Emma Bonino: radicalissima in liberismo, antisocialismo e filoamericanismo

di LEONARDO MARZORATI

I maggiori giornali italiani, quelli partecipati dalla grande industria e dalla finanza, hanno elevato a ruolo di “grande vecchia” dell’opposizione al governo pentaleghista Emma Bonino.

Senza cadere nel più becero complottismo, che la vuole serva fedele del Satana George Soros (della cui Open Society Foundations è comunque membro del cda), c’è da chiedersi che Italia e che Europa vuole Bonino. Il suo partito, che in sostanza ha preso le redini del vecchio Partito Radicale, si chiama +Europa. Bonino difende non tanto l’Europa, quanto questa Unione Europea, di fatto un’organizzazione politica sovranazionale che impone a governi e parlamenti democraticamente eletti dei vincoli di bilancio. Emma Bonino difende l’impostazione liberista dell’Unione Europea. D’altronde, lei liberista lo è sempre stata.

Con il Partito Radicale di Marco Giacinto Pannella, si è sì contraddistinta per le grandi battaglie laiche, dal divorzio all’aborto, ma anche per l’appoggio a tutte le misure liberiste, antisindacali, a vantaggio dei datori di lavoro e a svantaggio dei lavoratori. In politica estera Bonino è stata un’accanita supporter dell’imperialismo americano, non intervenendo mai ogni volta che Washington stritolava una cosiddetta “Repubblica delle Banane” (San Salvador, Nicaragua, Honduras), pilotava golpe sanguinari (Cile), appoggiava governi autoritari e corrotti (Perù).

Bonino è stata in prima fila per il Tibet, per i Degar del Vietnam, per i dissidenti cinesi, cubani o sovietici. Se il “cattivo” è comunista, allora ecco i Radicali in piazza, come nel 1979 contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Curiosamente però, poco più di vent’anni dopo, Bonino sull’Afghanistan cambia opinione, sostenendo i bombardamenti su Kabul. Solo che qui la coalizione interventista era guidata dalla bandiera a stelle e strisce. Se gli invasori sono statunitensi, il pacifismo dei radicali si stempera. L’interventismo di Bonino a fianco dell’imperialista George W. Bush prosegue in Iraq, dove arriva addirittura a criticare le masse scese in piazza per la pace. Bonino se la prende pure col medico Gino Strada, accusandolo di vetero-pacifismo. Le offese a un eroe, quale il fondatore di Emercengy è, difficilmente si cancellano.

Il sì di Bonino alla guerra arriva anche in occasione dei bombardamenti alla Siria e alla Libia, in nome dell’esportazione della democrazia. Sempre dalla parte delle aggressioni israeliane e mai dalla parte del patriottismo palestinese, perché Israele è una democrazia, mentre i paesi arabi sono illiberali; sempre dalla parte del “democratico” governo di Kiev del reazionario Poroshenko e mai dalla parte della popolazione russofona del Donbass, perché l’Ucraina deve entrare nella sua amata Unione Europea, mentre i russi sono al soldo del tiranno Putin; dalla parte del governo turco membro della Nato piuttosto che da quella dei comunisti curdi del Pkk. Questa è la linea attuale in politica estera di Emma Bonino. L’anziana deputata può anche spendersi a favore dei migranti umiliati dall’attuale governo, ma non la sentirete mai condannare i trafficanti di esseri umani o fare un mea culpa per le guerre criminali alla Libia e alla Siria, principali cause, oltre alla precedente guerra all’Iraq, dell’exploit del terrorismo islamista di Daesh.

La carriera politica di Emma Bonino è lunga. Con l’avvento della Seconda Repubblica è sempre riuscita a entrare in parlamento, vuoi con il centrodestra (nel 1994 fu eletta addirittura con la Lega Nord), vuoi con il centrosinistra. Ogni riforma a sfavore dei lavoratori dipendenti, dal superamento della scala mobile allo smantellamento dell’articolo 18, ha avuto da lei un appoggio incondizionato. Oggi è leader di +Europa, partito che difende a spada tratta l’attuale Unione Europea. La sua idea d’Europa è molto lontana da quella delle forze socialiste, comuniste e popolari. La sua difesa a spada tratta dell’austerità la pone agli antipodi di un’Europa popolare e solidale.

Bonino resta una convinta liberista, ma anche una sincera libertaria. Questo elemento ha confuso tanti militanti di sinistra, che hanno deciso di appoggiarla, anche alle ultime elezioni politiche, convinti che le lotte libertarie siano solo ad appannaggio di radicali e limitrofi. Non è così, si può essere anche socialisti, comunisti e al tempo stesso libertari. Il grande anarchico Michail Bakunin era un convinto libertario. I diritti civili non hanno il costo e l’impatto economico di quelli sociali e, in teoria, non dovrebbero portare allo scontro, dato che non tolgono a nessuno. Sappiamo bene che così purtroppo non è. Possiamo scendere in piazza a difesa delle unioni civili, delle adozioni ai single, del testamento biologico, della laicità dello stato o contro la violenza domestica; ciò non toglie che +Europa ed Emma Bonino siano lontani anni luce dal socialismo libertario. Emma Bonino è ostile al socialismo libertario e schierata dalla parte del mercato e dei grandi capitali. La sua presenza nel board della fondazione di Soros ne è la prova. Lo speculatore miliardario ungherese in questi anni ha foraggiato non solo Ong e associazioni benefiche, ma anche partiti politici di tutto il mondo. Partiti che si sono sì impegnati in battaglie civili sacrosante, ma hanno anche dovuto piegarsi alle più spregiudicate regole del mercato, quelle che hanno permesso allo stesso Soros di edificare il suo impero. Sono state così tradite le classi lavoratrici, in nome di un liberismo spacciato per liberalismo obbligatorio. Per tutte queste ragioni, Emma Bonino rimarrà sempre nostra avversaria.

Annunci

Cambiare noi, per cambiare il mondo

di Salvatore Prinzi

Spesso ci chiediamo: perché davanti a tutte queste ingiustizie la gente non si ribella? In questa pagina il grande filosofo Jean-Paul Sartre ci dà una possibile risposta.

Di solito pensiamo che una situazione di sofferenza produca di per sé una presa di coscienza. In altre parole, che uno stato di fatto oggettivo determini un cambiamento soggettivo.

Dopodiché non ci spieghiamo perché in Africa non ci sia la rivoluzione. Perché al Sud accettiamo di dover emigrare o lavorare a nero. Perché quella nostra amica che le prende dal marito non lo lascia mai. Perché proprio le classi popolari votino uno che fa gli interessi opposti ai loro come Salvini…

Sartre dice: perché è solo quando si attua un mutamento soggettivo che siamo in grado di capire e trasformare lo stato di fatto. E’ la nostra capacità di negare il dato, è l’immaginazione e la possibilità tutta umana di trascendere il presente, a farci vedere le cose in un altro modo.

La situazione di sofferenza in sé è un puro contenuto affettivo, fa tutt’uno con il nostro essere. Non è messa a distanza, valutata, sottoposta a giudizio: finché non succede questo, non c’è trasformazione, solo abbandono alla passività.

Come si arriva allora a negare e trasformare il dato?

Non quando aumenta la sofferenza ("quando avremo tutti le pezze al culo, allora l’italiano si ribellerà!"), ma quando nella nostra vita incontriamo qualcuno che ci fa vedere una cosa diversamente, facendoci apparire un altro modo d’essere, quando viaggiamo, quando viviamo esperienze differenti dal solito, quando ci imbattiamo in una storia del passato che ci fa capire che non è sempre andata così…

Quando percepiamo la SPROPORZIONE fra la grandezza di ciò che potremmo essere e la miseria di quello che siamo ora.

Quando accade questo, noi DECIDIAMO che quella cosa è intollerabile – prima sapevamo che ci faceva soffrire, ma non avevamo deciso che era intollerabile – e solo allora una luce diversa illumina la nostra storia e la nostra attualità.

Un frammento di non essere irrompe nell’essere e inizia a corroderlo, a trasformarlo. Una volta che questa trasformazione trova un primo risultato, per quanto piccolo sia, si inizia a prendere gusto, si diventa liberi.

Possiamo trarre qualche indicazione da quello che dice Sartre? La butto lì.

1. Dobbiamo misurarci con tutte quelle esperienze che ci mettano in contatto con il non essere. Non rifiutarle, come purtroppo oggi molti, e spaventosamente i più giovani, tendono a fare. In ogni caso le incontreremo – morti, abbandoni, sorprese -, allora facciamoci i conti fino in fondo. E’ comprensibile che davanti alla crisi si cerchino rassicurazioni e tranquillità. Ma è sbagliato. Non possiamo ripiegare per paura sull’essere che ci offrono: la famiglia, l’autorità, il lavoro salariato. Non possiamo pensare che il nostro riparo siano le telecamere, la polizia, le leggi e gli avvocati, i protocolli su come lavarsi le mani, quel mondo bianco, insapore e politicamente corretto che ci offrono. Più Vasco, più "vita spericolata": che cazzo ci conserviamo a fare una vita che tanto non saprebbe di niente? Vivere non è un valore in sé, come ci stanno facendo credere, conta quello che ce ne facciamo della vita.

2. Dobbiamo incoraggiare tutte le trasformazioni, anche piccole. Ma saper bene distinguere ciò che è trasformazione – gesto che per quanto piccolo apre una dimensione di non essere, di nuovo essere – da quello che non lo è – mutamento apparente che può essere anche grande e però nascondere la continuità dell’esser così…
Un ex carcerato che raccoglie consapevolmente abiti per i senza tetto, interiorizzando un elemento di solidarietà di classe che può essere contagioso, è una trasformazione piccola, più piccola quantitativamente di una misura come gli 80 euro di Renzi o il reddito dei 5 Stelle, ma qualitativamente del tutto superiore. Fottercene molto più della prima che della seconda.

3. Su queste linee di frattura esistenziali, su queste interruzioni, va costruito non solo un immaginario, canzoni, film e romanzi di cui abbiamo disperato bisogno (ormai si ascolta gente che sa solo ripetere il presente, che – nel migliore dei casi – crede che l’arte sia un semplice specchio!), ma anche un’organizzazione politica.
Un partito tradizionale in questa fase è troppo o troppo poco: ci serve innanzitutto un dispositivo che permetta di scartare dalla presunta naturalità di quello che ci accade, dall’esser-così, un modo di vivere un’altra esperienza, una formula per generalizzare e stabilizzare le piccole trasformazioni, qualcosa che permetta di conservare quella memoria che illumina il presente, che faccia apparire agli occhi di tutti quella trasformazione individuale come meritevole di essere seguita. Che sappia cioè ricostruire il terreno sociale senza cui non si può dare ipotesi collettiva.

Forse non c’è, al momento, altro modo di essere che negando quest’essere – così misero, così meschino. Allora proviamoci.

Cambiare l’Europa. Ma sul serio!

di LEONARDO MARZORATI

L’Unione Europea usa due pesi e due misure nel valutare il rapporto deficit/PIL di Italia e Francia. La prima, partita col chiedere il 2,4%, si ritrova con un governo che esulta, per voce del suo quasi invisibile premier, per aver strappato un 2,04%. Mica il 2%, ma un 2,04%. Come quando al supermercato troviamo offerte da 9,90 euro, altro che spendere 10 euro!

Tempo fa l’attuale ministro dell’interno Matteo Salvini definì il premier greco Alexis Tsipras un falso rivoluzionario, perché dopo le roboanti frasi contro la UE urlate in campagna elettorale, era sceso a compromesso con la troika, accettando le misure di austerity. Il governo italiano, di cui Salvini fa parte, ora fa qualcosa di molto simile. Bruxelles intanto dà il suo OK a un rapporto deficit/PIL francese al 3,4%. Molti esperti ci fanno sapere che i due Paesi vivono situazioni diverse e che Emmanuel Macron con le sue riforme sta andando sulla strada giusta, a differenza dell’Italia. Ma chi stabilisce quale dev’essere la strada giusta da percorrere? La Commissione Europa? Confindustria? Il Sole 24 Ore e Repubblica? Il blog di Grillo? Gli stessi economisti sono divisi.

È chiaro che l’attuale Commissione Europea popolar-liberal-socialista non vede di buon occhio il governo gialloverde, a differenza del loro beniamino, oggi caduto in disgrazia dopo le proteste dei gilet gialli, Macron. Ma è anche vero che il rapporto tra il presidente della Commissione Jean Claude Juncker e il commissario economico Pierre Moscovici e il loro corrispettivi romani Giuseppe Conte e Giovanni Tria è molto diverso rispetto a quello tenuto verso i leader dei due partiti di governo.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno contribuito, grazie anche a un uso spregiudicato dei social, a inimicare agli occhi di una vasta fetta di popolo non tanto la Ue, quanto il concetto stesso di Europa. Se da un lato Lega e Movimento 5 Stelle hanno alimentato un odio verso Bruxelles, dall’altro lato il premier e il ministro del Tesoro italiano nella capitale belga ci sono andati a elemosinare concessioni per l’Italia. Almeno Tsipras nella sua narrazione ha sempre inserito un’idea, tradita, di solidarietà europea. Salvini e Di Maio hanno fatto i bulli antieuropei, per poi mandare in Europa i loro soci "moderati" a trattare con il potenti della Ue.

La stessa Lega di Salvini, in ascesa nei sondaggi, valuta di scaricare i grillini per tornare da Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (con cui governa già a livello locale) dopo le europee. Elezioni che potrebbero vedere il Movimento 5 Stelle confluire nel gruppo dei Verdi all’Europarlamento, uno dei più europeisti. Alla faccia del sovranismo tanto sbandierato.

Se si vuole giocare a fare gli antieuropeisti, almeno lo si faccia per davvero. Siamo passati da un Matteo Renzi che citava impropriamente Altiero Spinelli e Piero Calamandrei, per poi rimuovere le bandiere a 12 stelle dalla sua scrivania e andare con il cappellino alla mano in Europa, a Salvini e Di Maio, che a parole sono sovranisti, ma nei fatti non sono poi così diversi dal tanto odiato Pd.

Prima di insultare l’Europa, per poi andarci a piangere, sarebbe il caso di domandarsi che Europa si vuole. Non questa; né ora che è in mano alle forze centriste fedeli ai grandi capitali, né domani, quando sarà gestita dai finti rivoluzionari nazionalisti. Questi ultimi vanno sbugiardati, perché non vogliono una redistribuzione delle risorse (basti pensare alle leggi liberiste sul lavoro volute del primo ministro ungherese Viktor Orban) e mettono i diversi stati europei gli uni contro gli altri (basta vedere gli attacchi all’Italia del popolar-populista premier austriaco Sebastian Kurz). Gramsci scriveva che i nazionalismi finiscono per forza per scontrarsi tra loro. L’attuale Europa ne sta dando la prova.

Il domani purtroppo è dei nazionalisti, dalla Spagna di Vox all’est Europa dei governi reazionari, passando per l’Italia di Salvini. Guardiamo al dopodomani e ragioniamo per renderlo migliore.

MRS – tesseramento 2019

L’invio delle tessere di MRS per l’anno nuovo è un rito tra i più graditi sia per chi le spedisce che per chi le riceve. Anche per il 2019 l’iscrizione al nostro Movimento è gratuita. Tuttavia per evitare una spedizione "a pioggia" per i rinnovi automatici – risparmiando un po’ sui costi di ristampa e francobolli – chiediamo ai nostri iscritti vecchi e nuovi che hanno piacere di continuare a ricevere a casa la tessera 2019, di richiederla scrivendo a movimento.radicalsocialista@gmail.com (e specificando l’indirizzo). Auguri socialisti e libertari!

Rileggendo “Arcipelago Gulag”

di GENNARO ANNOSCIA –

A cento anni dalla nascita e a dieci dalla morte di Aleksandr Solzenycin, la rilettura di Arcipelago Gulag ci pone di fronte all’inalterato carattere di attualità dell’opera. Essa nasce come saggio di inchiesta narrativa, in forma di testimonianza diretta; i tratti memorialistici si rivelano, tuttavia, spesso non fondati storicamente.

L’opera esce in Italia nel 1974, e tanti intellettuali “allineati” si rifiutano di leggerla. Il 20 febbraio 1974, pochi giorni dopo l’espulsione di Solzenycin dall’URSS, Giorgio Napolitano scrive sull’Unità e poi su Rinascita un lungo articolo in cui definisce “aberranti” i giudizi politici dell’autore russo e usa, strumentalmente, il caso per giustificare le scelte socialdemocratiche del PCI.

In pochi si rendono conto di come, in realtà, l’autore prenda in considerazione dinamiche legate alla psicologia delle masse e a quella individuale, in situazioni di totale disumanità. Arcipelago Gulag è, infatti, in linea di continuità con la tradizione del romanzo russo ottocentesco, un’analisi sull’uomo, specie “del sottosuolo”; di qui il suo carattere universale.

In molti sono urtati dai tratti di continuità storica che l’autore pare individuare dall’ascesa al potere di Lenin, passando per la dittatura staliniana, non vista, quindi, come un’aberrazione storica, e continuando anche dopo la morte del dittatore. Aprendo, a nostro avviso, scenari che spiegano anche la Russia di Putin, con buona pace di Solzenycin, che sta a quest’ultimo come Puskin a Nicola I.

Non condividiamo il nazionalismo e l’ortodossia religiosa di Solzenycin, così come la sua nostalgica esaltazione della Russia zarista, ma siamo, in pari tempo, convinti che Verità e Libertà non abbiano figli e figliastri.

In un’epoca solo apparentemente post-ideologica come la nostra, è bene ricordare quanto Solzenycin scriveva, in “Arcipelago Gulag”, a proposito della ideologia: «L’ideologia! E’ lei che offre la giustificazione del male che cerchiamo e la duratura fermezza occorrente al malvagio. Occorre la teoria sociale che permetta di giustificarsi di fronte a noi stessi e agli altri, di ascoltare, non rimproveri, non maledizioni, ma lodi e omaggi. Così gli inquisitori si facevano forti con il cristianesimo, i conquistatori con la civilizzazione, i nazisti con la razza, i giacobini (vecchi e nuovi) con l’uguaglianza, la fraternità, la felicità delle future generazioni».

Quanta attualità, ma anche quante contraddizioni rispetto a tante delle posizioni sostenute in seguito!

«Fusaro finto marxista»

di Leonardo Marzorati

Un finto marxista si aggira per il web: il filosofo Diego Fusaro. Classe 1983, lo studioso torinese è diventato in pochi anni una sorta di guru culturale di tanti utenti della rete, passati dal leggere i suoi post sui social, zeppi di citazioni filosofiche, all’acquisto dei suoi pamphlet presenti oggi in massa sugli scaffali delle librerie. Fusaro si definisce hegeliano. Rappresenta difatti la peggior destra hegeliana, ma al tempo stesso utilizza in piena libertà citazioni dei grandi pensatori della sinistra mondiale, da Marx ed Engels a Gramsci e Losurdo. Si tratta però di un utilizzo subdolo, volto a avvicinare militanti o simpatizzanti di sinistra alle posizioni reazionarie della Lega.

Allievo di Costanzo Preve, il teorico del superamento della dicotomia destra-sinistra, Fusaro si è però schierato palesemente con la destra, arrivando a presentare i suoi libri alle feste di CasaPound, dove ha dileggiato l’antifascismo. Per il filosofo non ha senso essere antifascisti in assenza di vero fascismo. Detto davanti a una platea di orgogliosi fascisti, quali i fanatici di CasaPound, la cosa fa un po’ ridere.

Fusaro, come Nicola Bombacci, non è una voce libera o alternativa dalla parte del proletariato, ma un servo dei nuovi padroni, utili a traghettare consensi da sinistra a destra. Bombacci, dopo aver partecipato alla fondazione del PCdI al congresso di Livorno, per opportunismo si schierò dalla parte del fascismo e fu sempre servile con Mussolini, dandogli sempre ragione, ammantando di un ideale socialista o marxista le mosse del Duce, per legittimarlo agli occhi delle classi operaie e contadine; mentendo spudoratamente, in quanto Mussolini ottenne il potere con l’appoggio della grande industria del Nord e dei latifondisti del Sud.

Oggi Fusaro fa lo stesso. Dà un contesto marxista alle mosse politiche di Salvini, con atteggiamento servile verso i nuovi potenti (il governo gialloverde) e attaccando soprattutto il Partito Democratico. Sia chiaro, le accuse mosse da Fusaro al Pd sono sacrosante, ma di fronte a un partito che ha tradito le battaglie sociali, Fusaro non pone lo sguardo alle vere forze socialiste, difendendo invece la Lega, un partito che di marxista non ha nulla e che ha una visione borghese pari a quella del Pd. Lo studioso inganna per traghettare eventuali consensi di delusi dal Pd verso la Lega. Fusaro si comporta come quegli intellettuali di sinistra degli anni ’70 e ’80 che nel ’94 si schierarono con Berlusconi. Al Cavaliere faceva comodo avere personaggi "di sinistra" sempre pronti a riverirlo per dileggiare l’opposizione (Ferrara, Mughini, Colletti, ecc.). Fusaro fa lo stesso, per dare ulteriore legittimazione a Salvini.

Se in politica estera può essere condivisibile, per il resto è un continuo lecchinaggio al potere salviniano, con citazioni a sproposito di Marx, Gramsci, Hegel. A chi gli fa notare l’esistenza di forze davvero socialiste come Potere al Popolo, lui le attacca, additandole come serve di Soros e del mondialismo, in quanto critiche con la Lega sulle politiche migratorie. Lo stesso Fusaro contesta anche la difesa dei diritti civili che, secondo le sue menzogne, servirebbero solo a togliere diritti sociali. Fusaro è bravo a pescare situazioni che fanno comodo a Salvini e a utilizzarle per infangare non solo la timida opposizione borghese di Pd o LeU, ma tutta la sinistra, anche quella sinceramente marxista.

Infine Fusaro riesce nel dare una connotazione nazionalista a Marx, il fondatore dell’Internazionale. Fusaro confonde patriottismo con nazionalismo, attaccando direttamente gli stati e non i suoi governanti. Si tratta di un mistificatore di successo, invitato spesso in televisione e presente in tutte le librerie, con volumi pubblicati da Bompiani e Feltrinelli, alla faccia dell’intellettuale scomodo. Ultimamente si sta comportando da macchietta, con le sue iperboli grammaticali sempre più arzigogolate. Il successo gli sta dando alla testa e la speranza è che si bruci al più presto, perché resta un personaggio dannoso alla lotta politica socialista.

Lettera di uno studente a MRS: “Mario Capanna, vieni a risvegliarci!”

di Arthuro Baetscher

Ciao MRS. Sono uno studente frequentante il Liceo Artistico "V. Calò" di Grottaglie (TA), una scuola non molto grande, con circa 350 studenti. Vi scrivo con indignazione e con la poca speranza che mi rimane. Dando uno sguardo al mondo e all’uomo d’oggi basta un istante per indignarsi, per decidere di vivere nel solitario e abbandonare la comunità, ma io purtroppo nutro ancora un minimo di speranza.

La scuola che frequento è come tante altre senza dignità in Italia, un piano inagibile, calcinacci dell’edificio esterno che cadono, macchinari obsoleti, dirigenti menefreghisti e schiavi dell’ufficio, della disumana imposizione statale, delle macchine monetarie e illusorie degli oligarchi capitalisti, coloro che fiatano affannosamente sulla quotidianità d’ognuno e che creano la morte dei popoli e la schiavitù dei singoli.

I professori non hanno nessuna voglia di ribellarsi, anche loro non hanno più speranze, si affiancano assopendosi sul muro delle moralità teoriche e dei buoni propositi marci.

In tutta questa discarica umana, gli studenti sono giovani boccioli adombrati dalla discarica, anche loro di conseguenza hanno perso i valori della lotta, hanno dimenticato e formattato il loro cervello al potere soffocante. Non sanno perché si fa un’assemblea d’Istituto, non sanno cos’è un’assemblea di classe, non sanno l’importanza di una manifestazione, non sanno cos’è lo Statuto degli Studenti e delle Studentesse, non sanno dei valori ottenuti dagli studenti e dai giovani del Sessantotto.

I valori e le lotte promulgate in Italia anche da lei, signor Capanna, si stanno dissolvendo nel teatrino borghese della dittatura celata dietro la democrazia di destra, dalla globalizzazione neoliberalista, dai marchingegni ipnotici di suggestione mediatica. Dalla morte della vita e la nascita della delegazione ai robot.

È per questo che le scrivo signor Capanna, la prego non si dia per vinto anche lei, i guerrieri riposano soltanto in letto di morte, si guardi intorno e reagisca.

Abbiamo ottenuto la libertà lottando, tempo fa, ma ora è diventata abitudine e normalità, non sapendo cos’è la sua soppressione. La invito a far di nuovo presente all’Italia e ai giovani italiani di continuare la lotta; di non arrivare alla soppressione fascista e proibizionista per svegliarsi e lottare, di non lasciar passare niente che violi i propri diritti, di far sempre presente le lotte di ieri per essere protagonisti delle lotte di oggi.

Io e altri del liceo stiamo formando quest’anno un collettivo studentesco che si impegni nella lotta per l’uguaglianza, per la libertà d’espressione e di critica, per la lotta al potere e il rispetto dei diritti.

Per questo la invito a venire, a fare visita al liceo. A recarsi a Grottaglie durante un’assemblea d’Istituto, organizzata dal comitato. A fare una conferenza sulla lotta e la conquista dei diritti oggi dimenticati e ottenuti nel Sessantotto, almeno per quanto riguarda la scuola. A raccontarci una storia, una bellissima storia proveniente dalla voce di chi l’ha vissuta e ne è stato protagonista.

Aspetto sue notizie speranzoso, la ringrazio della lettura, ripongo la mia fiducia in lei.

Arthuro Baetscher