei diritti sociali e l’uso strumentale di quelli civili, al punto che una delle figure emergenti di questa presunta alternativa rosée è arrivata – in una recente dichiarazione – ad invocare la “ricostruzione della sinistra” intorno a “5 punti fondamentali” tra i quali non figura nessun problema sociale (come lavoro, sanità, redditi, pensioni, sicurezza, ecc.) in favore di presunte priorità su cui “le persone” si starebbero “mobilitando” quali (testuale) “la parità di genere, le sardine, i Gay Pride, i Fridays For Future e l’accoglienza ai migranti”; in cui quello che colpisce non è il riferimento en passant anche a questioni senza dubbio cruciali come l’ecologia o le migrazioni dei popoli, ma il loro inserimento in un contesto metapolitico che le separa del tutto dalla critica a quella logica del profitto capitalistico che ne impedisce ogni effettiva soluzione. E questo vale anche per un innocuo antifascismo ostentato cantando ad esempio Bella Ciao («perché è una bella canzone», come si è pietosamente giustificato un leader delle “sardine”), quale unico richiamo ad una tradizione storica di cui si è persa ogni memoria di resistenza sociale e liberazione economica.

Come reagire a questa sconcertante deriva della “sinistra” ormai sradicata? Continuando a sollevare la questione “materiale”, certo, e dunque con il socialismo: perché altro nome ancora non c’è, come ci ricorda perfino la politica americana del terzo Millennio. Ma questa volta in modo molto pragmatico e concreto, e cioè riscoprendo quella tradizione socialdemocratica e riformatrice che nel nostro Paese è stata abiurata e dimenticata a parole ma poi portata avanti in modo surrettizio e poco consapevole da forze che politicamente la rinnegavano, come il Pci e la Dc, salvo appunto attingere ad essa a piene mani nel decennio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando sono stati garantiti diritti e conquiste sociali all’avanguardia nel mondo occidentale.

Diritti e conquiste progressivamente smantellate dagli anni Ottanta in poi, specie durante la cosiddetta “seconda repubblica”, governata alternativamente dal centrodestra e dal centrosinistra con un’impressionante unità d’intenti nelle politiche economiche e sociali, in concerto con l’Europa delle banche, delle multinazionali, della finanza transnazionale e… transdemocratica. Così sono potuti andare avanti come treni, con bipolare consenso, il processo delle privatizzazioni, lo smantellamento dello stato sociale, la demolizione della spesa pubblica e della domanda aggregata, la riduzione di ogni intervento statale in economia, la soppressione della sovranità monetaria come leva e regolazione del ciclo congiunturale; il tutto culminato nell’obbligo stupefacente del “pareggio di bilancio” sancito in Costituzione, sconfessando “per legge” tutta la tradizione keynesiana da F.D.Roosevelt a Olof Palme: cosa che ha scandalizzato perfino l’America moderata che ruota intorno al partito democratico: l’omonimo partito italiano, in pratica, si ritrova alla sua destra, ed è lasciato letteralmente al palo dalla scelta “socialista democratica” del vecchio Bernie Sanders o della giovanissima Alexandria Ocasio-Cortez!

In conclusione, cari “progressisti” e “ulivisti” e “centrosinistri” che per decenni ci avete paternalisticamente rampognato per il nostro presunto estremismo, abbiamo deciso di seguire i vostri saggi consigli: mettiamo da parte l’utopia della RIVOLUZIONE e optiamo per le vostre care vecchie RIFORME, quelle vere, reali, concrete e strutturali che avete assurdamente abbandonato. Sicuri che dopo il reset resteremo per voi i “radicali” e “settari” di sempre, dato il vostro totale immobilismo centrista, ma con la forza di una storia politica che avete colpevolmente ripudiato e che oggi volentieri facciamo nostra perché rappresenta – dal New Deal statunitense allo stato sociale scandinavo ma anche italiano – la faccia migliore della civiltà democratica del Novecento.